Parola ai Poeti: Raimondo Iemma

 

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Fortunatamente non saprei generalizzare. Spero comunque che i poeti siano arsi da una qualche febbre. Quelli più “in salute” che conosco frequentano anche il delirio, oltre alle vitamine.

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Avevo concluso il lavoro ad un testo, luglio, ed era venuto il momento di liberarmene. Ignoro se fosse il “momento giusto” dal punto di vista editoriale. Ma quel libro ha inaugurato una collana alla quale, per molti motivi (soprattutto per le persone che vi sono coinvolte), sono affezionato.

 

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Se fossi un editore potrei al massimo orientare il mio modo di concepire il lavoro editoriale, non certo modificare l'intero sistema (a meno che tu non parli di una influenza, diciamo, indiretta). Ci sono editori che svolgono egregiamente la loro attività (leggi: hanno una vera linea editoriale e intellettuale), e il fatto che di altri non si possa dire lo stesso nulla toglia al valore dei primi. Ma naturalmente è vero anche l'inverso. Ho l'impressione che molti poeti vogliano innanzi tutto essere riconosciuti come tali, dal barista sotto casa come dal proprio editore.

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Non mi pare che il “respiro” della poesia nel web stia crescendo. Al massimo cresce l'entropia, ma questa è una dinamica universale. Ci sono interi blog con l'etichetta “poesia” nei quali, a voler leggere, la discussione verte su aspetti accessori molto più che sui testi. La questione affrontata, gira e rigira, è sempre: “come emergere”? Una preoccupazione a mio avviso errata e ingiustificata, in assenza di un vero confronto sull'estetica e la poetica degli autori di oggi.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Io vorrei che intorno alla poesia – e all'arte in genere – si possa in primo luogo costruire una comunità umana. Anzi, molte comunità, decentrate a ogni livello, senza nessun bisogno di “accreditamento”. “Il valore di un prodotto culturale” è un'espressione che mi dà qualche brivido, ma capisco cosa intendi. Ai critici è affidato il compito di inquadrare le opere entro un sistema interpretativo valido. Ma il rapporto vero è sempre tra una poesia e il suo lettore.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Rispettare o scardinare una regola ci pone comunque in un rapporto dialettico con essa. Quindi non vedo grande differenza tra le due opzioni. Ho i miei dubbi che i canoni emergano in maniera naturale; molto spesso, per non dire sempre, sono frutto di mediazioni di tipo culturale. Per affrancarsi davvero dai canoni bisognerebbe riuscire a conoscere tutto, o non conoscere nulla. Due cose egualmente impossibili.

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona Poesia?

Se non vogliamo che il ministero della Cultura diventi un ministero della Verità orwelliano – cosa che in parte è già, non solo oggi e qui – dovremmo combattere ogni tipo di certificazione statale sull'arte (che poi è l'altra faccia del potere di censura). Se invece parliamo di specifiche necessità, che sono principalmente finanziarie, naturalmente preferisco – per usare un eufemismo – che un'amministrazione pubblica partecipi alle spese di un festival di poesia piuttosto che della gara di rutti.

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

In una società fondata sulla comunicazione, l'informazione, la reputazione e lo spettacolo (intendendo il senso profondo di questi termini, non parlo solo della loro estetica) mi pare scontata una certa deriva. Deriva che mi provoca autentici conati. Detto questo, non possiamo ribattere a colpi di “cura Ludovico”, come invece fanno i mezzi di comunicazione di massa.

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Un poeta è un uomo. La sua responsabilità è di essere libero, anche dal suo pubblico, che è comunque sempre di un lettore alla volta.

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

Credo in entrambe. Ci si può preparare a lungo, dentro la vita, neppure sapendolo, e poi scrivere un libro nell'arco di una notte.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Ci sono sicuramente molti motivi per rendere pubblico ciò che si scrive, ma il fatto stesso di scrivere è una scelta irrazionale, inesprimibile a parole. Pessoa: “la poesia è lo stato ritmico del pensiero”.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Alcune la amano, altre ne provano soggezione, altre la ignorano.

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Alla poesia non dedicherei più tempo di quanto già non faccia. Non credo a una vita a fasi alterne; ci si può dedicare anima e corpo a qualcosa, comunque sia, al di là degli abominevoli concetti di “impiego” e “tempo libero”.

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Vivo il presente, non so cosa significhi avere speranze. Confido in me stesso e in tutti gli uomini.

 


 

Raimondo Iemma è nato nel 1982 a Torino. Vive a metà strada tra una caserma, l'anagrafe e il duomo. Coltiva buoni rapporti con il vicinato. Nel 2005 ha vinto il premio "Sandro Penna" (Ultime questioni aperte, Edizioni della Meridiana) e nel 2006 il premio "Fabrizio De André". Nel 2007 ha pubblicato la raccolta di poesie luglio per la collana Festival di Lampi di stampa diretta da Valentino Ronchi. Ha pubblicato un testo per le edizioni Gattili curate da Antonio Pellegrino.

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3 Comments

  • Quello che dici è molto vero. La poesia chi la scrive per davvero (nel senso che la sente come un bisogno quasi primario) non deve incasellarla necessariamente in un mestiere…il tempo si trova sempre per le cose che ci interessano, che ci fanno stare bene. Io penso che la poesia sia qualcosa di profondo che abbiamo dentro e che ci detta le parole quando ne abbiamo bisogno, quando siamo in crisi col mondo o con noi stessi oppure quando siamo felici e vorremmo urlarlo. Credo che se la poesia fosse innanzitutto questo non ci sarebbe niente di male nel diffonderla e nel renderla più popolare. underground e popolare non si escludono affatto. Io vorrei che si creassero più spazi di conversazione intelligente non soltanto sul web ma soprattutto nella vita di tutti i giorni. La critica e la teoria dellla letteratura se devono rinascere lo devono fare a partire da questa conversazione libera, contoculturale, senza usare linguaggi troppo specialistici…almeno all'inizio… del resto quando io stessa parlo di queste cose ho la sensazione di sentirmi fuori dal mondo, applicandomi un giudizio che non è il mio ma che è diciamo dominante nella nostra società "ma che te parli, stai sempre a parlà de cose teoriche"…insomma il problema c'è esiste e in tutto il mondo della comunicazione, per esempio in quello giornalistica io sento molto la mancanza dei fatti, sento la presenza di campagne di opinione superficiali e la superficialità ormai ci sta condizionando volenti o nolenti (vedi il mio sentirmi fuori dal mondo di prima!)…bisogna riscoprire ma soprattutto ricreare il valore dell'attenzione nei confronti dell'altro sfruttando le nuove modalità che la moderna cultura internettiana ci pone. Essere oltranzisti nell'osteggiare il cambiamento può essere controproducente ma sfruttare questo cambiamento con intenti esterni allo stesso e a mio vantaggio, mi sconfinfera di più.
    Detto questo forse anche sconfinando nel discorso senza collegamenti logici…volevo ringraziarti per le tue poesie.
     
    Susanna R.

  • Conciso e diretto, raimondo Iemma ha detto alcune cose, a mio avviso, molto interessanti ed importanti.

    L' assenza di un vero confronto sull'estetica e la poetica degli autori di oggi mi pare sia una delle più grosse mancanze. Insomma: un vero approccio critico ai testi. Qualcosa però c'è, nascosta e ancora in fieri però c'è.

    Il sapere tutto o non sapere nulla per affrancarsi realmente è vero. E a mio avviso è la prova tangibile che un canone è si un punto di riferimento però sempre parziale, modificabile, criticabile.

    La questione del pubblico del poeta composto da un lettore per volta lo condivido in toto, almeno è questo il mio modo di vivere la poesia – che non va mediaticizzata ma semplicemente "diffusa". Ovvio che un contesto poco aperto ad accoglierla non starà lì in attesa per riceverla.

    Luigi B.

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