Alessandro Ghignoli, Della sempre nuova moderna “tradigione”

 

 

 

 

Amarore

Alessandro Ghignoli

2009, brossura

Editore Kolibris (collana Chiara. Poesia italiana contemporanea)

 

 

 

Raccolta poetica davvero originale questo Amarore (Kolibris, Bologna, 2009) del pesarese Alessandro Ghignoli, già autore di diversi libri nonché curatore e traduttore di poeti spagnoli, ispanoamericani e portoghesi.

Da subito a richiamare la nostra attenzione è il titolo dell’opera; alludo al suo effetto straniante e alla forza semantica che suggerisce, vuoi per la singola parola che contiene vuoi per la nutrita serie di nessi polisemici cui rinvia. “Amarore”, infatti, è vocabolo raro che l’autore prende a prestito dalla tradizione letteraria italiana delle origini in quanto già largamente attestato nella scuola siciliana (si veda, per esempio, l’occorrenza che ha in Iacopo da Lentini). Esso, pertanto, si configura come vera e propria parola-chiave della raccolta, ma possiamo leggerlo – in qualità di tropo – anche come un composto aplologico (ovvero parola-macedonia o portmanteau word), in quanto risultato della sincrasi di due parole di diverso significato: in quanto tale, esso richiama, per mezzo della suffissazione, tutta una serie di vocaboli del tipo, per esempio, “amore”, “dolore”, “ore”, “amaro” (e gli affini lessemi di “amarezza”, “amaritudine”, “inamarimento”) e perché non anche le sillabe iniziali di “Amendolara”, cognome dell’amico e poeta estinto cui è dedicato il corpo centrale del libro?

Prima di entrare nel vivo dell’opera però, va subito detto che la scelta di una titolazione che non disattende – come vedremo – parte del livello espressivo del libro né delegittima la tematica, non deve intendersi sic et simpliciter operazione edonistica e compiaciuta; essa risponde ad una precisa motivazione che ottimamente ha evidenziato Chiara De Luca, nel risvolto di copertina, quando scrive che si tratta «piuttosto di una quasi ironica e disincantata presa di distanza dalla lingua poetica nel momento in cui si cerca di piegarla alle esigenze della propria intenzione espressiva»; presa di distanza che – aggiungo – nemmeno significa, come potremmo essere indotti a interpretare, allontanamento dalla modernità, ripiegamento anacronistico verso la mera tradizione, ma piuttosto sua ripresa e rinnovamento (di qui pure l’epigrafe al libro: «alla sempre nuova moderna tradizione»).

L’opera, pertanto, essenzialmente lirica e legata alla funzione emotiva vissuta dal privato dell’autore, è altresì lettura – collocata in una dimensione universale – dei perenni temi del dolore e dell’amore, della vita e della morte, scandagliati però attraverso la finzione del viaggio di cui Ghignoli – scrive ancora la prefatrice – è «un Wanderer, non soltanto di territori geografici ed estensioni cronologiche, bensì anche degli spazi invisibili e sempre sorprendenti dell’anima».

Strutturata in tre parti, la raccolta si apre con Predicamento di me. Tale sezione si articola in dieci “descrizioni” che possiamo leggere come un diario privato dell’uomo Alessandro, diviso tra Italia e la Spagna (è bene ricordare che il poeta insegna all’Università di Malaga) quando dice: «io pesarese toscano senza più neutri / latini di presente in iberico stare». Un diario lirico in cui Ghignoli sottopone se stesso al vaglio o piuttosto a un bilancio, superata la soglia dei quarant’anni, della propria esistenza e della propria acquisita “reputazione” – vocabolo, d’altronde, cui rinvia propria l’antica voce “predicamento” – che non risparmia i dubbi («un incerto me»), le ansie («condotto sono sul fianco / sulla caduta chino al probabile / al cercare verso di una casa il paese»), la constatazione del fluire del tempo («penso così duramente al peso / dei passi dentro le distanze», «anche la vita nel vivere si disnoda») e finanche l’utilitas della propria attività lavorativa, impegnato qual è il nostro a «dar parola / alle parole occulte», ad andare «dietro alle parole» e «cercare / per interprete di ragione nella lingua / una porzione mi corrisponda».

Segue la sezione Tristitia in cui il raggio emotivo del poeta penetra e quasi squarcia il muro di silenzio che avvolge il suo dolore, il suo “amarore”: sono le toccanti, commosse lasse in memoria dell’amico Marco Amendolara che occupano la parte centrale dell’opera. Volutamente, uso il termine “lasse” (quali strofe tipiche della poesia epica medievale), vista l’adozione di un lessico sorprendentemente medievale e ricco di echi poetici illustri; penso ad «alma», «core», «dì», «avvegna», al latineggiante «tristizia» (su cui pure ritorneremo), al provenzale «amistà». Prendiamo, per esempio, il termine “amistà” che, non a caso, incontriamo al primo verso (in clausola) del testo 1, appena preceduto dall’aulico «core» (parola anche questa già richiamata in epigrafe); si tratta di un vocabolo (anche esso, peraltro, aplologico in quanto rinvia bisemicamente ai lemmi “amicizia” ed “onestà”) assai caro alla poesia trobadorica e all’età cortese, quasi il poeta, in nome di quella tradizione rinnovata di cui si diceva, volesse invitarci a ripercorrere, e perché non anche a recuperare, eticamente, il senso e gli ideali improntati a codici comportamentali di gentilezza, stima ed onestà di un periodo culturale esemplare da cui ha tanto da apprendere il nostro tempo. È chiaro, dunque, che la suggestione di tali arcaismi rifletta un intimo appello del poeta alla unicità, quasi epica, dei grandi sentimenti umani che hanno ispirato, quivi, il suo incontro con il poeta Marco e il senso di colpa di non avere «saputo leggere» «il gesto la volontade dell’atto / preparato dal tempo dentro» se ora gli fa dettare versi di lanceolato dolore («non so se so farcela / a rinunciare al desistere dell’esistere») che si traducono in accorata invocazione ad un impossibile contatto: «se sei qui stringimi il braccio per favore / ché se ti avessi saputo leggere / se avessi saputo avere ancora un allora». Ecco, dunque, la poesia farsi inno – inno all’amicizia, quando tale essa è e, dunque, genuina, autentica, “antica” – farsi riflessione sulla morte, sulla fugacità della vita, come appare evocata nel suggestivo ed «oratorio» endecasillabo «nel poco tempo nostro di quest’ora». Di qui, la “tristitia” che accompagna il lutto, il dolore incolmabile che – primitivo qual è da sempre – non abbisogna di nuove, moderne formulazioni, sembra suggerirci il nostro; “tristizia” che ho sentito forte la tentazione di associare (su suggerimento dei testi teologici medievali) al vocabolo altrettanto pregnante di accidia che Ghignoli, ottimo conoscitore di quella cultura (e di Dante, dunque, per il quale richiamo il canto VII dell’Inferno e l’egregio commento di Sapegno), deve avere avuto ben chiaro; infatti, non sorprende che a permeare questa parte del libro sia proprio uno stato di indolenza, un temperamento malinconico dovuto all’jniuria subìta – nella fattispecie, la morte dell’amico. Tuttavia, questa indolenza non tragga in inganno; il tema della morte, infatti (e lo si vedrà nell’ultima parte dell’opera), dispiega il canto non già verso l’elegia o la lamentazione fine a se stessa, come ci aspetteremmo, bensì verso l’appassionata orazione funebre, verso una predicazione che voglia accendere, invitare l’uditorio dell’anima a riscoprire, a recuperare i grandi, imperituri sentimenti umani (l’amore per il prossimo, l’amicizia, l’umano consorzio, il sapere ascoltare). Sicché, da questo amarore, solo apparentemente senza via di uscite, sembra dirci il poeta, si può ripartire («di viaggio si tratta alla resa dei conti»), si può ricavare «un vantaggio ora / nell’ora che pianamente ricovero al ricordo / al rimpianto al poco mio aver dato» affinché «l’aver mancato all’appello al grido» non resti tale, ma lasci il segno e promuova l’evento di una non più «finta fintata rivolta».

Di qui, la terza e ultima sezione dell’opera il titolo dei cui testi è emblematicamente “eventi” (etimologicamente, dal latino “venire fuori”) come se il poeta avvertisse l’esigenza di uscire da questo stato dell’animo, da questa “tristizia” che «innonda lo meo penare». Si spiega così la sua collocazione dopo il doloroso canto in memoria del poeta salernitano e anche la puntuale frequenza del vocabolo “evento” in ognuno dei 17 testi di cui è composta questa parte del libro. Sono inoltre dell’opinione che tale “capitolo” riassuma, come in una sintesi, tutti i testi precedenti; da una parte, infatti, riprende il diario di Predicamento di me, dall’altra, accentua il tema del dolore di Tristizia in una prospettiva non più solo privata, ma allargata allo spirito dei tempi; tempi che – beninteso – non sono solo i nostri («questo ieri / d’un oggi») se «i perseguitati / sono nell’èra di quest’ora / li stessi di sempre / persone del non avere». Anima, infatti, queste poesie, gravate di amaritudine (che è peraltro anche il titolo della sezione), una forte tensione etica che si traduce nel piglio civico e rabbioso con cui il poeta scaglia i suoi strali contro l’immarcescibile «dominio di potere sempre pronto / al denaro», contro «tirannie e latronie», contro «scherani» e «usurieri», contro le «parlatorie» e i facili «proclami / detti digeriti», contro «il ciarlar alto della gramatica», il manducare parole e retorica di quanti, «saltimbanchi e buffoni», «s’incoronano / con gli allori dei successi / coi raccomandamenti delle norme». Tuttavia, l’atteggiamento del poeta non è di mera rassegnazione. Il dolore della perdita esige un riscatto perché non sia stato inane quel “sapore amaro” e non lasci «nell’utile inutile lutto del tacere». Possibile è un appiglio di salvezza – è l’augurio del nostro – per “venire fuori” dal «gran male di vili omini e donne / di stesso animo quando il dominio entra / tra la pelle»; tale appiglio, «per non vivere ucciso», per non disporsi «al balbettio» del «dire», è da cercare proprio nell’etica dell’amicizia, dell’onestà, del corretto agire umano asservito al «sommo bene», a «un diagonale dialogo […] aperto a catena» che possa risvegliare «la fiumana umana della gente […] da tanta mattanza / da tanta tradigione di recuperare il maltolto / in un colpo d’orgoglio di baldanza», se «nell’evento nell’ire / pensando in una apertura in una formula / forse è la sorte».

Coerente con la tematica è nondimeno il livello espressivo della raccolta, come talora abbiamo già avuto modo di evidenziare. Si tratta indubbiamente di una poesia di rigoroso impianto che presuppone, da parte del lettore, il possesso di una conoscenza adeguata sia della nostra tradizione letteraria sia degli esiti più recenti della poesia moderna. Straordinaria è, per esempio, la capacità del poeta di recuperare sintagmi aulici duo-trecenteschi («li atti desdegnosi e feri»), vocaboli di chiara ascendenza latina ovvero volgare («volontade», «pietade», «iustitia», «cittade», «andari», «balbutire», «stromenti», «essaminazione»), tuttavia, intrecciati, con sorprendenti effetti di straniamento, a lemmi invece contemporanei e di uso settoriale («diagonale dialogo», «competenza grafemica», «lessicultura» – anche questo, come «amarore», una portmanteau word). Diffusa la presenza di preposizioni articolate in forma anticata («ne la pena», «de la provincia»), espressioni del linguaggio ludico («conciòsiacosache») o comico-realistico («non mi resta che a tutta carriera / a fiaccacollo in capitombolo / alla scapestrata maniera di me» o «dittamondo in giro in tondo») che proiettano il discorso verso il parodico ed il sermo cotidianus. Non mancano poi tropi stilistici e retorici di varia natura quali: assonanze (sapello/esso, europa/osa/guardaroba/parola), semiassonanze (maltolto/colpo), sintagmi paronomastici (pantomima/prima della rima), poliptoti (parlare/parole, «intelligenza dell’intelletto»), epanalessi («in continuo stare in continuo», «poco a poco a poco»), apocopi («piangeano»), anafore (a volte/a volte, sfuggendo/sfuggendo), prostesi («isfogar», «inimico») e allitterazioni («viventi vissuti», «poi applausi a più mani / a più non posso»). Interessante è l’orchestrazione delle rime dalla semantica pregnante (martirio/arbitrio), sia interne (rabbia/gabbia, aceto/alfabeto) e in posizione ravvicinata (giorno/intorno, dettato/passato), sia derivative (dire/ridire, utile/inutile) ed inclusive (fiumana/umana, immondo/mondo). Infine, aspetto altrettanto importante è la rigorosa abolizione della punteggiatura, mero indizio, da una parte, di una “estremizzazione” della forma che rende appieno l’immediatezza delle emozioni, dall’altra, di un discorso ininterrotto che traduce l’appassionato sfogo dell’anima, il flusso dei pensieri dell’autore; discorso ininterrotto che, a livello di genere letterario, può aiutarci anche a leggere l’opera nel suo insieme, come un poemetto in tre movimenti. Sono consapevole che evocare il flusso dei pensieri, la soppressione della punteggiatura, la propensione di Ghignoli per un – pur presente – periodare ellittico può richiamare alla memoria, sebbene in un contesto extranarrativo, la modalità stilistica del flusso di coscienza; tuttavia sono però più propenso a parlare di monologo interiore, considerato il criterio con cui il poeta organizza la propria visio mundi in un discorso introspettivo sintonico a una rappresentazione dei pensieri tutt’altro che libera, caotica e contraddittoria; ne è una dimostrazione, se vogliamo, proprio la sintassi che appare solo moderatamente irregolare e franta nonché l’inclinazione del nostro per una unità logica interna al verso piuttosto che ad un periodare più ampio che sfrutti tutta la potenzialità dell’enjambement (vero e propria figura retorica privilegiata dallo stream of consciousness quando disunisce, per esempio, termini tra loro strettamente collegati).

Insomma, espedienti, tutti questi, che fanno della raccolta un’opera di sicuro interesse, niente affatto anacronistica o «rettorica», anzi extra canonem, modernissima e originale.

(di Daniele Santoro)

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