Poernet n.3: Né apocalittici, né integrati: tutti fottuti

 

[Con questo intervento si apre lo spazio di discussione dedicato al rapporto tra letteratura e web. Clicca qui per partecipare al dibattito con una riflessione.]

Lo scorso mercoledì, a Roma, all’interno della meravigliosa cornice della Biblioteca Vallicellianasorry, niente foto: quando ho tirato fuori la macchina fotografica, la responsabile della sala mi ha guardato come se stessi sgozzando suo figlio – ho avuto il piacere e l’onore di partecipare a Letteratronica, una conferenza sulla letteratura ai tempi del web organizzata da Tiziana Colusso (formafluens.net) e Marco Palladini (retididedalus.it).
Conferenza che viene poco dopo l’eBookLab di Rimini e che inserisce – per fortuna e più che dignitosamente! – all’interno del discorso sul digitale la figura dello scrittore accanto a quella dell’editore.

Tutti i numerosi relatori presenti all’evento hanno messo sul tavolo questioni di fondamentale importanza, tutte fra loro differenti e complementari. A cominciare dalla direttrice della biblioteca Maria Concetta Petrollo Pagliarani e il problema di una archiviazione sistematica dei contenuti, fino al direttore de Le Reti di Dedalus Marco Palladini e il profilo degli scrittori e degli agenti culturali del XXI secolo, passando per Tiziana Colusso (Forma Fluens) e Sara Crimi (Quiappuntidalpresente) e il problema della lingua, Paolo Ruffini e l’esperienza della rete e Carlo Infante (Urban Experience)e le scritture mutanti, ciascuno ha contribuito a formulare la impegnativa domanda a cui tutti siamo chiamati a rispondere: come (ci) sta cambiando la letteratura nell’era di internet?

Anch’io, nel mio piccolo, ho cercato di dare un mio contributo e, (non lo nascondo) preda di un lieve imbarazzo, ho provato ad improvvisare un discorso su Avatar, sperando tutto il tempo di non dare l’impressione di aver sbagliato conferenza.
Ho scelto di parlare di Avatar per la stessa ragione che ha spinto gli organizzatori di un convegno sulla letteratronica a scegliere come sede ospitante una biblioteca il cui libro più recente è un manoscritto del ’500: il bisogno di ricordare chi siamo stati per capire cosa diventeremo.

Avatar è una di quelle rare narrazioni contemporanee la cui forza sta nel suo essere in grado di offrire quella mitologia dell’uomo che, per motivi che sarebbe troppo lungo e complesso introdurre qui, è venuta a mancare al mondo – soprattutto occidentale.
Una mitologia fatta non di vuote parole, ma di esperienza. Esperienza di e, dunque, dell’altro, attraverso il corpo: il “ti vedo” pandoriano. (Chi ha visto il film sa a cosa mi sto riferendo, chi non lo ha visto farebbe meglio a provvedere).
Mi sto riferendo alla cara vecchia questione del soggetto: che fine ha fatto?
Quando abbiamo cominciato ad escluderlo dai nostri discorsi? come siamo riusciti a trasformarlo in una istanza talmente tanto implicita da non poter più emergere nemmeno come destinatario delle nostre domande?
Il soggetto: una questione vecchia come il tempo. Il luogo dove, a mio avviso, vanno poste le domande e cercate le risposte, poiché è lì dove si costruisce ciò che esiste: la realtá – reale e/o virtuale, in presenza di un interlocutore.

Non c’è dubbio sul fatto che il web rappresenti il principale responsabile di un cambiamento epocale in atto che, tra le altre cose, investe la letteratura sia nella dimensione che riguarda la sua produzione (la figura e il ruolo dello scrittore, lo “stile”, i contenuti, la forma) sia in quella più strettamente legata al suo consumo (la figura del lettore, i supporti di lettura, gli strumenti critici e le pratiche interpretative).
Questo, però, non giustifica, a mio modo di vedere, il restringimento del campo d’azione e, sopratutto, di riflessione a questioni di stampo programmatico e/o commerciatico* che rischia di renderci tutti fini di un mezzo – cosa di gran lunga peggiore rispetto al concetto di “mezzo come fine”.

Se Carlo Infante leggesse, penserebbe che sono un idiota, perché interpretare il web come un mezzo alla stregua di qualunque altro significa non aver capito nulla del web – o averlo capito a metà. Questo è assolutamente vero, però sono convinto che dietro la complessità e le possibilità del web ci sia qualcosa di ancor più complesso a cui è necessario restituire la priorità.
Ogni volta che si parla di internet, ho sempre l’impressione che si trascurino passaggi importanti, che si cominci a costruire la casa dalla porta. Così, ci si ritrova alla fine impantanati in un discorso che confonde le cause con le conseguenze, da cui si esce con soluzioni “fittizie” e parziali o, comunque, non definitive né strutturali.
Siamo tutti così preoccupati da una supposta quanto discutibile inadeguatezza della letteratura rispetto ai nuovi mezzi di comunicazione che ognuno è distolto dal proprio ruolo di produttore di letteratura: da una parte l’editore, sempre più impegnato da una estenuante ricerca del perfetto equilibrio costi/benefici; dall’altra il letterato, sempre più assorbito dal social network piuttosto che da una buona lettura; in mezzo il lettore, sempre più analfabeta funzionale e sempre meno capace di integrare l’immaginario collettivo con i sempre più scarsi suggerimenti per un mondo possibile provenienti dalla lettura.

Così, ci ritroviamo con una società stupidamente e superficialmente divisa in fazioni pro e contro “letteratura elettronica”, che si battono a colpi di avveniristiche prospettive future e nostalgici odori di carta ingiallita, in cui pare non sia rimasto più nessuno a preoccuparsi del tipo di letteratura necessaria all’evolversi della civiltà, dimentichi del fatto che un brutto saggio, un brutto romanzo o una brutta poesia restano tali anche in formato elettronico.
Per questa ragione mi chiedo: è davvero poi così necessario investire tante energie nella ricerca dell’ipertesto perfetto? nella soluzione tecnologica più originale? O non sarebbe forse il caso di rimettere in carreggiata un treno ormai senza più binari, mettendo in discussione l’attuale ordine delle priorità?

In qualità di lettore appassionato, quasi-scrittore, proto-editore e decisamente di internauta, sento la necessità di indirizzare la riflessione, gli sforzi e possibilmente le azioni verso il superamento della contrapposizione tra tradizione e innovazione in letteratura. Una contrapposizione destinata a modificare esclusivamente il fenotipo della letteratura, il suo modo di manifestarsi agli uomini, mentre si sottovalutano i cambiamenti genetici in atto introdotti dalla storia.
C’è bisogno che tutti cominciamo ad occuparci (e preoccuparci) di proporre e produrre una letteratura che sia capace di costruire una mitologia dentro cui far originare, rigenerare la società a cui apparteniamo.
Una letteratura che porti con sé l’interrogazione che genera l’esperienza,dentro la quale far nascere e costituire un nuovo soggetto, possibilmente migliore o, almeno, diverso rispetto a quello che giace carponi ai nostri piedi, e sul cui cadavere stiamo allegramente saltellando felici di sentirci qualche centimetro più in alto.

Se non saremo capaci di percepire completamente la portata dei cambiamenti in atto, continuando ad impegnarci nel cercare soluzioni alla sterile contrapposizione tradizione/innovazione, come suggerisce Claudio Del Bello in un passaggio del suo intervento, il risultato sarà Né apocalittici, né integrati: tutti fottuti”.

 

*commerciatico= commerciale + mediatico

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11 Comments

  • “Perché ammesso che ciascuno, grazie ad internet e all’alfabetizzazione, sia ogni giorno più capace di raccontarsi, resta il fatto che raccontare sé a se stessi non fonda nulla: c’è bisogno che la comprensione altrui inscriva un significato nella propria arbitrarietà. A questo serve ed è sempre servita la letteratura come l’arte in generale.” Su questo sono completamente d’accordo con te, Luigi. Il mito, e la componente mitica della letteratura, mi sembrano un elemento essenziale della relazione con l’altro che fonda la scrittura; per me il mito, come grande narrazione (e inevitabilmente semplificazione), è un vettore di senso condiviso, senza sfumature negative o positive. Manterrei la Dialettica dell’Illuminismo come una specie di memento mori: Adorno e Horkeimer a ricordarci che il mito, come l’illuminismo, nascono sempre e comunque da una violenza dell’intelletto sulla natura e il reale, costringendo il non omologabile all’astrazione. Però, a parte questo, pensare di poter rinunciare al mito, perché il mito è stato storicamente uno strumento di potere, significa secondo me rinunciare proprio a quell’orizzonte di condivisione di cui parla Luigi. Mi viene in mente Fortini, quando in Extrema Ratio dice che nessun rito può essere distrutto da una rivoluzione, a meno che quest’ultima non diventi, a sua volta, rito: ecco, credo che il mito sia proprio un rito indispensabile alla vita sociale e alla narrazione dei valori condivisi. Per me la letteratura può essere non solo uno spazio di critica e parodia del mito, e dunque un antidoto alle sue declinazioni volute dal potere, ma soprattutto uno spazio in cui il mito esce dalla sclerosi (la sclerosi che legittima le camere a gas) e può evolversi, contaminarsi, aprirsi, reintroducendo l’alterità lì dove era arrivato ad escluderla, e arricchendosi di inedite connessioni e proposte sociali. Una letteratura di pura antitesi al mito significherebbe davvero raccontare soltanto sé a sé stessi; sarebbe una letteratura, tra l’altro, che rischierebbe di diventare mito di sé stessa e della sua oltranzistica negazione: un po’ come Il Manifesto, un giornale che a mio parere sulla pura critica si basa, e che eppure lì, in alto a destra, si aggrappa a un aggettivo niente più che mitico…

  • Caro Seb, la questione è molto pertinente. Però, per come vedo io il mito e lo intendo, esso non è risultato del e non nasce dal simbolo. Piuttosto, è il simbolo che deriva dal mito o, meglio, dalla narrazione del mito. Una narrazione che è particolare, che racconta l’origine e dunque fonda. Dalla comunione del medesimo fondamento, della medesima origine, nasce il simbolo – che è una rappresentazione il cui significato viene condiviso da una comunità e si tramanda.
    Ma da quando Platone nella Repubblica cacciò i Poeti dalla città, la filosofia e dunque la scienza hanno cercato di sostituire il mito nel suo ruolo di fondamento dell’origine. La questione, però, è che mentre una teoria si capisce, ad un mito si crede: questa è la differenza principale ed è ciò che trasforma una rappresentazione in un simbolo; un fatto in un significato. Solo il mito è in grado di giustificare l’arbitrarietà dell’esistenza, spostando l’asse dalla follia al senso.
    Ora, siccome qui si sta prlando di Letteratronica, uno potrebbe chiedersi: ok, ma che cavolo c’azzecca? Io penso che l’esplosione di narrazioni di qualunque tipo attarverso il mezzo del web non è una conseguenza delle possibilità che internet offre; piuttosto è il risultato di una pressione, di una pulsione che col web ha trovato al sua valvola di sfogo. Ognuno di noi ha bisogno di raccontarsi per autodeterminarsi al di fuori o al di là dell’arbitrarietà del proprio esistere per non diventare pazzo (ci sono molti tipi di follia, non solo quella da manicomio). E il fatto che ognuno racconti a modo proprio se stesso è il segno di una perdita di sentimento di comunione che internet potrebbe contribuire a ricreare. Perché ammesso che ciascuno, grazie ad internet e all’alfabetizzazione, sia ogni giorno più capace di raccontarsi, resta il fatto che raccontare sé a se stessi non fonda nulla: c’è bisogno che la comprensione altrui inscriva un significato nella propria arbitrarietà. A questo serve ed è sempre servita la letteratura come l’arte in generale. Cosa che, mi pare, si è completamente dimenticata.
    Luigi B.

  • Caro Sebastiano, poni un bel quesito.

    Mi torna in mente la “percezione nella distrazione” di cui parlò Benjamin, e, in generale, resto dubbioso sulla necessità di far lavorare la propria poesia su una linea di prassi che è la stessa di chi, appunto, impone subdolamente le proprie narrazioni, che hanno sempre e in realtà sono, propriamente, un “fine”. “la maschera è più tenace della realtà”, scriveva Jahn; in un modo che può anche non trovarci allineati; non so, credo che una responsabilità forte d’autore possa tentare di muoversi *anche* su strade diverse, dove l’attenzione richiesta al – e il rispetto portato per – il lettore tenti di coinvolgerlo secondo modalità meno riconoscibili e più incerte circa il proprio statuto – come se la “contrattazione” di senso e di realtà avvenisse – e di fatto avviene – nel momento stesso dell’interazione, e non sia già tutta inclusa, la “realtà”, nell’asserzione dell’autore.

    un caro saluto,

    f.t.

  • Però io aggiungere che non si può capire che cosa sia un mito se non lo si associa a un’immagine, alla visione di un oggetto correlato: e cioè qualcosa sul quale sia caricato il compito di significare: insomma, mi riferisco al simbolo. Il simbolo è un oggetto socialmente condiviso, che non va spiegato, appunto perchè è dotato di significanza condivisa, sociale. Esiste, oggi, un’arte significativamente simbolica in grado di funzionare come canale di passaggio di necessità più profonde, anche se non esplicitamente dichiarate? Probabilmente il cinema. Sono andato a vedere in questi giorni, devo dire per pura curiosità, IL DISCORSO DEL RE. Strano film, vedendolo. Parte, in fondo, come una storiella e via via si carica di un significato che mi è stato difficile da spiegare, malgrado l’estrema elementarità del discorso. Ma mi sono chiesto, a un certo punto: è chiaro che tutti vanno a vedere questo film perchè esso veicola qualcosa, qualcosa che la gente avverte “animalente” come fanno i bambini e che non ha bisogno di spiegarsi razionalmente. Ecco, insomma: la poesia ce l’ha ancora questa capacità di dire animalmente? E qui dobbiamo interrogarci sulla responsabilità della parola e dei poeti. Sebastiano

  • Luigi, ti ringrazio della dritta bibliografica – leggerò il testo di Levi-Strauss appena riesco a scovarlo.
    sul resto, ci capiamo e contemporaneamente non ci capiamo – inserendo un medesimo elemento, evidentemente, in una scala di valori opposta. spero di poterci tornare su con un po’ più di calma e tempo prossimamente, è un discorso che meriterebbe impegno.

    un abbraccio, intanto –

    f.

  • Credo di capire a cosa ti riferisci, Fabio.
    Diciamo che per mito intendo non il self-made-man contemporaneo, né l’eroe holliwoodiano né roba del genere. Per mito intendo quel particolare tipo di narrazione in grado di simbolizzare (e non spiegare o descrivere) l’ “origine” – che è ciò che ci impegna tutti, indipendentemente dal come.
    A mio modo di vedere, non è il mito un dispositivo di potere; lo è il soggetto (lider) o gruppo (lobby/istituzione) che se ne appropria a spese altrui. In questo senso, e per fare un esempio spicciolo, la Genesi non è un dispositivo di potere, la Chiesa lo è – ci tengo a sottolineare che l’unica traccia di religiosità rimastami è (sfortunatamente?) il crocifisso in casa dei miei.
    Il mito, per come la vedo io, è un dispositivo di “comunione”, assolutamente sociale, collettivo. Il mito saremo noi oggi fra 1000 generazioni; il mito è la Storia interiorizzata, la unamuniana intrastoria. Il mito sarà Hitler fra 500mila anni, quando più nessuno sarà capace di associare il suo nome a una specifica faccia, ad un particolare contesto, ad un determinato momento storico e la sua faccia e si installerà nel tessuto socioumano come simbolo del male o della follia etc. L’universale estrapolato dal particolare.
    In questo senso intendo io il mito e credo che potremmo essere d’accordo, visto che affermi di volere una letteratura come ipotesi di realtà, proposta di organizzazione del reale.
    Il problema che tu individui nella “ipostatizzazione delle grandi narrazioni che ci raccontano e che ci raccontiamo, tra una camera a gas e una terra “santa” coronata di missili” sta non in un difetto strutturale del mito, ma nella nostra sempre rinnovata incapacità di crederci. Se ciò che ci raccontiamo resta per noi “fiction”, la narrazione non fonda più nulla e il dire perde il suo punto di contatto con l’agire;entrambe le cose si svuotano e cominciano a rapportarsi in maniera schizofrenica tra loro.
    La profanazione del mito è in atto ormai da almeno un secolo e il risultato mi pare molto poco soddisfacente: nella caduta cerchiamo di aggrapparci a noi stessi, cosa che non fa che accelerarla.
    Ti consiglio – se vuoi e riesci – di leggere un bellissimo pezzo di letteratura antropologica: La efficacia simbolica, di Levi-Strauss. È un breve saggio che studia la cura shamanica nella cultura Cuna di una partoriente malata. In questo saggio Levi Strauss cerca di chiarire perché una diagnosi medica del Fatebenefratelli non sortisce gli effetti di un cretino vestito davvero male che ti saltella intorno dicendo cose incomprensibili:)
    (ti avrei postato un link se avessi trovato un file online…)

    Luigi B.

  • caro Luigi,

    non lo so. riconosco che la questione dei “miti” è cruciale, sempre, nella storia della coscienza – eppure, non vedo in che modo possa esserlo in positivo. forse non ci intendiamo sul termine. il mito è un dispositivo di potere, per come la vedo. l’ultima cosa che vorrei è una letteratura come luogo deputato del mito, e non come quello della profanazione del medesimo, o di una proposta di organizzazione del reale, di ipotesi di realtà che sappiano vertere su vertebre e non sulle ipostatizzazioni delle grandi narrazioni che ci raccontano e che ci raccontiamo, tra una camera a gas e una terra “santa” coronata di missili.

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