Anna Maria Farabbi: ‘Il segno della femmina’


Il segno della femmina

Anna Maria Farabbi

2004, 28 p., ill., rilegato, 6 ed.

LietoColle (collana Il delta di Venere)



di Gianmario Lucini

[…]

Ho conosciuto Anna Maria a Mestre, nell’aprile scorso.  A quell’evento risale anche la fotografia inserita in questo testo.  L’ho sentita recitare e subito mi ha colpito la passione di quei versi.  Non si capiva un granché: il microfono rendeva il timbro della voce di Anna molto scuro, c’era rimbombo, colpi di tosse…  Però, quando la poesia viene recitata, quando si mostra fonema e ritmo e senso che cerca accoglimento e intesa, non ci sono rimbombi o microfoni, e anche se fosse recitata in cinese o in boscimano avrebbe il potere di catturare di se-durre.
Gli elementi di questa poesia che più mi sembrano significativi, sono: il corpo e la terra, il suono e l’oralità, l’atto concreto vs/ l’astrazione.
E’ una poesia di terra, indubbiamente, ostinatamente si richiama alla terra con un sentimento di appartenenza, di figliolanza.

Ho visto in lei il mio corpo, la mia interiorità, la mia scrittura.”

La terra è sentita come madre, come colei che ha portato nel grembo, che ha dato il linguaggio.  E in questo sentimento si intravvede anche il senso di appartenenza alle generazioni di questa terra, fino a perdere le proprie radici lontano nel tempo, nel mito forse.  Tutto ciò entra in una identità poetica che assume le sembianze di una persona, di una identità agente e consapevole della sua origine e della sua destinazione.  Se potessimo parlare di metafisica – cosa che sicuramente la nostra autrice non tollererebbe, in relazione alla sua poesia – potremmo dire che qui si canta una metafisica dell’immanenza ma che, a differenza della metafisica dell’immanenza, qui non sono i concetti che mostrano o dimostrano, non l’astrazione della logica verbale, ma la concretezza degli atti fisici, animali, istintuali, dove la ragione arriva solo in seconda battuta a capire la natura.  Potremmo dire che nell’eterna diatriba fra natura e cultura, qui la natura conduce il gioco, piegando la cultura alla forza delle sue “argomentazioni”.  E quali sarebbero queste “argomentazioni”?  Non concetti, certo, ma atti, comportamenti, sana pulsione che riporta di colpo all’animalità capace di intelligere. Da un punto di vista “culturale”, l’operazione che Farabbi compie è quella di de-nudare il suo verso dagli orpelli culturali – che, a ben vedere, significano non una qualità poetica ma una sovrastruttura nevrotica e inconciliata col mondo.

Mi dispiace non capisco

l’alfabeto le cose non so
capire. Non ho il peso
né la testa.

Il verso diventa così essenziale, nel linguaggio.  Le parole sono – certo, le parole della cultura – attentamente studiate non tanto per ottenere un effetto letterario, ma per rendere la giusta fonazione, il giusto respiro polmonare, la giusta espressività primigenia (“preistorica”) e originaria dell’essere (dell’essere-persona-Farabbi) – che poi è la potenza comunicativa di questa poesia, e insieme il coraggio di Anna di mettersi in comunicazione senza maschere e senza difese, con grande coraggio.  Nella diatriba natura-cultura, che conduce il gioco sul piano razionale è sempre la cultura, perché la natura e le sue ragioni, in ultima analisi, sono difese da una cultura che si contrappone a se stessa.  L’operazione che Anna fa è invece quella dell’epifania della parola nella fonazione e nell’azione.
L’azione infatti è, qui, tutt’uno con la poesia.  Non è un abbellimento letterario a dare vigore al verso, ma è l’azione descritta dalla poetessa che “in sé” è poesia.  La poesia sta nell’atto e le parole non fanno che dichiararla nuda e cruda.

Sono in amore: comanda leggerezza
cuore e pancia
la resurrezione allegrissima
del mio inguine.

E arriviamo anche al “genere” di queste poesie: quello erotico.  Ho già avuto modo altrove di accennare a quello che la nostra “cultura”, con una decisa caduta semantica, identifica come “erotismo”, ossia il piacere unito all’atto sessuale – peraltro spesso confuso con altri concetti come “amore” o “passione”, che poco o nulla c’entrano con l’erotismo.  La Farabbi invece, con quel suo rigore che le viene dalla sua aderenza al significato dell’origine (anche della parola), identifica e centra perfettamente il significato dell’erotismo, che è forza vitale dell’eros, allegria di vita, sensazione di carne e sangue conciliate col mondo, protese verso un atto comunicativo e di reciprocità con il desiderio di creare giocando, di cambiare il significato del mondo senza cambiare il mondo.  Non è “ricerca” di godimento, ma meraviglia nella scoperta del godimento che l’altro-da-sé, di per sé rappresenta.  E’ un perdersi nell’altro per ritrovarsi più espansi.  E’ l’annullamento del tempo e dello spazio, un movimento che non viene da un “donde” destinato ad un “dove”, ma si svincola in un moto ascensionale, uno scatto diretto verso l’alto, che non vuole contenersi.  Anche qui, più che erotismo, nella Farabbi, bisognerebbe parlare di ascetismo dell’eros, una vera e propria religione naturale della vita, ancestrale, animale.  E soprattutto così essenziale e semplice da essere infinitamente carica di simbolo.  Niente a che vedere con la povertà semantica e simbolica dell'”erotismo” così come oggi viene inteso.  Non è ricerca di piacere (che è nevrosi), ma presenza di piacere (che è natura).  Solo in seconda battuta, come sopra si diceva, subentra la consapevolezza (la cultura) di questo piacere, che si trasforma in fonazione meravigliata, in verso.  La nudità è qui la vera bellezza, mentre nell’erotismo moderno la bellezza viene privata di dignità dalla nudità, come se si arrendesse, come se l’essere nuda la depauperasse di qualcosa, come se il desiderio la rendesse cosa, oggetto da concupire – e, quando raggiunta, cosa e basta.  Qui invece, siamo davanti a una nudità “regale”, il famoso “esercito schierato a battaglia” della Bibbia, la cui forza sta nella comunicazione di sé – mentre la bellezza “moderna” trova la sua “forza” – per così dire – nella inaccessibilità, nel porsi a distanza, nel costituirsi come “preda” per pochi fortunati (su questo “amore di lontano”, creatura culturale maschile, che peraltro troviamo anche nella poesia trobadorica del medioevo, si costruisce la nevrosi – più o meno marcata nei diversi autori – dell’erotismo moderno e non solo, ma anche la pornografia, in tutte le sue espressioni).
Vorremmo anche sottolineare la squisita femminilità di questa poesia, ma ci sembra cosa così ovvia da rasentare la pedanteria.  D’altra parte, l’autrice stessa dichiara già nel titolo l’intenzione di una poesia “femmina” e, come si legge nei testi, anche in senso sessuale, generativo (a prescindere dalla maternità), di colei che accoglie e custodisce, della “domina” naturale del mondo che vive la sua sessualità in modo creativo e libero (libero soprattutto dalla “libertà” malamente intesa dalla cultura).  Ci piace, vogliamo soltanto sottolineare questo, il timbro di questa voce, perché va nella direzione di quella “diversità”  culturale che le donne sanno esprimere, e che molto ha da dire.
E infine vogliamo anche accennare – prima di chiudere per non dilungarci troppo – anche agli elementi della “cultura” o se vogliamo “letterari” della poesia di Anna.  certo, qui si sentono gli ermetici, magari un po’ temperati dal rigore e dalla purezza penniana.  Ma non credo che Anna Maria Farabbi possa rientrare in una categoria o in una scuola e che la sua poesia possa farsi risalire a uno specifico modello.  Penso che gli elementi linguistici della sua poesia, siano una specie di impasto personalissimo fra respiro (corporeo, polmonare), precisione lessicale e spessore semantico.  Certo, poi quando capita ci sta la rima, l’assonanza, magari una parola che gioca, ma tutto questo viene rigorosamente subordinato alla dimensione del senso, al rendere-sé-nelle-parole nel miglior modo possibile così che, rileggendosi – e leggendosi ad altri – ci si ritrova e ci si manifesta.  Si cerchi in questi versi “liberi” il ritmo, e si troverà il respiro, il polmone che prende aria alla bisogna dell’emozione e del sentimento, il ritmo che accelera e decresce con il ritmo del battito cardiaco.
Così terminiamo le nostre riflessioni, fatte in fretta e di getto, su questa autrice di cui parleremo ancora, in maniera più sistematica e più meditata, non appena saremo in possesso di qualche (introvabile) suo volume di poesie.

 

 

 

due poesie e “Notizia” da Nel segno della femmina


Cosa portargli se non quattro elementi per cena
e l’animale rosso che batte
sangue
dentro le mie costole.
Aprirò il pane con un solo taglio
di lingua.
Il suo petto
con la mia nudità regale.

Offrirò gli anelli
della mia spina dorsale
i miei diecimila anni per terra. Quello che vuole:
entrare.

un lunghissimo viaggio preistorico
dentro la mia aorta
meraviglia.

 

 

 

 

Che cosa racconti non so
le parole

se non in bocca quando mangiano il mio rosso tenerissimo
capezzolo
la rotondità il respiro il ritmo.
Mi dispiace non capisco

l’alfabeto le cose non so
capire. Non ho il peso
né la testa.

Sono in amore: comanda leggerezza
cuore e pancia
la resurrezione allegrissima
del mio inguine.
Ronzio estivo e frizione dei globuli nel sangue:
l’accoglienza concava tra le mie cosce
mi allarga.
Mi rende non semplice ma elementare.

Gioco nel tuo bosco: l’ascella.
Mi trasformo in arte. Piena di grazia:
Ave.
Silenzio e grazie
per la tua lingua in bocca che mi attraversa
per il tuo portarmi in cielo con le mani.
Al sole.
Fare abbondanza felicissima:
qui ora
in tutta la nostra terra.

 

 

 

Notizia

Quando l’ho rivista dopo venti anni ero ancora innamorata dell’Africa.
Guardavo il paesaggio umbro e non lo vedevo. Quel mattino del mio compleanno mi alzai con la febbre. Decisi di ritornarci. Di ritrovarla. Di chiedere ospitalità all’Appennino. Sbagliai strada più volte. Chiesi orientamento ai contadini. Trovata, ho spento il motore. Sono scesa. Ho tremato. Ho visto in lei il mio corpo, la mia interiorità, la mia scrittura. Sono nata a Perugia ma la mia terra madre ha il nome di Montelovesco. L’ombelico: il suo cimitero. Entrando torno preistorica: nonna in quattro elementi. Mi apre, mi riduce bassissima, orizzontale, seme. Cioè viva e crescente.
Ringrazio mia madre che mi insegna prima della lingua il linguaggio, il mio cammino nello stare zitta, la precisione definitiva del segno e la potenza animale dell’oralità.

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