Parola ai Poeti: Mario Fresa

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

La poesia, fortunatamente, gode di un’ottima salute, nonostante la presenza dei critici e, soprattutto, dei poeti. Questi ultimi, invece, in quanto momentanei Accidenti, sopravvivono ai colpi della fortuna: molto spesso sono colpevolmente ignorati o dimenticati; altre volte sono, a torto, osannati e sopravvalutati.

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Ho pubblicato il primo libro a 29 anni. Le spese della stampa e della diffusione furono a carico del mio generoso editore, Alfonso Conte della Plectica. Intuii che poteva – forse! – essere il “momento giusto” perché il mio prefatore, Maurizio Cucchi, mi disse: «il libro c’è». Non mi aspettavo molto, per il resto, e per questo sono stato fortunato. Entrai sùbito in contatto con molti altri poeti. Nacquero amicizie, dialoghi, collaborazioni. Nessuna delusione, o quasi: se c’è stata, non riesco a ricordarla.

 

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Lavoro come editor da molti anni. Da autore mi sono trovato a vivere una situazione spesso imbarazzante: e cioè il dover collaborare con editori poco attenti al valore intrinseco del messaggio poetico e, invece, immersi in una prospettiva tristemente commerciale del libro.
L’autore vuole essere seguito, spronato, consigliato. Cosa che non avviene quasi mai nel mondo della piccola e media editoria. Per questo, da editor, seguo il percorso della pubblicazione di ogni libro poetico con la maggiore partecipazione possibile, non lasciando mai l’autore abbandonato a se stesso.

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Non azzardo previsioni perché non sono un indovino. Formulo solo l’augurio che il libro non possa mai essere accantonato.
Internet offre la possibilità di costruire dialoghi immediati e facilitati tra i poeti. Il peggior rischio è dato dalla eccessiva dispersione e, soprattutto, dal fatto che ognuno, potendo pubblicare in rete ciò che vuole, possa sentirsi  automaticamente «poeta».

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Attorno alla poesia si sono costituite varie comunità critiche, dal sapore più o meno mafioso, tendenti all’insofferenza reciproca più che alla cooperazione. Quanto al ruolo della critica, essa dovrebbe giungere alla maturità di uno sguardo più oggettivo, analizzando principalmente, o addirittura solo i testi, senza pensare a chi c’è dietro. Nella maggior parte dei casi, invece, accade il contrario: si recensisce o si commenta questo o quell’altro autore, e non si parte mai – o quasi mai – dal testo.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Ogni autentico poeta crea una sorta di canone a sé stante, confutando tutti gli altri esistenti. Si tratta, naturalmente, di casi rari. I cattivi canoni sono il frutto dell’emulazione. Molti poeti ci cascano: sembrano quasi tutti vedovi di Montale (dell’ultimo, in particolare: cioè il peggiore) e dello sperimentalismo più stolido. Non si dovrebbe scrivere pensando alle scuole o ai canoni. Ci si auto-imprigiona. In ogni caso, se non lo fa il poeta, ci pensa il critico: questi avverte come naturale la propensione alla classificazione e all’incasellamento. Egli s’illude di potere (anzi, di dovere) «ordinare» ciò che accade nel mondo della poesia; ed è per questo che si auto-convince, poi, della propria indispensabilità.

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

Un buon Ministro della Cultura dovrebbe operare di concerto con il Ministro della Pubblica Istruzione, provvedendo a inserire nei programmi scolastici la possibilità di un incontro diretto tra gli alunni e gli scrittori. Utopia pura: i Ministeri in questione, in Italia, sono finiti nelle peggiori mani possibili.

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Andrebbero abolite le cosiddette scuole di scrittura. Idiozie belle e buone, perché è affatto sbagliato il punto di partenza: non si dovrebbe insegnare a scrivere – cosa che già di per sé è una sorta di bestialità – ma si dovrebbe insegnare, o meglio spingere, a leggere. La scuola, come ho già detto prima, potrebbe ancora rivestire un ruolo importantissimo: ma che cosa può fare, oggi, la scuola italiana, abbandonata dal governo e dalle istituzioni, ridotta sul lastrico insieme ai suoi insegnanti?

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Il poeta ama e odia la città. La ama e la vive intensamente, perché non può ammettere l’anacoretismo; e perché ha sempre bisogno di comunicare e di lottare. La odia, perché le istituzioni cittadine si ricordano di lui soltanto quando è morto (e non sempre); da vivo, se ne interessano esclusivamente per il pagamento delle tasse comunali.
Quali comportamenti dovrebbe seguire un poeta? Intanto, come prima ipotesi, potrebbe essere utile e importante non ostentare inutili forme di narcisismo. Cioè, si dovrebbe mostrare a chi legge o a chi ascolta che è importante e necessaria soltanto la scrittura, e non colui che la trasmette.

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

L’ispirazione senza la disciplina non va molto lontano. Di solito, è la lettura stessa ad accendere il processo e la “scintilla” della scrittura.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

La poesia non è mai affermativa o categorica. Perciò non desidera emanare proclami, né diffondere messaggi; e nemmeno costituire leggi. Pone domande: innanzitutto al poeta stesso.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Non lo so. Molte persone che io amo non mi conoscono nemmeno.

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Non so se sia una fortuna vivere di scrittura. Personalmente, immagino che tale prospettiva mi annoierebbe.

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Intanto, spero nella possibilità di un futuro. Già questo non mi pare poco. Quanto alla poesia, dovrebbe essere, forse, più meditata che espressa,  più studiata che scritta. Vi sono troppi poeti – tra l’altro mediocri – e pochi, autentici critici (di solito asserviti ai poteri editoriali, oppure fidi commentatori delle opere dei loro amici e conoscenti). La poesia dovrebbe essere liberata dai poeti ed essere affidata a una costante, infinita lettura silenziosa.

 

 


 

Mario Fresa è nato nel 1973. Vive e scrive a Salerno. Ha esordito come poeta nel 1999 sulle pagine di «Specchio della Stampa», presentato da Maurizio Cucchi.
Successivamente, ha pubblicato testi poetici sulle più prestigiose riviste letterarie, tra le quali «Paragone» (su invito di Cesare Garboli), «Caffè Michelangiolo» e «Nuovi Argomenti». È stato incluso nell’antologia Nuovissima poesia italiana (Mondadori, 2004). Il suo primo libro di poesie, apparso nel 2002, s’intitola Liaison e ha ricevuto il Premio Giusti Opera Prima. Le sue più recenti raccolte poetiche  sono Costellazione urbana (tre poemetti, in «Almanacco dello Specchio», n. 4, 2008) e Luci provvisorie (tre poemetti, su «Nuovi Argomenti», vol. 45, 2009).

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28 Comments

  • Caro Mario, grazie per l’impegno che metti nel sostenere la poesia. Credo che la poesia (l’arte in generale) sia da sostenere con gran forza! Abbiamo a che fare con governanti cialtroni e privi dei senso dello stato che stanno, a mio modo di vedere, facendo a pezzi la nostra società ed, in particolare, annientando la cultura, umilandola (l’ultimo obrobrio, il revisionismo storico sui libri di testo…).
    Anche per questo ti spingo a proseguire con questo tuo importante impegno. Grazie!

    Francesco

  • Caro Mario è molto bella l’intervista. La parola si scalda con rirflessioni vere tra le infinite voci che ti attraversano.
    Non mi stancherò mai di complimentarmi con te.

    Saluti cari per te
    e per la redazione Poesia 2.O

    antonietta gnerre

  • caro Mario, bella questa densa intervista, ricca di stimoli di riflessione e di appassionata adesione. Sono d’accordo sulla maggior parte delle tue posizioni, sopratutto per quanto riguarda l’affermazione “Intanto, come prima ipotesi, potrebbe essere utile e importante non ostentare inutili forme di narcisismo. Cioè, si dovrebbe mostrare a chi legge o a chi ascolta che è importante e necessaria soltanto la scrittura, e non colui che la trasmette”. E’ proprio vero, la scrittura ha una vita a sé, che si nutre della lettura, del ciclo inesauribile dei tempi in cui il testo viene avvicinato, letto, assimilato, elaborato. La fruizione è la cosa più importante. Tutto il corredo della retorica dell’autore, con la sua aura “divina”, le sue pose, le sue presunzioni di eccellenza, di indispensabile figura, di necessaria presenza, lasciamolo al macero. La scrittura, e in questo caso specifico la poesia, sussiste nella sua radice di senso, e come tale germoglia da sola i suoi frutti perenni…

  • @ Francesco e Roberto: grazie del vostro intervento.
    @ Luigi: la “schizofrenia” è parte integrante della scrittura poetica; essa non fa che dar vita agli altri infiniti nostri volti che forse mai conosceremo fino in fondo. Come diceva un ex baritono genovese: «codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.» Un saluto a te e naturalmente al nostro carissimo Sannelli. 🙂

  • Cari amici di Poesia 2.0, sono felice di trovare qui la voce di Mario Fresa, poeta che stimo moltissimo. Sottolineo qui un passaggio che sottoscrivo in toto: “Andrebbero abolite le cosiddette scuole di scrittura. Idiozie belle e buone, perché è affatto sbagliato il punto di partenza: non si dovrebbe insegnare a scrivere – cosa che già di per sé è una sorta di bestialità – ma si dovrebbe insegnare, o meglio spingere, a leggere.” Aggiungerei solo che le case editrici, piccole o medie, dovrebbero osare un po’ di più nell’editing dei testi. Agli scrittori che inviano i testi viene detto un no secco o un sì troppo semplice (non tratto qui l’assenza di risposta che caratterizza semmai le maleducatissime grandi case editrici), forse la scrittura, in particolare quella in versi, si aiuterebbe anche aiutando gli scrittori, che propongono i loro testi, a capire la linea di lavoro da seguire, nel caso ci fosse da migliorare.

  • Contento che l’equivoco si sia risolto in un chiarimento:)
    Vengo a quello che dici. Personalmente non mi hanno mai affascinato più di tanto i reading, presentazioni etc. perché probabilmente sono sempre stato “sfortunato”, nel senso che non mi è mai capitato di avere la possibilità di fare l’esperienza di uno scambio reale in queste situazioni – né da spettatore, né da relatore o moderatore. C’è un limite (almeno per me lo è) interno a queste occasioni di incontro direttamente proporzionale al numero di persone che vi partecipano (e al tipo di persone che vi partecipano, ovviamente). La stessa sensazione mi capita di percepirla anche sul web (in maniera minore poiché sul web è tutto differito, controllabile e parziale non essendoci una presenza reale, del corpo). Ma quello che io vedo come un limite di questo tipo di eventi probabilmente è un mio limite che deriva dalla tendenza all’intimità e all’esclusività delle relazioni – carattere, insomma.

    “Tuttavia, ribadisco che l’interrogazione autenticamente pura e profonda di un testo dovrebbe essere, secondo me, praticata da SOLI, ponendo in discussione innanzi tutto NOI STESSI. Le mediazioni non aiutano quasi mai: sono, spesso, concilianti, ricompositive. Nessuno, infatti, può venirci a spiegare il “senso” degli eventi (e frequentare la poesia, o meglio ESSERNE frequentati, significa, appunto, analizzare il senso segreto di ciò che appare e, soprattutto, di ciò che a noi si nasconde)”.

    sono d’accordo con quanto dici, ma solo a metà. Mi spiego (è una questione che sto affrontando in quest’ultimo periodo e perciò mi interessa particolarmente). È vero: anch’io sento la necessità di affrontare un testo SOLO, di affrontare l’esperienza dell’interrogazione in solitudine (e d’altronde non potrebbe essere altrimenti). Credo, però, che quando si comincia a cercare possibili risposte o parziali soluzioni all’inetrrogazione del testo è necessario uscir fuori dal proprio guscio e dalla propria solitudine per trovare conferme
    “fuori” dall’io, per costruire la realtà. Questo è valido, secondo me, sia per il lettore che per lo scrittore. E la principale causa dell’eccessivo lirismo, dell’ingombranza dell’io etc. non solo in poesia ma in qualunque ambito (il narcisismo è l’isteria del XXI secolo) credo sia proprio il restringimento dell’accesso all’altro (inteso non solo come sogetto, ma anche come altra cosa, altra realtà, altro sapore, altro odore etc.)

    Per quanto riguarda i critici, mi sembra retorico e scontato dirti che sono d’accordo. Quando mi sono posto il problema ho trovato la soluzione nella critica della critica. Che mi ha posto un’altro problema: la lettura. E qui torniamo alle scuole di lettura piuttosto che di scrittura che menzioni nell’intervista. Più che di critici (nell’accezione odierna del termine) personalmente sento la mancanza e dunque la necessità di maestri, punti di riferimento. Parziali, certo, ed imperfetti, però stabili, posizioni da cui far iniziare il proprio percorso che altrimenti sarebbe senza capo e per forza di cose senza coda. Fortunatamente in giro se si cerca per bene c’è un sacco di gente onesta ed essendo poco conosciuta si tende a credere che sia poca numericamente. Credo che sia un importante obiettivo quello di contrapporre alla critica da quarta di copertina mediaticamente imperante la voce unita di tutti coloro che praticano l’onestà a bassi volumi.

    Chiudo con due piccole note e mi schiodo:

    quando dico “carnale” non mi riferisco alla presenza del poeta, ma alla presenza del corpo (che può essere di chiunque). Dunque relazioni reali, concrete che a me personalmente riempiono tantissimo. Mi giovano più due giorni con i miei migliori amici (l’ultima volta che sono venuti a visitarmi siamo stati a discutere fino alle 6 del mattino su Gran Torino e la mitologia contemporanea) che un reading assieme 100 sconosciuti che il più delle volte rimarranno tali o a 20 libri letti in solitudine (ma forse qui sto esagerando 🙂 )

    Su Sannelli: a volte il suo stile è spesso contorto; il suo atteggiamento potrebbe far pensare a un friggitore di aria; molte volte mi è capitato di chiedermi: ma che cazzo dice? Però, incomprensibilmente, alla fine c’è sempre qualcosa che assume una portata incredibile e su cui (almeno fin’ora) mi sono sempre trovato in sintonia, probabilmente perché affronta “temi” che mi sono cari. Altra cosa che apprezzo di Sannelli è la capacità di “recensire” qualcuno attraverso altri 10 nomi o 10 testi o 10 opere – cosa piuttosto rara nelle critiche oggi che sembrano essere state scritte tutte alla stessa maniera, con delle strutture verbali che spesso mi diverto a rintracciare anche in molti commenti in giro sul web: Le frasi fatte della critica le chiamo io 🙂

    Luigi B.

  • Caro Luigi,
    non ci si fraintende mai ABBASTANZA (altrimenti, saremmo tutti più amici…). Scherzo. Cercherò di spiegare un po’ meglio che cosa intendo per “lettura silenziosa”. Personalmente, partecipo sempre con interesse (e con notevole divertimento) ai reading, alle presentazioni di libri, agli incontri di poesia; ritengo preziosi il dialogo, la cooperazione, lo scambio di idee e di materiali. Tuttavia, ribadisco che l’interrogazione autenticamente pura e profonda di un testo dovrebbe essere, secondo me, praticata da SOLI, ponendo in discussione innanzi tutto NOI STESSI. Le mediazioni non aiutano quasi mai: sono, spesso, concilianti, ricompositive. Nessuno, infatti, può venirci a spiegare il “senso” degli eventi (e frequentare la poesia, o meglio ESSERNE frequentati, significa, appunto, analizzare il senso segreto di ciò che appare e, soprattutto, di ciò che a noi si nasconde).

    E i critici, allora? Dovrebbero ricuperare un modo nuovo di affrontare la lettura di un testo: più autonomo,direi; più libero e oggettivo. Sai bene che non esistono più le stroncature. Si ha paura di fare nomi e cognomi. Nessuno ha qualcosa da ridire in merito ai noiosissimi sonetti scopofili della Valduga; nessuno osa criticare le cripto-idiozie poetiche di Cesare Ruffato: come mai? Si tende, quasi sempre, a tessere le lodi dei poeti “laureati” e, quando non piacciono, al massimo si TACE. Si antepone il NOME al TESTO: è un bene, ciò?

    Pochi sono, purtroppo, i critici puri, che non hanno, come si dice, peli sulla lingua: penso a Tiziano Salari, a Giorgio Linguaglossa, a Ennio Abate, a Gio Ferri. Sono casi isolati, però.

    Certo, i più pericolosi non sono i difensori della propria piccola parrocchia, ma coloro che, parlando di poesia, utilizzano la comoda tecnica di friggere l’aria (penso, in questo caso, all’involontaria comicità degli interventi teorici del nostro caro, ineffabile Massimo Sannelli, che nel campo esegetico si è dimostato un indiscusso maestro dell’aria fritta).

    Essere evanescenti “friggitori” è imperdonabile, più ancora, forse, che militare come penne di “regime”.

    Insomma: i critici siano onesti, cioè ferocemente CHIARI e DIRETTI; ma non credano di essere indispensabili; i poeti, dal canto loro, la smettano di sentirsi legati alla necessità di un PUBBLICO. D’altronde, si può comunicare agli altri soltanto una piccola parte di ciò che avvertiamo poeticamente; e, inoltre, la presenza “fisica” (o, come dici tu, “carnale”) del poeta non dovrebbe mai, davvero, essere importante; poiché dovrebbe interessare esclusivamente ciò che lo ha attraversato.
    Non è certo la sua persona, o la sua piccola vita personale, a destare la nostra inesauribile attenzione: ma solo ciò che la poesia gli ha suggerito.

    Un caro saluto.
    Mario

  • Caro Mario, condivido le tue riflessioni appieno: facciamo in modo che la poesia ritorni ad essere un’occasione di domanda sul significato di sé e delle cose. Che possa, la poesia, ancora portare in braccio quell’urlo che ci definisce e ci orienta, sempre, indipendentemente dalle leggi di potere e di mercato.fi

  • Mario, credo di essermi espresso male e, dunque, di essere stato frainteso. Se fosse stato un attacco diretto non avrei avuto alcun problema a renderlo esplicito, te lo assicuro.
    Quando dico “l’eroismo è l’altra faccia della codardia” voglio dire che spesso ci sembrano eroici quei pensieri solo perché i nostri sono codardi. Parlo in prima persona, ora, per evitare di essere frainteso nuovmente: spesso mi chiedo se l’ “eroismo” di un pensiero non mi appaia tale per la codardia dei miei, se l’altro non sia un eroe solo nella misura in cui mi manca il coraggio per fare la stesas cosa. In altre parole: un poeta onesto (come un politico onesto o un uomo onesto) mi sembra che faccia il suo dovere. E svolgere il proprio dovere non ha nulla di eccezionale o eroico. Però siccome sono sempre più scarsi i poeti, i politici e gli uomini onesti, allora ci sembra tanto straordinario da diventare eroico. Insomma, se vuoi rischia di essere un complimento 😀
    La lettura carnale e ad alta voce in compagnia non è un reading, però non avendolo espresso bene non si capisce. Se io sono in un bar o a cena a casa mia o di amici e invece di parlare di stronzate si leggono versi con spirito di condivisione, ciascuno si sente coinvolto e sempre con spirito di condivisione si costrisce un destino comune, un senso. Un reading spesso risulta noioso, intellettualoide, passivo, dove si gioca a fare i borghesi (che non siamo più) che giocano a fare gli aristocratici (che non siamo mai stati). Ovviamente ci sono reading molto interessanti, e “interattivi”, ma spesso la difficoltà viene proprio dal tipo di poesia che si propone, che non permette una esperienza “orale” visto che anche se la si legge in silenzio e da soli la si capisce (forse) dopo tre giorni.
    Spero di essermi spiegato meglio 🙂

    Abbracci
    Luigi B.

  • Ringrazio gli amici intervenuti e, naturalmente, la Redazione di “Poesia 2.0” che mi ha ospitato. Per rispondere a Luigi: credo che l’autentica onestà debba essere fondata sulla chiarezza e sulla coerenza delle idee e sulla trasparenza nell’esporle e nel comunicarle. Hai ragione quando dici che l’eroismo è l’altra faccia della codardia. Hai ragione soprattutto quando, appunto, come si dice, scagli la pietra e nascondi la mano. Non si può, infatti, desiderare una lettura della poesia “carnale”, “ad alta voce” e “in compagnia” se, poi, contemporaneamente, “non si apprezzano molto” i reading; non si possono ritenere “assurdi” i discorsi sulle piccole comunità mafiose se poi confessi di essere il primo a lamentartene; non puoi sostenere che ciò che scrivi non sia un attacco “ad hominem”, se poi, a conti fatti, lo è; in questo modo, temo proprio che si continui a dare linfa a quell’atteggiamento cerchiobottistico che, com’è noto, è lo sport principale dei nostri cari connazionali. E allora sì, concordo: siamo proprio messi male!

    Saluti cari a tutti,
    Mario

  • Anche io ho molto apprezzato l’intervista di Mario. Condivido tutto tranne l’invito alla lettura silenziosa. Non ricordo esattamente chi lo disse o dove lo lessi: la letteratura non la fanno i libri ma i discorsi sui libri. E sono completamente d’accordo con questo. Se poi parliamo di poesia, a maggior ragione propendo per una lettura ad alta voce e possibilmente in compagnia. Con questo non sto giustificando la ricerca di esposizione mediatica di certe pratiche come i reading, per esempio, che personalmente non apprezzo molto.
    Insomma, bisognerebbe riportare “carnalmente” un po’ di poesia tra gli uomini (e non in TV dove molti poeti si lamentano di non essere più).
    Detto questo, approfitto per dire un’altra cosa: penso sempre a quanto siamo messi male (in generale, non in poesia) ogni volta che l’onestà di un pensiero si trasforma in eroismo. Non me ne voglia Mario – non è ovviamente un attacco ad hominem – però bisognerebbe cominciare a vedere l’eroismo come l’altra faccia della codardia (io, almeno, cerco di fare sempre così). In questo modo si rischia addirittura di smettere di aspettare l’arrivo di qualcuno che ci salvi (in poesia come in politica o nella vita in generale) per cominciare a salvarci da soli e soprattutto assieme.
    In questo senso spesso mi sembrano assurdi anche i discorsi sulle comunelle mafiose di cui io per primo mi lamento: sono come quelle interviste del TG3 dove i passanti dicono tutti che la TV fa cagare e poi il GF fa sempre l’audience più alta. Insomma, se i critici autoincensati continuano ad esistere è perché non solo qualcuno li pubblica, ma anche perché c’è chi li legge, va ad ascoltarli nei teatri e compra i libri che recensiscono senza nemmeno averli letti.
    Ma la questione è tutta lì: come dice Mario, più che corsi di scrittura, educare alla lettura.

    Un saluto a tutti
    Luigi B.

  • Risposte coraggiose, quelle di Mario Fresa, in alcuni casi fuori schema, inattese. Sempre e comunque, e non è poco, sincere. Di quella sincerità di per sé poetica: ossia disposta anche a rinunciare ai dettami assoluti della ragione pur di dire e di dirci che è possibile credere nella speranza. Nonostante tutto: e Mario è ben conscio di tutto ciò che non funziona. Eppure, ed è ciò che merita di essere riconosciuto ed apprezzato, il suo atteggiamento, la sua capacità di dialogo, il suo credere in modo autentico nel valore della parola, permettono il mirabile passaggo dalla teoria alla pratica. Ossia, nella sua attività di poeta, e in quella di editore, Mario Fresa, tenacemente, continua a cercare spazi di espressione genuini, non condizionati da ciò che ha poco a che fare con la scrittura ed il suo valore. Sempre ad occhi aperti, e a mente lucida. Ma anche senza rinunciare al dovere e al piacere di guardare oltre. Non è poco. Lo confermo volentieri.
    Un saluto a Mario e a Poesia 2.0.
    Ivano Mugnaini

  • La poesia per la sua brevità, il suo ritmo, il suo suono, e soprattutto per il suo invocare alla lettura, a dare vita a ciò che fino ad allora era silente, lettera muta in attesa, lettre en souffrance, impegna all’ascolto più di ogni altra forma di scrittura.
    Ho potuto leggere poesie solo dopo aver imparato a leggere e a dare voce alle lettere iscritte nel mio corpo.
    Come insegnante e psicanalista lavoro con le lettere affinché continuino a risuonare nei corpi e si prenda atto che il linguaggio è non solo fatto per comunicare…

  • “La poesia dovrebbe essere liberata dai poeti ed essere affidata a una costante, infinita lettura silenziosa”.
    Riporto uno dei tanti pensieri condivisi, ringraziandoti per gli spunti di riflessione che lasci in questa approfondia e ricca intervista.

  • Carissimo , sai bene come seguo il tuo cammino poetico e le tue pregevoli attitudini editoriali e non posso che condividere ogni frase di questa tua brillante intervista ! L’editoria contemproranea propone diversi aspetti della attuale poesia , ma se la grande editoria si limita a presentare nomi che nulla hanno a che fare con la ricerca poetica di valore, fortunatamente la piccola editoria è capace ed è stata capace di scovare autori di notevole spessore, e ciò rende interessante alcuni percorsi. Le grandi case editrici assoldano feroci e tremebondi critici per titoli altisonanti e assolutamente vacui, nel mentre le case editrici di piccolo cabotaggio stagliano fantastiche proposte con progetti coraggiosi. Siamo però alle solite : la distribuzione gioca a favore assoluto delle grandi editrici !
    Aspetto i tuoi testi e ti auguro sempre il meritato successo.
    Antonio Spagnuolo

  • Seguo Mario Fresa da tempo nel suo incisivo cammino poetico e critico e devo constatare che questa intervista dà una resa chiara del suo reale spessore intellettuale ed umano. Sono d’accordo con te caro Mario: i poeti veri troppo spesso vengono colpevolmente ignorati o dimenticati. Anche le consorterie letterarie con la propria riserva di privilegi e scambi, non agevolano la diffusione e valorizzazione delle idee migliori. Ma per fortuna ci sono persone oneste che come te lavorano e agiscono soltanto per amore, Amore Puro per la parola da strappare ai vandalici saccheggi di un’umanità sempre più distratta e alienata. E per rendere sanabile l’attuale sistema è opportuno e necessario che tutti noi restiamo uniti lottando per il riscatto delle idee dalla dominazione dell’opaco e dell’ischemìa creativa. Sarebbe bello rimpiazzare i tanti “baroni della poesia” con altrettanti autori validi che poco appaiono ma tanto contributo e ricchezza donano alla scrittura. Sarebbe bello anche se gli editori ricucissero la spaccatura tra ragioni culturali e motivi economici. Scusami se mi sono inutilmente dilungata, ma le tue riflessioni, assolutamente condivisibili, hanno innescato collateralmente le mie. Un saluto caro e cose sempre migliori

  • Caro Mario, complimenti per l’ottima intervista.
    Mi trovo completamente d’accordo con te sull’idea che la poesia dovrebbe essere liberata dall’egocentrismo dei poeti e affidata a una lettura silenziosa, che poi è lo stesso tipo di fruizione che appassiona il lettore attento alla poesia di autori che non ha avuto la fortuna (o la sfortuna) di conoscere di persona. Impossibile darti torto anche sulla tensione venale dell’editoria o della politica culturale. Sono dati di fatto che circoscrivono il raggio d’azione della poesia a pochi metri quadrati, ma che per ossimoro forniscono anche input creativi, visto che il terreno accidentato può – o dovrebbe essere – un incentivo.

  • Caro Mario grazie di avermi segnalato questa tua intervista, che mi sembra interessante. Fare un commento, non saprei da dove cominciare. Ma posso provarci, in effetti dici che la poesia gode di ottima salute, e lo credo anch’io, in particolare l’ Italia trasuda versi, e tra il mare magnum molti sono apprezzabili, sempre di più mi sembra si stia uscendo dalla palude intellettualistica della metà del novecento. Ma la cosa più importante è che mi sembra ci sia (internet lo testimonia) un lavorio intensissimo di ricerca, di desiderio di scrivere qualcosa di notevole, e devo dire che spesso mi è capitato anche di imbattermici. Il motivo per cui si fa poesia è sempre lo stesso per qualsiasi cosa, per avere successo, per contare qualcosa, per riscattare il proprio anonimato che oggi pesa più che mai. Non è un gran motivo, ma questo porta spesso a cambiare, a conoscere, arricchirsi, e a volte anche passare su un altro piano esistenziale.
    L’equivoco quando si parla però del “mondo della poesia” è che si continua a fare finta che esiste una elite culturale che valorizza i risultati, mentre come hai giustamente osservato, si tratta di una serie di piccoli centri di potere che si scontrano l’un l’altro in totale malafede. C’è qualche mosca bianca che ha continuato negli anni, nonostante il clima avverso a fare le cose in cui crede, onestamente, ma se la rete è malata c’è ben poco da fare. Tutti sanno che per riuscire a emergere nel mondo della poesia bisogna comunque avere un qualche potere, molti giovani aprono piccole riviste, costruiscono siti per poter cominciare la scalata a suon di favori di scambio, cercano una collaborazione critica con testate importanti, o partecipano alle cordate già consolidate, ben schierati conto questo o quello. Coloro che riescono ad affermarsi in un qualche modo usano il loro potere solo per incrementarlo, e si guardano bene dalle testimonianze gratuite, dal cercare di valorizzare quello che vale veramente. Questo atteggiamento egoista e immorale, ha portato il mondo della poesia a un totale discredito, innanzitutto tra le testate giornalistiche che per arginare il malcostume hanno sanzionato le recensioni “interessate” pressoché eliminando la critica della poesia. Di conseguenza si è persa credibilità anche col vasto pubblico, che si orienta più che altro sulle mode.
    Questo egoismo diffuso, rende la collettività dei poeti triste e frustrata, senza speranza, rallenta o in certi casi impedisce la ricerca, spinge a preoccuparsi più di cercare favori, a tutti i costi, che intraprendere un dialogo sincero costruttivo con la comunità, spinge a cercare scorciatoie inseguendo le correntucole di moda, sperando di ingraziarsi i favori di questo o quel caporione, o di un pubblico fantasma.
    Per chi vuole scrivere poesia veramente, tutto ciò cambia poco, ma alla lunga rende il mondo invivibile, soffoca la ricerca, la cultura, la civiltà. Conosco molti poeti di straordinario valore che hanno deciso di allontanarsi definitivamente dal mondo della poesia, scrivendo per se (una di queste ritengo sia la maggiore poetessa italiana vivente, ma nonostante le abbia proposto più volte di darmi da fare per il suo lavoro non ha nessuna intenzione di pubblicarlo, perché conosce l’ambiente: come la Dikinson, quando non ci sarà più le prossime generazioni potranno costruirsi sulle sue intuizioni, peccato che tutto debba essere posticipato.) Maurizio Cucchi ha dovuto fare una gran fatica nel convincere Bellintani a dargli centinaia di poesie scritte in quei quarant’anni di auto esilio. Poeti straordinari come Maurizio Marotta (ha esordito sul primo quaderno di Guerini) dopo che si è accorto del clima alla fine ha “chiuso” “sono fuori dalle cose” mi ha detto quando l’ho invitato per una rassegna, quando gli ho chiesto dei testi: “non scrivo più, neanche per caso”. Alcuni potrebbero pensare: se non c’è necessità non era un poeta, ma non è sempre così, spesso il sentimento di rifiuto diventa così forte da creare il bisogno di rimuovere, o di sublimarle in altro. Ma si vive male, la sclerotizzazione della verità impedisce un’autentica ricerca collettiva, impedisce di crescere alla collettività che non è più indirizzata, facendola sprofondare nell’apatia, preda delle più banali mistificazioni.
    Tuttavia sono convinto che abbiamo toccato il fondo, e che alcune coscienze si stano risvegliando, si stanno rendendo conto che se non saremo al più presto in grado di ricostruire una comunità sana, del dialogo, della schiettezza e della verità, per noi non c’è futuro, non solo come poeti, ma come comunità culturale, come Italia, come Mondo.
    Per questo come dici bene, bisogna ridare sacralità alle opere, al di là di tutto, dei clientelismi, delle simpatie, delle convenienze, promuovere solo ciò che riteniamo vero e autentico, criticare là dove c’è da criticare, a fin di bene, perché si torni a creare una coscienza collettiva del valore. Le nuove generazioni che si stanno svegliando, dovranno dare il buon esempio, far capire soprattutto ai vecchi poeti, critici, editori ecc. che non si è più disposti ad accettare un atteggiamento dispotico, falsificante, che regna ormai da trent’anni.

  • Mario, come ormai ci ha abituato da anni, getta uno sguardo critico non solo sulla poesia come fatto artistico, ma anche sul sistema-poesia, alle sue miserie e ai suoi (pochi, purtroppo) splendori. Lo ammiro molto perché, come lui stesso dice augurandomi sempre “buona resistenza”, riesce a trovare stimoli nuovi, ad essere cretivo (ovvero avere fede nella parola poetica) nonostante le difficoltà, che qui nel nostro Sud si amlificano e moltiplicano. Metto in rilievo una sua affermazione: senza disciplina l’ispirazione non va lontano. E’ vero: nella sua consapevolezza c’è molto dello studio del canto (Mario è anche un ottimo cantante lirico), dove prima di affrontare una cavativa facile facile occorrono anni di studio. Se si facesse così anche in poesia penso che i 4/5 dei poeti abbandonerebbe l’impresa dopo il primo mese di studio. Cantare/poetare è difficile, se lo si fa in modo serio. Costa molta fatica…

  • condivido quasi tutto quanto scrive Mario, ma in particolare la sua critica della critica, se così posso dire. Sono d’accordo sul fatto che si debba tenere d’occhio innanzitutto il testo, cercando di capire anche la “intenzione” dell’autore, quali rischi si sia voluto assumere e così via. Mario giustamente sottolinea una non trascurabile complicità tra autori e critici nell’incasellamento e quindi nella scelta di una via facile nello scrivere e nel leggere. Canone al quadrato, in un certo senso.
    un saluto

  • Considero l’ottimismo un atteggiamento fiacco, non privo di propensioni ad un apriorismo volto, necessariamente, al “buono”, mentre ho massima stima per quella fiducia costruttiva capace davvero di far progredire (il discorso, la ricerca scientifica, la poesia, ecc.) e, in generale, di promuovere ogni possibile miglioramento.
    Mi pare che tale fiducia sia ben presente nelle argomentazioni di Mario Fresa.

  • Bellissima intervista davvero, ricca di spunti per approfondite riflessioni, appassionata e al tempo stesso del tutto “raziocinante” (proprio come la poesia dovrebbe essere).
    Grazie, caro Mario e cari amici di Poesia 2.0 per questa importante opportunità. Non mi pare sia affatto facile – in tempi tanto dissipati e disamorati verso tutto ciò che è pensiero, cultura – essere presenti con tanta lucidità e passione congiunte.
    Un augurio e saluto

  • Giro questa intervista alle mie ottime colleghe di italiano, al liceo di Pozzuoli. Si sono inventate una bellissima iniziativa, che, se non sbaglio, avrà anche spazio al prossimo salone del libro di torino; si intitola: “La pagina che non c’era”. Giovani autori “famosi”, letti dagli allievi, li incontrano e discutono della loro opera; poi i ragazzi sono invitati a scrivere una ipotetica pagina mancante, “entrando” nello stile del testo. Anche io insegno, e a volte sono disperata per la terribile condizione in cui versa la scuola italiana; ma ci sono anche cose molto buone che si muovono, proprio nella direzione che indichi. La poesia e la letteratura sono vive; incontrare il testo vivente è un’occasione che va cercata e costruita fuori dagli schemi delle accademie e delle conventicole letterarie. Si può fare.

  • Ottima intervista, come non condividerla? “La poesia dovrebbe essere liberata dai poeti ed essere affidata a una costante, infinita lettura silenziosa.” Aggiungo che troppi cori fastidiosi si confondono, oggi, mescolandosi nella comune omologazione. Un pensiero unico della poesia sta, a mio avviso, appiattendo e regredendo un pensiero che latita da tempo. ecco è tempo di una pausa di riflessione, di riappropriarsi di quel pensiero che è, oggi, solo voce della mediocrità del tempo che viviamo.

  • Ottima intervista, come non condividerla? “La poesia dovrebbe essere liberata dai poeti ed essere affidata a una costante, infinita lettura silenziosa.” Aggiungo che troppi cori fastidiosi si confondono, oggi, mescolandosi nella comune omologazione. Un pensiero unico della poesia sta, a mio avviso, appiattendo e regredendo un pensiero che latita da tempo. ecco è tempo di una pausa di riflessione, di riappropriarsi di quel pensiero che è voce della mediocrità del tempo che viviamo.

  • Caro Mario, quanto poco la poesia si giova della chiacchiera…
    Di quello che rispondi all’intervistatore mi piace, a tratti, l’accensione dell’insoffereza, lo scatto del rifiuto, l’orgoglio dell’appartenenza non ad una conventicola, ma all’umanità vivente.
    D’accordo su quanto dici sui canoni: al poeta basta un pizzico di novità, se possiede una tradizione. D’accordo su quanto dici sulle scuoe di scrittura: disgustano anche me. D’accordo sulla scuola: è il cuore del paese, viene venduta come una ventresca, una centopelle, come un ultimo taglio.
    Complimenti a te, e a chi, nell’intervista, tenta di metterti il morso, e le briglie.
    eugenio

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