Anterem N. 81 – Editoriale


[Proponiamo, per gentile concessione della rivista, l’editoriale che apre l’ultimo numero di Anterem a firma di Flavio Ermini. Buona lettura.]


… ma quello che c’è non è ancora abbastanza,
e allora si scrive per farlo esistere.

Aldo Giorgio Gargani

 

L’esperienza poetica del pensiero coincide con il moto nascente della lingua. Nella consonanza che si crea, il pensiero ha il compito capitale di spingersi fino al limite del dire, oltre il quale ha luogo la contesa che dà principio al differenziarsi del tutto. Su quel limite, dove il silenzio assedia i bordi dell’essere, la nominazione è affidata a una parola che s’impone come risultato di un problematico processo di riappropriazione.
L’origine, infatti, è accessibile soltanto a posteriori, a seguito di un movimento che compete al pensiero solo perché, prima di tutto, appartiene all’esistenza ontologicamente intesa: nella forma di una dilacerazione sempre annunciata.
Non c’è ritorno che non debba passare attraverso il dolore di un esodo senza fine.

Grazie all’esperienza poetica del pensiero, il progetto della razionalità umana si scopre gettato nel dominio del prelogico.
Lo stagliarsi l’uno di fronte all’altro, l’uno per l’altro, del poetare e del pensare richiede di fare ritorno a quello stato di pura indeterminazione in cui l’essere umano viene a trovarsi prima che qualcosa provochi un’impressione sui suoi sensi.
Va abbandonato quanto ci è familiare, al fine di attraversare per intero l’estraneo e aprirci così a una parola proveniente da un altro luogo: l’uguale a zero hölderliniano.
L’estraneo diventa dunque la zona essenziale e decisiva per l’accesso alle tenebre.

Questo numero di “Anterem” annuncia che l’estraneo richiede di non pensare più ciò che prima già era stato pensato. Lo fa attraverso un richiamarsi reciproco di poetiche del pensiero che impongono uno sporgersi dal proprio limite, e indicano verso la lontananza dell’altro.

Le tenebre si lasciano comprendere a partire dalla verità resa manifesta nei passaggi che dalla luce portano al buio.
Il pensiero che digrada nella tenebra è annunciato da Nelly Sachs: «Luminosità rientra nel verso scuro / sventola col vessillo ragione / nel grigio mi tocca cercare / trovare è altrove». Ma spetta a Nietzsche, attraverso la voce di Zarathustra, registrarlo: «È notte: ora parlano a voce più alta tutte le fonti sorgive». Conclude Freud: «Sembra confinato nella vita notturna ciò che un tempo dominava in pieno giorno».
Va narrata questa storia di tenebre che è prima della storia stessa.
Fare esperienza del pensiero poeticamente significa sperimentare un linguaggio che trasforma la vita e la compie nella sua disposizione alla scrittura.

Poesia e pensiero hanno origine da un terreno comune: la struttura umbratile dell’esistenza umana che si progetta come ricerca di senso. Il territorio sul quale agiscono è senza effettiva giurisdizione, è privo di reali gerarchie e destituito da princìpi-guida.
Tra pensiero e poesia il colloquio torna a essere urgente e necessario, così come resta indispensabile convocare la facoltà dell’immaginare: non si pensa se non immaginando.
Ricorda Leonardo: «È costume scrivere di cose mai esistite, e questa libertà è assennata e coerente con il vero». È attraverso questo processo che il poetare raggiunge un livello riflessivo che lo intreccia al pensare.
Pensiero e poesia si specchiano senza fine, una volta e ancora un’altra, interminabilmente contro l’una volta per tutte del “sempre” iniziale. La loro coincidenza profonda va sottratta a ogni tracciato lineare e rassicurante, per consegnarla al formularsi sempre nuovo della parola che nomina.

Dopo la deviazione platonica del concetto di verità e ancor più dopo la radicalizzazione di questa deviazione a opera della scienza moderna, l’uomo non può riscattarsi dal suo errare se non si congeda da quel modo di pensare che tende a risolvere l’incomprensibile in intelletto e rappresentazione.
La nostra ricerca indica che nel farsi della scrittura è essenziale un pensiero costitutivamente disposto all’erramento e allo scacco; quindi davvero un pensiero che non sbaglia mai.

È una conoscenza impropria quella dell’arte poetica… Una conoscenza non influenzata da apparati categoriali. Un’esperienza estetica fondata su una comprensione sensoriale: vero e proprio paradigma di un processo conoscitivo che, rimandando alla facoltà dell’immaginazione, giunge a restituire all’uomo parti del suo sé.

Comprendiamo davvero la vita se non abbiamo fatto esperienza dell’incalcolabile – senza soggetto e senza oggetto – che si disloca nella lingua poetica e ci riporta all’originario àpeiron della scuola ionica?
L’impegno della lingua poetica è attestato dal patto che nella parola viene deciso tra essere umano come persona e uno come essere. Un patto continuamente violato, se Rousseau può ancora affermare: «L’uomo è nato libero, e dovunque è in catene».
L’esperienza poetica del pensiero implica la responsabilità del pensiero stesso di agire risolutamente – con insistenti tentativi di orientamento – sulle tracce di una rivoluzione.

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