Parola ai Poeti: Matilde Tobia


Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Lo stato di salute della poesia in Italia è assai precario. Nel senso che soffre, come tutta la produzione di pensiero e di cultura in Italia, di spazi e di vita grami Si fa una gran fatica a “scovare” e leggere poesia. Che c’è, anche eccellente. Ma si vede molto poco.
Sono convinta che, invece, quello della poesia sia uno dei  bisogni umani più trascurati.

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Ho pubblicato il mio primo libro nel 2009, a seguito della segnalazione ottenuta al Premio “Lorenzo Montano” della rivista Anterem. È uscito nella collana della risvista “Opera prima”. Il mio momento giusto si riferisce quindi alla decisione di partecipare al Premio. È arrivato quando ho compreso che il mio lavoro di scrittura degli anni precedenti aveva preso una forma compiuta. Al di là del giudizio di valore, avevo concepito un discorso; e, di coseguenza, sentivo il bisogno di trasmetterlo e, insieme, di “abbandonarlo” all’ascolto altrui.
Non mi aspettavo quindi di pubblicare la raccolta.
Il libro è una grande emozione. È l’evidenza di un veicolo di trasmissione e di un oggetto “altro da te”. Come pure sono emozionanti le parole d’introduzione, le note critiche, che accompagnano una pubblicazione: è una risposta pubblica al proprio lavoro. Poi, come ogni volta che si compie e si chiude un percorso, la fatica sta nel mantenere la spinta.
È un lavoro molto solitario. È lì che si annidano le delusioni.

 

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Da un editore ci si aspetta innanzitutto un attento ed esperto lettore. Che ha una  visione e una conoscenza complessiva di quanto si produce e che quindi è in grado di mettere in movimento e in relazione reciproca i lavori che riceve o che scopre (aspetto importante, quest’ultimo). Cercherei in questo senso di salvaguardarne la competenza specifica e, nello stesso tempo di aumentare la visibilità di case editrici specializzate in collane e riviste di poesia.
La poesia, più che la narrativa, avrebbe bisogno di maggior sostegno, a cominciare, forse, da una rete più solidale fra gli stessi editori che la curano. Non so se questo sia possibile nell’attuale mercato.

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Partendo dal presupposto che il web non sia solo un semplice mezzo di trasmissione, credo che esista già una poesia pensata direttamente sul web. In questo senso non dubito che essa abbia un futuro nella rete, sicuramente fecondo; reciprocamente, anche.
Dal punto di vista della sua diffusione esiste un’opportunità in più che va sicuramente còlta. Infatti si coglie, in linea di massima. Mi piacerebbe pensare che possano anche esistere iniziative culturali di ampio respiro, con la partecipazione di editori e di riviste specializzate, di critici, per creare un ambiente web di scambio comune, magari con riconoscimenti di evidenza pubblica (Fondazioni, biblioteche, Università, Licei….).
Il maggior rischio è quello della dispersione, oltre a quello, ovvio, del dubbio accreditamento e dell’autoaccreditamento.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Lo penso e me lo auguro. Certo ci vorrebbe una politica culturale ben più presente e consapevole. Il critico è un creatore di cultura, insieme e diversamente dall’artista. In teoria, il dialogo tra i due soggetti dovrebbe essere un rapporto, diciamo così, tra due battitori liberi.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Partendo dalla fine, non credo che lo scardinamento di un canone debba necessariamente essere (o essere inteso come) provocatorio.
A meno che la provocazione non sia una precisa e consapevole scelta culturale. Piuttosto penso che, come ogni norma, il canone venga via via desunto da una pratica poetica sedimentata e non viceversa….e che sia un necessario carattere di riconoscimento universale.

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

Credo fermamente che la buona letteratura e la buona poesia vadano sostenute con robuste misure di politica culturale (dall’Istruzione fino alla valorizzazione del patrimonio artistico) che dovrebbero far parte delle linee portanti di ogni buon governo. Questa è la premessa a qualsiasi azione specifica perché la poesia e la buona letteratura non posssono e non devono essere considerati meri prodotti di mercato, sia pur editoriale.

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

La prima risposta che mi viene in mente è talmente banale che provoca sconforto: l’istruzione scolastica. È evidente che l’educazione alla poesia nasce dall’educazione all’ascolto. Per di più credo che il dire poetico sia insito nella natura umana. Risponde a un bisogno vero, come quello di un bambino che impara il proprio linguaggio. Un bisogno che viene sempre più trascurato, rimosso, e semmai relegato alla prima infanzia; senza possibilità, quindi, che venga raffinato e nutrito.
E compreso nella sua universalità. Del resto, identico trattamento è spesso riservato alla musica…!

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Mi viene da dire che il poeta è un cittadino con aspirazioni da apolide.
Nel senso che aspira a esercitare la lingua poetica messa a disposizione dalla realtà – quella che lo vede nascere, maturare e crescere –  nella direzione della massima libertà possibile. Con la responsabilità di scorgere, di indicare, e di superare  i limiti che il pensiero poetico scopre e inventa nella lingua. E se è vero che questa lingua, una volta depositata e trasmessa, a sua volta crea pensiero, ne consegue la necessità di un lavoro coerente, paziente e onesto, soprattutto “leggibile” nella sua logica interna.

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

Per continuare con la riflessione in risposta alla domanda precedente, penso che il valore dell’ispirazione poetica poggi proprio (e in parte se ne sostanzia) sulla libertà che il pensiero poetico si concede e tenta sulla lingua e sui canoni che la fanno riconoscere come poetica. Il necessario esercizio della disciplina sta nel ricondursi con costanza in questa dialettica.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Non credo sia possibile concepire e scrivere un’idea qualsiasi (quindi anche quella poetica) senza che abbia sostanza emotiva e viceversa.
Il messaggio della poesia è la trasmissione in sé di una forma. Chiede di essere “vista”, perché ha l’aspirazione di “figurare” l’esperienza umana. È un pensiero di sintesi che incontra potenzialità e limiti nell’ascolto.
E che chiede anche sempre di poter passare il testimone a altri.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Una risposta per tutte, quella di Stendhal: la poesia, come l’arte, è promessa di felicità. Sono certa che è quello che cerchiamo quando leggiamo, ascoltiamo, poesia. E questo vale ogni sforzo di lettura. Perché di sforzo c’è bisogno per leggere poesia. (su questo sono d’accordo tutti).

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Lavoro con la scrittura, lontano dal mondo della poesia, e ne soffro.
Si, vorrei più tempo, non solo per scrivere, soprattutto per leggere.
In questo senso non trovo alcuna contraddizione nella “professione” di scrittore; anche se è un lavoro ben più ampio di una “professione”.

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Per priorità e per brevità:
Spero di non perdere l’urgenza di scrivere.
Che si torni a insegnarla come si dovrebbe nelle scuole.
Una rete editoriale e una distrubuzione più sostenuta.

 

 


 

Matilde Tobia vive e lavora a Roma. Scrive i suoi testi in stretto dialogo con l’arte figurativa, oggetto dei suoi studi.
Ha ricevuto riconoscimenti per il lavoro Come in un libro aperto, e come in una stanza (Quaderni di Capodimonte, n.23, Electa Napoli, 2005), poesie per una performance di attori e danzatori, prodotta per il museo napoletano; e per la raccolta Lemmi per uno sguardo, pubblicata nella collana Opera prima (cierre grafica, 2009) diretta da Flavio Ermini e ideata da Ida Travi.
La sua poesia Dall’ombra e da lontano è stata musicata per voce, pianoforte e flauto dal maestro E. Marocchini, nell’ambito della 30° edizione del Festival “Nuovi spazi musicali” (Roma, ottobre 2009), ospitato dall’ Accademia di Ungheria, in collaborazione con il Goethe Institut di Roma.
I testi di Matilde Tobia e le immagini ad essi correlate danno sostanza al suo sito Lemma e label.

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  • “Mi piacerebbe pensare che possano anche esistere iniziative culturali di ampio respiro, con la partecipazione di editori e di riviste specializzate, di critici, per creare un ambiente web di scambio comune, magari con riconoscimenti di evidenza pubblica (Fondazioni, biblioteche, Università, Licei….).”

    e

    “Il critico è un creatore di cultura, insieme e diversamente dall’artista. In teoria, il dialogo tra i due soggetti dovrebbe essere un rapporto, diciamo così, tra due battitori liberi.”

    Questi due, a mio avviso, i passaggi più interessanti dell’intervista a Matilde Tobia e con i quali mi trovo in totale accordo. L’iniziativa culturale del tipo descritto da Matilde è, tra gli altri, uno dei principali obiettivi di questo Progetto (e non solo Sito) Poesia 2.0. Fare ordine nel marasma, sì; ma anche creare un cerchio che sia il più largo possibile attorno alla poesia con il contributo e la collaborazione di tanti. Sembra una cosa semplice, e invece… Sinceramente mi sono stupito della molta superficialità o “sottovalutazione” dell’altro o indifferenza in giro. Ed anche del disinteresse spesso e volentieri mascherato da lacrimogene e retoriche ricriminazioni a ignoti.

    Il critico è, secondo me, una figura importantissima della cultura, scoperta, almeno da me, tardi – forse troppo tardi. I critici vanno letti, ascoltati e possibilmente dibattuti e interrogati. Credo nella rete e nella possibilità di “avvicinare” che questa possiede. Ma sono fermamente convinto che una volta vicini ci sia bisogno di toccarsi per davvero. Magari in un bar o, chissà, in un liceo.

    Luigi B.

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