Altre Voci n.11: Due letture

 

L’impressione (a caldo) scaturita dalla lettura delle ultime prove di Marco Giovenale è che ci troviamo in presenza di una scrittura (fredda, per definizione dello stesso autore) a due voci. Usciti di recente (settembre 2010) e quasi contestualmente, Shelter (Donzelli) e Quasi tutti (Polìmata) offrono infatti, per mano dello stesso autore, testimonianza di due diverse intenzioni. Shelter presenta al lettore un corpus di testi (scritti tra il 2003 e il 2009) che rientrano in un solco nel quale devono citarsi – oltre a La casa esposta (Le lettere) – almeno altri tre titoli, andando a ritroso nel tempo: Criterio dei vetri (Oedipus), Il segno meno (Manni), Curvature (La Camera Verde). Shelter (in inglese “riparo”), a differenza de La casa esposta in cui una architettura molto pensata ed un percorso interno lineare rendono opportuna una lettura sequenziale, presenta una rassegna di ritratti la cui autonomia è sottolineata dall’autore stesso che ad apertura delle varie sezioni pone il medesimo titolo: clinica 1. La lettura può quindi iniziare da un punto qualsiasi del libro e proseguire in qualsiasi direzione. Ad essere rappresentata è una varietà di casi il cui tratto omogeneo è costituito dalla malattia (rifugio e condanna, allo stesso tempo); una malattia (o vecchiaia o disagio) non occasionale, non episodica, bensì assunta a stato permanente dell’esistenza e che si configura ad un tempo come allegoria dell’esistenza stessa. In questo caso (a differenza di altra e celebre serie ospedaliera, in cui nel linguaggio frantumato di Amelia Rosselli si restituisce al lettore la somma di frammenti in cui il corpo è ridotto dalla malattia) non assistiamo allo sfasamento rispetto ad un grado iniziale (la salute) né al distacco delle parti da un tutto (il corpo, inteso in senso lato anche come corpo/linguaggio), bensì alla sospensione della propria temporalità rispetto al tempo della propria esistenza (qui lo sfasamento e il distacco). Uno stato che pone continuamente di fronte ad un bivio (molti testi si chiudono con l’indicazione di un’alternativa), ad una scelta dentro/fuori lo stato clinico che tuttavia non viene mai adottata, riportandosi così la lettura al precedente verso o al precedente paragrafo (nelle prose, che in questo caso non costituiscono una diversa soluzione stilistica rispetto ai versi ma semplicemente una diversa forma dello stesso codice linguistico, della medesima sintassi) e che, insomma, non sembra poter trovare esito, costringendo ad una dimensione patologica in cui – ci suggerisce Giovenale senza troppi infingimenti – siamo tutti costretti, indipendentemente dallo stato di salute. Si rende conto, in questa visione, di varie prospettive inquadrate da postazione fissa e attraversate prevalentemente nell’aspetto della percezione (come la malattia e l’immobilità mutano la percezione del mondo esterno e della propria collocazione al suo interno). Un libro omogeneo, quindi, che rivela un’esperienza diretta dell’autore a contatto con quei letti, con quelle fissità, ma che tuttavia non cede né ad una deriva da caratterista (non siamo in presenza di una serie di personaggi) né alla tentazione dell’immedesimazione (si riportano quelle esperienze, sebbene viste attraverso la propria lente di ingrandimento) e che, in conclusione, si può leggere come negazione del titolo (nel bianco il nero e viceversa) con il quale si presenta al pubblico. Rifugio (shelter) – non rifugio, impossibilità di trovare riparo (l’igloo di Mario Merz, in foto, se nelle intenzioni vuole rappresentare la spirale come legge strutturale della natura – in chiave abitativa, tuttavia pare contenere la stessa ambiguità del rapporto tra dimensione interna ed esterna, un’allegoria dello shelter così come viene configurato nella scrittura di Giovenale).

 

 

Su un punto Shelter e Quasi tutti sono opere comunicanti, ovvero sull’assenza di una linearità interna. In questo caso è l’eterogeneità dei materiali linguistici che permette di spaziare liberamente all’interno dell’opera. Per altro il libro edito da Polìmata si discosta da Shelter su vari piani. In primo luogo, appunto, quello dell’omogeneità. In Shelter possono leggersi versi e prosa, ma nel complesso è una la scrittura e univoca l’esperienza (quella della malattia, appunto); Quasi tutti apre, invece, un ventaglio di ipotesi, soprattutto formali. Se Shelter riporta di esperienza/e vissuta/e, in Quasi tutti sembrano indicarsi direzioni di ricerca che ciascun lettore potrà seguire per confrontare la propria sintassi, la propria lettura della realtà. E’ quindi un testo da considerare in chiave saggistica, se per saggio intendiamo dimostrazione, prova, tentativo (più prossimi a Montaigne, quindi). Un’operazione in cui la tecnica (le diverse modalità in cui concepire un testo attraverso l’utilizzo di meccanismi pre-configurati) è messa a servizio di una crisi (quella del testo inteso come affermazione o come rappresentatività dell’autore) e viceversa, la dimostrazione di come la crisi della soggettività autoriale induca all’utilizzo di tecniche per la concezione del testo. Su questo fronte della propria ricerca, quindi, Giovenale sembra inventariare una serie di beni strumentali (cut up, googlism, etc.) che, non nuovi al patrimonio di conoscenze di letterature soprattutto straniere e soprattutto sperimentali, vengono qui esposti (fuori dal perimetro della propria casa esposta, ovvero fuori dalla dimensione puramente autoriale che, che ad avviso di chi scrive, è da individuare nei titoli già indicati) con perizia e da una postazione privilegiata, quella di un osservatore quanto mai attento e immerso nella forma, nelle varie forme che la scrittura può assumere, sino ad una sublimazione installativa di cui Giovenale è – non da ora – convinto assertore. In questa doppia veste Giovenale ci consegna dunque un autore e il suo negativo che al chiuso della camera oscura coincidono per poi ancora una volta esporsi e differire (vocabolo caro a Giovenale che tra i vari blog curati annovera http://differxit.blogspot.it e che titola ‘differx.it’ una delle sezioni di Quasi tutti). Certo è che rimane viva una contraddizione, quella tra Giovenale autore di Shelter e Giovenale non-autore (autore in negativo) di Quasi tutti, nella quale sembrano trovarsi almeno due peculiarità di questa/e scrittura/e: la multiformità e, non a caso, lo scarto rispetto all’oggetto (fosse anche da intendere come deviazione dalla propria opera: oggetto di scrittura/scrittura oggetto). Sul terreno di lettura l’autore semina tracce, il non-autore le cancella ed è rimesso al lettore orientarsi (o disorientarsi) in un gioco le cui regole sono anch’esse sempre da riscrivere.

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7 Comments

  • (Provocativamente): sarà per questo allora – dell’assenza di googlism e cut-up – che la raccolta mi ha raccolto 🙂

    Luigi B.

  • caro Luigi,
    grazie dei commenti: confermo la tua impressione: in Shelter non c’è googlism. Fa parte di quelle opere (come i versi in La casa esposta, o Storia dei minuti,…) che non lavorano né con il cut-up né nel senso della sought poetry.
    E’ pur vero che la sezione centrale di Shelter, quella in prosa, meriterebbe un discorso particolare. E’ scritta secondo una modalità ancora differente. Ma a mio avviso (se piace, ma anche se non piace) in quelle pagine è il risultato e non il processo a contare. O così mi auguro.
    Per quanto riguarda Joyce e una flessione ‘iperlinguistica’ della mia sperimentazione, diciamo che c’è un discorso del genere in materiali miei in rete – per es. qui: http://ex-ex-lit.blogspot.com/2010/08/text-marco-giovenale_21.html (e in altri frammenti della stessa serie, ospitati in quel blog).
    Invece nel libro Quasi tutti il discorso è più vicino alla ‘prosa in prosa’, al googlism, ai materiali presenti appunto nell’antologia uscita per Le Lettere.
    In questa pagina: http://www.polimata.it/dettaglio_079.php si possono trovare link sia a testi in rete (anche in trad. inglese) sia il video delle letture di alcuni brani proposti nell’ambito di RicercaBo 2009.

  • La lettura disperante di una disperata poesia: questo mi è parso, ad una prima lettura, Shelter.
    Assieme all’ultimo verso della poesia introduttiva della raccolta (Parla di questo il foglio, ombra di questo, crede), quello che recita “Chi manca è più nitido/si prende la ragione” mi paiono, oltre che i più forti e riusciti (assieme ad altri), i versi che meglio sanno trasmettere le intenzioni del testo al lettore, permettendogli in tal modo di accedervi – e, in un certo modo, una specie di “dichiarazione di poetica”.
    Quasi tutti non l’ho letto, quindi non posso pronunciarmi. Però tra la sezione in “prosa” di Shelter e la sezione di Giovenale di Prosa in Prosa vedo delle analogie e un certo (vivido) richiamo alla “prosa” dell’Ulisse di Joyce – mi riferisco al modo in cui il pensiero si articola in forma scritta.

    Ad ogni modo, sia la parte in versi che quella in prosa di Shelter mi pare condividano la stessa angoscia, la stessa angustia direi, prodotta da questo pensiero continuamente rotto piuttosto che interrotto. L’operazione è davvero riuscita: ti senti malato (oltre che male) mentre leggi e l’impatto è amplificato dall’eterogeneità delle condizioni presentate che ti impedisce qualsiasi forma di identificazione o rassegnazione ad una condizione negativa che si impara a conoscere: ti vian voglia di scappare ma ti dimentichi di lasciare il libro sulla scrivania.
    Altra cosa che ho notato: l’attenzione al ritmo ed al suono molto più ricercata (anche se mimetizzata) nei componimenti in versi – anche se certe cose le trovo più spontanee ed altre delle forzature.

    Mi sono chiesto quanto googlism ci fosse in Shelter. Io credo nessuno, ma mi posso sbagliare.

    Luigi B.

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