D’Elia: la poesia per cercare

 

 

 

 

Trentennio

Gianni D’Elia

2010, 326 p., brossura

Editore Einaudi (collana Collezione di poesia)

 

 

 

Eppure, noi avevamo un sogno…». Potrebbe essere questo l’incipit migliore di una lunga storia d’amore per un mondo diverso che si è incagliata strada facendo, ha avuto i suoi sprazzi di speranza e poi però ha vissuto le amarezze della sconfitta. Gianni D’Elia è poeta civile di tempra forte, quasi un combattente del verso, uno che piace tanto a Pietro Ingrao per quella sua capacità di cogliere le impercettibili metamorfosi dell’uomo che non si ferma. È un intellettuale che ha attraversato gli ultimi trent’anni inseguendo una città che finora, purtroppo, non ha ancora trovato: un ostinato cercare che ha segnato la lunga battaglia di una generazione che voleva cambiare il mondo e spesso dal mondo è stata cambiata. Non a caso l’auto-antologia si intitola proprio Trentennio (Einaudi, euro 16,50) ed è il racconto di un viaggio dentro la forza dell’utopia e contro l’apatia del presente. Il libro, quasi a indicare questa traiettoria, si apre con un inedito dedicato a Franco Fortini nel quale si descrive la sera «mai come ora vicina alla notte / e avara di luce», una «dolorosa fatica del giorno / che dietro la collina scompare / con la sua rossa promessa». Da Chi non va a Bassa stagione passando per il Congedo della vecchia Olivetti e Sulla riva dell’epoca la poesia di D’Elia è tensione verso la comunità, verso quel senso di appartenenza che è la cifra della nuova umanità. C’è in questa testarda volontà di non arrendersi un legame forte con Pier Paolo Pasolini, l’intellettuale che più di altri aveva visto – allora quasi incompreso – le prime crepe del mondo luccicante nel quale siamo caduti, noi tutti: la sinistra che cercava legittimazione e quelli che si sono persi travolti dall’apparenza. È forse proprio per questo legame sentimentale con il poeta delle Ceneri di Gramsci che D’Elia negli ultimi anni ha costruito una sorta di «romanzo delle stragi», scavando nell’ossessione pasoliniana. Denunciando come tutto sia finito coperto dal Petrolio, da un liquido che si è depositato sulle ali di chi voleva vedere fuori, capire, alzare la testa. È il capitolo più inquietante della storia d’Italia che resta avvolto nel segreto e nelle ombre del Palazzo. È Pasolini, per D’Elia, il poeta che cerca «tutta la più viva verità / trascritta ragione in santità». E ancora avanti, più avanti fino a dire che la «strage di Bologna è fondativa / di un tempo di menzogna e di vergogna / se verità e giustizia più non conta». Siamo già entrati, qualche anno dopo la morte di Pasolini, nell’epoca della «bassa stagione di scena» dove «ci stanno avvelenando lentamente / da decenni per la fretta di incassare». Siamo nel mondo dominato dal prodotto interno lordo di cui scrive, con altrettanto coraggio, Andrea Zanzotto: il consumismo sfrenato, l’uomo ridotto a numero o al pin della carta di credito. È oggi. Sì, c’è amarezza in questo libro. C’è la delusione di chi ha provato a «fare la rivoluzione» e si ritrova per le mani polvere di passato. Chi ha creduto nell’alba e vive in un cupo tramonto. Le ultime pagine del libro, quelle appunto di Bassa stagione, sono la drammatica descrizione di una battaglia persa, con il rampantismo prima e il berlusconismo dopo a dominare il passaggio della storia. Ma non c’è mai disperazione nelle parole di D’Elia, nemmeno quella «calma senza sgomento» che ci ha descritto Giorgio Caproni. C’è resistenza, semmai. Ostinazione, coraggio di andare, di cercare ancora. Non si smettono le vele, non si lascia il mare aperto. Perché in fondo qui stiamo, «restiamo e insistiamo, fra mondo / e terra, a dare il fiore…».

(di Pietro Spataro, pubblicato su L’Unità, 18 luglio 2010)

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