Parola ai Poeti: Matteo Veronesi


Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

La “salute”, lo insegnano gli Stilnovisti, è “salvezza”. E oggi, temo, la poesia non dà la salvezza, anzi non c’è salvezza neppure per la poesia stessa, condannata alla sua disperata solitudine  – o, forse, per uno di quei vitali paradossi di cui la poesia è capace – la poesia che, dice Celan, “non divide il sì dal no” – proprio in quella candida e melodiosa solitudine sta la salvezza della, e nella, poesia, in un mondo gelido e inumano.

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Pubblicai troppo presto, adolescente o poco più, in un’edizioncina privata, e in brade antologie oggi dimenticate. Una delusione, uno scialo, che a volte fa ancora affiorare sul mio volto un amaro rossore. Non si deve aver fretta di pubblicare. Tenere nel cassetto le opere per sette anni almeno, come raccomandava un Antico.

 

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

I poeti si aspettano troppo: “visibilità”, distribuzione, notorietà, “riscontri”. Mentre la poesia non ha bisogno di riconoscimenti, riconosce se stessa come tale. “Je me suis reconnu poète”, dice Rimbaud. Saranno i posteri a decidere cosa valeva la pena fosse scritto; e il loro giudizio, mai definitivo, potrà mille volte mutare. Noi scriviamo per i morti, o per i non nati ancora. L’editoria di poesia è, in fondo,  un controsenso. La rete è una valida alternativa: restituisce ai versi il loro stato originario ed essenziale di impalpabilità, volatilità, labilità, e insieme di universalità, e in certa misura di anonimato, perché il poeta parla da, e in, un luogo-non-luogo che è terra di nessuno, e di tutti, si fa eco e risonanza di una Parola che lo trascende, e che pure diviene, in lui, come in uno specchio, cosciente di se stessa.

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Il futuro della poesia (e dell’opinione, del pensiero, del dibattito culturale e ideologico) è nella rete, che non per nulla è ostentatamente snobbata, come sottobosco autoreferenziale, dall’establishment culturale come da quello politico, che in realtà la temono, in quanto spazio libero ed imparziale, e proprio per questo tentano, invano, di delegittimarla, screditarla, metterla a tacere, o peggio imbavagliarla sotto il pretesto di una “regolamentazione” che è, in realtà, l’insidiosa, ingannevole  e ruffiana (proprio perché borghesemente rassicurante) maschera sotto cui si cela la censura.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

La critica dovrebbe tornare ad essere collaboratrice dei poeti, come ai tempi della Voce, degli ermetici, o anche delle avanguardie storiche e nuove: sorella, non ancella, della poesia, “della stessa razza”, come diceva un grande vociano. La rete, anche in questo, può aiutare. Può far nascere una nuova comunità, un nuovo dialogo, una nuova comunione, una nuova respublica litteraria.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

La tradizione va ripensata, “attraversata”, non ignorata, né iconoclasticamente profanata e devastata (un atteggiamento, quest’ultimo, che fa il gioco della dominante volgarità mediatica e mercantile, e che proprio per questo appare davvero strano in intellettuali e letterati ascrivibili, in senso lato, alla sinistra: erano i Lukács e i Pasolini ad ammonire che l’apparentemente antiborghese ed antiaccademica, e dunque liberatoria,  “liquidazione dell’alta cultura” finiva in realtà per fare precisamente il gioco del Capitale nelle sue forme più degradate ed omologanti).

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

Il Potere, in genere, non appoggia la cultura che per strumentalizzarla, o per distribuire favori. Solitamente, le sovvenzioni all’editoria, a tutti i livelli,  passano attraverso le baronie accademiche, le consorterie, i potentati. Il che non toglie che, a volte, il supporto istituzionale si sposi, quasi miracolosamente, al valore culturale.

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Nessuno. Si tratta di scelte individuali. Forse l’ambiente culturale della famiglia d’origine può giocare un qualche ruolo. Bisogna dire che oggi la rete bibliotecaria italiana è ottima (e ad essa si affianca, lo ripeto, la rete). Chi vuole avere accesso al sapere ne ha pienamente modo ed occasione. La scuola non può fare nulla contro l’ipnosi mediatica. L’immagine arriva prima della parola, si imprime indelebilmente, e in parte subliminalmente, su cervelli frastornati e snervati dai ritmi frenetici, industriali, alienati della vita d’oggi.  Non si può pretendere che chi torna da dieci ore di fabbrica o d’ospedale, o da un allenamento di rugby, o da una sacrosanta sbornia, si metta a leggere Zanzotto e Heidegger.

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Un apolide. Estraneo anche a se  stesso, naufrago nel “gran mare” dell’essere e del linguaggio. Non ha più responsabilità civili o pedagogiche. È però legato alla sua patria – per quanto essa possa apparire, come appariva ad Esenin,  una palude “afflitta di tronchi rugginosi” – per la lingua in cui scrive, e per la tradizione legata a tale lingua, con cui non è possibile non fare i conti.

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

Già le tanto disprezzate poetiche del Cinquecento insegnavano che l’ispirazione esiste, è potente e ardente, ma coglie solo il poeta colto. È, viceversa, proprio il poeta incolto, ingenuo, nativo, improvvisato, che dimostra di essere privo di ispirazione, cadendo più facilmente nell’espressione rozza e scontata, o viceversa faticosa e sforzata.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Emozione e idea si fondono nel Verbo, nell’evocazione, nella prolungata esitazione fra suono e senso di cui parlava Valéry. E la poesia, dicevano altri grandi, è felicità mentale, entusiasmo della ragione.  Si tratta, se vogliamo, ancora della cara vecchia sintesi di intuizione ed espressione: ma, ora, problematizzata, mossa, divaricata, attraversata dalla lama luminosa ed acuminata dell’autocoscienza.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Indifferenza, distanza, freddezza. La poesia, proprio perché rapisce e coinvolge mente e anima, intelletto e sensibilità, ragione e sentimento, contemplazione e azione creativa, è sempre una rivale in amore. E, diceva Pavese, scrivere una poesia è come fare l’amore, poiché non si può mai essere certi che la propria gioia venga condivisa.  La poesia fluisce in un interstizio di incomunicabilità e di silenzio, in un’oscillante e sottile fascia in cui può sempre insinuarsi la spessa, polverosa cortina del fraintendimento e dell’incomunicabilità.

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

L’insegnamento liceale, assolutamente ed inevitabilmente arido, vano, meramente burocratico, mi porta via tante ore preziose, ma è indispensabile per mangiare. “Vivre de sa plume” è il sogno di ogni scrittore, almeno dall’Ottocento. Ma chi scrive per guadagnarsi da vivere perde, o rischia di perdere, la libertà creativa, bene essenziale. Forse è meglio non avere un pubblico, scrivere per chi deve ancora venire e forse non  verrà mai, e rispondere, nell’immediato, solo a se stessi, o tutt’al più a pochissimi critici, e amici, onesti e coerenti. La poesia è ormai un fatto privato, indiscutibilmente, e irreversibilmente.

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

La poesia non è più “sustanza di cose sperate”, non è più fede, se non in un senso disperatamente vuoto e nudo. O, forse, è disperata speranza – disperazione che ha in sé la luce purissima e fulgida del pianto.

 

 


 

Matteo Veronesi, nato a Bologna nel 1975, è dottore di ricerca in Italianistica. Oltre ad aver pubblicato saggi letterari su varie riviste (fra cui «Poesia», «Poetiche», «Testo», «Atelier», «Il Domenicale», «Bibliomanie») e curato edizioni di Seneca, Poe e Pirandello per l’editore Barbera, è autore del libro Il critico come artista dall’estetismo agli ermetici (Azeta Fastpress, Bologna 2006) e della monografia Pirandello (Liguori, Napoli 2007) e curatore di Luigi Orsini tra letteratura, musica e arte (Editrice Compositori, Bologna 2006).

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