Parola ai Poeti: Francesco Accattoli

 

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Personalmente credo che la poesia in Italia stia bene, anzi, stia molto bene. I nostalgici dei vecchi tempi quando la poesia andava in televisione in prima serata – ed io sono uno di quelli – e vinceva nobel italiani forse dovrebbero riflettere su quanto fosse allora elitario come genere, ma umanamente, non solo letterariamente o mediaticamente. Oggi fioriscono festival, readings, poetry slam e dibattiti, oggi vi sono blog in rete, blog personali e collettivi, vi sono editori on line e concorsi a più non posso. La cosa sconcertante, a mio avviso, è la pesantezza ostentata, l’intellettualismo ostentato. E invece,qualche mese fa, alla presentazione del libro della bravissima poetessa Renata Morresi, è successo l’esatto contrario: ci siamo parlati come persone, parlando di poesia.
I poeti che hanno qualcosa da dire sono quelli che non giocano a fare i poeti, peggio ancora i poeti intellettualoidi, peggio ancora i poeti cosmicamente sfigati. Abbiamo tutti un lavoro, una famiglia o un partner, delle bollette da pagare, un fastidio per la banalità, una sete di cose belle: rovinare tutto con false erudizioni, con ostentazioni diplomatiche – nel senso di diplomi – con interessi meschini a livello di esposizione pubbliche ed editoriali decreta la sconfitta assoluta della sensibilità, e quindi della poesia.

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Il mio primo libro l’ho pubblicato con Stamperia dell’Arancio, oggi non più attiva, una gran bella casa editrice in quanto anche stamperia di libri d’arte. Ho capito che era il momento di pubblicare dalla costanza con cui oramai stavo scrivendo e dalla qualità che mi veniva riconosciuta. La mia esperienza è stata più che positiva: serate, premi, e un’edizione graficamente impeccabile.

 

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Non saprei dirlo, non mi vorrei sostituire al lavoro degli editori, appartengo ad un altro mondo. Credo però che i poeti si siano oramai rassegnati a dover contribuire alle spese e che quindi quello che deve marcare la differenza tra un buon editore ed un mercante di libri sia la sua disponibilità alla promozione e alla distribuzione: avere un rapporto di fiducia con un editore significa lavorare nella stessa direzione, al poeta risulta utile come crescita e diffusione, all’editore come riconoscimento di serietà professionale e competenza letteraria.
Ci sono editori che stimo moltissimo, che appunto non si limitano a consegnare un libretto – alle volte piuttosto squallido – campando sul marchio stampigliato sulla copertina, ma che lavorano settimana dopo settimana per creare occasioni di poesia e di incontro. Per il mio ultimo libro ho scelto subito e senza indugi con chi pubblicare.

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Nello scaffale “dietro i cessi” – come direbbe Villaggio – la poesia già ci sta. Tenuto conto di questo, il web è una risorsa assoluta che non presenta rischi a patto che ci sia qualità tra i redattori della rivista/blog on line: che ci sia onestà e ricerca vera, non un becero aprire le porte ad accoliti e amichetti. La nostra fortuna in Italia è quella di avere tre o quattro ottime realtà da questo punto di vista, con persone preparate alle spalle che sanno andare oltre il mero clientelismo.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Si dice che un bravo allenatore debba per forza aver giocato ad alti livelli. Poi arriva Sacchi, Zaccheroni, Mourinho e Benitez e ci si accorge di colpo che il “mestiere” non passa per forza attraverso l’esperienza diretta, ma dallo studio, dalla genialità e dall’aver deciso da che parte stare, o allenatore o giocatore. Di ottimi giocatori poi ottimi allenatori ce ne sono a bizzeffe, è ovvio, ma a me piace pensare ad una critica che non sia per forza impegnata anche nella scrittura.
Il critico – a mio avviso – deve fare il critico e non il poeta-critico, perché, sempre mutuando esempi dal mondo del pallone, la figura dell’allenatore-giocatore non ha mai riscosso grandi risultati.
La critica oggi deve togliersi dal mondo diretto della poesia e provare ad osservarlo da una certa distanza, sennò succede ciò che vediamo ogni giorno: io scrivo per te e tu scrivi per me, poi ci pubblichiamo nei rispettivo blog o riviste. La figura del critico è troppo importante perché venga banalizzata con dei scritti – alle volte delle veline – a comando. Io personalmente ho smesso di scrivere di libri o poesie altrui proprio per il grande rispetto che nutro nei confronti dei critici.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Classicista fino alla morte, dietro lo sperimentalismo ritengo fortemente che si annidi spesso e volentieri poca fantasia, noia e poco talento. La differenza tra genialità e banalità è assai sottile.

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona Poesia?

Nel nostro Paese prima della letteratura sarebbe opportuno che vengano molte, ma molte altre cose. Stiamo veramente raschiando il fondo, ed è per questo che l’esperienza di “Calpestare l’Oblio” è fondamentale: devono essere i poeti a tracciare una linea di rivincita etica, non devono star lì a piangersi addosso per il proprio orticello. Il Paese – e lo dico da insegnante e scrittore – in questo momento ha bisogno di cose più istituzionali della poesia.

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

La poesia da sempre vive di un egocentrismo autistico dello scrivente. Non si insegna come fare poesia, chi pretende di farlo è un cialtrone; si insegna magari come giocarci, come leggerla, come condividerla, come commentarla appunto. Ma come scrivere dei versi ce lo dice la nostra storia, la nostra esperienza di esseri umani hic et nunc. Che cos’è la cultura poetica? Il contorno fa l’atmosfera, vivere in un Paese eticamente civile aiuterebbe molto più che mille ore di letture sfrenate.

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Ho già risposto alla n°7 e n°8. Il poeta è cittadino ed è uomo del presente: il che significa non dovrebbe ostentare vezzi retrogradi, pose ottocentesche, il che significa la necessità di fare i conti anche con la mediocrità del presente. Molti di noi sono giovani precari, molti di noi conoscono lo squallore e la meschinità di una certa mentalità italica: isolarsi con atteggiamenti divistici o permalosità infantili non fa altro che acuire questa distanza tra l’essere e l’apparire, e la famigerata ricerca della verità propria della poesia di colpo va a farsi benedire.

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

La disciplina aiuta ad ottimizzare il filtro della nostra percezione. L’ispirazione non esiste, lo insegno tutti i giorni a scuola ai miei ragazzi: ciò che noi chiamiamo ispirazione altro non è che l’elaborazione di stimoli forti sulla nostra sensibilità, i quali possono avere anche tempi di latenza piuttosto lunghi. Ecco perché i viaggi, le storie d’amore passionali, i lutti, le nascite e le indignazioni esercitano un ruolo fondamentale per lo scrivente: una vita piatta, meccanica, rischia di lasciare campo ad una scrittura in vitro, tecnicamente perfetta ma priva di umanità.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Ultimamente la mia poesia è rivolta al fuori, al mondo, alla realtà; in passato sono stato molto più autoreferenziale ed egocentrico.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Pensano che sia una cosa bella, ma fondamentalmente estemporanea, che finisca o serva fin tanto che la si legga, poi il mondo e la vita hanno altre priorità.

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Per carità, fortunatissimo di fare un mestiere che con la poesia ha poco a che fare, nonostante insegni lettere. Se avessi tutto il giorno per scrivere, sarei un alienato, un dissociato dalla durezza e della meschinità della vita quotidiana. Di che cosa scriverei?

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Umiltà, coscienza del reale ed educazione: ecco cosa manca alla poesia oggi.
Ho la fortuna di essere marchigiano e di vivere nelle Marche dove, fatte rare eccezioni, tra poeti ci conosciamo tutti e ci stimiamo e proviamo sincero affetto l’uno verso l’altro. Questo è quello che chiede la poesia agli uomini: a che serve scrivere ottimi testi, densi, carichi di valori e di sensibilità e poi essere umanamente scorretti e sentimentalmente meschini?
La società delle lettere non passa per lo sfoggio dell’erudizione, altrimenti saremmo tali e quali a chi compete in auto, soldi, case, potere, puttane. La società delle lettere ha colori accoglienti, sedute confortevoli e spazio per parlare.

 

 


 

Francesco Accattoli nasce ad Ancona nel 1977. Si laurea nel 2003 presso la Facoltà degli studi di Macerata in Lettere Classiche ad indirizzo archeologico. Nello stesso anno è ammesso alla Scuola di Specializzazione per l’Insegnamento Superiore di Macerata che gli consentirà di ottenere nel 2005 l’abilitazione per l’insegnamento delle materie lettararie e del latino nei licei.
Nel 2002 esce per Stamperia dell’Arancio il suo primo libro di poesie e prose “Come acqua che riposa…”, pubblicazione che raccoglie importanti riconoscimenti da parte della critica: nel 2002 viene premiato come terzo classificato nella sezione Giovani al Premio Nazionale di Poesia “Minturnae”, mentre nell’estate del 2003 ottiene la Segnalazione della Giuria del Premio Nazionale di Poesia “Sandro Penna”. Il 18 ottobre 2004 la trasmissione di RADIO 1 “Zapping” conclude la sua diretta con la lettura della poesia “Garda Occidentale”.
Nel giugno del 2003 è uno dei fondatori dei Noa Noa, band elettroacustica che guarda con ammirazione ad artisti come Paolo Benvegnù (e con lui i grandissimi Scisma), Cristina Donà, Marco Parente. Con i Noa Noa, dei quali è voce e chiatarra e parole, ha la possibiltà di esibirsi live in tutta la regione e di accedere, nell’estate del 2005, alla finale del San Giorgio Rock Festival. Terminata l’università, sono frequenti le collaborazioni con testate giornalistiche cartacee (Il Resto del Carlino, L’Urlo) e on line. Nel 2005 vola a Barcellona dove resterà per più di un anno come docente presso il Liceo Scientifico Italiano.
Nel 2007 si classifica terzo al concorso “Pubblica con Noi 2007” consentendogli di pubblicare nel volume antologico del concorso curato da Fara Editore la sua nuova raccolta di versi dal titolo “Un Tramonto Sommario”. Pochi mesi dopo la sua poesia “Passeggiando per il barrio viejo” si classifica al secondo posto del Premio Nazionale di Poesia “Poesia di strada 2007“. Sue poesie sono apparse più volte nel sito La Poesia e Lo Spirito (quiqui), e in Nazione Indiana (qui). Nel maggio 2008 esce una miniantolgia di suoi testi, presi da “Come acqua che riposa…” e “Un tramonto sommario”, più tre inediti, nel sito La Poesia e Lo Spirito (qui). E’ presente nella pubblicazione promossa da Italia Nostra (sezione del Fermano) e curata da Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri “Porta Marina – Viaggio a due nelle Marche dei poeti” (Pequod, Ancona, 2008 ). E’ stato uno dei poeti impegnati nel Laboratorio di Poesia “Poesia di Classe” organizzato da Nie Wiem, progetto che intende portare l’esperienza della poesia nelle scuole superiori delle Marche. Nel 2009 ha affiancato Alessandro Seri  nella Bottega di Scrittura organizzata dal Comune di Jesi e tenuta dal poeta maceratese. Sempre nello stesso anno è stato ospite de “La tela sonora”, trasmissione culturale dell’emittente radiofonica Radio Alma di Bruxelles. Contemporaneamente l’editore e poeta Alessandro Ramberti lo invita a far parte della giuria del premio “Pubblica con Noi 2009″ per la sezione della poesia. Dalla primavera del 2008 sino all’autunno dello stesso anno ha collaborato con l’Associazione culturale Coneriana Cult in qualità di giornalista e di responsabile dell’ufficio stampa. Nel novembre del 2009 vince il Premio Rabelais Edizione Speciale 2009. Nel febbraio del 2010 è inserito nell’antologia “Calpestando l’oblio – Cento poeti contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria repubblicana” con due liriche, “A questa scuola hanno tolto le finestre” e “10 e 25″. Il 23 aprile dello stesso anno è presente  su palco per la presentazione dell’antologia al Teatro Socjale di Piangipane (RA) assieme ai curatori Davide Nota e Fabio Orecchini, a Matteo Fantuzzi, e al vicedirettore de L’Unità Pietro Spataro. Nel maggio del 2010 si classifica al primo posto al concorso ArteM Ex-Tempore – Sezione Poesia, promosso dall’associazione ArteM di Urbino. Attualmente vive ed insegna nella Provincia di Ancona.

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