Roberto Mussapi: ‘La stoffa dell’ombra e delle cose’

 

La stoffa dell’ombra e delle cose

Roberto Mussapi

2007, 85 p., brossura

Mondadori (collana Lo specchio)

Ancora una volta Roberto Mussapi, ci consegna un libro dove l’urgenza “di indicare quando si è dimenticato”, come dice Bonnefoy (un autore che non a caso qui cito, essendo uno dei suoi poeti preferiti), appare evidente. E’ l’urgenza di indicare la storia infinita delle cose, delle persone di questo mondo, che terribilmente o naturalmente scompaiono, si dileguano, lasciando tracce flebili e dove solo la capacità del poeta, può a noi riportare. Solo il poeta può far ciò, come diceva Luzi; gli storici o gli antropologi o i botanici, giungeranno nelle loro descrizioni solo a un certo punto, poi ci vuole la sensibilità del poeta, per arrivare alle emozioni, alle ansie, allo scorrere del tempo. Ma ci vuole soprattutto un poeta come Roberto Mussapi. Egli narra in prima persona, e diventa il tuffatore di Paestum ma anche l’olivo e la millenaria rosa, la farfalla e l’ippocampo nella guerra di Troia, dove vede trascinare “il corpo di Ettore facendo scempio”, e il guerriero antico. Un narrare il suo dal “di dentro”, vissuto come solo un protagonista può fare e in grado così di restituirci la vera essenza degli uomini, degli animali, delle cose. Anzi, in grado di restituirci la luce, le ombre, la vita. Con lui, come il tocco straordinario di un mago, ricompaiono le vicende terribili e meravigliose che hanno attraversato varie umanità. Un racconto unico il suo, una affabulazione rara nel panorama poetico. Una poesia che tende alla prosa mantenendo tuttavia quella struttura lirica che fin dai tempi del memorabile “Il cimitero dei partigiani”, ci appare come una delle versificazioni poetiche più importanti non solo della poesia nazionale. Si è più volte parlato di mito dicendo di Mussapi, ma si può piuttosto dire che il mito in Mussapi è l’attenzione verso i giorni di una vita, siano essi quelli gloriosi trascorsi da Marco Polo o da uno qualsiasi degli uomini del nostro tempo. Con quella capacità di vedere, che deriva dalla capacità di guardare e di ascoltare. Poi, come un regista cinematografico, le sue parole divengono azione, divengono senso animato, scena visibile. Sentite (da “Samarcanda”): “…la città delle ombre leggendarie,/le sei strade e i sei grandi cancelli, le piazze spalancate, le fontane/ e i quattro piani del Palazzo azzurro/…e i giochi di luce nella seta delle tende…”.

(Recensione apparsa su Mobydick, inserto culturale del quotidiano Liberal)

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