Vicolo Cieco n.11: Psichedelia degli occhi stanchi – Tra poesia e fumetto negli anni ’70 (parte seconda)

 

La poesia non ha relazioni normali, la falsa grandezza del nuovo con cui si è misurato il novecento è la vera debolezza. Il pubblico giudica, sembra una specie di democrazia, ma il pubblico è dirottato dal mercato e il giudizio altro non è che un pensiero preventivamente privatizzato.
Ma la poesia non è un economia simbolica, né una sublimazione della finzione, è un risveglio estetico e non vedere questo credo che sia confinarsi in una pericolosa opacità.
In ogni disegno il volto della cosa è un segno che ce ne restituisce il senso ed ogni segno, così come ogni parola è il tratto del proprio tempo. Il vedere è un’esperienza del significato che si immedia, ecco perchè nel progetto del fumetto si instaura un pluralismo linguistico che tende alla completezza, contribuendo anche a soddisfare un necessario rallentamento dell’ipervisività cinetica contemporanea.
Riprendo da quei 70 di cui ci occupavamo il mese scorso per ritirare i fili di un artista come Andrea Pazienza che, pur in tutte le sue controverse manifestazioni, ha incarnato un linguaggio poetico visivo che ha contribuito a definire un tempo. Penso a una storia come “Proverbi“, pubblicata originariamante per il mensile Alter Alter, che ridiscute in poche tavole la poetica di William Blake riadattandola a delle fantastificazioni generazionali con pochi precedenti. Poesia come principio di un educazione politica dal quale gli anni 70 non potevano o non sapevano esimersi, che hanno nelle sfaccettature di Porta i propri luoghi di riflessione e nel transumanar di Pasolini i vagiti direzionali.
La poesia degli anni settanta è nei tanti editoriali di Oreste del Buono su Linus, che cavalca la scena dal ’64 e nell’onirismo delirante di Crepax che, con Valentina prima e Bianca poi, svela un tessuto immaginario complesso, fornendo alla filosofia dei sensi chiavi di lettura nuove.
Devo sentire quello che sto disegnando in qualche modo devo soffrirlo“, dichiara Pazienza in un intervista rilasciata in occasione di una mostra mostra a siena nel 1981, e in questo sentire c’è tutto l’incarnarsi della parola-segno, tutta l’immedesimazione del collettivo della sofferenza che ha scandito la partecipazione di un decennio. “Di me amate il riflesso, quella memoria che sale dalle cose che tocco” è diventato il passaggio testamento di tutta l’opera di Pazienza, un verso che con un immensa forza evocativa ha lasciata intatta l’instabilità dell’opera che è fatta per dissolversi e per rinnovarsi.
Filosofia dei sensi dicevo , filosofia della donozione che diventa esperienza visiva di un io mondano che si intuiva gia perduto nelle cose. L’immaginazione è la lettura di un campo semantico. Se avessimo capito a fondo questa eredità, probabilmente la poesia e il fumetto sarebbero meno marginali in questo panorama desolante.

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