Anna Maria Farabbi: ‘Segni’


di Gianmario Lucini

Un piccolo e prezioso quaderno ci propone sei incisioni  postume di Stefano Bicini, un artista perugino scomparso ad appena 46 anni, e otto poesie di Anna Maria Farabbi.  A dire il vero le illustrazioni sono sette ma una, riportata per metà all’inizio del testi e per metà dopo le note bio-bibliografiche, potrebbe essere il disegno riportato sulla cartella che si solito raccoglie e protegge i lavori di grafica.  Rappresentano infatti una variazione, forse una prova d’autore, della tavola intitolata “Due tulipani dentro Amsterdam” (ad Amsterdam peraltro è stato concepito il lavoro, finito poi a Perugia); nella tavola i tulipani sono scuri, mentre nella “settima tavola”, per così dire, sono rossi.  Peraltro è l’unica illustrazione nella quale risalta un bel colore rosso vivo, più o meno lo stesso della copertina del quadernetto, mentre i due colori dominanti nelle altre incisioni sono la terra di Siena naturale che sfuma nell’ocra e una terra di Siena bruciata molto scura, quasi un nero.  Pochissimi colori dunque, oltre il bianco dello sfondo.  Il bianco che di per sé assume un ruolo molto importante, come in tutte le pitture senza sfondo, perché induce un sentimento di sospensione, di vuoto, quasi di scissione, nel quale la violenza del segno causerebbe quasi un urlo dello spirito se non vi fosse il calore e la tranquillità della terra di Siena e dell’ocra a rompere questo contrasto quasi ferino, primordiale.  E così il segno, che è volutamente ruvido e molto simile (non a caso) nei tratti a certe incisioni primitive, come quelle della grotta di Lescaux, viene mitigato, addomesticato, tradotto da un passato senza origine precisa, ad una cultura della terra, che pur racchiudendolo in sé, senza violentarne l’essenza e la purezza ancestrale, lo conduce dal caos materico alla mitezza di una vita ordinata e serena, nella semplicità e nella tenacia contadina o popolare che plasma la storia.  Pertanto, questo secondo piano che quasi sostiene il segno, senza il segno stesso sarebbe fagocitato dallo sfondo, vanificato dal vuoto; mentre il segno senza questa campitura domestica, sarebbe la ferinità ostile e incomprensibile.  I due elementi insieme vincono il vuoto, da soli ne sono vinti.
Ma non è, questa, pure se in schemi estremamente semplificati e riduttivi, la poetica di Anna Maria Farabbi? Ecco dove i due artisti (che, a quanto ho capito, erano anche amici) trovano un orizzonte comune ed ecco perché la scelta di accompagnare le incisioni con testi di Anna Maria è stata certamente felice e perfettamente congruente.
Mi viene perciò spontaneo accostare il canto della Farabbi più alla campitura che al segno, e lo vedo come un ordito di nessi entro i quali il segno trova un senso nuovo e diverso (le due opere infatti sono diverse: non è il commento della poeta ai dipinti, una descrizione di quello che vede o quello che i dipinti le suggeriscono, ma un canto che cresce in modo autonomo nella suggestione visiva dei dipinti; da questo punto di vista lo sguardo poetico è esattamente come negli altri suoi testi).
Diversa, per alcuni aspetti, è anche la scrittura, che in queste otto poesie sembra voglia lasciarsi andare (un filino appena, non più di tanto) a una specie di estasi, come colei che assapora il sole del mattino sugli occhi chiusi.  Il tono è colloquiale ma come catturato in una dimensione onirica, estatica.  Ed in questo fiume luminoso ecco affiorare la figura della nonna, che come un Virgilio conduce la bambina all’esplorazione della terra, fatta sensibilità in lei e realtà fuori di lei, ecco i paesaggi d’Africa probabilmente affiorati per analogia con il segno primitivo del Bicini, ecco quella formulazione di propositi che potrebbero essere parole sempre della nonna, oppure una metafora per definire gli orizzonti della propria poesia o molte altre cose (è la penultima poesia, quella che ci piace più delle altre e che volgiamo proporre anche ai lettori di Poiein).
Insomma, una Farabbi sempre più intensa, che sempre più si conferma un’artista in crescita, consapevole dei suoi mezzi e degli sviluppi, praticamente illimitati, che possono derivare dalla sua poetica.

 

 

Abbi cura di te    delle foglie
che lentamente    nessuno sentirà    ti cadranno.
Inumidisci la profondità delle tue crepe

scritte sul tuo corpo dall’ustione
nella fosforescenza ignea del gelo e dell’estate.
Proteggi le vene d’acqua da cui nascesti il pozzo
per la tragedia della tua continua sete    per l’orto.
Compi fino in fondo la tua resurrezione.

Custodisci i tuoi piedi interiori
che si orientino scalzi
di terra in terra dentro la memoria biologica
geologica
fino alla lontanissima vicinissima presente

origine.
Per la pioggia prepara una ciotola
dentro cui prima o poi accadranno pani onde oceaniche e pesci:
mangia bevi e in quella acqua lavati.
Guadagnati in ogni morte la gioia.
Ai tuoi amanti offri il meglio di te
non necessariamente la parola.

Ricordati l’eredità.
Che un nuovo dono crea ulteriore responsabilità.
Intensificati durante ogni viaggio.

Hai il poema nel tuo cuore rabdomantico
il tuorlo nell’uovo
il metronomo con cui farai esercizio nel respiro.
E ora va: passa la soglia. E cantala.

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