Il medio della narrazione di Gabriele Frasca

 

[di Gabriele Frasca Materiale prodotto da Associazione Pratika© e Gabriele Frascawww.pratika.net]

Il contributo di cui qui presentiamo l'estratto è stato presentato a Le storie siamo noi 2007 – Convegno nazionale sull'orientamento Narrativo

La narrazione è qualcosa che ha a che fare direttamente con la nostra speciazione. Non c'è nulla di estetico nei procedimenti narrativi forti, quelli che conglomerano una serie di prassi da ribadire; l'estetico, al più, è un anestetico che occorre a far sì che s'innesti in noi dolcemente quel «parassita parolaio», avrebbe detto Jacques Lacan, che è alla base stessa del processo di ominazione. Narrare, anzi narrarsi (perché si tratta di un procedimento al medio, dove l'azione ingloba nell'atto stesso di compiersi chi la compie), è dunque una sorta di messa in funzione, e non a caso procede con quei «comandi» da «apparecchio» che siamo soliti, coi nostri bravi elettrodomestici, recitare oramai solo in inglese: «on!», «play!», «rewind!» ecc., ai quali va sempre sottinteso l'imperativo degl'imperativi, quello che quando risuona ci riconferma in vita: «say!», «di'», o meglio ancora, trasparente come per puro caso è, «fare!». In questione, naturalmente, è l'in-formazione che ogni narrazione prevede come perimetrazione del socius. L'informazione non genetica che ci è necessaria come specie per sopravvivere ha del resto via via utilizzato media diversi per lo stoccaggio, la conservazione e la circolazione dei dati; e naturalmente i media, come voleva Marshall McLuhan, sono sempre due (il supporto e la modalità di registrazione). O meglio: i media sono due fin tanto che il supporto e l'«informato» coincidono, insomma nella cultura orale dove corpo e linguaggio sembrerebbero indistinguersi, e il linguaggio dunque parrebbe essere del, nel corpo (non è proprio così, ovviamente; l'ipotesi di una «presintassi» prim'ancora dell'«emersione» delle facoltà linguistiche, proposta dalla teoria evolutiva dei gruppi neuronali di Gerald M. Edelman, «scorpora» già di quel tanto che basta il linguaggio… ne fa insomma una pròtesi, la prima, un apparecchio appunto, o una macchinetta). Ma già un medium orale come il «metro» rinuncia definitivamente alla piena «incorporazione», perché si tratta in qualche modo di un legame fra supporto e modalità di registrazione di tipo «metastabile» (la memoria, appunto, cioè l'alternarsi delle necessarie mappature sinaptiche), liberando così il cervello dal peso della conservazione vigile (le necessarie mappature saranno «chiamate» a riattualizzarsi solo con la mnemotecnica aptica della «performance»). Quando poi si passa alla scrittura (quando cioè la scrittura viene estroflessa dal corpo «marchiato»… i «marchi» con cui si straziavano i corpi, Nietzsche aveva ragione, erano sostegni visivi e propriocettivi alla memoria delle culture orali), allora i media diventano esplicitamente tre, e proprio perché l'apprendimento anche in epoche chirografiche resta di tipo «orale» (o quanto meno modifica lievemente, un po' per volta, l'apprendimento «incorporante»): il supporto (tavoletta, papiro, pergamena ecc.), la modalità di registrazione (scrittura quale che sia, fino alla grande innovazione dell'alfabeto), il corpo da «informare» (anche il corpo da «informare» è un mezzo, perché l'informazione non muore in lui, ma viene diffusa, propagata: un corpo parla, agisce, scrive…; se così non fosse non ci sarebbe nemmeno la «pendenza lieve», avrebbe detto Foucault, con cui mutano i discorsi del mondo, ma la pianura dell'immodificabile).

Ecco, alla fine gli attori della cultura (cioè del socius) sono sempre quattro: l'informazione narrabile, il supporto, la modalità di registrazione e il corpo. Ognuno modifica l'altro e ciò determina la pendenza lieve, che investe però gli «attori» ciascuno a suo modo. Il supporto, estroflesso da un corpo (il supporto è un'ulteriore pròtesi), tende a divenire sempre più immateriale, e a ritornare pertanto sul corpo come una pellicola. La modalità di registrazione rimappa il sensorio umano (è il trait d'union fra corpo e supporto), ma oscilla per lo più fra vista, udito e tatto, la cui gerarchia viene «ripertinentizzata» a ogni eventuale variazione di supporto. L'informazione procede nel corso del tempo (come ha giustamente osservato Harald Weinrich) «denarrativizzandosi» (dal catalogo delle navi omerico da compitare al «manualetto della navigazione» da consultare), salvo poi «rinarrativizzarsi» nelle fasi in cui cambia il supporto (come nel caso del «sapere narrativo» posto a base da Lyotard giusto della «condizione postmoderna», quando cioè l'elettricità si è stratificata sulla carta e, avrebbe aggiunto McLuhan, con il lancio del primo satellite artificiale siamo diventati tutti attori del «teatro globale»). E il corpo? Si modifica, naturalmente, molto più lentamente di quanto non vorrebbero i cantori del postumano, ma si modifica e, soprattutto, si percepisce modificato. Del resto, perché un corpo si «propriocepisca» altro da ciò che era, e sarà magari il caso di convocare un affabulatore latamente psicotico della pasta di don Chisciotte, basta che con un soprassalto senta l'informazione non genetica che l'attraversa.

 

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