“Movimenti” del presente nella poesia di Eugenio De Signoribus


di Maria Lenti

Nella sua   poesia Eugenio De Signoribus[1] percorre e attraversa il presente della nostra storia,  i suoi cambiamenti, le mutazioni – non avvertite ma avvolgenti – di costume e di habitus, le metamorfosi  esteriori ritenute profonde e soltanto invece apparenti, i minimi spostamenti[2] all’interno di uno stesso luogo e spazio, le inarrestate prevaricazioni  mass mediatiche che imprigionano la mente e l’anima,  le precipitazioni oscure del nostro assunto quotidiano in una giostra colorata e vorticosa.[3] Uno scarto grave e di non scarsa implicazione tra l’apparire e l’essere, tra il niente e l’esistere, tra il vivere e il lasciarsi vivere credendo di vivere e nemmeno tutto per colpa individuale quanto per l’opera di un  non immediatamente rintracciabile ordinatore e dignitario[4].

Sì che una costante di epoche e di secoli – il cambiamento – si è configurata epocale in pochi decenni , in quest’ultimo decennio addirittura saltando ogni possibile dimensione di continuità: almeno nelle apparenze, nel volto sfrontatamente visibile dell’esteriorità, nella relazione umana, nella comunicazione  e nella riflessione sui fatti. Ma non ci si inganni quanto alla essenza della vita e della esistenza. Gli appagamenti appartengono alla sfera della stupidità o, a voler essere generosi con i propri simili, alle illusioni.  I “movimenti”  appaiono ma non sono, come nella ripetitività del tutto naturale degli animali: «a che aspirano formiche sempre in moto / in fila o sparse, a un obiettivo fisse // mentre l’ape solfeggia sul geranio / e il ragno fa l’acrobata sui fili… // che si chiede la mosca sullo specchio, / la forma è più complessa del ronzio… // l’aria qui d’intorno sembra ferma / e invece spela, sputa sulla faccia // e porta a Delfi l’inutile pestìo / cioè il pensiero degli imponderabili»[5].

Nessun inganno: nel simbolico degli animali si intravedono slittamenti ma non cammino, annaspamenti ma non scatto  vitale di allontanamento, quello animato cioè da spinte razionali ed emotive, giocolerie e non pensosità per lo smarrimento. Sul perduto perduto nessuno si ferma mentre si rincorre chissà quali   magnifiche sorti e progressive.

I “movimenti” del presente risultano essere un pestìo appunto,  in   cortili, entro confini della vista, in un verbario domestico, nel traffico domestico, in mappe d’animali,  in una bolla d’aria, a balze, nel crepaccio,  su marciapiedi, in una  scena di film, nelle vaghe orme,  dentro un  fazzoletto, un  androne, in una zona indistinta, in un angolo, dentro stanze, su una  superficie della carne,  persino sopra un armadio o dentro un libro o in groppa a un libro o nel polmone dei libri, su un lembo di spiaggia, nella soglia del sonno, nello spazio d’un punto, tra fetali spine, nel campo altrui, su bagnate tele,  nel teatro, sotto una mantella come un tetto, nel traffico domestico, sulla spalla, nel centrocampo  ecc.[6]

E, rovesciando, si assiste e si vive  il pestìo di un presente sovranamente e scioccamente occupato dalle parate di vario tipo e genere; il pestìo di mostre di inconsistenze trasformate in  “epifanìe” e in grandi eventi, subito svaniti appena spenti i riflettori, peraltro di nuovo subito accesi su altro evento di eguale peso piumale; il pestìo della meraviglia per novità vecchie quanto il mondo, di passi e tempi e modi e giochi e giorni per tutti,  tutti uguali nel divertimento costruito ad “arte” dall’esterno; il pestìo di richiami tanto audaci e falsi quanto seguiti anche per far tacere il silenzio di anime stordite e ferite,   della grancassa dei mezzi di comunicazione; il trepestìo del rimbombo del vuoto nella credulità degli astanti: «i cerimoniosi s’affacciano / sul fertile dolore del fuori // portano le loro acque mentali / arricchiscono il corso degli onori // esercitano estrosi la loro pietà / hanno necessità della triste sorte // preparano il tempo della loro eternità / e sono già dentro la più viva morte»[7].

«Dentro la più viva morte» già e soprattutto  nei fatti  stessi, nei fatti senza altra specificazione se non quella dell’atto agito e gestito.

Le poesie belliche di Istmi e chiuse rimandano, per esempio, forse  all’assalto delle guerre e della guerra del Golfo rimbalzata nelle nostre case attraverso i megafoni e gli altoparlanti dei “vincitori”: delle vittime, degli innocenti calpestati e uccisi nulla ne viene a chi è a sua volta  vittima inconsapevole travolta dal chiasso dei comunicatori e  dall’orrore nemmeno nominabile. Una parte della storia viene taciuta e occultata nella ripetizione della protervia di sempre:  «sempre vengono a te o dio assediato, / i cupi gladiatori, i fingitori // inginocchiati, i portatori d’orpelli / lampade fuochi, faville, appelli… // essi, i predatori-predatori, attori // dello stesso stampo, sotto i riflettori // con le mani sugli occhi // che accendono voti nelle latrine da campo»[8].

Mentre i “movimenti” degli ordinatori, dei dignitari di corte, dei gladiatori possono essere riconosciuti e in modo incontrovertibile, dunque giudicati, i “movimenti” del presente di chi assiste, allora,  da un lato sono flatus vocis e possibilità di straniamento per un alibi che consente di vivere ma non di decidere, che permette di recepire ma non di determinare; dall’altro sono spostamenti di prospettiva e di direzione, una freccia ben puntata luminosa indicata dai dignitari e seguita dai  già affidati, i devastati, i vincitori[9] persi all’umanità e condizionanti l’umanità.

Nel “perdimento” di misure di ragione e di sentimento  è la condizione dell’uomo presente e nessuno può dirsene fuori. Non valgono illusioni di sorta[10] alla coscienza vigile. De Signoribus scruta dentro il “perdimento” dicendone la risultanza: con un affetto[11] profondo, asciutto e illacrimato e dunque tanto più accorato, verso il paese che ci riguarda tutti e tutti ci contiene[12].

Ma in questa dispersione epocale, soggettiva e collettiva, terribile,  vale ancora un “movimento”: quello del pensiero, nel caso della poesia che si interroga[13], che nel dire il fuori non acquieta né consola magari con il ricordo di un  passato in quanto tale mitico, con il ricorrere  di paesaggi,  di sentimenti del bello e del buono e delle “illuse gioventù”, ma pone l’uomo   e gli uomini nel conflitto, nel vivo dell’orrore anche senza direttamente porsi sui gradini di  chi chiede il verso del  nostro stare, di chi guarda non nascondendosi, di chi ragiona anche soffrendo[14]:  talora con un sorriso di compatimento, a volte con umana partecipazione, più spesso con ironia[15], talvolta con  chiarità, e pungolo accanto come a rimproverare a Edipo l’occultamento della verità e a Narciso un cieco falso amore di sé.[16]
Ma sempre senza indulgenze, soprattutto per i  colpevoli, mentre umana solidarietà il poeta mostra per i suoi simili e gli umiliati: «quando lo sguardo si frattura / da una piega di luce, vi scrivo //  della vostra nascita a me / del mio riconoscervi come sodali // punti di sutura, bene nati, / in soste appena mobili vocali // in ascolto trepido di voi / molto loquaci eppure forse sordi // disposti come avete voluto / ai primi fortunali discosti // o volati».[17] Un desiderativo si libera, inoltre, nella sodalità: che «i non affidati / i rari / i non ancora devastati / i non vinti vincitori / trovassero la pietra miliare / il punto di raduno / magari / sopra la più dolosa dolina  / per deporvi la dottrina dei nomi / di corpi che infieriscono su corpi / […]» [18]. Il desiderativo contiene, allora, il senso di un non completamente perduto e distrutto: qualcuno, diversamente consapevole e cosciente,  non sottomesso e non arreso[19] può arrivare ad uno spiraglio, ad un varco, ad una luce «inerme» che brucia nel «mondo inospitale»[20].

Il desiderativo esprime altri  “movimenti”, rispetto a quelli falsamente attuati e però cantati, osannati, accettati senza pensiero, introiettati a forza di imboniture della ragione e anzi fatti ingozzare da un capitalismo vorace e mascherato da nutritore. I “movimenti” diventano  agiti dai soggetti e diretti  a… un’apertura[21] della e dalla sconfitta, a un accerchiamento del caos, ad un altrove non contenuto in qualche cosa di specifico e di già delineato ma certamente non impoverito dai limiti imposti dagli ordinatori, dalle catene dei dignitari, dalle assurdità dei vendicatori del passato in nome di una necessità del moderno dichiarata a viva voce, gridata sguaiatamente dagli schermi, scoperta in chissà quali pieghe di macchine mangiatutto.

Tutti da compiere, ma non impossibili, questi  “movimenti”  volendo  per di più non finire nelle  secche [22] ancora più tremende di un futuro prossimo. In  tali  “movimenti” più adagiate sembrano le poesie di AO: non che sia cambiato il sostanziale incattivimento o la cattività dei soggetti, ma è filtrata la  «luce inerme» a riconoscere come uguali e sodali i vicini, i privi di voce perché sottratta proditoriamente, quelli ancora ricchi di un immaginario, i prossimi, i camminatori di stelle, i cercatori di una terra di nuvole,  i non ancora risucchiati dalla pubblica piazza degli urli, i “conservatori” – nel senso letterale – della mente anche per i ricordi e la vivezza, la “vivencia” del fuori perduto e delle case perdute.

In questi ultimi casi i “movimenti” saranno reali, potranno essere reali e, forse, anche le pieghe e i calanchi della vita, oltre ad avere una loro ragione ed una loro sofferenza, potranno ritentare di nuovo un perché sul presente e sul futuro di questo presente.  Sui destini ultimi  la  risposta sarà di nuovo in sospensione. Ma umanamente vale il tentativo,  anche dentro  la poesia[23].


Note

[1] E. DE SIGNORIBUS, Case perdute, Ancona, Il Lavoro Editoriale, 1989; Altre educazioni, Milano, Crocetti, 1991; Istmi e chiuse, Venezia, Marsilio, 1996; Ariette occidentali e prose inermi, in Segni verso uno, Casette D’Ete (AP), Grafiche Fioroni, 1998.  Nel  mio testo  le raccolte sono , rispettivamente, indicate così: CP, AE, IC, AO.

[2] «Spostamenti» è intitolata una sezione di IC che contiene due poesie dal significativo titolo: Nave domestica e Clamori d’Engadina. Anche in AO, precisamente in prose inermi, vi sono quattro «spostamenti».

[3] Si può constatare, nei testi  delle  raccolte di De Signoribus, la prevalenza del presente indicativo. Anche in Case perdute, il passato è nominato nella sua assenza, nella presenza dell’oggi. Cfr. M.LENTI, Sibille spiritate e mute, in  «Pelagos», 4, 1996. Sulla lingua  e sulla metrica di De Signoribus si vedano: F.ZINELLI, rec. a Istmi e chiuse, in «Semicerchio», 15, 1996;  E.CAPODAGLIO,  rec. a  Istmi e chiuse, in «Strumenti critici», 2, 1997; G.GARUFI, Sulla scrittura diEugenio De Signoribus, in «Hortus», 19, 1997;  S.VERDINO, Il ritorno dell’endecasillabo, in «La Rivista dei Libri», 7-8, 1997;   E.ZINATO, Una straniata epifania: il «romanzo» poetico di Eugenio De Signoribus, in «Microprovincia», 35, 1997; R.ZUCCO, Per le Ariette e le canzonette di De Signoribus: qualche implicazione retorica e metrica, in Segni verso uno, cit.; A.CAVALLETTI, Lingua: forza inerme, in Segni verso uno, cit.; R.ZUCCO,  «Istmi e chiuse» di Eugenio De Signoribus. Aspetti del lessico, in «Studi Novecenteschi», 57, 1999.

[4] Queste parole, come altre in seguito sempre in corsivo, da varie poesie.

[5]« (stupefazione)»,  in AE, p. 14.

[6] Passim da varie raccolte: i luoghi “chiusi” sono molto numerosi. Né  poteva

essere diversamente.

[7] «(parata)»,  in AO, p. 48.

[8] «(gara celeste)», in IC, p. 35. Ed anche  «vecchi muri)» (p. 37): «la scheggia nera», gli  «occhietti di ragno» e gli «occhietti di biscia» sullo sfondo di «nulla vita» non possono non far pensare a un aereo che porta morte.

[9] Ho preso a prestito, tagliando la negazione, da:  «oh, se i non affidati / i rari / i non ancora devastati / i non vinti non vincitori / trovassero la pietra miliare / il punto di raduno / magari / sopra la più dolorosa dolina / per deporvi la dottrina dei nomi / di corpi che infieriscono su corpi / impastati per gloria d’espiazione / o consumo…»,  in IC, p. 186.

[10] Scrive opportunamente P.LAGAZZI, rec. a IC in «La Gazzetta di Parma», 26 ottobre 1996: «[…] De Signoribus ci propone una mappa del nostro disorientamento – tra i flussi e i riflussi della nostra identità lacerata, tra le risacche della nostra storia allo sbando – di grande pregnanza non solo stilistica ma anche, a suo modo, etica.[…]». Il critico aveva già rintracciato alcuni di questi elementi in CP e AE. Cfr. la scheda su De Signoribus in Una strana polvere Altre voci per i nostri anni), a cura di P.LAGAZZI e S.LECCHINI, Udine, Campanotto, 1994. (

[11] Nel risvolto di copertina  si può leggere, forse dovuta a G.RABONI, una nota  sulla «dolorosa acutezza» di De Signoribus, che ha in sé anche  «uno slancio, nonostante tutto, d’amore, una  grandiosa, ostinata tenerezza verso quella realtà che tanto lo allarna e lo ferisce con i suoi enigmi cruenti e la cui bellezza tragicamente agonizzante si insinua tuttavia nella sua voce come un’oscura, inspiegabile, dolcissima minaccia di felicità.»

[12] Poesia civile, quella di E. De Signoribus. Così i suoi critici, tra  cui E.Zinato con una precipua specificità analitica. Nel saggio, il più completo sul nostro autore,  a p. 454 del numero citato alla nota 2) di «Microprovincia» scrive che proprio la «frattura fra un «prima» e un «dopo», così evidente in CP e implicita nelle altre raccolte, vuole essere emblema di istanze extratestuali non troppo celate: si tratta del grande cambiamento degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. Dall’impatto dei nuovi media audiovisivi alla caduta  delle istanze di trasformazione sociale sopravvissute per qualche decennio alla colonizzazione capitalistica delle enclaves dell’inconscio sociale: i fantasmi del vissuto, le apparizioni, le immagini fotografiche e televisive, i lampi non sono che tragiche epifanie di questa colonizzazione. […]» Cfr. inoltre: G. AGAMBEN, in <Idra», 5, 1992; S. VERDINO, in «Nuova Corrente»,  XL, 1993;  G.DE SANTI, saggio breve in I sentieri della notte, Milano, Crocetti, 1996. Ma questa, diciamo così, “vena” civile era stata accennata anche nella lettura delle prime poesie di De Signoribus sia da A.LUZI, in  Marche,  poeti oggi, Urbania, Bramante, 1979, sia da G.GARUFI e R.PAGNANELLI, in Poeti delle Marche, Forum/Quinta Generazione, Forlì, 1981.

[13] In questo senso una poesia a mio parere particolarmente suggestiva e significante a p. 117 di IC:  (fortunali) « tanti sembrano in questa fine d’anno / i viventi dentro i fortunali… / si torturano il mento, guardano calare / i libri tra le lame e le pagine tagliate / saltare come sibille materializzate… // interrogare dunque, interrogarle… / ma sono esse solo riguardate / dai presi dalla forbice dei tempi // e le sibille stanno spiritate, ai varchi, / mutilate e mute».

[14] Sulla sofferenza nella poesia di E.De Signoribus cfr. E. CAPODAGLIO, loc. cit. e G.DE SANTI,  op. cit.

[15] O anche con  riso. In una recensione alla prima edizione di  CP ha scritto  R.PAGNANELLI, in «Microprovincia», 25, 1987; ora in Studi critici (a cura di D.MARCHESCHI), Milano, Mursia, 1991: «Il libro va letto, secondo me, come Kafka leggeva, ridendo fino alle lacrime, le sue cose, perché si fonda su una comicità originaria delle cose, un’ironia violenta quanto più è taciuta e virata verso il grottesco e il tragico. […]». Non mi risulta che questa osservazione, a mio parere ben fondata, sia stata ripresa da alcun critico.

[16] Per l’analisi stilistica e metrica cfr. gli autori indicati alla nota 2).

[17] In AO, p. 64.

[18] In IC, p. 186.

[19] Qualcuno che non ha «dimenticato la grazia della gratuità»:  citazione libera da P.LAGAZZI, L’anima prigioniera, cit.

[20] In IC, passim.

[21] Il  «varco»,  offerto dal nostro poeta con umiltà e non certo con enfasi,  è sottolineato, per il fatto che gli «istmi» e le «chiuse» presuppongono un «al di là» da esse, nella mia rec. al  libro eponimo pubblicata in «Liberazione», 19 dicembre 1996, con  il titolo, redazionale, Istmi che finiscono in chiuse,  che  non risponde all’assunto delle  mie righe.

[22] Proiezioni  «sociologiche» e «quotidiane»: così G.GIUDICI, “postfazione” a case perdute, Ascoli Piceno, Marka, 1986.

[23] Cfr. S.MORANDO, La forza di una «luce inerme»: poesia di De Signoribus, in «Resine», 6-8, 1996, nella chiusa del suo intervento: «Memorandum per la vista è, del resto, l’ultima sezione del libro, in cui più teso si alza l’invito a non chiudere letteralmente gli occhi di fronte a una possibile (ma quanto lontana) «terra di nuvole»; la poesia si carica di grandi, anche se taciute, attese. Ad essa si affida il compito di rendere chiaro lo sguardo, sopportabili i sentimenti, probabili le speranze: […]».

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