Parola ai Poeti: Michele Lamon


Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Lo stato di salute della poesia in Italia è grave, pochi libri, scarsa circolazione. La poesia non è argomento di conversazione né di educazione (che è diversa dall’istruzione, misera anch’essa peraltro), la sua presenza materiale è esigua, il suo polso per strada inavvertibile.
Lo stato di salute dei poeti è una incoraggiante convalescenza a tempo indeterminato: sono vivi, svegli, anche produttivi e anche troppo, forse non si alzano abbastanza spesso dal letto, nella convinzione, ad esempio, che nessuno presterebbe loro attenzioni fuori dalla stanza.

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Ho pubblicato il mio primo libro nel duemiladieci. Dopo aver aggregato una quantità di poesie lavorate per molti anni, avevo bisogno in primo luogo di un giudizio esterno, competente, di professionale sensibilità. Rivolgermi al Premio Lorenzo Montano, cioè ad Anterem, ad una istituzione che presta attenzione e spazio a nuovi nomi e nuove vie, e lo fa da lungo tempo, per me è stata una scelta quasi ovvia. Ne ho avuto in risposta la realizzazione del libro (per una collana editoriale dedicata agli esordienti) e di una approfondita nota critica, concretezze d’atto che sono andate oltre le mie aspettative, e che mi hanno permesso di moltiplicare lettori e quindi ritorni di segnale.
Ho decantato in lungo e in largo l’estrema cura editoriale con cui sono stato trattato, nessun aspetto dell’avventura si è rivelato deludente. Le note scure semmai sono di rammarico, perché si intuisce quanta sia la fatica di chi opera in questo ambito e di quanto poco venga gratificata.

 

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Un editore è un industriale. Un buon editore è un tipo di industriale molto speciale: la figura che si occupa dell’aspetto sociale del libro, si fa carico dell’esistenza del libro come opera d’arte multipla, permettendo che divenga alla fine un possesso individuale (di molti). Gli autori di poesia non credo abbiano esigenze diverse dagli altri, solo che per un editore costituiscono o una passione o una perdita. Personalmente non saprei suggerire delle vie di minor fatica o maggior soddisfazione, tolta l’ovvia ed economicamente ardua via della pubblicità. Immaginare la dimensione editoriale del libro mi risulta difficile, ci vuole la giusta vocazione.

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Nessun nuovo media ha finora cancellato quelli che lo precedevano, la regola è la coesistenza (competitiva, certo). Gli scaffali sono per chi non ama gli azzardi e la dispersione o vuole costruirsi delle basi. Sono indispensabili anche per acquisire la certezza che la poesia è bella, poiché sugli scaffali ci sono infinitamente meno patacche che in rete.
Internet, vista nell’insieme, è un luogo ancora primitivo, povero, senza regole e senza nord. Le numerose particelle diamantifere che vi sono disperse dovranno trovare un modo per rendersi agilmente manifeste, solo allora internet potrà essere di primaria importanza per il futuro della poesia. Non è una questione meramente tecnica, di algoritmi di ricerca, ma di coscienza culturale.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Come accennavo sopra, tutto sta nella coscienza e nell’educazione. Se la poesia e l’arte in genere appartengono alla vita degli individui, esse si legano all’affettività profonda, divengono non ignorabili, fonti di gioie, di disgusti, di scambi, cioè oggetto di forte considerazione, aspetti della quale sono lo studio e la critica. Il critico quindi arriva dopo una serie di presupposti che ne costituiscono l’ambiente e che lo rendono non solo necessario, ma richiesto. I suoi ruoli divengono palesi e naturali di conseguenza.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Il canone è la testimonianza cristallizzata che fare le cose in un certo modo ha funzionato molto bene, in una data epoca o momento, ovvero un insieme omogeneo di opere che si concreta in strumento. Averne dimestichezza porta sia a poterlo utilizzare direttamente, sia a penetrare il meccanismo di formazione di tali strumenti, ma tutto ciò non è né necessario né sufficiente per fare buona poesia.
Chi ha le regole come nemico deve conoscerle e rispettarle, per poterle battere. A mio avviso si tratta comunque di un conflitto poco sentito. Magari non volentieri, poiché ciò comporta uno sforzo aumentato di ricerca e ricettività, ma credo ormai si riconosca diffusamente che il buono non sta tutto al di qua o al di là di una qualche linea.

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

Il Ministro della Cultura in Italia dovrebbe avere la stessa importanza di quello dell’Economia, se pensiamo all’entità e alla tipologia dei patrimoni di questo Stato.
La buona letteratura la fanno i buoni lettori. Lettori di qualità si vedranno offrire dagli editori autori di qualità. Ma intanto che aspettiamo il realizzarsi dell’utopia, la letteratura, la poesia in particolare, potrebbero perseguire la via “teatrale”, l’essere socialmente presenti, il dare corpo e voce a se stesse attraverso esibizioni dal vivo. Del resto, sta già succedendo.

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Secondo me ogni forma di cultura di una nazione si respira nell’aria. La cultura poetica, la cultura mafiosa, la cultura dei film a immancabile happy end, la cultura del giovanilismo eccetera, non sono diverse in propagabilità. I centri di cultura eletti come tali (famiglia, televisione, scuola, centri commerciali e così via) emanano, producono un’atmosfera che influenza in varia misura tutti. Agendo di concerto, come purtroppo fanno, stabiliscono una situazione generale ed endemica, per contrastare la quale non vi sono a disposizione che mezzi piccoli: i corpi di autori e attori, per esempio, la partecipazione a eventi dove si raduna un pubblico non di iniziati. E il pubblico spesso si dimostra ricettivo, ci sono molte testimonianze in proposito.

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Il poeta è un cittadino poiché ha alle spalle una tradizione, a prescindere dal rispetto che decide di tributarle, ovvero appartiene ed è espressione di una civiltà antica quanto la Storia. Far aderire la personale missione poetica con gli ideali di una patria geografica o politica è una scelta eventuale e successiva, la prima responsabilità di un poeta resta quella che gli deriva dall’essere un cittadino della sua arte. Tralaltro, già questo può portare a scrivere contro un sistema di potere, compreso il pubblico.

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

In poesia, per me, la disciplina è direttamente proporzionale all’onestà. L’ispirazione giunge da luoghi profondi, dove predomina un essere avulso, è solo parzialmente, o meglio, per indecifrabili vie, legata alla parola e alla musica, dà un’importanza molto relativa al mondo esterno, ha poco rispetto per la sensibilità, per l’attitudine ad usare i sensi. La disciplina e gli strumenti ad essa correlati rendono l’ispirazione idonea al fuori e alla ripetizione, alla conservazione dell’effetto nel tempo.
Quando è all’ispirazione pura che chiedo di manifestarsi, adotto un atteggiamento in qualche misura contrario, cerco di ignorare le rotte, cerco una libertà di pensiero che vada ben oltre la “semplice” indipendenza.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Scrivo poesia perché la ritengo la massima celebrazione del connubio parola-emozione-idea. Con il mio scrivere aspiro a sviluppare, intricare e felicemente esasperare tale connubio.
Il messaggio paradossale della poesia è che il tempo, proprio il tempo che serve per la vita, è uno strumento che impugnamo e che, se ne abbiamo voglia, possiamo anche lasciare cadere, abbandonare.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Ne hanno un’idea abbastanza complessa da non essere sintetizzabile in una risposta a un questionario, e ciò mi pare una buona cosa.

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Svolgo un lavoro che non ha nulla a che fare con l’arte. Posso quindi riservare la parte migliore, ma non la più grande, delle mie risorse “produttive” per ciò a cui tengo, senza nemmeno la preoccupazione di ricavarne della gloria. Chi svolge il mestiere di scrivere riesce ad operare una cesura netta tra quel che deve e quel che vuole fare? Forse per la poesia sì.
Chi davvero è libero da condizionamenti materiali e di consenso? Uno sparutissimo gruppo di persone, che invidio cordialmente.
Qualunque sia l’assestamento tra arte e vita su cui ci conduciamo, esso è una risultante di scelte e possibilità, non vedo elementi generanti contraddizione. L’inquinante possibile, anche qui, è la carenza di onestà intellettuale.

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Per me spero in una lunga vita, mi serve per realizzare quanto ho in progetto. Alla poesia non occorre nulla, è infinitamente ricca. Ai poeti servono basi: palchi, onestà, microfoni, coraggio, impostazione vocale, cose così. E a tutti serve che l’imbarbarimento dei tempi si arresti.




Michele Lamon è nato nel 1967 a Milano, vive in provincia di Udine. I suoi interessi principali da sempre sono la musica, che lo ha portato a svolgere attività radiofonica, a comporre radiodrammi, colonne sonore per spettacoli di danza e teatrali, produzioni artistiche e tecniche di dischi, regie sonore, djing; e la letteratura: pubblicazioni sparse di poesie racconti e recensioni, collaborazioni a sceneggiature video e teatrali, un romanzo inedito finalista al Premio Calvino, collaborazioni con la rivista L’Indice, pubblicazione di una raccolta di poesie per le edizioni Anterem/Cierre Grafica.

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