Fu dove il ponte di legno n.3: Giorgio Vigolo: Luoghi, memoria e smemoratezza


Si dice, per opinione storica condivisa: esistono delle affinità tra la Roma barocca e spettrale descritta da Giorgio Vigolo in “I fantasmi di pietra”, e le piazze metafisiche di De Chirico tutte costruite sull’assenza, su certe soluzioni sghembe dell’occhio, sulla scarnificazione della materia fino a ridurla a manichino, essenza dell’anima.
Considerazioni scontate, certo, eppure avvalorate da certe suggestioni pittoriche e descrittive che affondano la loro necessità in archetipi potentissimi, che descrivono una qualità dell’assenza, il dialogo mancato dell’anima con i fantasmi.
Per dire, insomma, che il cosiddetto metafisico altro non è che quella zona della materia che non risalta all’occhio; le occasioni sfuggite alle cose, o la sostanza che più si cela, che più si nega all’evidenza.
Mi sono sembrati sempre necessari questi paesaggi; una Dissipatio HG, per dirla tutta, ma con la certezza che, ciò che non si vede, che appare improvvisamente lontano da noi, si svolge altrove, dietro il muro della stanza, in un luogo appena appena allontanato; in un segreto che non ci è dato di sapere.
Giustamente celebri alcuni testi di questo libro, declinati verso suggestioni “scipionesche”:

 

COME D’UN GIORNO SOLO

Siedo ancora nel portico ricurvo
nella sera di luglio
alla brezza delle fontane.
La luna nuova scende nell’azzurro
ma la piazza già bruna
in ombre di viola aduna il lago
a specchio di ricordi
remotissimi,ormai perduti fino
allo stupore misto di spavento
che provai quasi infante
sotto quegli archi immensi.

E ciò che allora balenò al tremore
confuso dei miei sensi
non ancora dischiusi, quel bagliore
di ceri, il lampo d’oro
di quelle volte intorno a me sfuggenti,
credo vederlo ancora

e di fare a ritroso
il cammino dei tanti anni trascorsi,
di illuminare il buio
della memoria e d’afferrare il senso
della mia vita prossima a varcare,

come d’un giorno solo.

 

 

Poesia della vecchiezza, vecchiezza dell’anima; stato mentale che trasforma le cose intorno; lo stesso paesaggio improvvisamente illuminato da un’altra luce, come una diversa scena di uno stesso dramma.
Chi è, qui –  ma in generale, nel rapporto dialettico tra le parole e le cose –  ad avere il sopravvento: il luogo o la parola? C’è un tramite, ed è quel “fare  a ritroso”, che riporta alla storia della poesia italiana; a ritroso è tutta la tradizione delle parole, e quindi di paesaggio che si srotola, ricapitolando storia e biografia, parole intrecciate indissolubilmente, ne sono convinto, anche nella poesia apparentemente più distante da un soggetto:

 

CERCO NELL’OMBRA

Io perseguo fantasmi irraggiungibili
in fondo ai labirinti più segreti
della memoria d’una vita spenta.

Cerco nell’ombra come chi si attenta
in una stanza buia ove invisibili
stanno ammassate cose a tutti ignote.

Fuor che al fanciullo magico che s’ebbe
in dono immemorabile la chiave
ch’apre i colmi forzieri e ignaro crebbe

di tenerla con sé nel suo segreto
chiusa dentro al cassetto che non s’apre
se non  con quella medesima chiave.

 

Piccoli e grandi segnali formalistici ci riportano a un’arcadia, pressocchè onnipresente fino all’esperienza volutamente distruttiva delle avanguardie degli anni sessanta. Ma sono i segni dei legami fortissimi che riparano i luoghi dalla smemoratezza –  la morte di un poeta è, in qualche modo, riassuntiva di tutta una tradizione di parole che non saranno mai più nominate nella loro funzione assertiva e imperante.

Questi luoghi oscurati, sottratti alle luci, forse ci dicono che l’archeologia è alle porte. Attestano la loro inattualità nel presente: oggetti lamentosi, insomma, che rievocano idee ormai disincarnate, e che, a loro modo, denunciano la decrepitezza della pietra,  la loro luce sottratta. Ma, insomma, la nostra stessa smemoratezza.

 

L’ANNEGATO

Ai destini notturni
un’impazzita fuga
sempre mi tira e gonfio
di piogge a sé mi chiamaçç
col grido dell’annegato
il fiume fra le muraglie.

La piena si trascina
via quella voce dalla vita divelta:
ultima un’eco latra
nell’arcone del ponte,
inghiottita dispare.

Oh, tu almeno domani non troverai
le stesse infamie e la vergogna pronta:
meglio perdere il viso.

 

Che impressione, dunque, riceviamo, da un poeta contemporaneo, grande o piccolo non importa, che decida di riferirsi massicciamente a una tradizione? Parliamo, appunto, di archeologia della parola, dell’incapacità ad abitare un mileu più aggiornato, che non è mai, o non dovrebbe essere,  la moda letteraria del riformato, del post moderno, o peggio ancora, del contemporaneo inteso come forma del realismo. La parola, cioè, è luogo essa stessa, riassunto delle forme transeunte e mortifere; oppure forma del rinascimento dei luoghi mentali, della necessità  a in/formarsi, contro la pratica di una  nefasta con/formazione.

 

(I testi sono tratti da Giorgio Vigolo, I FANTASMI DI PIETRA, Mondadori 1977)

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