Biagio Cepollaro e la Critica (1984-2005)

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Introduzione

In questo libro sono raccolti saggi scritti negli ultimi quindici anni da diversi autori sulla poesia di Biagio Cepollaro e dunque, anche nella forma più libera dell’editoria elettronica, questo testo sembrerebbe rivolgersi agli addetti ai lavori, e certo per onestà di curatore devo dire che non mancano interventi anche tecnici. Tuttavia, secondo me, questo libro interesserà innanzi tutto il lettore che ha incontrato le poesie di Cepollaro in rete o in libreria senza particolari interessi per le questioni di metrica o di poetica. La ragione di ciò è da vedersi nel fatto che questi testi finiscono con il costituire una sorta di storia narrata collettivamente non solo della poesia di Cepollaro, ma anche della cultura dei quindici ultimi anni, e ciò è dovuto, fatti salvi i meriti dei singoli scritti, al fatto che si parla di uno, prima ancora che di un poeta, di uno che non ha mai barato con il proprio tempo. Non barare con il proprio tempo significa prima di ogni cosa accettare un confronto serrato con la realtà anche spiacevole, che non vuole dire rincorrere mode o questioni anche serie di attualità, ma riposizionare continuamente la propria poesia nel confronto con il mondo, cambiandosi anche dolorosamente. Significa stare dentro le contraddizioni storiche sia quando le si affronta di petto sia quando lo sguardo del poeta è rivolto ad altri dilemmi, diciamo quelli che il tempo biologico e personale porta con sé. Naturalmente non barare con il proprio tempo significa anche non essere un uomo del proprio tempo. Mi rendo conto che riferirsi alla qualità storica della poesia di un poeta che apre la sua produzione più recente con un verso che suona “nella storia il bene non ha inizio il bene è altrove” possa sembrare un autogol clamoroso. Mi dichiaro volentieri responsabile dell’autogol perché una delle maniere più serie per affrontare la storia è quella di domandarsi come si possa vivere decentemente, se non bene, qui e ora, domanda che attraversa tutta la poesia di Cepollaro.

Per il resto, sarebbe possibile riassumere il percorso poetico di Cepollaro a partire da due considerazioni opposte anche nella successione cronologica: da un lato Romano Luperini, nella prefazione di Scribeide, parla di una poesia che ha alla base dello sperimentalismo linguistico una linea etica, anche risentita jacoponesca, dall’altro Giulia Niccolai nella recensione ai Versi nuovi parla di una pacata autocritica del passato e di un nuovo atteggiamento senza rabbia. E certamente lo scarto che le parole di Luperini e Niccolai descrivono esiste tutto nel Cepollaro poeta, ma sotto di questo è possibile scorgere un filo più profondo di continuità: che innanzi tutto sarà quella domanda etica che nella sua essenza resta immutata, pur cambiando le categorie poetiche e letterarie in cui si esprime. Più ancora, quell’esigenza, rilevata da Luperini, che parole e cose corrispondano costituisce un arco assolutamente continuo nella poesia di Cepollaro. Anzi le stesse mutazioni stilistiche che caratterizzano i suoi libri trovano una loro unità logica nel tentativo di rispondere a questa esigenza. La lingua eccezionale di Scribeide e di Luna persciente esaurisce le sue possibilità di intervento sul mondo e non può ripetersi, pena un manierismo di se stessi, e allora, come nota Giuliano Mesa, il rischio è quello del silenzio, dell’ammutolimento a cui solo dei versi nuovi potranno ovviare. Ma il riconoscimento dell’esaurirsi di una strada, che pure ha consentito di conseguire alcuni successi, non è affare solo di poetica, ma implica un radicale ripensamento di se stessi. E allora il tono pacato e l’apertura agli altri dei Versi nuovi non sono la rinuncia alla radicalità, ma la faticosa acquisizione di un percorso o meglio di un lavoro in parte ancora da fare. Del resto negli interventi sui primi libri della trilogia Luperini, Martignoni, Guglielmi sottolineano la differenza e la particolarità della lingua e della poetica di Cepollaro e la sua irriducibilità alle pratiche delle avanguardie; d’altro canto è possibile leggere in alcuni interventi, Mesa e Inglese, che analizzano le poesie più recenti da un punto di vista formale elementi di continuità, seppur non appariscenti, con l’esperienza precedente.

Certo il percorso è unitario, ma non mancano gli stacchi e le rotture. Una delle maggiori tra queste è l’annuncio fatto da Cepollaro nella poesia iniziale ed eponima di Versi nuovi del proposito di non scrivere più saggi ovvero di rompere con la tradizione del poeta intellettuale tipica del secondo novecento, soprattutto nell’ambito della poesia sperimentale. A questo proposito Cepollaro si è mantenuto fedele e non solo per un cambio di atteggiamento esistenziale o per una sfiducia nella strumentazione teorica disponibile, ma anche per una riflessione rigorosa a tutto campo sull’esaurirsi di certe forme della civiltà letteraria, di cui pure Cepollaro ha fatto parte soprattutto attraverso la rivista Baldus. Ma la riflessione sull’esperienza poetica e la sua posizione nella società non è mai venuta meno ed ha anzi trovato nuove forme, quelle oggi offerte innanzi tutto dalla rete: si può dire che il blog e le iniziative di editoria elettronica, come nota Lello Voce, costituiscono un modo nuovo e più fattivo di intervenire e di riflettere. In fondo Cepollaro ha rinunciato a servirsi della forma-saggio, e dunque anche di tutta una serie di impliciti atteggiamenti ideologici e ritualità letterarie, nell’interpretare la cultura contemporanea, ma non ha mai rinunciato ad intervenire su quella.
Cambiano le forme, ma non un impegno etico che trova le sue ragioni in una pratica.

 

Giorgio Mascitelli

Milano, 2005

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