De Signoribus il poeta che non c’ è


di Enzo Golino (Repubblica, 29 Agosto 2008)

Sarà anche vero che quella cosa chiamata poesia non è morta, e che vive un’ esistenza clandestina. Ma siano tra i buoni auspici più recenti del suo futuro la nuova collana diretta da Alfonso Berardinelli per Scheiwiller (l’ autore più giovane dei primi titoli pubblicati è il poeta e critico romano Paolo Febbraro – 43 anni – con Il bene materiale) e i nuovi libri di Rosita Copioli (ne ha parlato Pietro Citati in queste pagine il 25 giugno) e dello strepitoso – 88 anni – Nelo Risi, entrambi nello Specchio mondadoriano. Gli interrogativi sulla poesia s’ infittiscono. La diffusione crescente di festival letterari sarà efficace fino al punto da incrementare ascolti, vendite, letture? E così la Rete, totem onnipresente, indiscriminato veicolo della cosa chiamata poesia. Quanto ai premi, è un ottimo segnale che sia finalmente consacrato da un importante riconoscimento nazionale il marchigiano Eugenio De Signoribus, poeta di vaglia e al tempo stesso marginale anche per scelta: « – non c’ è nessuno qui! non sono io/quello che ha il nome sulla porta!…». Poesie (1976-2007), la raccolta dei suoi cinque libri più un gruppo di inediti, la Bibliografia essenziale e l’ Antologia della critica (Garzanti, collana Gli elefanti, pagg. 663, euro 21), l’ altro ieri, come annunciato, ha vinto il Premio Viareggio. Opera complessa, è un percorso trentennale in cui risuona la voce di un autore coerente all’ insegna del «proprio lessico legato/alla cerca del proprio vivere». Nato nel 1947, già insegnante nelle scuole medie, «il romito di Cupra Marittima» – così Andrea Cortellessa l’ ha definito – ha scelto un’ esistenza appartata: ma il centro, per lui, è la sua poesia, il suo ambito naturale. La critica non è stata avara e l’ ha accompagnato con la stima di generazioni diverse (Giovanni Giudici, Fernando Bandini, Giacinto Spagnoletti, Paolo Zublena, Rodolfo Zucco, Enrico Testa, Emanuele Zinato, Yves Bonnefoy e altri. Giorgio Agamben per esempio, nel 1992 scrisse di lui: «forse il più grande poeta civile della sua generazione»). Governano l’ agire creativo di questo «io timido» reticenza, ironia, smarrimento, tristezza, malinconia, sensi di colpa, distacco, sofferenza, umiltà, mutezza: una filiera tipica del suo vocabolario. Il narciso della discrezione, in fuga «da un più avanzato destino», si confessa: «pietà se non sono un attore della certezza». E si muove felpato tra le infinite quinte di un teatrino mentale controllato dalla griglia stretta e dal ritmo ben scandito di versi spesso plasmati nella forma cantabile di ariette, sonetti, canzonette. Al di là di queste sequenze, organizzate anche in distici dal vivace impatto epigrammatico, si intuisce una vita sospesa, tra parentesi (non a caso un segno grafico ricorrente) ma pronta a irrompere sulla scena. La pensosa frivolezza della prova di un abito con il sarto che pare Fred Astaire danzante e la bestiale crudeltà di ciò che accade in un mattatoio sono gli estremi emotivi di un’ ampia costellazione di episodi. Affiorano inoltre eventi minimi della quotidianità e degli affetti familiari al cospetto degli incubi che la Storia ripropone con la memoria degli orrori di cui è causa e testimone. Che fare? Ecco l’ orma solidale che De Signoribus imprime alla sua poesia: «mai vera casa avrò/né troverò mai sonno/finché non avrà sede/ogni terreno popolo». Proprio in questa visione dialettica del mondo «l’ epica umile» del poeta assume l’ orgogliosa sembianza del Davide che sfida Golia: esce dalla «fortezza», dalla «casa» – termini e immagini frequenti, i suoi Lari, la voglia di «radici» che si vede negate – mentre non si nega l’ urlo e il furore della propria condizione di vivente inerme. è l’ altra faccia del «romito», emerge dalla fitta trama di effetti fonici, giochi verbali, deformazioni linguistiche, neologismi: un tessuto raffinato di parole desuete, preziose, rare, dialettali in cui filtra la nostra tradizione poetica. Soprattutto risonanze dantesche, echi leopardiani, spifferi gozzaniani e fraternità come Saba, Montale, Rebora, Caproni, Giudici, Fortini, Volponi. Alla tensione metaforica della sua lingua «spasimante» bisognerà perdonare qualche vieta banalità («i larghi capezzoli dei poggi»). E così alla sapienza metrica la talvolta oppressiva sindrome della rima (la rima per la rima, la non rima, la fantarima): non soltanto abilità tecnica e inedite saldature fra le parole, ma un alibi che protegge il poeta incline a un dettato arduo, enigmatico, a contrazioni ellittiche persino castratorie di libertà fantastiche e sguardi sul reale. Infatti l’ andamento ostico di certe sequenze ne rallenta l’ immediata percepibilità, rischia l’ ictus espressivo in un linguaggio generalmente più libero, aperto, volatile. Chissà che De Signoribus non abbia voluto in questi casi rendere implicito omaggio a Paul Valéry quando sentenziò, dal rarefatto paradiso della sua intelligenza: «Il vantaggio dell’ incomprensibile è che non perde mai la sua freschezza». E tuttavia, quel che di certo motiva la sua scrittura è la consapevolezza della crisi del linguaggio, tema spiccatamente novecentesco che ha tra i suoi capostipiti Hugo von Hoffmannsthal con La lettera di Lord Chandos in cui denuncia il malessere per le parole ormai prive di significato. Una crisi oggi accelerata dalla pervasività mediatica in tutte le forme del parlare e dello scrivere. A questa deriva De Signoribus si oppone e resiste, come appare dal mosaico che ho ricavato dalle sue pagine. Ignaro, forse timoroso della «lingua che sarà», accanitamente scava nelle risorse del linguaggio non solo poetico; escogita immagini organiche dove persino «la pelle» è una «scatola lessicale»; auspica di «rinvenire parole esiliate e vacanti/ e farne strutture portanti/ di queste pareti insicure»; spera in quelle «parole/che risanate nascano a un idioma». Potrebbe essere appunto l’ italiano della poesia questo idioma se nella Premessa degli inediti qui raccolti sotto il titolo Sosta ai margini De Signoribus rivolge un’ accorata preghiera a quel noi cosmico che è il soggetto corale del suo poetare: «- in questa lingua ospitiamoci, /riapparteniamoci in essa, /invochiamoci di rinascere!…».

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