Anna Maria Farabbi – una nota di Sebastiano Aglieco


Questo libro [La tela di Penelope, ndr.] di Anna Maria Farabbi puntualizza, in modo molto diretto, una questione importante: “Credo che ogni lettura, per quanto sia attenta e colta di ogni strumentazione filologica, vive sempre a distanza. E che la lettura resa pubblica…ha significato solo se espone frontalmente la propria soggettività… “
E’ un’idea di critica militante che chiarisce subito il senso del nostro contatto con i libri; il lettore crea altro senso, si sa; ma ciò vuol dire anche che il lettore può organizzarsi un proprio strumentario nel tentativo di un’approssimazione, di una “limpida approssimazione”. A che cosa? Il fatto è che il grande poema ancora riesce ad alimentare l’immaginazione di intere culture, innestandosi drammaticamente nella mancanza di senso delle nostre vicissitudini esistenziali. Ecco allora l’urgenza del contatto con l’enormemente lontano, con la radice bruciante della mediterraneità.
L’autrice risolve questo nodo nelle pagine dedicate all’infanzia, ai luoghi impastati di terra e rughe; usa parole antiche e bruciate, della stessa consistenza del sale e della pietra delle case. Nella sezione “Il mio isolario” gli anfratti, i passaggi, i limes della mente, si calano negli scenari della propria origine, preparando approdi per gli dei ed accogliendo le figure del presagio. Si percepisce in queste pagine un sostrato più antico, gli elementi di una cultura ancestrale, pregreca, ancora avvertibile nei reperti mentali della nostra formazione. E’ la figura della nonna, a farsi carico di diseppellire il colore di un mondo ormai scomparso: “In casa, accanto al grande camino. Mentre la luce fermenta le rughe, nel caldaio cuociono sale e erbe. La nonna gira ogni tanto la mestola canticchiando”.
Sono ancora le parche a governare il mondo. Le abbiamo scacciate pulendo le stanze in cui abitiamo, illudendoci che i marchingegni della modernità ne possano neutralizzare l’acre odore, lo sguardo atterrito. Compiamo in fondo, ancora, la stessa operazione epocale di trasformazione delle Erinni in Eumenidi; ad esse rechiamo offerte su altari bel puliti, asettici. “Gli uomini sono andati a caccia. Le donne di là filano. Ma quando i bambini stanchissimi si sono addormentati le donne suonano il filo” Eccole: esse ancora abitavano, fino a qualche tempo fa, le stanze della cultura contadina; si poteva intuirle ben abbigliate nei mantelli, negli aliti pesanti delle donne nere sedute in cerchio, nel buio delle case siciliane della mia infanzia.
“Vivo l’esperienza dell’ombra. Tra le mani stringo il nodo che è leggerissimo: è fatto con un filo solidificato di saliva. E’ un dono. Il segreto sta, come dice la nonna, di mettere il nodo in bocca. Cessare la parola, fino a che la saliva liquida sciolga…il filo e arricchisca la lingua”. Chi scrive, credo, debba fare drammaticamente i conti con questo peso della parola faticosa, dal qual non ne può venire che sconcerto. Ma è necessario, è duramente necessario. Chi scrive deve approssimarsi al segreto di questa fontana che alimenta senso e sangue, sapendo che ciò che nominiamo non può appartenerci totalmente e se vuole, può ferirci con la sua mancanza.

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