Particelle n.3: L’U.P.I. di Paola Lovisolo











Immagine Paola Lovisolo: Dopo chilometri di cielo

 

di Margherita Ealla e Antonella Pizzo


Quello che segue è un dialogo a tre voci

 

Voce 1 – Paola Lovisolo.

U.P.I. Unità Poesia Insoluta

 

[soluzioni di continuità da un intervallo]

[nata per posteri abortiti non ho mai smesso di scrivere lettere agli oggetti]

 

venuti e andati, giochi e basta

 

[una musa intera è rarissima]

astinenza con le lacrime che scavano vie secondarie
vento per affrontare la mia voce per meglio succederle
davanti alla voce il vento per affrontare il mio sguardo
per meglio succedergli e davanti allo sguardo
ho continuato a nascere 
elettrica di feticismi crepitati

 

così il foglio bianco:
modellaci tu un dio se sei capace
la pietra la cavi va via dalla statua
la pietra in di più
ma sul foglio le parole che vanno
cavate vanno scritte
vanno

o mettermi lì in amore
a scrivere le lettere che vanno cavate
per dirti l’ amore
come ho fatto o non ho fatto finora
è come se il foglio alla fine avesse
due bambini che si respirano in bocca
ombra di destrudo

 

(Paola Lovisolo versi e poesie dal sito Nevedicarne)

 

 

 

Voce 2  – Margherita Ealla

Anzitutto mi piace pensare a questo nostro incontro di voci come a quello dei tre cerchi del problema di  Apollonio, cioè generante  un’altra voce tangente che dà luogo a sua volta ad un insieme di  voci tangenti.  Allego l’immagine del frattale di Apollonio che mi sembra bene rappresenti tutte queste particelle l’una alle altre mormoranti.

E, a proposito Antonella, tu come leggi l’ U.P.I. (“Unità Poesia Insoluta”) di Paola?  Io essenzialmente in due modi: l’Unità come Poesia Insoluta e un’ Unità di Poesia Insoluta.

 

 

 

Voce 3 – Antonella Pizzo

Per quanto mi riguarda penso che l’ U.P.I. (“Unità Poesia Insoluta”) di Paola, letta sia nel primo sia nel secondo modo in cui lo leggi, sia destinato  a rimare un problema insoluto. D’altro canto la poesia è sempre insoluta in quanto deve lasciare necessariamente spazio alle risposte e alle domande, deve aprirsi al senso, a mille sensi tutti soggettivamente esatti ma mai oggettivamente, il foglio bianco è statico e piatto, il poeta deve modellarne le forme attraverso la scrittura e con le parole, ma queste forme non sono definite e chiare come accade con la scultura in marmo dove un naso è un naso e una mano è una mano, e si capisce che è un naso o una mano, anche se appena abbozzati dallo scultore, probabilmente dai buchi delle narici o dal numero delle dita. Diverso è il foglio che è piatto, diverso si fa con le parole, la poesia la scrivi e poi la scavi, tu crei la materia da scalpellare e levigare, crei il marmo, la struttura e in seguito  la modelli in sottrazione, lo scultore il marmo lo prende in cava e solo dopo averlo preso e portato nel suo studio può iniziare a sottrarne materiale per farne uscire la forma. Lo dice la stessa Lovisolo con i suoi versi

 

così il foglio bianco:
modellaci tu un dio se sei capace
la pietra la cavi va via dalla statua
la pietra in di più
ma sul foglio le parole che vanno
cavate vanno scritte

 

e a proposito di scavo leggo nel primo testo che anche con le lacrime  si può scavare, c’è secondo te attinenza fra lacrime e parole?

 

 

 

Voce 2  – Margherita Ealla

Senz’altro. Le lacrime possono essere un piccolo acuminato scalpello come le parole, gocce a (di)venire, anche fuoriuscire, che, ed è Paola a dirlo, “scavano vie secondarie”.  In fondo le lacrime che rigano il volto o le parole il foglio mi sembrano appunto le linee di taglio usate nelle cave per aprire – spaccare, mostrando la vena interiore.  Poi certo nelle scanalature  le lacrime fanno come  “le parole che vanno […]  vanno […] vanno”, scorrono, con la stessa iterazione con la quale il vento succede “davanti alla voce” , allo sguardo (“vento per affrontare la mia voce per meglio succederle/ davanti alla voce il vento per affrontare il mio sguardo / per meglio succedergli”).  Il tra-scorrere scava il qui e ora, ed ottimo perciò il tuo argomentare della scrittura che, con micangiolesca intenzione, scava in sottrazione la superficie del “foglio piatto”; scrittura come stampo e allo stesso tempo rilievo, nel rapporto duale forma-contenuto.  I versi che riporti mi sembrano infatti contenere il “perché non parli”  ma anche la consapevolezza dell’insolvenza della voce rispetto all’ essere, una volta nata, creatore di una creazione dal foglio bianco, tanto che Paola rilancia:  “modellaci tu un dio se sei capace”.

Un senso di Unità Insoluta (e insolvente) sintetizzato nel fulminante: “[una musa intera è rarissima]”.  Insomma, se non l’intero, dentro l’incavo, in estrazione, l’autore comunque (si) mette al mondo, istanzia, ma in una continuità non ferma: “Ho continuato a nascere” scrive Paola.   Da qui, lungo i versi, fino alla fine…..:  “mettermi li in amore”?

 

 

 

Voce 3 – Antonella Pizzo

Continua a nascere Paola e si mette lì in amore, “o mettermi lì in amore” o  a morire sul foglio, due bambini si respirano in bocca “è come se il foglio alla fine avesse/ due bambini che si respirano in bocca”  la respirazione in bocca richiama la respirazione bocca a bocca,  dalla nascita alla morte, dalla libido alla destrudo. All’ombra della destrudo contrapposta alla forza della libido, dell’eros, che secondo Freud è stimolo  a creare, energia d’amore e di vita,  “ombra di destrudo” la destrudo è il suo esatto contrario, è distruzione e annichilimento, pulsione del nulla, e ecco l’eterna lotta fra la vita e la morte, fra l’Eros e la Thanatos, fra la creazione e la annullamento. Il farsi bene e il farsi male.

Scrivere o non scrivere, come ha fatto o non fatto finora, vivere o morire, scegliere se lasciare il foglio bianco o scavare con le lacrime con il timore che la creazione venga soppiantata dalla furia della distruzione o lasciare che il tutto resti insoluto. Non so se sia questione di coraggio o forse di forza, deve il poeta come lo scultore avere forza ed energia? Energia è lavoro mi pare. Lavoro, potenza, energia vanno di pari passo, sono legati a filo stretto. Lavoro, potenza ed energia, che ne dici? Ci stanno in poesia?

a scrivere le lettere che vanno cavate
per dirti l’ amore
come ho fatto o non ho fatto finora
è come se il foglio alla fine avesse
due bambini che si respirano in bocca
ombra di destrudo

 

 

 

Voce 2 – Margherita Ealla

Qui mi presta soccorso (l’amato) Coleridge che, sempre a proposito di poesia,  ho recentemente citato: «Come la notte, passo di terra in terra / e ho una strana potenza di parola».

La potenza della parola è già nell’inizio, nella sua possibilità di creazione, potenziale che dal silenzio, dal buco nero  della bocca o dal vortice della mano, sfugge all’implosione nominando.  L’energia della parola plasma e trasforma, anche la parola stessa.

Con un azzardo mi sento di sostenere che “La musa intera” di Paola descriva il campo (relativistico) nel quale la parola è Parola come unicum di energia pura, fusione, illuminazione e ispirazione non ancora decelerate e in-formate; per questo la musa intera “è rarissima”, sarebbe come essere dentro il buco nero.  L’autore, nel nostro caso il poeta, perciò non può che avere luogo proprio nel momento in cui sfugge dal  buco nero con una scintilla di musa e di Parola in mano e non può che dare luogo alla parola se non nel suo “continuo nascere” (che, non a caso, Paola, riferendosi a sé, definisce  “elettrico di feticismi crepitati”).

Ma adesso Antonella vorrei coinvolgerti rispetto all’intervallo-epigrafe:  “[nata per posteri abortiti non ho mai smesso di scrivere lettere agli oggetti]”

 

 

 

Voce 3 – Antonella Pizzo

“[nata per posteri abortiti non ho mai smesso di scrivere lettere agli oggetti]”

Questa penso sia una vera U.P.I. una vera Unità di Poesia Insoluta, qui l’U.P.I. raggiunge il suo massimo splendore giacché non trovo soluzione, risoluzione, non c’è fine o termine o inizio, il senso si allarga a dismisura, vaghiamo nello spazio infinito dentro la nostra particella alla ricerca, dei mai nati o dei collassati, e scriviamo messaggi e lettere e versi: Qui base UPI rispondete se ci siete. Tre punti, tre linee, tre punti. Salvate le nostre anime.

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26 Comments

  • coltivare il possibile dissodarlo/dissodarci dal comune ed individuale possibile – dal possibile stesso: avremo l’ impossibile imparato? impareremo l’ impossibile al suo netto? così rifletto leggendo con piacere le parole di Cristina qui e qui la ringrazio unendomi concorde a Margherita che ben dice.
    anche io ringrazio entrambe.
    un saluto
    paola

  • Quando leggo-ascolto queste voci vengo trasportata in una dimensione altra, che però so benissimo essere quella vera, totale, quella cui tutti aspiriamo pur non conoscendone le coordinate.
    Cavare le parole (che è concetto bellissimo, tal quale cavare le forme michelangiolesche dal marmo), nella segnatura dei fogli, è il tentativo strenuo di travasare il mistero irrisolto, la piena che grava in ogni formulazione di pensiero. Al contrario dell’intervento sulla pietra, quel che si toglie è anche quanto rimane come segno.
    Questo triangolo di voci è di per sé poesia, qualora si dimenticassero canoni e sofisticazioni, e si riappropria di spazi e tempi.
    Ne ho apprezzato la naturalezza espositiva, chiarificatrice delle argomentazioni meta-tutto.
    In fondo stiamo solo tentando di imparando a coltivare l’impossibile.
    grazie a Paola, Antonella, Margherita.
    un caro saluto a tutti

    cristina

  • Il lavoro è di certo interessante, ho letto il primo testo in maniera approfondita, quindi, per il momento mi esprimo su quello:

    è vero, Paola, una musa intera è rarissima, a volte ci dona solo un rigo ed è, dunque, giustissimo il paragone con il processo di estrazione dalla materia, nella fattispecie, la pietra. Poi, attorno a questa materia grezza, proviamo a scolpire, a portare tutto nella giusta dimensione, scegliendo con cura la posa e le eventuali luci e non luci. Si riversa su un foglio, così, quello che si vuole dire, eppure non si riesce realmente. Non è mai come si voleva e alla fine la lettura diventa asfissiante. Scrivere assomiglia quasi ad un parto, spesso portare fuori le emozioni, gli stati d’animo, ma anche le idee ha un che di violento (come un distacco forzato) e per questo, doloroso.
    Personalmente mi è piaciuta!

  • Il farsi insoluta era poi dichiarazione d'intento di un corpo testuale che integra il suo paradigma di svolgimento.
    Le voci tangenti lo fanno a loro volta , dando anche nome al procedimento di espansione testuale che viene a complicarsi mentre si spiega ma che, come quel frattale, non usciranno  mai dalla superficie definita.
    Interessante. 

  • premetto che considero Paola una delle voci femminili (e non) più interessanti del momento, pur con la sua maniera un pò disordinata e entropica di esserlo. Lo dico subito così liquidiamo questo aspetto. L'oscurità di Paola non è fuffa, per dirla con Luigi, come non lo è quella della PIzzi. Francamente come si fa a non cogliere il valore di un testo come questo?:
    così il foglio bianco:
    modellaci tu un dio se sei capace
    la pietra la cavi va via dalla statua
    la pietra in di più
    ma sul foglio le parole che vanno
    cavate vanno scritte
    vanno
    o mettermi lì in amore
    a scrivere le lettere che vanno cavate
    per dirti l’ amore
    come ho fatto o non ho fatto finora
    è come se il foglio alla fine avesse
    due bambini che si respirano in bocca
    ombra di destrudo
    Mi sembra un testo che rimanda non poche visioni.
    Il discorso della parafrasi invece mi rimanda di botto, come una piccola macchina del tempo, a quando facevo le medie (poi al liceo ho smesso perchè avevo una insegnante che preferiva non fare di una poesia un romanzo). Neanche a farlo apposta, giorni fa parlavo con una amica che si sfogava di dover aiutare la figlia a fare la parafrasi di un brano nientepopòdimenoche dell'Iliade!  Il sistema migliore per diseducare alla poesia una giovane mente, anche se si avesse a che fare con il "traduttor dei traduttor d'Omero", come ebbe a dire ironicamente il Foscolo. A essere sinceri, mi è capitato di domandarmi se la parafrasabilità di un testo potesse rientrare tra i parametri di una griglia critica. La risposta che mi sono dato è no.
    un saluto a tutti.
    G:)

  • grazie a Maria Gisella stereocommentatrice: c'è nel desiderare riempire [necessita sgomento estasi]
    quasi l' atto di rendere vuoto al contempo cioè farsi spazio e poi ridurlo ridurlo all' osso/vuoto come a farsi la strada a tenere pronta una dispensa libera per non avere più bisogno di parole.
     
    davvero grazie a Michele che conosce il mio portare una determinata ricerca e gli studi affini a questa e che ha provato a scrivere  quello che io avrei provato a scrivere e non certo meglio.
    a Francesco: boh, che dire. con le persone che usano toni come i tuoi per attaccare e confondere non mi ci metto a perdere tempo ed energia.  non hai gentilezza verso le cose che non ti arrivano? rispetto il tuo atteggiarti ma se posso permettermi credo sia un atteggiamento lenitivo anche per la tua poetica che si arrischia di rimanere  senza  propulsione e senza la consapevolezza che potrebbe mostrarsi di più nella sua mostruosità meravigliosa. se intendi cosa intendo. ma non ci capiamo. e allora. nulla.
    Luigi B. condivido e non alla maniera facebucchiana, le tue riflessioni e ti ringrazio per il tempo che hai speso e per il desiderio di spenderlo.
    a Voi.
    paola

  • Personalmente credo che possiamo star qui delle ore senza riuscire a venirne a capo. Un po' come accadde a me con alcuni interventi di Giovenale, Marzaioli o De Francesco. Lì è una questione proprio di prospettiva e, tranne che per un parlare per scambiarsi opinioni, non si va molto oltre.

    Tutto dipende da come uno vive la poesia e da come uno la intende. Non c'è una poesia più giusta di un'altra (e in questo vi state sbagliando alla grande su NI, ma è solo una parentesi). Ce n'è per tutti i gusti. Per quanto mi riguarda, trovo che il fatto che un verso possa ottenere 100 interpretazioni differenti è un vantaggio di cui solo lontanamente posso immaginare la portata. È uno strumento potentissimo.

    È certo che tanta della poesia che Francesco descrive più oscura dell'ermetismo in realtà è fuffa: tanti giri di parole, circonvoluzioni e salti mortali per dire assolutamente nulla e farsi belli. Ma io credo che ci si accorga di questo quando capita. La difficoltà nel leggere alcuni testi è palese e spesso cercata, ma è pur vero che non posso leggere un libro, per quanto scritto bene e semplicemente, e capirlo a fondo se non ho dei riferimenti culturali che mi permettono di trarre le mie conclusioni, fare le mie osservazioni etc. quindi il livello di profondità che si può raggiungere leggendo un testo è direttamente proporzionale ai riferimenti che si possiedono.

    Anche perché altrimenti secondo il tuo discorso, Fra, Dante sarebbe ermetico, Eliot sarebbe ermetico e infiniti altri poeti lo sarebbero. Anche Pavese, nonostante la sua poesia possa assomigliare più al genere da te preferito, sarebbe un ermetico. Porta scrive in maniera molto semplice, con un lessico poco spesso ricercato peró non si capisce una mazza se cerchi di leggere senza riferimenti del contesto, della poetica etc. Non so.. io non ho voglia di prendere decisioni. Semplicemente amo la poesia che temo, mi accosto a quella che non capisco e mi allontano da quella che mi lascia indifferente.

    Luigi B.

  • leggo, intanto.
    e intanto Vi ringrazio tutti del tempo dedicatomi e della discussione qui
    paola

  • La necessità e lo spavento e l'estasi di riempire, di riuscire a riempire quella pagina bianca, affidando ai segni grafici i pezzi del nostro cuore, della nostra mente, della nostra condizione soggettiva/universale.
    Poesia come comunicazione, come suggestione: una sfida, un sasso gettato nello stagno che fa passare l'acqua dalla staticità al dinamismo…
    Complimenti a Paola, Antonella, Margherita per la profondità del loro pensiero
    Gisella
     
    Riflessioni profonde 

  • Caro Michele, il tuo tentativo è interessante. Senza dubbio. Ma credi che l'intenzionalità di quei versi fosse quella di comunicare quelle cose che hai scritto? E se anche fosse, che razza di comunicazione è mai questa? Dove il senso viene attribuito singolo per singolo in base, esclusivamente a quella che è una personale e, raffinatissima, sensibilità filosofica. Se di linguaggio oscuro si parlava per l'ermetismo per questo 'genere' di poesia che cosa dovremmo dire? Il punto è che scrivere in modo così oscuro è alla portata di tutti, perché la stragrande maggioranza dei lettori è a priori esclusa (e allora scriviamo per noi stessi, per capire noi stessi – non condividiamo in uno spazio pubblico, perché nel momento in cui una cosa è condivisa in uno spazio pubblico è, per l'appunto per il pubblico, per la condivisione, per le persone). Se farò commentare quei versi a cento persone differenti otterrò cento commenti tra loro differenti. Per dire, soffermiamoci su, "io sono nata per quelli che verranno dopo di me, ma che non verranno dopo di me perché 'abortiti' e, per questo motivo, non mai smesso di scrivere lettere agli oggetti."  devo leggere un rifiuto dell'umanità in toto, eccettuata, logicamente quella rappresentata dall'io narrante che, di conseguenza, si dedica al comunicare con un piano 'spirituale', lettere agli oggetti, proponendo degli oggetti popolati, come nello shintoismo, da kami? O che sono più meritori della parola del poeta rispetto a una umanità, che nel confronto, esce più miserabile, più sfilacciata, più crudele della materia? Dài…

  • a francesco
     ci provo io  es.
    "nata per posteri abortiti non ho mai smesso di scrivere lettere agli oggetti"
    nata per posteri abortiti : trattasi di questione autobiografica (io)
    non ho mai smesso di scrivere lettere agli oggetti: questo è il punto.
    secondo i latini( lazio antico) gli oggetti comunicavano… si comunica con gli oggetti e con il luogo. da qui il nostro termine locuzione.
    L'educazione sentimentale di F. è chiaro esempio.
    In soldoni, comunicazioni "entelechiali".
    causa effetto.  finalità  secondo  leggi entelechiale; della cosa in se… ecc.
    in definitiva narrazioni di queste e con queste. 
     
     

  • Ringrazio Lucetta per il suo graditissimo e ottimo intervento.  Ecco l'immagine del nastro e del cerchio (dei cerchi) che si espandono richiama quel toccarsi, intersecarsi, e, perché no, anche sfaldarsi (come dici tu) delle voci in quella tua (bellissima) "impressione che le voci possanono moltiplicarsi in una condivisione sempre più complessa e inesauribile"

    Tornando ai perché di Francesco, ecco a un bambino, per "spiegare" questa poesia (ammesso che spiegare sia il verbo giusto in generale e tanto più in particolare, dato che non è quello che ho intenzione di fare – poi magari sembra che io lo faccia -con le mie letture)
    dicevo, ad un bambino racconterei quello che mi è successo oggi pulendo i sanitari con la candeggina.  Ho usato quella pura e, poiché era freddo, non ho aperto la finestra. Ho dunque respirato per un po' (una decina di minuti) le esalazioni e queste mi sono rimaste nelle narici come un'impressione potente, tanto che anche adesso, a distanza di ore, le avverto.
    La poesia di Paola ecco, parla di spazi – intervalli- delimitati (le parentesi quadre sono proprio i bordi] spazi intimi bianchi che vengono scavati -cavati da sostanze urticanti (lacrime, parole,..), al contatto delle quali gli spazi,  per effetto delle contrazioni, continuato a rilasciare (a fare nascere) le esalazioni o manifestazioni, tensioni ("elettriche di feticismi crepitati")  che permangono e permangono anche  in chi legge.
    Credo che questa "permanenza" di un sentore (di un crepitio, di un attimo, …), qui, in questa poesia urticante come l'esalazione della candeggina da me usata, ma in altra poesia in altro modo, sia l'essenza della poesia (se è questo che Francesco Terzago,  e non come bambino, mi chiede).
    inoltre è la permanenza dentro un  divaricarsi, un dipartire (da lì il piacere),  la poesia per me infatti è nella divaricazione (e quando sei lì, non capisci (di) più. ma senti.

    ciao
     
     

  • ringrazio naturalmente ancora Margherita e Antonella per questo loro lavoro che per accordo pare tra di voi simbiotico e mi onora d'esserne assieme e parte artefice. ringrazio certo molto gli intervenuti per il segno e per la lettura:
    @Dominica: l' idea della  U.P.I. è nata un poco tanto per celiare su fb ma Margherita e Antonella ne hanno tratto telaio sul quale intessere un radiare interessante di interpretazioni rapporti e connessioni a loro rese dalle mie parole.
    @ Marco per l' apprezzamento e la sensazione ricevuta di passione. nel senso intimo e  baricentrale della parola.
     
    @ Francesco Terzago vorrei dedicare un po' della mia vita senza nulla togliere ai presenti…
    parte I
    saluto il poeta Francesco Terzago  rassicurandolo che il suo atteggiamento non mi indispone affatto anzi mi diverte che sia lui stesso a promuovere la sua indisponenza (forse
    con intento provocatorio per sviscerare la reazione di chi sta criticando… è una tattica come un' altra, rispettabilissima] o forse anche sottolineandolo  si prende
    troppo sul serio per partito preso e riflessivo del sé come unico un po' sottoudito verso l' alterità [trattasi mica di autoreferenzialità del critico?] sia che comprenda
     o non comprenda il testo che va leggendo o meglio sia che il testo gli arrivi o sia che si fermi prima, fuori dai suoi strumenti di percezione che, come scrive, leggendomi,
    sembra stessero sorvolando una sorta di triangolo delle bermude con loro conseguente cessazione di ogni attività ricevente e trasmittente.
    io a questo suo non-sentire mi inchino Francesco e dico: benvenga!
    [segue, senza pensare che risponderle sia una perdita di tempo come invece pensa lo sia stato leggermi caro poeta Francesco Terzago]

    parte II

    intanto ti dovrei venti minuti che come sembra avrei rubato alla tua vita impegnata in ben altre imprese forse ben più
    intellettuali e proficue assai come tu non manchi di far notare con l' ironica frase:"Forse venendo tra tre ore di studio di Wordsworth
    e Coleridge non ho le sinapsi capaci di compiere il ‘salto’ nel mondo della poesia di Wordsworth e Coleridge." ma io ci sto che sia
    una questione di tempo: tre ore e venti minuti: le prime ben impiegate i secondi beh

    – di venti minuti pùò  essere l' attesa minima di un mezzo pubblico il mattino del lunedì
    – di venti minuti possono essere dei preliminari amorosi tra felini
    – in venti minuti può verificarsi un tramonto uno tzunami
    – un' alba una svolta epocale
    – l' arrivare a metà di un' alta marea
    [segue o almeno ne auspico un seguito]]

     

  • L'impressione è quella di una scultura elastica, plastica, una sorta di nastro che si allarga come quando si butta un sasso in mare e si formano continui cerchi che via via perdono i contorni,si sfaldano, per formare altri nuovi cerchi sempre meno simili ai primi. Chi assiste, partecipa al "gioco" e si aggiunge a questo movimento di espansione, è testimone attivo e passivo insieme. Ha iniziato Paola con la sua bella poesia e subito dopo sono intervenute Margherita e Antonella altre due, ma si ha l'impressione che le voci possanono moltiplicarsi in una condivisione sempre più complessa e inesauribile.
    E' questa la mia percezione.
    Mi è piaciuto molto questo triplice canto(chiamiamolo così tanto per intenderci) così aperto  alla nostra lettura, al nostro ascolto, da passarcelo l'uno con  l'altra come si fa con il  testimone.
    GRAZIE,
    lucetta

  • Lo so Francesco che sei franco e questo mi piace molto e lo apprezzo grandemente.  Mi spiace se ti ho dato l'impressione di venire indisposta dal tuo commento, tutt'altro! (per questo intervengo subito, anche se sono un po' di fretta, proprio per sgombrare il campo a questo equivoco)
    Il tuo commento è benvenuto, anzi, a dirla tutta, consente di continuare il dialogo che, rispetto a questa poesia, mi è parso non l'unico approccio possibile (ci mancherebbe!), ma uno perseguibile e capace di andare incontro a questa poetica che giustamente Marco Ercolani (a proposito: grazie!) dice "ripida,. irta, evocativa"-
    Da parte tua rilanci con una vera sfida: "come spiegheresti questa poesia ad un bambino di sei anni",  è una bella sfida davvero!, devo prendere tempo, ci devo pensare.
    Per quanto riguarda il "valutare un testo" appunto come testo, ecco io parto da un presupposto diverso, il testo come opera (cioè manufatto, se voglio usare un termine più prosaico) e dunque mi risulta difficile, sto parlando personalmente, anche per la mia formazione, approcciarmi ad un testo in modo diverso da quanto faccio nell'approcciarmi ad un quadro (al Malevic, visto il riferimento primo).
    per ora questo, devo andare. a dopo. ciao!

  • Ringrazio Paola, Antonella e Margherita.
    Ho molto apprezzato la "partitura" a tre voci, dentro un concetto di poesia che è sicuramente ripido e irto, ma "evocativo", come già è stato detto.
    Ci si respira un'aria di sotterranea, febbrile, potente passione.
    Ciao e auguri. Marco E.

  • Cara Margherita, cerco di contraddistinguermi per franchezza, a volte il mio atteggiamento indispone. Ti ripeto, pensa che io sia un bambino di sei anni, come spiegheresti questo scritto a un bambino di sei anni? Appaga i miei 'perché', la mia non è una chiusura a prescindere. Se devo valutare un testo lo prendo per ciò che è, un testo.

  • Anzitutto un grazie per gli interventi.  A Paola che, come dice Antonella, è la "prima voce attiva",
    ad Antonella per la sua voce nel dialogo
    a Dominica per la sua osservazione sul rimando continuo delle domande e delle voci che rispondono, in modo certamente non esaustive, tantomemo indicante un preciso e prefissato percorso;
    grazie a Francesco che solleva delle belle questioni (se non ti fa arrabbiare, dico che non mi sembra tempo <i>mal</i> dedicato, quello impegnato a porsi delle domande  .  Cmq, per ora brevemente.
    Con evidenza non concordo con te sul "non senso" di questa poetica (altrimenti non sarei stata voce nel dialogo), ma, dandolo per buono, ti chiedo perché se <i>devi godere</i> di esso devi metterti davanti al ‘Quadrato bianco su sfondo bianco’ di Malevic (che per me, ma puoi immaginarlo, non è un esempio di non senso) e non, appunto, ad uno scritto.  Credo che il "dovere godere" spieghi questo (compreso l'approccio eventuale con il quadro di Malevic) e il resto delle domande che poni nel commento…, "perché dovrei rapportarmi a un testo che non mi dice niente?" 
    non lo so, tanto più che la domanda è sostanzialmente di tipo riflessivo.
    Osservo solo due passaggi che presuppongono un tuo atteggiamento di chiusura <i>a priori</i> (quindi prima dell'originarsi delle tue domande – considerazioni, peraltro legittime). Questi:
    1.Forse venendo tra tre ore di studio di Wordsworth e Coleridge non ho le sinapsi capaci di compiere il ‘salto’ nel mondo della poesia.
    2.Trovo davanti a me una porta chiusa: quella del poeta che non fa entrare il poeta nel suo comporre
    ciao

  • Ho dedicato dieci minuti della mia vita a leggere e rileggere questi versi, e altri dieci a capire che cosa potessero/volessero dire giungendo alla conclusione che senza un’esegesi non hanno significato alcuno. Forse venendo tra tre ore di studio di Wordsworth e Coleridge non ho le sinapsi capaci di compiere il ‘salto’ nel mondo della poesia. Tuttavia, perché dovrei rapportarmi a un testo che non mi dice niente? Perché? Mi fa forse provare qualcosa oltre l’indisposizione?: una compiaciuta incomunicatività… Mi arricchisce in qualche modo questo testo? Mi porta a riflettere? Se devo godere del ‘non-senso’ mi metto davanti a ‘Quadrato bianco su sfondo bianco’ di Malevic.
    Trovo davanti a me una porta chiusa: quella del poeta che non fa entrare il poeta nel suo comporre. Ci sono momenti in cui rimpiango il vorticismo. A questo punto gradirei la ‘parafrasi’, come a scuola.
    Verso 1; significato, riferimento, scelte lessicali adottate, ecc. ecc. ecc.

  • quest’articolo- oltre a mettere in rilievo il modo di rapportarsi alla poesia di Paola Lovisolo- e proprio per ciò che Paola definisce come unità di poesia insoluta- ben realizza nel suo stesso farsi il continuo( forse infinito e senza soluzioni definitive) rimando di domanda in domanda e di risposta in risposta,con il contemporaneo prodursi di evocazioni possibili a seconda della soggettività del lettore

    davvero interessante e evocativo,grazie

  • Ringrazio Paola per averci ispirato questo dialogo e per essere stata voce attiva, anzi prima voce in questo dialogo a tre voci, ringrazio Margherita che ha avuto l’idea e Poesia 2.0 per avermi/ci dato spazio. antonella

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