Altre Voci n.15: Mauro Ferrari: ‘Civiltà della Poesia’

E’ un libro di critica, questo di Mauro Ferrari (Civiltà della Poesia, Puntoacapo Editore 2008), riassuntivo di una nuova stagione di tanta poesia italiana che fa fatica a imporsi. Nomi fatti emergere come dalla nebbia di una disattenzione, di uno strascicarsi di tendenze, di pesanti eredità che Mauro cerca di inquadrare utilizzando un robustissimo strumentario critico e una riflessione a monte sul senso del fare poesia oggi.

Il libro si apre con il racconto di una storia antica: “L’immagine della fuga di Enea diventa così, ai nostri occhi di stremati epigoni di tutto, il simbolo della necessità di farsi carico della rottura dell’assedio con i giusti  strumenti, quelli del coraggio, della pietas e della virgiliana techné, per portare in salvo, nel giusto modo, le giuste cose, facendo una cernita anche dolorosa ma necessaria”, p. 8.

Uno dei temi più urgenti, in effetti, è quello della costituzione di un canone, ma qui non riduttivamente inteso –  nel senso di un elenco autorizzato –  quanto, piuttosto, di un doppio problema: ri/definire l’oggetto, gli strumenti, la techné della poesia, e il suo compito. “La poesia è stata, di volta in volta, diverse cose: non c’è dubbio che tutti noi che facciamo versi rimpiangiamo, in un certo senso, il tempo in cui era la poesia ad esprimere la verità”, p. 15. La poesia, insomma, ha il compito di parlare delle cose che si conoscono, perché “di ciò di cui non si può parlare, bisogna tacere” (L. Wittgenstein). La poesia presuppone “un atto di volontà per allentare i gioghi imposti dal nostro essere umani, affinando il nostro linguaggio per arricchire l’esprimibile e allontanare così il confine dell’inespresso: ricerca tecnica ed insieme etica, visto che la tecnica non può essere garante di ciò che viene detto, ma solo del come”, p. 9.

Per Mauro Ferrari, insomma, la poesia si colloca nell’abito della definizione di un nuovo umanesimo:abitare poeticamente, “essere toccato dalla vicinanza dell’essenza delle cose”, p. 23.

Questo compito presuppone un nuovo orizzonte di vedute: innanzitutto una ridefinizione del tema dell’io, oggetto frammentato e specchiato, io plurale, io altro, come da tanta tradizione novecentesca. Ma l”Io può nuovamente porsi al centro del mondo, proporsi al centro di un  mondo, proporsi come punto di vista. Non è più “soggetto che non sa donare  ed è tutto chiuso nella propria autoconservazione”, p. 23, ma capace di “raggiungere la dimensione del dono”, p. 25.

Di conseguenza lo stile non è una formula da scegliere a seconda della situazione e della necessità –  “il Postmoderno pensa che ogni stile è valido, senza gerarchia alcuna”, p. 90 –  ma “la stessa energia creativa che permette la nascita di un’opera d’arte, contribuisce anche, sotto altre forme, alla definizione dell’essere umano e quindi della vita che questi costruisce con gli altri”, p. 84.

E’ una riflessione urgente sulla ricerca di un nuovo umanesimo, certo uno dei problemi più urgenti emersi a partire dagli anni novanta che pone la questione del superamento di un atteggiamento critico stagnante per cui, com’è noto, una generazione biograficamente matura, si trova ancora a   dover lottare contro l’effigie potentissima della propria scomparsa. Così Mauro Ferrari osa fare dei nomi: “preferisco fare una lista di nomi sotto i cinquanta, molti dei quali sono troppo poco conosciuti e magari ancora in crescita, avendo anche pubblicato in media molto poco (una caratteristica che passa spesso inavvertita, ma che spesso è centrale per tanti motivi e tante cause). Restringo il campo a questa scelta non per amore di barricate generazionali (…) ma perché è la prima generazione che ha vissuto una nuova fase della Storia letteraria, e su cui quindi si sono consumati errori e…orrori. (…) ciascuno di questi nomi – circa venti –  mi pare giustificato dall’intima necessità di ciò che ha fatto, in almeno un libro di grande novità: Corrado Bagnoli, Edoardo Zuccato, Gianfranco Lauretano, Gabriela Fantato, Sebastiano Aglieco, Antonella Anedda, Anna Maria Farabbi, Massimo Morasso, Fabio Pusterla, Paolo Febbraro, Antonio Alleva, Francesco Scaramozzino, Fabio Franzin, Stefano Massari, Marco Munaro, Pasquale Di Palmo, Giancarlo Sissa, Marco Molinari.”, p. 157. Compito urgente, dunque, ma anche restituzione di una dignità. E, non per ultimo, indicazione di un esercizio ineliminabile: quello di un lettore consapevole.

La critica e l’analisi per il superamento – o per una comprensione ormai da storicizzare –  di un panorama letterario formalizzatosi a partire dagli anni settanta, è sempre accompagnata dal tentativo di rintracciare modelli teorici di riferimento, oggi più che mai necessari per distinguere operazioni di pura fantasia da poetiche in grado di considerare anche una ratio, un pensiero. Che è poi, come dire: la vera poesia andrà cercata là dove esista consapevolezza dei propri mezzi espressivi, mai svincolati da un atteggiamento sul mondo; per il mondo.

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15 Comments

  • @Mauro Ferrari, e @Luigi:

    ringrazio anch’io degli ulteriori interventi e della calma olimpica che li sostanzia nonostante alcune mie precedenti parole anche accese; continuo a seguirvi, anche se al momento ho qualche problema nel partecipare alla discussione. spero di avere più tempo nel fine settimana per tornare a discutere con voi.

    un caro saluto!,

    f.t.

  • @ Mauro: grazie a te per essere intervenuto, chiarendo molti punti!

    @ Elio: è un discorso che andrebbe approfondito, magari ci montiamo una discussione su 🙂

  • @Luigi. Ho apprezzato le tue risposte, sia a me che a Fabio. L’eliminazione del mito mi sembrerebbe un’arida e ben agra utopia, mentre una sua reintegrazione/illuminazione entro un sapere più ampio (una zuppa di memi che che non risulti troppo povera di elementi antagonisti, da Benjamin a Bourdieu 🙂 una prospettiva assai più feconda e piacevole.

  • Salve a tutti, intervengo perché grazie all’intervento di Sebastiano Aglieco alcune frasi del mio libro hanno creato un certo dibattito franco e non banale. Il mio libro – che fra l’altro sta per andare in ristampa – non è né una raccolta di analisi testuali né un ennesimo tentativo di creare canoni e controcanoni. Ci mamcherebbe, già facciamo fatica a non annegare nelle antologie di fine millennio… Piuttosto volevo raccogliere alcune riflessioni sul FARE POESIA oggi, senza cadere in troppi luoghi comuni o mitologie, o dare “scientificità” pretesa a un discorso al contempo molto più teorico e concreto. Capisco e approvo perfettamente quello che dice Fabio Teti. Se ho dato quell’idea, è un limite del libro che volevo evitare. Non da critico, sottolineo, ma da poeta che riflette su ciò che fa – anche a costo di fermarsi alcuni anni come ho fatto di recente. Se sono uscite delle liste di nomi era perché altrimenti sarebbe stato uno sfuggire alle responsabilità. Almeno mi sarei sentito così. In due punti del libro, cioè in due capitoli, faccio dei nomi, in contesti diversi. Ma nel primo – anno 2000, se non ricordo male – era davvero un puntare il dito su alcuni nomi di una generazione che davvero non aveva spazio (nel 2000, ora direi che la situazione si è evoluta… poco e male). L’altro era quello citato, appunto una lista di nomi non provata da altre riflessioni. Il che è forse un atto di coraggio ma anche una semplificazione di un discorso che mi sembra esulasse dal libro, che non è una corona di saggi, analisi, ritratti. Grazie di cuore. Mauro Ferrari

  • @Seb: sicuramente Ferrari ha fatto un gran lavoro e un gran servizio alla poesia, come pochi altri critici. Però sono d’accordo con Fabio quando dice che piuttosto che giustificare la propria proposta come controcanone al canone corrente, bisognerebbe limitarsi a dire ai lettori e suggerire ai critici nuove prospettive di lettura e byebye canone o liste. In altre parole, in un libro di critica mi piacerebbe non trovare più frasi del tipo “dolorosa cernita” o “autori minori e abbandonati” etc., come se si volesse chiedere scusa di ciò che si è fatto. Ferrari è un critico ed ha tutto il diritto di proporre i suoi poeti preferiti del momento o di sempre. Punto. Senza chiedere il permesso a nessuno. E così tutti gli altri, ovviamente, non solo Ferrari.

    @Fabio: “è così necessario autofondarsi o fondarsi collettivamente sopra una “verità” (corrige: un qualcosa adibito a tale funzione, dunque una bugia) per accettare la semplice materialità e arbitrarietà dell’esistenza?”

    sì, lo è. E lo è così tanto che anche chi, come te (e me), a questa tua domanda risponderebbe di no lo fa: si fonda collettivamente e come sogetto sopra una verità. Infatti, cosè l’affermare che è necessario “accettare la semplice materialità e arbitrarietà dell’esistenza?” È una verità. Una delle tante che ci sono. Si cade involontariamente qui nel tranello degli scettici o dei relativisti, per cui non esisteva nessuna verità o per i quali tutto è relativo, però nel dire le loro affermazioni pronunciano una verità. Dunque sì, è indispensabile fondarsi in una origine (se preferisci questo termine a quello di verità). Tanto indispensabile che uno viene spinto a scriverci su (poesia, romanzi o saggi filosofici). Se si accettasse questa arbitrarietà come si accetta il fatto di avere i capelli castani non si fonderebbe nessuna verità. La verità di cui sto parlando è quella che produce narrazioni e, dunque, miti (per quanto possa farti venire i brividi questo :D).

    Luigi B.

  • In poche parole, e mi scuso della fretta consueta con cui rispondo, non credo faccia bene agli autori (né per altro a critica e lettori) l’opposizione di lista a lista, gruppo a gruppo, canone a canone. Quando penso, per dire, ai primi 3 saggi montaliani di Contini, ho perfettamente in immagine cosa i critici di oggi hanno smesso di fare.

    Un saluto, ancora,

    f.t.

  • caro Sebastiano,

    beh ma Mondadori non brilla neppure per l’opacissimo Specchio “maggiore” – e in questi libricini nuovi, meritevoli almeno nel senso di una vetrina per autori giovani, in fondo non fa un passettino, nemmeno uno, al di fuori di quella che per comodità potremmo definire una depotenziata “linea lombarda” (per stili, non per provenienza degli autori) sempre più sversata in minimalismo irredimibile e “a-capismo del quotidiano”(si salva un po’ Pellegatta, mi sembra, che per buona parte del suo libro è al di sopra di questa temperie, come lo è nella collana maggiore Mario Benedetti). La collana di poesia Mondadori non sa essere coraggiosa (e per essere “giusti” serve coraggio) neppure per sbaglio, insomma. In questo senso, Sebastiano, seguo bene e approvo il tuo discorso circa le collane, gli editor, i direttori.
    Storcevo il naso sull’impostazione del libro da te presentato perché, per i motivi suddetti, credo che se si vuol dare sostanza e visibilità e opportunità di lettura ad autori “minori”, editorialmente parlando, o sommersi, etc., credo si debba lavorare più sulla specificità dei loro testi e delle loro poetiche, sui tratti distintivi, sul messaggio e il “perché” dell’importanza di questi autori (un “perché” che si può dimostrare solo criticamente, fornendo strumenti comparativi) e meno invece sulle prospettive d’insieme, le liste, le proposte di piccoli canoni alternativi, etc.
    Anche, appunto, per uscire fuori dall’assetto di “gara” che ha preso questo rimasuglio di società letteraria, e che il web ha tutt’altro che frenato.

    Un caro saluto,

    f.t.

  • Il libro di Ferrari reagisce, appunto, a un’idea di canone imposta da editori e soprattutto editor o direttori di collana. E io aggiungerei, nell’epoca di internet e di pseudodmocrazia, di lettori coi paraocchi. Mondadori decide, di pubblicare volumetti di 32 pagine dedicati agli under 40. Questo è canone e potere: decidere di saltare di pari passo le prove mature di un’intera generazione. Quindi, se conconrdiamo che il canone è situazione detestabile, non fasciamoci la testa però e non buttiamoci polvere sulla faccia: quanti canoni, per sensibilità personale, per formazione culturale, per limiti di vedute, ciascuno di noi è disposto ad avallare? Questo è il vero problema: a parte la grandezza dei grandi, la loro opera è giunta a noi perchè è stata più letta e più commentata di altri, magari minori, certo, ma di questi minori sappiamo niente o poco. Ogni epoca elegge, e questo non dipende necessariamente da una grandezza. Caravaggio è stato scoperto da Longhi; Voltaiire considerava il più grande autore di teatro, un barbaro. E via di questo passo. Oggi è impossibile reperire un’opera di Porpora, mentre si trova Jommelli. E questo non vuol dire che uno è più grande dell’altro, ma semplicemente perchè la pubblicazione delle loro opere ubbidisce alle logiche dei direttori d’orchestra e a quelle dei teatri d’opera. l canone non dipende da una grandezza, necessariamente. Impostare il discorso come è stato impostato nei vostri commenti, mi sembra non aiuti. Perchè rimane, appunto, il problema di come riuscire a garantire dignità di lettura alle scritture non nostre, e soprattutto a quelel che non ci piacciono – la letteratura non è una gara, c’è chi si fa avanti e c0è chi si fa indietro. Suvvia!
    Sebastiano Aglieco

  • @Luigi, che scrivi:

    “La nostra razionalità e il nostro progresso nella conoscenza ci ha fatto evolvere incredibilmente e ci ha fatto compiere scoperte straordinarie. Però non è riuscito e mai riuscirà ad offrire una spiegazione all’arbitrarietà della vita e della morte. Ma un uomo, proprio perché tale, non può sopravvivere a tale arbitrarietà senza una verità che lo fondi. Una verità che può avere varie origini, molte radici, diverse concezioni, ma che deve necessariamente esistere perché su di essa si fondi il soggetto parlante in grado di far fronte all’arbitrarietà del suo stesso discorso e delle sue stesse parole. E allora c’è da guardarsi attorno per vedere quanto l’uomo, oggi più di ieri, abbia bisogno di una verità”

    mi chiedo: è così necessario autofondarsi o fondarsi collettivamente sopra una “verità” (corrige: un qualcosa adibito a tale funzione, dunque una bugia) per accettare la semplice materialità e arbitrarietà dell’esistenza? è proprio questa materialità e questa arbitrarietà “l’arido vero” che dobbiamo/dovremmo smettere invece di affumicare con le nostre favole. un po’ meno di ontologia, un po’ più di etica non ci farebbe male. la lezione dell’ultimo Leopardi è in ciò eloquentissima. non raccontiamoci di nuovo favole proprio nel momento in cui la poesia, dopo millenni, con il vero ha iniziato a fare i conti. e a farli con gli “altri” (non con l’Altro, singolare e maiuscolato, quest’altro mito così plasmabile/adattabile alle sbrodolate d’ego più indefesse).

    chiudo citando Baldacci, da “Controparole”:

    “Si ricerca un vuoto di realtà perché sia la cultura, come strategia di potere, a dire se stessa, indifferente a ciò che non produce cultura-potere. Ma solo quando ci si oppone all’identificazione di letteratura e cultura, si lavora in direzione di quella ferita del presente che continua a pulsare il proprio dolore e il proprio bisogno di cura”.

    Se provo a pensare a qualunque fondazione mitica alla luce di questo stralcio, mi vengono i brividi. Ma anche se provo a rileggere l’Iliade in questa luce, mi vengono i brividi. Su ciò Benjamin ha detto la parola definitiva: non esiste documento di cultura che non sia al contempo documento di barbarie.

    Un saluto!

    f.t.

  • Io credo che dalla presentazione di Sebastiano del libro di Ferrari e dalla discussione che ne è venuta emergano come tangibili due grossi malintesi che tediano la poesia: il concetto di poesia e quello di canone. E tali malintesi derivano da alcuni retaggi culturali indissolubilmente ancorati al secolo antico dell’epica greca che, evidentemente e per forza di cose, non possono continuare ad essere proposti allo stesso modo oggi. Però è proprio ciò che accade.

    @ Elio: sì, ci fu un tempo in cui “era la poesia ad esprimere la verità”. E “la cosa TI suona alquanto mitologica” perché erano appunto i miti a dare un’aura di verità alla poesia. E non poteva essere altrimenti, poiché in quanto fondamento comune, sociale, condiviso era VERO. Dunque “era davvero “verità” quella”. Oggi questo non si può più affermare (nonostante gli sforzi di chi non vuole abbandonare l’idea che la poesia debba necesariamente avere altre funzioni più adeguate al tempo in cui viene scritta). A tutto questo credo ci sia una ragione, la stessa che risponde all’altra tua domanda: “Ma perché è così essenziale attribuire alla poesia simili poteri nei confronti della verità, per lo meno pari (ma ovviamente implicitamente superiori) a quelli della scienza, o meglio, delle scienze “esatte”?”. Anche la tensione verso la verità della poesia è un retaggio della cultura antica, che ha continuatoa persistere anche dopo che Platone ha cacciato via i poeti dalle città nella sua Repubblica. E se lo fece è perché sapeva bene che in una città così come la prevedeva il saggio filosofo non ci sarebbe stato spazio per i poeti. Se volete, quella città ora è la nostra e in effetti di spazio per i poeti e la poesia non ce n’è.
    Io credo sia essenziale attribuire alla poesia il potere della verità pari o superiore a quello delle scienze esatte (che esatte non lo sono per nulla) per la enorme differenza che vi è tra il capire una cosa e il comprenderla. Per comprendere non è sufficiente una spiegazione (per quanto precisa e ogettiva): c’è bisogno di “credere”. La fede non è appannaggio della sola religione. Esiste una fede “laica”, nel senso di non diretta a un dio come comunemente è riconosciuto nelle religioni. Ogni uomo, anche il fisico più ogettivo e scientifico, ha bisogno di credere in quanto uomo. La nostra razionalità e il nostro progresso nella conoscenza ci ha fatto evolvere incredibilmente e ci ha fatto compiere scoperte straordinarie. Però non è riuscito e mai riuscirà ad offrire una spiegazione all’arbitrarietà della vita e della morte. Ma un uomo, proprio perché tale, non può sopravvivere a tale arbitrarietà senza una verità che lo fondi. Una verità che può avere varie origini, molte radici, diverse concezioni, ma che deve necessariamente esistere perché su di essa si fondi il soggetto parlante in grado di far fronte all’arbitrarietà del suo stesso discorso e delle sue stesse parole. E allora c’è da guardarsi attorno per vedere quanto l’uomo, oggi più di ieri, abbia bisogno di una verità. E, sempre guardandosi attorno, si può vedere come in assenza di verità fondanti comuni (i miti, le religioni, gli ideali politici o sociali etc.) si è ristretto il campo della verità al singolo. Un restringimento che viene visto come frammentazione del soggetto ma che in realtà è solo frammentazione dell’umanità in signoli individui autofondati, ciascuno con la propria verità, con la propria poetica. Questo spiega anche ciò che è avvenuto e avviene in poesia.
    Alla luce di tutto ciò, ritengo sia completamente inutile se non controproducente continuare a mantenere una concezione del canone che risale ai tempi di Aristotele (con le dovute varianti e trasformazioni). Per quanto mi riguarda, il canone potrebbe non esistere o, che è la stessa cosa, dovrebbe inserire TUTTI i poeti. Sarà poi la storia, il mondo, la società, la vita a pescare di volta in volta nel pozzo il secchio che disseta meglio a seconda della temperatura che c’è fuori. Se fossi un critico (e magari lo fossi!) ciò mi sentirei di fare sarebbe proporre una lista di nomi non con intenzioni canonizzanti, bensí come gesto che offre in dono una proposta di verità che non esclude tutto il resto. Il compito, se vogliamo, dei poeti (e degli artisti in generale) è quello di inscrivere in un racconto/storia ciò che avviene a nostra insaputa e che per i motivi più vari non possiamo nominare. Quello dei critici dovrebbe essere un lavoro di “sistematizzazione” di questi racconti/storie in un discorso di più ampio respiro, connettivo e che funga da percorso-guida, tenendo in considerazione sempre il fatto che la letteratura si è ridotta allo stile e che è appunto questo che complica le cose.
    Bisogna sempre ricordarsi che la figura del critico comincia con l’invenzione dell’alfabeto e la trasformazione della cultura orale in cultura scritta e conseguente alfabetizzazione della popolazione. Quando la cultura era orale, non esisteva la critica. Esistevano i poeti che tramandavano il fondamento della società e dell’uomo cantando i loro versi durante le feste nei teatri (reading?), fungendo da memoria (google? wikipedia?) comune. Con l’avvento della scrittura nasce lo stile e dunque la critica, ma sono ancora i poeti a detenere la verità grazie alle Muse (che non sono le figure dell’ispirazione ma della memoria), e questo perché nonostante l’alfabeto, nelle città dell’antica grecia non era affatto obbligatorio alfabetizzarsi ma sì era “obbligatorio” continuare la tradizione delle feste, dei teatri e dei racconti. Come tutto andò evolvendosi poi lo sappiamo o possiamo immaginarlo.

    Scusate se mi sono dilungato e nonostante ciò non sono riucito ad esprimermi chiaramente. Però, oltre ad essere interessante e di fondamentale importanza, il discorso è lungo e molto molto complesso. Per questo propongo che sia aprano due discussioni nello spazio PARLIAMONE rispettivamente sulla critica e sul canone, visto che mi pare sia di interesse comune.

    Luigi B.

  • mah. è una prospettiva che mi lascia abbastanza freddo. davvero credo che l’ultima cosa di cui abbiano bisogno i lettori, i lettori-poeti (i poeti non lettori faranno la fine che devono fare) – e la poesia che si scrive, che si sta scrivendo, che si è scritta – siano canoni e liste. che non sono critica né approfondimento ma narrazioni – troppo spesso “autonarrazioni” – e dunque, anche queste, strumenti di potere o contropotere, fantasime di controllo personali o di gruppo. (che, se proprio dovessimo a forza narrarci questi piccoli miti, almeno, credo, dovremmo avere il coraggio di farla davvero la cernita, ché non si fanno i canoni con le decine e decine di tasselli).
    in generale, poi, mi chiedo: perché mai un poeta dovrebbe “imporsi”? e in questo modo, poi? un poeta quando si impone, e davvero, lo fa perché altri poeti hanno metabolizzato e ridiscusso la sua lezione, se una lezione, positiva o negativa, ha lasciato. certo, se non si arriva a essere letti è impossibile lasciare alcunché e qui la critica, preferirei, tornasse a parlare di testi e opere e non di vaghe prospettive generiche.
    infine: ma quando l’io ha smesso di porsi come centro del mondo? “io” e “mondo” nel loro significato totale, dico, non relativo a qualche scuola poetica (ci dimentichiamo, forse, troppo spesso che la “interdiscorsività” di uno scrittore guarda – o dovrebbe – a tutti i modi e dispositivi linguistici coevi, e non solo a quelli di altri poeti o “scuole” poetiche a lui lontane od ostili. l’io guarda al mondo, tutto, e a quello reagisce).

    mi scuso se queste parole possano sembrare arroganti o apodittiche. né qui metto in discussione il valore degli autori succitati. non ho letto il libro in questione e quindi rispondo, in questo modo che lascia il tempo che trova, semplicemente a delle impostazioni che mi sembra prevalgano e che, va da sé, non amo particolarmente.

    un caro saluto a tutti,

    f.t.

  • Ho commesso alcuni errori,chiedo venia. sul suo blog sta per sul mio blog…e poi altri di digitazione, ma ho scritto a braccio, velocemente e ho inviato.
    Se ho tempo lo correggo. Grazie

  • Innanzitutto vorrei precisare, che la poesia non è valutata da critici , o meglio da donne aperte, ma legata a case editrici. Si paga per pubblicare.
    Veramente si paga anche per i racconti. Poi ho scoperto che anche un sito
    che pubblica poesie e che riprende un glorioso nome del femminismo, antico, ovviamente, è diretto da una delle redattrici di una casa editrice, che chiede più di 1000 e persona. e, pur essendo una casa editrice che pubblica con un certo criterio di scelta e di orientamento letterario (che è poi una nuova ‘corrente ermetica’) ha pubblicato poesie di un’autrice inconsistente, dal linguaggio poco interessante, dal lessico elementare, brevissime ,come richiedono i redattori.
    Io non ho voluto pubblicare nessuna di queste poesie sul suo blog, proprio perchè scialba e improvvisate.
    Ma tant’è, è inutile parlar di loro,se vogliamo chiarirci le idee sulle poetiche e sulla poesia.
    Mi tovo perfettamente d’accordo con Mauro Farrari, che pensa la poesia possa creare un nuovo umanesimo, che è l’unica forma letteraria che possa ristrutturare il lessico e agganciarlo al Noi e all’Io, che è frammentato, molteplice, allo stile transpersonale.
    E non servono modelli,ma si perla,si discute, si mette a fuoco la poeia di uno sconosciuto/a,al di fuori del mercato e dei critici che scrivono su lla stampa. E guardate che anch’io lo sono..
    Vi faccio presente che vi è una corrente poetica di donne,che hanno scritto un manifessto ‘Fragili guerriere’ sul blog ‘absolute poetry’.
    Io poi,sono d’accordo con Berardinelli nel sostenere che la poesia oggi tende a divenire sempre più prosa racconto,antiermetica. Il lessico da queste poetrici,così si vogliono chiamare, tiene conto della molteplicità dell’io che diventa poi semantica e innova il lessico, dando un nuovo statuto alla parola.
    Secondo me, oggi sono queste donne e altre americane, inglesi che innovano, sperimentano,scrivono del sè mutante, del noi che diveniamo migranti della terra, del mondo, dell’uso delle parole e dei temi. Forse la donna è l’elemento principe del nuovo umanesimo, chissà.
    Ma bisogna essere molto onesti e guardare ,saper leggere e ricercare nei blog.,scegliere, scoprire tendenze e temi che riguardano l’umanità in genere e non solo l’io lirico. La poesia è capace di esprimere analogicamente anche processi concettuali, e di raccontare eventi storici e quotidiani in modo incisivo e partecipe ,in profondo ascolto delle varie voci che chiedono di vivere e di essere rappresentate, per divenire di nuovo ‘epos’. Io me le sono andate a leggere dappertutto.
    E ne ho scoperte tanto. E parlo di donne, perchè la tematica degli uomini è sempre l’antica,esistenziale tematica leopardiana o sartriana-vita-giovinezza-vecciaia-morte, l’unicità dell’esistenza ,e non la trasformazione, l’io moltepliche che si fa noi già nell’intuizione, del sentire. Che ridiventa uno nell’emergere dal mare di dentro.
    Faccio un esempi:M.G. Calandone,che viene poco considerata dai critici, con tutti i temi relativi al corpo, il malinteso, l’identità che si ricostruisce,che esplora territori interiori alla ricerca del senso e della parola per dire di sè e arrivare al noi, all’altro da sè. E riaffiora da questi territosi, con una poesia sulla rosa,che fa ripensare a tutte le infinite poesie sulla rosa che sono state scritte. E non è un inno alla bellezza, al contrario. E’ il Noi che vede la rosa e canta in tante maniere fino a riappopriarsi della sua antica bellezza e a rinascere come stupore del nuovo.O la calzolari, con i suoi processi analogici arditi, che partono da confilli interiori e interpersonali, per poi giungere alla sintesi attraverso un modo di scrivere che tende all’ellisse,come figura .
    La poesia di Maria Grazia comincia con questi versi:

    Come sono sfacciate le rose, come sono belle come sono
    una efferata moltitudine le rose
    ai confini del regno e sotto gli archi
    dei paradisi le semprevive
    rose -e diseguali
    al cuole disregnato perchè
    il cuore beve i fondi minerali
    della pioggia……

    Epoi non posso trascriverla tutta….(M.G.Calandrone)

  • Eh “i poeti che brutte creature/ogni volta che parlano e’ una truffa” (Francesco De Gregori, Le storie di ieri). Diciamo che pero’ un libro come Civilta’ della poesia e’ senza dubbio un ottimo punto di partenza per imparare cosa sia stato scritto, in quale contesto si inserisca, e arrivare a leggere questi testi spesso troppo poco letti. Allora la lista dei nomi perche’ no – diventa come un itinerario che poi uno riinventa. Cari saluti. Pietro.

  • Ho incontrato spesso articoli che iniziano in termini molto generali per poi arrivare ad un elenco di nomi da “salvare”. Non da una minaccia esterna (niente impedisce di pubblicare, discutere, relazionarsi, godersi un’attività indubbiamente alta e distintiva) ma bensì, si direbbe, dal semplice sovraffollamento, dall’eccesso di offerta. Il problema centrale è dunque la dolorosa potatura: occorre che molti si rassegnino a scomparire quali autori, liberando (la propria) attenzione verso i più meritevoli. Questa conversione all’umiltà, da ognuno auspicata nell’altro, è ovviamente un pio desiderio. Ma in matematica, in fisica, nello sport ed altre attività a forte componente “oggettiva”, i meno dotati si scansano in larghissima parte di buon grado, di fronte ai campioni. Una soluzione, quindi, forse ci sarà.
    Il discorso qui proposto sembra filar via bene, però appoggiandosi sopra pilastri piuttosto arbitrari. Per esempio: c’è davvero stato un tempo in cui era la poesia ad esprimere la verità? La cosa mi suona alquanto mitologica. Posso chiedermi sempre: ma era davvero “verità” quella? Non potrebbe esser stato qualcosa di meno “vincolante”, diciamo bellezza, fascinazione…
    Ma perché è così essenziale attribuire alla poesia simili poteri nei confronti della verità, per lo meno pari (ma ovviamente implicitamente superiori) a quelli della scienza, o meglio, delle scienze “esatte”? Suppongo per carpirne prometeicamente il carattere di costrittività: quello capace di mettere in riga gli aspiranti, disporne le ingarbugliate sequenze entro gerarchie pressoché indiscutibili, ed in tal modo fornire un panorama sensato su svariati livelli di dettaglio.
    In quest’ottica risultare in grado di “riafferrare” l’Io disperso, nobilitandolo attraverso la dimensione del dono (anche se con qualche arcaico sentore di potlatch) sarebbe per la poesia un gran colpo. Ma come convincere che un simile risultato sia stato effettivamente raggiunto? Quasi sempre la differenza viene stabilita meramente in termini di complessità del discorso affrontabile, dunque di erudizione ed eloquenza, a volte persino “terroristica”, e di estenuazione (te ne vai? allora ti arrendi: ho vintoo!). Ma in questo caso chi rimanga indietro vedrà soltanto un gran fumo di parole, facilmente esorcizzabile, e non certo il simbolo che ti inchioda e sottomette.
    Un’alternativa a tutto ciò sarebbe il riconoscere che le fascinazioni estetiche sono irreversibilmente legate alle complesse sedimentazioni che le diverse discipline dispongono nei corpi, e dunque che le loro basi affondano in un’oscurità che è tale proprio per tutti, e dunque che l’epifania stabilisce il suo potere fra dislocazioni indelimitabili di malinteso.
    In tal caso, sarebbe più elegante rassegnarsi alla distruzione arbitraria delle generazioni autoriali, esattamente come a quella degli individui “comuni”, perché la ridondanza e lo spreco appaiono evidentemente inscritti nel disegno generale della natura.
    In tal caso sarebbe più elegante ridere di quest’ansia di sopravvivenza-salvazione nella forma di un’arbitraria configurazione di caratteri (il nome!) dentro testi progressivamente sempre meno letti (e le eccezioni sono davvero trascurabili rispetto ai numeri complessivi).
    In tal caso sarebbe addirittura possibile ammettere che è assai difficile valutare se sia meglio annichilire le proprie velleità autoriali oppure se esse rappresentino, anche quando senza ragionevole speranza, l’inconfessabile propellente della propria attenzione verso l’attività altrui.

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