Fabio Franzin: ‘Fabrica’


Fabrica

Fabio Franzin

2009

Edizioni Atelier (Collana “Macadamia”)


di Roberto Cogo

Esiste ancora, adesso, nel nostro tempo ipertecnologico e globalizzato, qui, in Italia, dove l’immagine e l’apparenza sono tutto e le parole non valgono quasi più niente, esiste ancora una condizione sociale ed esistenziale che molti vorrebbero occultare o accantonare, per non doverci riflettere, per evitare di pensarci, per sottrarsi al confronto e non dover mai pronunciare alcune parole che si vorrebbero morte, finite, legate a un’epoca trascorsa, fatta di lotte e di rivendicazioni, ma anche di sfruttamento, di soprusi, di diritti negati e di privilegi per pochi fortunati; esiste ancora, qui, in Italia, nel mitico nordest dei sogni provinciali di grandezza e di potere, adesso, nel ventunesimo secolo di internet e facebook e della preponderante società dello spettacolo, continua ad esistere quella vetusta, invisibile e silenziosa fetta di umanità chiamata classe operaia.

Fabio Franzin mette in campo quello che tutti, chi più chi meno, vorrebbero fosse morto e sepolto, e lo fa senza sconti per nessuno, neppure per gli stessi operai, protagonisti (non poco patetici e malfermi) delle due sezioni del suo poemetto, che si snoda per gran parte della novantina di pagine del libro scritto nel dialetto della sua terra (con ottima versione in lingua a fronte a cura dello stesso autore), situata all’estremo lembo orientale di un Veneto frammentato in mille sfumature e in mille parlate, tante quante sono i suoi campanili. Un poemetto rigidamente intelaiato, pagina dopo pagina, attraverso una serie continua di strofe di cinque versi, composti in prevalenza da tre accenti variati su un numero, altrettanto variabile, di sillabe, generalmente settenari o ottonari. Una struttura all’apparenza rigida, quasi meccanica, anche nel deciso effetto grafico complessivo, che procede, foglio dopo foglio, sempre identico a se stesso, sfruttando gli spazi bianchi e i bordi di pagina con delle ampie rientranze tra strofa e strofa, fino ad assumere una valenza visiva che richiama alla mente un albero-motore o a camme, ma anche, quasi a dimostrazione della risoluta corrente provocatoria che apporta un forte impulso dinamico a tutto il libro, una specie di schiera allineata in cinque formazioni pronte ad avanzare sul campo.

Alla prima lettura di Fabrica, appare subito memorabile l’immagine iniziale con la descrizione degli operai durante una pausa di lavoro, a riposo. L’essenzialità della loro raffigurazione è ravvolta in un tono misto tra la compassione e il ridicolo: fanno piangere e ridere insieme, quasi cristallizzati nel loro mutismo trasognato, così in bilico tra il disincanto e la rassegnazione: “Guarda quegli operai, nota/ come sono assorti/ fra i loro pensieri mentre si/ concedono una sigaretta seduti/ contro il muro della fabbrica// guardali, stanchi e sporchi…// Sembrano quasi/ dei clown fuggiti// da un circo, così, ridicoli/ e malinconici…// la fatica/ gli ha estirpato la parola…// i sogni volati altrove.” Sembra che sia solo la necessità insita nella loro condizione a renderli fratelli, una fratellanza nello sfruttamento, ed è probabilmente proprio così, dato che Franzin, pur partecipe e coinvolto, non evita di dire cose non gradite ai più, di usare parole (in dialetto e in lingua) che ai più stonano o li fanno irritare, tanto sono messe al bando, ormai in modo definitivo, dai mass media più popolari, sulla base di una presunta correttezza politica trasformatasi gradualmente in un mellifluo imbonimento di circonlocuzioni vuote e che non vogliono (o non devono) toccare il vero punto della questione. Qui invece troviamo una realtà effettiva, toccata con mano tutti i giorni dal poeta, attraverso versi concreti come: “appesi tutti/ alla catena del bisogno,/ finché tiene.// Un po’ come quei carrelli/ uniti fra loro/ fuori dai supermarket:// poi giunge un padrone nuovo,/ spinge un euro dentro// il tuo taschino, e ti porta/ via con lui”. La proprietà (e parte della loro vita di lavoratori) rimane ben stretta nelle mani del padrone (o del padroncino, vista la collocazione a nord-est), mani generose solo (lo insegna la lunga tradizione del paternalismo veneto) con chi obbedisce e tace, senza pretendere o reclamare.

Questa di Franzin è poesia antica e insieme modernissima che sa compattare forma e contenuti, controllando stile e narrazione di argomenti forti che avrebbero la tendenza, senza un controllo vigile e attento, a prendere il sopravvento; è una poesia che innesca compassione e solidarietà, da un lato, ma anche uno sorta di critico sdegno per i comportamenti e gli atteggiamenti spesso egoistici e di comodo, per la mancanza di solidarietà o per il servilismo prono ai voleri narcisistici e ai giochi di potere egocentrico di coloro “che i se sinte/ paróni anca dea tó vita,/ che i te conta ‘l minùt/ in cesso. Dirìti? ai operai?/ fesso chi che ghe crede.” E qui mi pare non ci sia alcun bisogno di versione italiana.

Questi versi, esemplari anche sotto il profilo storico e civile, ci parlano, con franchezza e per esperienza vissuta (ancora in atto, visto che Franzin è attualmente operaio, in semi-mobilità, per giunta!), di squallidi interni di capannoni, di mescolanza di esistenze e identità di destini, di produzione e alienazione, di stress e di stanchezza che rendono difficile anche un piccolo gesto d’affetto e di umana partecipazione; ci parlano inoltre di sogni infranti e di illusioni perdute, di difficile condizione femminile e di umiliazioni subite, di tempi di produzione e di infortuni sul lavoro; e, per completare il quadro, di ipocrisia e di ignoranza, come di diritti negati o anche di quelli acquisiti, ma sempre ancora resi insicuri, in questi tempi ancora disposti, per inedia, opportunismo o inconsapevolezza, a scivolare di nuovo indietro: “Diritti? agli operai? ma/ quando mai? che è/ già tanto riuscire a non/ farsi pestare i piedi, non/ farsi, di nuovo, trattare// da schiavi. Ora, poi,/ che i tempi sono tornati/ bui”.

La seconda sezione di Fabrica, intitolata Par nome (Per nome) crea di proposito un legame stretto, quasi simbiotico, tra gli operai e la presenza materiale della fabrica. Le parti che compongono questa entità fisica, le cose, le macchine e gli strumenti che la abitano assumono — anche attraverso l’uso continuo delle maiuscole, come se fossimo in presenza di un mystery play medievale  — sembianze, fattezze, pensieri e sensazioni. La loro strettissima relazione giornaliera con la vita degli operai rende questi oggetti animati e senzienti, così che macchine e umani risultino confusi e identificati in un dialogo surreale, legati ad un unico destino incomprensibile: “La Sirena, il suo dovere/ è quello di squillare,/ di chiamare l’operaio/ al suo posto o di farlo staccare./ Sia un drin// di campanella o un urlo/ lungo da ambulanza, l’uomo che lavora sa/se è già l’ora di infilare/ i guanti o quella di levarseli.// Ma lei non lo sa se lui/ sia felice di udirla.”. Ed è così per la Segatura e il Nastro trasportatore, per la Lama circolare, il Silo, per il Rumore e le altre cose che costituiscono questo mondo a parte, in un catalogo/inventario di funzioni e di doveri, in stretta relazione con il corpo e la mente degli operai trascinati in un vortice folle di compiti e incombenze che cuce loro addosso un senso ostile di automatismo sempre teso a sfociare in noia o peggio in scoppi di imprecazioni o di fastidio intollerante.

In questo clima che si fa sempre più spaesante e alienante, in questo scenario cupo in cui uomo e macchina hanno perso i confini che li separano, simile alla fosca fantascienza da cyborg  o androidi o replicanti, appare tuttavia ancora miracolosamente possibile un qualche barlume d’umanità, qualche sporadico sentimento di solidarietà e di compassione, o, addirittura di felicità, così come nella figura finale dell’operaio Pièro, un po’ sprovveduto certo, al quale “piace/ partire da casa, ogni mattina, saper già cosa ha da fare/ e nulla di diverso: ha il suo// posto, fisso, le ferie pagate,/ lo straordinario; soldi in più/ per aggiungere un altro mattone/ alla casa che sta costruendo”; ma, anche qui deve nuovamente intervenire la voce del poeta, insieme comprensiva e ammonitrice, in sintonia con il tono generale del poema, per concludere, rivolto al lettore e insieme a se stesso (e per finire mi permetto di combinare italiano e dialetto): “chi gli spiegherà il valore vero/ del tenpo: che può essere/ straordinario anche quando non/ è pagato dal parón,/ chi ‘o gheo dise, a Pièro,/ el nostro operaio contento?


More from Redazione

Sulla poesia di Beppe Salvia

di Pietro Tripodo Ancora l’indugio di un anno, al massimo due, e non...
Read More

6 Comments

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.