Zibaldello n.10: Per la critica

 

di Fausto Curi

[Questo articolo è stato pubblicato su Alfabeta2 n.2, settembre 2010]

La critica è il linguaggio-pensiero che verifica la collocazione storica, il senso, la qualità e la novità dei prodotti artistici. La critica intanto è tale in quanto distingue, discrimina un prodotto da un altro, il valore di un prodotto dal valore di un altro prodotto. Senza distinzione non si dà critica. L’«obiettività» della critica non esiste. In misura assai varia, la critica è sempre soggettiva e di parte. Supponiamo che io, critico, abbia una certa idea della modernità letteraria. Quell’idea, per forza di cose, si fonda su ragioni oggettive e ragioni soggettive. Forse che il mio non è un atto critico se, comparando Les Contemplations di Hugo e Les Fleurs du mal di Baudelaire, mostro i motivi per i quali entrambe le opere sono da considerare profondamente nuove, ma decido che solo le Fleurs sono portatrici di una novità rivoluzionaria? È appunto la novità ciò di cui la critica deve andare in cerca. È la novità, oggi, il vero valore di un’opera. E, si capisce, questa novità non può scaturire che da un confronto. Se sono un critico responsabile e davvero comprensivo, saranno molti, infatti, gli elementi oggettivi che porterò a conforto della mia analisi comparativa delle Ceneri di Gramsci e diLaborintus. Ma è solo una scelta soggettiva (anch’essa, sia chiaro, ricca di ragioni oggettive) che alla fine mi condurrà a decidere che è in Laborintus la vera novità.
Quali sono i criteri di cui occorre tener conto nella ricerca del nuovo? Criteri storici, innanzitutto, dunque, almeno in certa misura, obiettivi: è nuovo ciò che permette di uscire dalla situazione presente, che dà modo di liquidare l’esistente. Ma di uscirne en avant. Nelle arti la tradizione conta sempre, anche quando la si respinge, anche quando si crede di ignorarla. La grande novità di Baudelaire è tutta impregnata di classicità. E non occorre ricordare quanto hanno contato i classici nella formazione di Pound, di Eliot, di Brecht, di Sanguineti. E di Dante. Dunque, sì, uscire en avant dall’esistente, ma dopo aver fatto i conti con la tradizione.

Si dice che la critica non esiste più. Limitiamo il discorso alla letteratura. Per la verità, ciò che è venuto meno e non esiste più è quella che Benjamin chiamava la «battaglia letteraria», quell’insieme di discussioni, analisi, contrapposizioni che, per venire subito a un esempio, ha vivificato la cultura militante italiana negli anni Cinquanta e Sessanta. È principalmente perché si è spenta la «battaglia letteraria» che si è spenta la critica. Se non vi è antagonismo di gruppo, se i letterati non sono stimolati e quasi costretti a «prendere partito» a favore di un gruppo piuttosto che di un altro, di un’idea della letteratura piuttosto che di un’altra, non sussistono vere ragioni perché la critica sopravviva. Manca, insomma, la ragione prima dell’impegno teorico e analitico che sostiene l’esercizio critico. Se approfondiamo l’indagine, ci rendiamo conto che a mancare è una condizione base della vita culturale, e cioè un dinamico rapporto fra la letteratura e la società. È, in primo luogo, perché la società è spenta che è spenta la critica. Non parliamo di crisi. Alcuni anni fa, in un piccolo, mirabile libro, Eutanasia della critica, Mario Lavagetto osservava che «quello che oggi si sconta […] non è tanto una crisi della critica in sé, quanto quella di un programma critico…». La critica che riflette su di sé, raccoglie le proprie energie e si dà un programma… È passato pochissimo tempo, e oggi, nonché di un programma, non è possibile neppure parlare di crisi. La parola «crisi» ha la stessa radice etimologica della parola «critica», derivano entrambe da krino, distinguo, discrimino, separo, scelgo. Tutti significati che implicano movimento, azione. Implicano, soprattutto, trasformazione. Sono appunto il movimento, l’azione, la trasformazione, che mancano nella società italiana. Domina l’inerzia, l’accettazione ignava e indiscriminata, cioè priva di giudizio. Si potrebbe dire che manca la critica perché manca la crisi, e che manca la crisi perché manca la critica. Una condizione di penuria, di indigenza, di inopia, di vuoto. Di miseria. La miseria senza crisi della società italiana. Potrà esservi una crisi della letteratura se non vi è una crisi della società? Si obietterà che non è giusto legare strettamente la letteratura alla società, che la letteratura ha risorse sue, nascoste, inesauribili, ma soprattutto ha modi suoi, specifici e in certa misura autonomi. E che, dunque, è prima di tutto in sé stessa che la letteratura deve cercare la capacità di uscire dal vuoto, di far cessare l’indigenza. Posto che ciò sia vero, resta che, pur con qualche eccezione significativa (il Sanguineti diRitratto del Novecento, l’Arbasino «saggista», il Balestrini diCaosmogonia, e alcuni critici, soprattutto giovani), la letteratura italiana non mostra attualmente segni di vitalità. La floridezza, che si vorrebbe far passare per vitalità, è floridezza tutta commerciale, legata tutta al mercato. Restringiamo ulteriormente il campo, guardiamo alla poesia. Dove sono i modi nuovi? Cresce paurosamente il numero di coloro che scrivono versi, la poesia abita ormai le piazze, non in senso metaforico, giacché non si contano le manifestazioni in cui poeti diversissimi l’uno dall’altro, di fatto uniformi, recitano in piazza i loro versi. E non c’è astuto imbecille che non sappia giovarsi dell’amplificazione offerta dal microfono per conferire sonorità ai propri prodotti. Un pubblico ormai disabituato a distinguere, non adeguatamente soccorso dalla critica, scambia per poesia quella sonorità, quelle astute variazioni foniche.

La piazza è un luogo nobilissimo, dove è giusto chiamare quelle che, da Lenin a Ingrao, si sono denominate «le masse» (non «la massa») ogni volta che la situazione politica o sindacale lo richieda. La piazza è il Parlamento delle masse e di tutti i cittadini che insieme con le masse, i lavoratori, gli intellettuali, vogliono combattere una lotta di classe che ogni giorno di più si fa necessaria. Ma è adatta alla poesia? Certo la poesia non è fatta per i salotti. Se non la si riduce a una chiassosa e indiscriminata vociferazione, nella quale ogni poeta aspira a sopraffare gli altri e a conquistare il consenso degli ascoltatori abolendone le residue capacità critiche, quasi si trattasse di una gara in cui non è il migliore a vincere, ma chi sa meglio sfruttare la situazione, la poesia esige però, da parte del pubblico, concentrazione intellettuale, capacità di distinzione e di selezione. Tutte cose di cui il pubblico, nella condizione in cui viene convocato, è inevitabilmente sprovvisto, giacché è davvero ridotto a una «massa». Conviene inoltre non perdere di vista il fatto che il rapporto critica-spontaneità collega cultura e politica più strettamente di quanto non si pensi. Sono ben note le osservazioni che in Che fare? Lenin ha dedicato a tale rapporto. La spontaneità consente agli operai di avere una coscienza sindacale ma non una coscienza politica, e quindi una coscienza di classe. È necessario un intervento «dall’esterno», cioè l’intervento di «intellettuali» e di «specialisti», provenienti dalle file delle borghesia, come Marx e Engels, perché quella spontaneità venga liquidata e sia costruita al suo posto una matura coscienza di classe. Ma che altro è l’intervento «dall’esterno» se non l’intervento della coscienza critica che corregge, modifica e integra la spontaneità operaia?
Si rifletta anche solo un momento e non ci si scoraggi di fronte a confronti apparentemente incongrui: la condizione di un pubblico abbandonato dalla critica e lasciato alla propria «spontaneità» non è sostanzialmente diverso dalla condizione degli operai cui si rivolgeva Lenin, se non fossero stati soccorsi dall’intervento «esterno» di certi intellettuali. La funzione della critica, oggi, è radicata in un obbligo sociale. Si tratta di non lasciare soli, o, peggio, in preda al mercato, che ha tutto l’interesse a conservare quella solitudine, migliaia di lettori e di ascoltatori. Una nuova definizione della critica, oggi, è una definizione politica: di fronte a un nuovo «tradimento dei chierici», che, per inerzia, o per connivenza, abbandonano i lettori al mercato, o alla cultura reazionaria, la critica è l’attività che, dall’«esterno», fortifica la loro intelligenza e guida le loro scelte. La capacità di discriminare fra libri utili e libri inutili, fra ciò che modifica en avant la situazione esistente è ciò che la lascia immutata o la peggiora, ha radici sociali e politiche. Il critico è immerso nella situazione in cui si trova gettato, ne vive i limiti e le contraddizioni, opera per uscire da quei limiti e per far esplodere quelle contraddizioni. Oggi, a provocare e a dirigere il «dialogo» con il pubblico è il mercato. Chi è veramente vocato al dialogo, e dal mercato deve quindi liberarlo, è il critico, la cui funzione sociale è parlare ai lettori, persuaderli, contrastarli se è necessario. Ne sia o non ne sia consapevole, la funzione che esercita gli è imposta dalla società in cui vive e con la maggioranza della quale si trova spesso in contrasto. E poi non è il critico che conta, è la critica importante. Quanto più il capitalismo e la cultura reazionaria hanno ottenebrato le intelligenze, tanto più la critica è salutare, necessaria. Il critico può anche scomparire, l’importante è che non scompaia la critica.

La letteratura non è governata da regole, conosce solo criteri, princìpi operativi stabiliti di volta in volta, validi una sola volta, o più volte. Ma se davvero, oggi, il valore è il nuovo, come si comporta il critico? Accorgersi del nuovo, è la prima esigenza. Tutt’altro che facile da soddisfare. Quasi sempre il nuovo si annuncia senza clamore, quasi segretamente, anche quando irrompe improvviso sulla scena. Occorre buon orecchio per percepirlo, cultura, esperienza, senso della storia non meno che del presente. E occorre il coraggio del nuovo. Perché spesso il nuovo sconvolge, turba, e non è agevole accettarlo. Ma se il nuovo non esiste, se la situazione generale, politica e culturale, non consente che esista, come si comporta il critico? È proprio ciò che non percepisce, perché non esiste, che lo aiuta. È il vuoto, la mancanza che lo spinge a chiedere, a sollecitare. A chiedere che cosa? Che il vuoto cessi di essere il vuoto, che si costruiscano le condizioni per l’avvento del nuovo. Non il nuovo tout court, ma le condizioni perché esso esista, se potrà esistere. Se il nuovo esiste, infine? Al riguardo, Benjamin, poco ascoltato, ha scritto parole essenziali. Nasce allora una sorta di collaborazione fra il critico e gli scrittori «nuovi». Il critico, sostiene Benjamin, «prende partito», si schiera con loro, li aiuta a far avanzare le nuove proposte, a pubblicare i nuovi testi. Luciano Anceschi, Giacomo Debenedetti, Gian Giacomo Feltrinelli, Giulio Einaudi… agenti del nuovo.
Èfacile immaginare che la figura del critico che «prende partito» in molti susciti sconcerto, ripugnanza, ostilità. Il critico dovrebbe essere un intellettuale equilibrato, fermo nel giudizio ma imparziale. Etimologicamente, «che non prende parte». Davvero c’è qualcuno che pensa che nel nostro tempo, nella nostra società, sia possibile non «prendere partito»? Se davvero c’è qualcuno che pensa questo, forse gli gioverebbe riflettere e rendersi conto che probabilmente proprio il non «prendere partito» quando la situazione lo richiedeva ed era il momento di farlo ha portato all’«eutanasia della critica». Tanto più che “prendere partito” non vuol affatto dire rinunciare al giudizio, al discernimento, insomma alla critica. Vuol dire collaborare alla promozione di una crisi. Chiederemmo meno di questo, oggi, alla critica?

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