Fabrica su ‘La Voce di Gwen”

 

 

La Voce di Gwen

Clicca qui per ascoltare Franzin secondo Fabiano Alborghetti.

 

di Fabiano Alborghetti

Col precedente “Mus.cio e roe / Muschio e spine” edito per Le Voci Della Luna Editore, Franzin si è imposto come una deflagrazione nonostante un percorso già ben definito. Con l’attuale “Fabrica” – fresco di stampa e sotto l’ala delle edizioni Atelier – il successo ripete ed amplia.
Franzin, operaio nel profondo dell’industrioso Nord-Est italiano, analizza dall’interno (dal vero) il vivere la fabbrica, mestiere nel quale sopravvive innalzando non soltanto una bandiera della protesta civile ma restituendo la voce al popolo dei dimenticati quotidiani, quei fantasmi che appaiono nelle cronache solo in caso di morti bianche, di disastri clamorosi […] quali l’accaduto alla Tyssen-Krupp o meglio ancora, offrendo con versi naturali e compiuti la forza possente di chi tira avanti giorno dopo giorno legato al giogo di un mestiere duro e cieco, incapace di non risucchiare dall’uomo ogni stilla di sogno o lasciare almeno intatta la dignità; la “Fabbrica” restituisce solo fatica e membra consunte, disincanto, sopraffazione, spesso un incidente, ogni tanto la morte.
Franzin ci parla nello specifico di una possente segheria ed io figuravo al contempo un cementificio, con gli operai minacciati dalla silicosi; figuravo una fonderia, altro ancora, scenari mastodontici, andirivieni di cose meccaniche al servizio di cose costruite, grandi, imponenze materiali che soffocano la presenza dell’uomo, piccola comparsa il cui servigio è far funzionare la macchina, lavorare “con” la macchina e non viceversa; essere un ingranaggio aggiunto nell’ingranaggio poderoso delle macchine ma l’ingranaggio debole, quello che s’inceppa, si rompe ed al contempo è forte, è quello che resiste anche laddove la macchina non può: è l’uomo fatto di carne e caparbietà, di silenzio e straordinari, di ritorno a casa a fine giornata e domeniche in famiglia. 
Leggendo i testi, uno dopo l’altro, il quadro allarga: non di sé stesso parla (scrive) ma di chi come lui: gli altri attori che compongono il teatro crudo della vita operaia. Ecco le vite dei colleghi (chiamati per nome) e le disillusioni dei singoli. La scena è qui ma è anche nelle catene di montaggio nella Torino degli anni 70,nelle fonderie tedesche che impiegavano operai tuchi e curdi, è in una qualunque industria metalmeccanica italiana; non è solo la voce di Fabio Franzin ma la voce resa coro di un pane che per essere mangiato richiede la consumazione del corpo, richiede il sacrificio di una vita, senza scampo. Chi entra in Fabbrica  (perché quello è il mestiere che offre la regione in cui si vive e niente altro è disponibile, niente altro) questo dovrà affrontare: essere divorato, lentamente nel corpo e nella mente, essiccato, reso sterile di sogni, speranze e cambiamenti, essere minacciato nel corpo se accade l’incidente, se ti viene strappata una mano o maciullato un piede; e resistere, con accanto la famiglia, con appresso il corollario invisibile di chi la vita spende senza rumore, senza grandi scene. 
Il volume è formato da una cinquantina di testi, ancora una volta scritti nel dialetto Veneto-Trevigiano dell’Opitergino-Mottense con traduzione in lingua italiana a fronte (fatta dallo stesso autore). L’impianto sono 5 stanze composte da 5 versi e persino graficamente la composizione ricorda qualcosa della macchina: le stanze sono sfalsate in assetto, componendo i “denti” di un ingranaggio che incastra con le svasature dei testi/denti della pagina seguente. Trascriverò per intero una poesia, perché per chiudere io non immagino parole migliori di quelle del poeta:  «Esse, le Macchine: siano/ presse, torni o scaricatori,/ stanno lì, infisse nel suolo/ della fabbrica, con le loro viti,/ e le loro cabine, i loro perni,// col peso di tutto il loro ferro/ i loro manometri, i pulsanti./ Guardarle al mattino, così/ immobili e silenziose, così/ innocue, fa un po’ soggezione:/ come di averle sorprese,/ di nascosto mentre si concedevano/ un riposo, mentre/ non se lo aspettavano. Poi/ i motori si avviano, e tutta// quella ferraglia si scuote, i rulli/ girano, le catene ringhiano,/ si accendono i pulsanti verdi,/ e quelli rossi, lampeggianti;/ un arto dopo l’altro Goldrake si ridesta// inizia a muovere le sue braccia/ tentacoli, a scatti, ti afferra/ e con le sue alabarde d’acciaio/ taglia a fettine la tua anima,/dà l’addio alla tua libertà.»
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