Note di scrittura per il «verri»


di Andrea Raos

I miei primi esperimenti con la prosa e la sua commistione con la scrittura in versi risalgono all’incirca al 1995. Avevo appena pubblicato il primo libro di poesie e pagato così il mio debito nei confronti dei miei primi maestri (Sereni soprattutto). Consideravo così conclusa una fase; e mi ero subito dopo allontanato dall’Italia e da una situazione lavorativa difficile.

Mi ritrovai quindi a insegnare il francese – lingua allora per me ancora piuttosto precaria – in una scuola elementare (e non avevo mai insegnato prima); nel frattempo cominciavo a scrivere – sempre in francese – una tesi di dottorato in filologia giapponese classica, seguivo corsi di sociolinguistica, andavo (finanze permettendo) ad ascoltare concerti jazz e di musica classica contemporanea, giravo per mostre. Vivevo – lontano, per forza di cose e con pochi rimpianti, dai quartieri di lusso e dal decoro borghese – in una città cosmopolita e multietnica.

Queste poche righe biografiche – sempre troppo lunghe – solo per dare alcune coordinate intellettuali.

Scrivevo, dunque, mischiando verso e prosa, un libro intitolato Lettere nere, mentre per necessità di studio facevo saltare, nella testa, le strutture della scrittura letteraria italiana e sfidavo altre sintassi, da un lato; e mentre, dall’altro, scoprivo il pensiero di Goffman e Bourdieu. Sintetizzati e semplificati, il tema della “follia” (Goffman) e quello del come uscire dai determinismi sociali del mondo (Bourdieu) si incrociavano. Per cui la mia domanda (il mio “artistic statement”, direbbe un professionista) era: come posso uscire – vivo – dalla mia vita (le sue impalcature sociali e i suoi riti ipocriti) e dalle sue sofferenze? E al tempo stesso, come posso “uscire dalla letteratura” (le sue impalcature sociali e i suoi riti ipocriti), rendere movimento e azione visibile il mio moto rivoluzionario e individuale di frantumazione e ricomposizione del mondo?

Si tenga presente che in quegli anni nella letteratura italiana non succedeva, per dirla con un tecnicismo, un beato cazzo. Il movimento “cannibale”, che comunque già andava spegnendosi, mi sembrava allora, senza nulla togliere al talento di alcuni suoi esponenti, un divertimento per intellettuali tristi e un po’ autistici; la sua ilarità televisiva di fronte alla violenza – simbolica e reale – dei blocchi di potere italiani già trasmetteva, a dosi omeopatiche, l’assuefazione alla catastrofe sociopolitica ancor oggi in atto. E per il resto ciò che di buono e nuovo si faceva restava sotterrato – critici quali Berardinelli o Luperini giubilavano di poter decretare il mondo ridotto, finalmente, alla loro personale mancanza di talento. Al di là di questi casi specifici, la sensazione netta era di avere abbandonato un paese politicamente finito (oggi non la penso più così, ma questo adesso non importa). E delle energie creative in sé, poco mi importava.

Così  è essenziale, per me, sottolineare il peso politico (storico, oserei) del far confliggere verso e prosa quali allora li praticavo: credo che la mia catastrofe – personale e formale – consistente nell’aver scritto un libro ancora oggi, più di 10 anni dopo, non semplicemente impubblicato ma – in senso quasi fisico – impubblicabile, sia la (piccola, trascurabilissima, una delle mille possibili) cartina di tornasole di una cultura che cronicamente non sa essere all’altezza di sé stessa.

In una scrittura di questo tipo, un orecchio musicale acuto è richiesto per trovare il giusto punto di rottura tra narrazione e pausa lirica, per decidere se sarà la frase lunga o breve a reggere il peso di ciascuna pagina. Una sola sillaba, se collocata nel punto giusto, può reggere decine di pagine (è una cosa che non sapevo, che ho imparato scrivendo e che non finirò mai di imparare). Si creano architetture impreviste, angoli di luce inattesi in lunghissime fughe di stanze buie.

Ad ogni sillaba dunque, e nella misura delle forze individuali –  questo il senso più ovvio della ”responsabilità dell’artista”  – si ricorda al corpo sociale che, scusate l’enfasi, un altro mondo è possibile. Ne piovono ogni giorno a migliaia, stelle nere che non vediamo.

(Di ciò che sto scrivendo oggi, invece, parlerò domani.)

 

[ da «il verri», n. 43, giugno 2010 ]

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