Parola ai Poeti: Roberto Bugliani


Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Il panorama della poesia italiana contemporanea mi pare, nel suo complesso, interessante, e il suo corpus direi che gode di una salute di ferro. Mentre quanto a visibilità è messa piuttosto male. Ma come può la poesia acquisire maggiore visibilità se la maggior parte delle case editrici più importanti ha tagliato, e già da vari anni, ciò che secondo un’ottica esclusivamente di mercato sono i rami secchi rappresentati dalle collane di poesia? L’analogia non è certo nuova, ma la poesia resta la Cenerentola delle Arti. Comunque, non di rado si assiste al prodigio di questa Cenerentola che si trasforma in una affascinante Principessa, la quale riesce ad ammaliare perfino il Re Mercato. A onor del vero, devo aggiungere che l’idillio è sempre di breve durata, finito il quale la nostra Cenerentola riprende a spazzare il pavimento della casa delle sue sorelle, le (altre) Arti. Semmai, una critica è da rivolgere a quei poeti che oggi, e con una incidenza maggiore che in altri periodi storico-letterari, sono tutti presi a contemplare il loro ombelico, a esplorarlo con lo zelo e l’acribia d’un Livingstone, a blandirlo e coccolarlo. Naturalmente, per ombelico intendo il cosiddetto “io lirico”.

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

La mia prima raccolta di poesie è stata “Cronache con paesaggio” uscita nel 2001, dopo una serie piuttosto consistente di peripezie e contrattempi editoriali, e preceduta da almeno un ventennio di pubblicazioni di testi poetici su riviste. Ma la mia entrata tardiva nell’agone poetico non è dovuta (soltanto) al disinteresse degli editori, perché ci ho messo abbondantemente del mio. Ovvero, pur essendo la poesia la mia pratica scrittoria di sempre, per lungo tempo mi sono dedicato ad altre attività creative o saggistiche, quando non alla attività politica, alla militanza nel sociale (non partitica, of course). Insomma, mettiamola così: la mia “distrazione” dalla poesia (e dalla letteratura in genere) è stata necessaria per rispondere alle istanze politiche del mio essere sociale, è stato (ed è) il piccolo contributo che ho dato (e do) al fatto di vivere in società.
Quanto al momento giusto, magari potessi avere una simile premonizione. Più banalmente, il momento della pubblicazione è venuto a seguito della promessa di pubblicazione fatta dal mio editore di allora, il leccese Manni, quando arrivai finalista in un premio di poesia, il Laura Nobile di Siena. Ma siccome le promesse degli editori sono come quelle dei marinai, dopo alcuni anni di silenzio, un silenzio del resto proficuo per entrambi, ricordai a Manni che era tempo di far fronte alla sua promessa. Così venne alla luce il libro. Dal quale non mi aspettai nulla di preciso, anzi, appena nato, lo lasciai da solo per le strade del mondo letterario. E di strada mi pare ne abbia fatto molto poca. Dopo i primi passi, si è fermato chissà dove.

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Non ho idee particolari al riguardo. Credo che dagli editori i poeti si aspettino, o perlomeno io mi aspetto, che facciano il loro mestiere. E’ un’aspettativa che potrebbe apparire scontata o banale, dato che l’industria culturale il suo mestiere l’ha sempre fatto. E bene, se consideriamo il libro di poesia come una merce al pari di altre. Ma se lo riteniamo una merce particolare, dotata di requisiti specifici, be’, allora invitare gli editori a fare il loro mestiere mi pare abbia un senso. Tanto più che oggi la figura dell’editore “puro” sta scomparendo, e che molti editori hanno idee poco “ortodosse” riguardo al loro mestiere.

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Non solo la poesia di domani, ma anche la poesia di oggi e quella di ieri stanno in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie, ma non certo a quello dei centri commerciali. Credo non sia rendere giustizia al mercato pensare che la mecca del commercio possa ospitare solitamente nei suoi scaffali la poesia. Precisato questo, dico che Internet ha cambiato il modo in cui l’individuo era solito relazionarsi con il mondo. La realtà oggi ha un aspetto virtuale prima sconosciuto. E spesso uno è portato a scambiare la realtà virtuale con la realtà tout court. Specialmente se consegna in toto la propria fiducia al web. Bisognerebbe utilizzarlo sempre in modo critico. Ciò non toglie che il web sia stato una grande rivoluzione tecnologica, ricca di implicazioni e conseguenze. Buone e cattive, certo, e molto dipende dall’uso che se ne fa. Dunque, anche la fruizione della poesia ha subito un mutamento epocale con l’avvento della rete. Un aspetto positivo è la maggiore diffusione della poesia rispetto a qualche decennio fa. Tutti i blog letterari non mancano di ospitare testi poetici di autori giovani, che oggi hanno a disposizione questa opportunità in più per farsi conoscere. La democraticità orizzontale della rete è dunque un’ottima cosa. Ma in essa scorgo anche un aspetto negativo. Ossia l’autoreferenzialità. Che sfugge a ogni filtro esterno, per dir così. Del resto, la quantità non è mai stata sinonimo di qualità.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

La comunità critica, che eserciti una funzione di mediazione tra l’oggetto artistico e la comunità di fruitori, è indispensabile per qualsiasi prodotto letterario. Un’opera letteraria o artistica ha bisogno di interpretazioni che la affiancano e che si sviluppano, in contrasto o in lotta fra loro, nel corso della storia. Perché la percezione un’opera data è cangiante, e la sua interpretazione dipende anche dalla cultura del tempo in cui si produce la lettura critica. Semmai, a proposito della comunità critica, oggi mi pare eccessivamente sbilanciata verso la critica accademica, a discapito della cosiddetta critica militante. Anche sulle pagine culturali dei quotidiani o dei settimanali quella che un tempo si chiamava la battaglia delle idee in campo estetico è scomparsa. Ma tutto ciò è segno della confusione culturale del nostro tempo. Per cui occorrerebbe ritornare alla interpretazione testuale di tendenza, allo scontro tra interpretazioni, che è sempre segno di un pensiero forte, volto a ricercare la verità, anziché indugiare nella melassa dei bla bla pseudocritici e accontentarsi del relativismo. Ben venga, dunque, una solida, agguerrita, belligerante comunità critica, che si doti di forme comunicative nuove, proprie del nostro tempo.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Considero il canone letterario come la carta geografica della letteratura. E’ una mappatura necessaria, senza la quale è difficile orientarsi nel viaggio letterario. Le definizioni, di stile, di genere, di corrente, e i modelli mi paiono cose da non disprezzare. Quanto poi al rapporto con la tradizione, ogni scrittore si comporta secondo la propria progettualità, la propria indole, iconoclasta o conservatrice che sia. Comunque, non c’è vera opera letteraria che non contenga in sé germi di innovazione formale, di originalità estetica, anche la più apparentemente tradizionale. Altrimenti si confonde con il grigiore proprio delle opere senza spina dorsale, che storia (letteraria) non fanno. Quanto a me, si parva licet, ho sempre avuto un debole per lo sperimentalismo in poesia.

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

Credo che la cultura non abbia bisogno di un Ministro. Semmai, è la sua burocratizzazione istituzionale ad averne bisogno. Ma quella non è più cultura viva, è codificazione ministeriale, appunto. Ciò che invece la politica potrebbe fare per la letteratura è stanziare fondi per la sua diffusione. Ma in questi anni (o decenni) bui dove prevalgono i tagli alla cultura anziché gli incentivi, auspicare ciò è come chiedere la luna. Del resto, i tagli alla cultura non vengono fatti a caso. Per la politica odierna (ammesso che l’attuale si possa ancora definire politica) la cultura è pur sempre pericolosa, o quanto meno scomoda.

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Intanto, prima dell’educazione poetica di una nazione, dovrebbe esistere una nazione sovrana in grado di fare scelte precise in ogni suo campo sociale, politico ed economico. E in l’Italia la piena sovranità nazionale mi pare sia da riconquistare. Dopodiché, fino a che la poesia sarà ancella dei meccanismi di mercato, e solo di quelli, ritengo che qualsiasi sforzo fatto, anche a livello istituzionale, per favorirne la diffusione, resti un pagliativo. In termini di mercato, la poesia è un genere superfluo, un bene di lusso che in pochi acquistano (nemmeno gli stessi poeti lo fanno, altrimenti le vendite dei libri di poesia schizzerebbero alle stelle). Per acquistare un libro di poesia occorrono requisiti non comuni da parte del consumatore: una sensibilità medio-superiore, una considerazione della poesia pari a quella che la maggioranza di consumatori ha per il romanzo, una capacità di godere esteticamente della parola poetica. Insomma, requisiti “marziani”.

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

In ambito sociale, il poeta è un cittadino come un altro. Non ha alcuna marcia in più. Ed è proprio in quanto cittadino uguale agli altri che ha precise responsabilità politiche (qui la radice polis è necessaria per chiarire ciò che dico) nei confronti della società in cui si è trovato a vivere. Mentre in quanto poeta, la sua unica responsabilità verso il suo pubblico è di continuare a essere un buon facitore di versi.

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

Nella disciplina, naturalmente. Non credo in alcun afflato o frisson dell’animo, la creazione poetica non è un mistero, e la poesia è lavoro artigianale. Le mie “scintille” sono inizialmente dei sintagmi, degli emistichi o dei versi che appunto su fogli di carta o direttamente su un file di scrittura del computer, poi ci lavoro sopra e, quando va bene, viene fuori una poesia.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Sono del parere, non nuovo naturalmente, che la poesia non debba semplicemente comunicare. Se il poeta vuole “dire qualcosa”, ossia esprimere un’idea, lanciare un messaggio o che altro, be’, ha altri strumenti a disposizione. Che vanno dalla classica dichiarazione di poetica alla creazione di un blog o all’iscrizione a facebook. Invece la “comunicazione” poetica ha una complessità tutta sua. Che non dipende soltanto da ciò che il poeta ha voluto dire. Se il testo poetico contenesse unicamente il messaggio che ha inteso affidarvi il poeta, sarebbe povera cosa. E non esisterebbe il conflitto delle interpretazioni su uno stesso testo. Il bello è che il testo poetico trascende, diciamo così, la volontà e la consapevolezza di chi lo scrive. Dice (anche) dell’altro rispetto a quello che dice o crede di dire il poeta. Questo arricchimento “comunicativo” costituisce la peculiarità del testo poetico. Nel romanzo le cose mi paiono andare diversamente. Ma anche lì c’è sempre qualcosa che sfugge dalle mani dello scrittore, per quanto sorvegliato egli sia. Ed è compito della critica di volta in volta mettere a fuoco questo “qualcosa”.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Per alcune delle persone che amo, la poesia fa parte del loro bagaglio culturale. Per altre no. Del resto, io stesso di solito non parlo di poesia in casa o con gli amici. E frequento pochissimo i poeti.

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Ho sempre lavorato per vivere, per cui non saprei immaginare cosa avrei scritto se avessi avuto la possibilità di farlo per mestiere. Probabilmente mi sarei posto la questione del pubblico, dei lettori, in termini diversi di quanto me la sia posta finora. Ossia in modo più commerciale. E avrei forse imparato qualche astuzia che non ho. Fare un lavoro diverso da quello di scrittore per tirare il lesso quotidiano ha condizionato il mio modo di vedere. L’ho sempre preso come un dato-di-fatto e ho organizzato il mio tempo di conseguenza. Per cui non sento nostalgia per una ipotetica condizione perduta o negata.

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Per il mio futuro spero cose che con la poesia non hanno nulla a che vedere. Dopo le ubriacature giovanili della vita come ancella dell’arte, adesso sono del parere opposto. Perciò le mie speranze riguardano il sociale, il collettivo. Per il futuro della poesia augurerei che rimanga ribelle e clandestina come sempre (o quasi) è stata. In quel suo status ha dato opere immortali. Quindi mi aspetto che non tradisca la sua funzione. Quello che le difetta, oggi, e dunque difetta ai poeti, è un surplus di indignazione. O, se vogliamo, di rabbia. Del resto, già Giovenale asseriva che “facit indignatio versum”.

 

 


 

Roberto Bugliani è nato a La Spezia, dove vive. È stato redattore delle riviste Palomar; Lettera; Nativa; Allegoria e attualmente collabora a Latinoamerica. Nelle edizioni Manni di Lecce ha pubblicato il “romanzo da verificare” Il decennio perduto (1994); la raccolta di racconti Zucchero e altri veleni (1995); il reportage “anomalo” Dove comincia il giorno. Viaggi in Chiapas e Guerrero (1999). Con Aldo Zanchetta ha curato il volume di testimonianze Il Tatic Ruiz. Un vescovo tra gli indios del Chiapas (2004) e con Roberto Bertoni la non-antologia poetica Voci di Liguria (Manni, Lecce 2007).
Ha raccolto una parte dei suoi saggi critici in Le parole di Mefisto. Per una critica teorica dell’ideologia del testo (Ed. di Contraddizione, Roma 1990). Ha tradotto racconti e romanzi di autori latinoamericani, tra cui gli ecuadoriani Alicia Yánez Cossío, Joaquín Gallegos Lara, Pe-dro Jorge Vera, il messicano Carlos Montemayor e i due tomi di Subcomandante Marcos, Dal Chiapas al mondo (Erre Emme, Roma 1996).
Ha pubblicato due libri di poesie: Cronache con paesaggio, con intro-duzione di Pietro Cataldi (Manni, Lecce 2001) e Di quand’ero poeta (e non lo sapevo), puntoacapo, Novi Ligure 2009. Sue poesie tradotte in inglese sono state incluse nei volumi editi dalla torinese Trauben: Sei poeti liguri (2004) e Poems from Liguria (2009).

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