Parola ai Poeti: Gianni Ruscio

 

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

La poesia in Italia non ha mezze misure. O proviene dal sottobosco, da quelle piccole realtà di persone che ancora ci credono, leggendola, scrivendola e, quando questo riesca, pubblicandola, o si manifesta nella formula – grande casa editrice, grande autore. La società non ha interesse per questo linguaggio espressivo. La poesia si studia a scuola, e nella maggior parte dei casi rimane confinata in questo luogo. Le ”persone”, almeno quelle che conosco io, non ne vedono l’utilità, oppure la vivono come una masturbazione dell’autore. Spesso ci si dimentica di scorgere la bellezza dove questa risiede. L’apparenza della nostra società spinge sempre meno verso la profondità che può regalarci un componimento poetico. Una cosa è certa. Scriviamo troppo, e leggiamo poco.

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Ho pubblicato il mio primo libro molto presto, con molta fretta, senza un briciolo d’esperienza alle spalle. Il sentimento dell’urgenza mi ha spinto ad affidarmi ad un editore a pagamento, scelta che col tempo ho trovato inadeguata alle mie esigenze artistiche. Mi aspettavo ben poco, poiché il mio obiettivo era solo quello di presentare un prodotto finito ad una persona a me cara. All’epoca mi entusiasmò, certamente, potermi vedere pubblicato, e ad oggi, la delusione più grande, è quella di non aver compreso quali meccanismi muovevano l’editoria italiana.

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Se fossi un editore punterei a far entrare la poesia in quelle realtà metropolitane che ospitano la musica suonata dal vivo attraverso reading, concerti, piccole manifestazioni culturali in cui potersi muovere liberamente per portare la poesia a tutti coloro che ne sono ancora a digiuno. Il problema è che si legge molto poco, quindi anche solo trasformare il leggibile in qualcosa d’altro, che sia un detto, un cantato o un “recitato”, sarebbe, a mio avviso, molto utile. Non che questo non avvenga già, ma sempre e solo o per iniziativa dell’autore, o per iniziativa di case editrici molto piccole, destinate a rimanere confinate a piccole realtà, inghiottite dai grandi eventi organizzati da autori già famosi o da case editrici commerciali col solo interesse di pubblicizzare e vendere il prodotto. Non che questo sia sbagliato, ma l’utenza di riferimento è sempre pescata dai soliti canali. Io da un editore mi aspetto una relazione con l’autore improntata sullo scambio umano e artistico; una presa di responsabilità nei confronti della propria professione.

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Le due cose si equiparano. Tanto più la poesia troverà ampio respiro sul web, tanto più resterà confinata negli ultimi scaffali delle librerie dei centri commerciali. Il problema è che a mio avviso ancora non si è trovata una formula che possa portare i guadagni legati alla carta stampata anche su internet. Quindi le case editrici non hanno ancora grandi interessi legati alla diffusione sul web. Le case editrici che vendono i propri libri in questo modo ci sono, ma sono case editrici molto piccole, e comunque sempre ghettizzate rispetto alla grande distrubuzione. Poi c’è da dire che per chi ancora ama leggere, il piacere di andarsi a scegliere un libro in libreria è forte. È legato alla forte attrazione che il libro esercita sui sensi umani, e sul web questa caratteristica non esiste. La scrittura e la lettura, che nascono dalla forte relazione che si instaura tra l’autore e il mondo che abita, e tra il mondo e le persone che ne fanno parte, e quindi tra l’autore e le persone di questo mondo, virtualmente è come se venisse meno, e la disumanizzazione della sensibilità e dell’intelligenza umana avviene anche per queste vie. Ancora potrei dire che la carta stampata ha anche un altro fascino, un fascino molto strano, ed è il piacere di avere una grande libreria dentro casa, dove poter accumulare libri. Libri che poi si va a riprendere, che cerchiamo anche per piccole consultazioni durante la giornata. Dietro questa modalità c’è tutta una serie di piccoli rituali a cui l’essere umano è abituato da secoli. Nonostante il web sia molto più pratico per certi versi, certo non potrà mai sostituire in tutto e per tutto la carta e l’nchiostro, almeno non ancora…

Una cosa è certa, l’utilità del web è insita nel web stesso, e può prendere varie forme, come quella di portare all’attenzione in maniera virale alcuni eventi che altrimenti non potrebbero essere resi noti. Per me non è difficile immaginare un mondo in cui ci sia una libera condivisione di materiale, il problema è sempre lo stesso, gli interessi che si muovono dietro una cosa tanto complessa e potente non cesseranno mai di esistere.

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Ho sempre paura quando si parla di ciò che circonda le cose. Figuriamoci con la poesia. La poesia è una materia strana. È essa stessa, e nello stesso tempo, ciò che ognuno di noi ci legge dentro. Ora… il problema della critica è una cosa molto seria. Un prodotto, se così vogliamo chiamarlo, poetico ha sempre un valore. Ha un valore per chi lo scrive, quanto meno. Questo non possiamo sottovalutarlo né ignorarlo. Però riuscire a comunicare qualcosa a qualcuno, e non solo a se stessi, è un altro paio di maniche. Il problema della critica è che questa stessa critica il più delle volte non capisce niente di poesia, altrimenti farebbe o sarebbe poesia. Però certo è che il livello culturale di un ecosistema sociale è qualcosa che si costruisce, e si costruisce a partire dal bello. Di bello nella nostra società, almeno a livello comunicativo di massa, c’è ben poco. Siamo assaliti dalle pubblicità stradali, dai messaggi pubblicitari e subliminali, dal vociare delle persone che abitano questo meccanismo di potere. Quindi anche non volendolo, ci si ritrova a “conoscere”, passatemi il termine, cose di cui non ci interessa niente. Per creare una critica intelligente bisognerebbe ritornare alle origini, ovvero, a cosa reputiamo esser bello. Reputiamo bello quello che ci si propina, aimé! Per questo è tanto importante l’alternativa. Conoscere una cosa, e poi un’altra, per capire in cosa ci riconosciamo, e in cosa no. Per questo è fondamentale capire cosa manca nel mondo di oggi, cosa manca dentro di noi, cosa manca nell’altro, cosa bisogna ricordare o ricostruire, per portare un significato qualitativamente diverso o del tutto nuovo nel nostro vissuto e in quello delle persone che ci circondano. Da questo può aver luogo una critica sana. Anche e soprattutto in poesia… per me che poesia vuol dire ricerca emotiva, cognitiva, “motoria”, e nondimeno, possibilità di ricostruire le proprie rovine, ricerca esoterica, ricerca dell’altro, comprensione, accettazione, accoglienza di tutto ciò che sta nell’ombra del nostro essere. Esserci insieme. Creare una comunione. Lasciare che le cose avvengano, siano, nella loro natura. La critica intelligente, in una parola, non sta nel giudizio. Ma nella presa d’atto di un percorso. Nel percorso che stiamo facendo oggi, tutti insieme, è difficile comprendere cosa abbia un valore artistico, e cosa no. Il critico dovrebbe essere una sorta di sciamano, che comprende i misteri della poesia, e li porta a conoscenza della comunità, per essere consapevoli insieme dei passi fatti e dei passi ancora da fare.

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Il canone è un contenitore. Un limite. Una frontiera da solcare. Il canone siamo noi stessi, nei nostri modelli, nel nostro conoscerci. È un codice, un linguaggio comune con cui fare i conti e a cui fare riferimento. Ma come tutte le cose che ci mettono in dialogo con qualcos’altro, in questo caso nella fattispecie, con l’ignoto, con l’inesplorato, con l’esterno al canone, anche questa strada va presa, compresa, per cercare un modo altro di creare una frattura o una continuità rispetto ad essa. Un canone è un modello. Un modello è lo specchio della società in cui nasce. Per questo vanno colti i segni, va compreso da dove provengono e quali strade si potrebbero intraprendere. Per questo è tanto importante la poesia. La poesia è un modo per creare questo legame tra il vecchio e il nuovo, è essa stessa questo legame, essa stessa il vecchio e il nuovo, e tutto quello che ci passa di mezzo. È possibilità di creazione dell’essere umano. Per il verbo passiamo. Per il suo non detto. La poesia è possibilità di creare un ordine inverso. È possibilità di generare un significato. Di dare senso alle cose. È possibilità di dialogo con quello che sta dentro e quello che sta fuori, e il poeta è colui che “gestisce”, incarna, a volte subisce questo movimento intestino e controverso tra le cose del mondo e il mondo. “Fare poesia è stare dalla parte dei deboli, dei fragili, dei reietti, dei mostri della società, e permettere anche a loro, cioè a noi, di poter dire quello che pensiamo.”

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

Premesso che non riconosco nessun tipo di autorità istituzionale costituita, il ministro della cultura di oggi dovrebbe entrare un po’ di più in contatto con la realtà, in modo tale da renderla ribaltabile, determinabile, anche se è qualcosa di sfuggevole e di indeterminato. Questo potrebbe accadere per esempio attraverso la rivoluzione dei mezzi di comunicazione di massa, il ripristino della dignità umana e soprattutto quella del corpo e del pensiero femminile, così usurati nella commercializzazione di ogni cosa, non per ultima, la commercializzazione di loro stessi, con la conseguente schiavitù prodotta da questo meccanismo di potere che fa leva sulla pancia della gente, soprattutto su quella degli uomini o delle donne che si sono elevate a uomo, anziché coltivare ognuno la propria diversità, non tanto di genere, anche se è inconfutabile che questa esista, ma piuttosto della coscienza e della personalità individuale di ognuno. Per promuovere la buona letteratura e la buona poesia basterebbe inserirla nei mezzi di comunicazione di massa insieme alla musica, al teatro, al cinema, all’arte tutta con la programmazione di trasmissioni di alto livello, gestite e fatte dalle persone che vivono sulla prorpia pelle questa realtà, mettendo in confronto tra loro i vari pensieri e le varie interpretazioni di questa. Questo certamente smuoverebbe le cose, perché con la poesia si fà anche politica. È essa stessa, a suo modo, politica, e questo spaventa, e non poco, i poteri forti di una società.

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Un fattore che influisce negativamente è certo, come già detto, la mancanza di una diffusione intelligente della poesia, uno di quelli che influisce positivamente è comunque la mancanza di una diffusione della poesia. Per una maggiore diffusione della cultura poetica bisognerebbe fare poesia di strada, arte di strada. Una società civile si riconosce da come tratta i propri artisti, le proprie strade e tutti coloro che le attraversano. La scuola mi sembra un altro punto cruciale. È vero. A scuola si studia la tradizione. Ma bisognerebbe aprire le frontiere dell’istruzione scolastica anche ai poeti emergenti. Dovrebbero occuparsene tutti, dalle maestre e maestri della scuola elementare, ai professori, dalle mamme ai papà, fino ad arrivare alla costituzione di luoghi in cui ci sia il tempo per occuparsi dell’animo umano. Perché in fondo la poesia questo è. Occuparsi dei moti e dei modi dell’animo umano e la loro conseguente ripercussione.

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Un poeta è entrambe le cose. Un cittadino e un apolide. Però… a volte capita che un poeta non si senta nemmeno più questo. Un poeta è qualcosa di contradditorio. È nella contraddizione che si dipana la sua vita. Nella scelta più o meno cosciente di averci a che fare con l’inconscio umano. Di dargli vita, di portarlo fuori, conoscendolo da dentro o senza conoscerlo affatto. Un poeta si dimena, a volte non vuole nemmeno essere se stesso. Non vuole nemmeno essere umano, tanto è importante per lui questa umanità. Almeno per me è così. Un poeta cerca qualcosa. Oppure si ferma a contemplare la sua piccolezza, la sua mortalità attraverso la parola, che è un tentativo e una responsabilità, e forse addirittura un tentativo di essere responsabile nei confronti di se stessi o del mondo circostante, per rendersi credibile. La credibilità è un fattore costitutivo molto importante nella vita di un poeta, io credo. E questa credibilità serve al poeta per dire la verità su ciò che reputa importante. Per essere onesto nei propri confronti. E nei confronti degli altri. Un poeta è qualcuno che si riconosce nella lotta contro i soprusi umani, perché ha sondato gli anfratti in cui questi soprusi prendono forma. Un poeta conosce se stesso per portare testimonianza. Un poeta non sa. Però sa che tutto nasce da se, e cerca di farsi a partire da questo, di creare qualcosa a partire dalla sua esperienza con se stesso e le relazioni che stringe con l’alterità. Un poeta mette le mani nelle radici da cui siamo partiti. Nella fogna dei nostri sentimenti, e nella loro natura più sacra. Un poeta sa che l’incontro con se stessi potrebbe essere l’esperienza più spiacevole della propria vita, e nello stesso momento tenta di essere teso verso la sublimazione di questa spiacevolezza. È un essere controverso. Conosce la propria ombra ed è consapevole che questa ombra è l’emanazione di una luce interiore. Sa che le persone funzionano come degli elettroni che si cerca in continuazione di trattenere, di capire, ma ciò che comprende è che in realtà siamo in continuo movimento, che siamo frugali e sfuggevoli come fumo liquido, e che l’unica cosa che ha senso fare è cercare la propria scia e la scia dell’altro. Rendersi conto che è proprio da questa impossibilità, di possedersi e avere un assoluto controllo di se stessi, che nasce la magia delle cose. Un poeta sa che nessuno potrà mai indossare i panni dell’altro, conosce la sotitudine, il fattore di incomunicabilità che abita il genere umano, e cerca in continuazione di mettersi in relazione con questa condizione, per esprimerla. Sa che c’è un reticolato su cui noi, come barche, navighiamo, e che la propria situazione non è giudicabile come quella di nessun altro, e che ognuno potrà passare per ogni punto di questo reticolato, senza però incontrarsi mai. Perché incontrarsi vorrebbe dire sovrapporsi, e la sovrapposizione non è possibile. La sovrapposizione genera un’esplosione. O una fusione. E per continuare ad esistere come coscienze individuali, forse, ci neghiamo questo incontro con l’altro, che provocherebbe una conoscenza del tutto paradossale di se stessi. Perché noi siamo anche gli altri. E quando un essere umano, un poeta o una poetessa si rende conto di ciò, allora si rende anche conto che invece ha senso provare a fare l’impossibile. Un poeta ascolta. Ecco tutto. Acoltare è fondamentale. Genera una duplice conseguenza, quella di imparare ad ascoltarsi per aver fiducia in se stessi, ed essere motivo di fiducia per gli altri, a partire dall’ascolto. Un poeta scampa alla morte, perché la insegue. Sa di essere impotente, e in questo riesce a trovare il suo destino e la propria eternità-infinità. Un poeta è un sacerdote, forse sconsacrato. I comportamenti che si determinano a partire da questa modalità di vivere con la vita possono assumere migliaia di sfumature diverse come i colori che ci circondano o gli umori dell’emotività umana. Un poeta sta dentro la musica. E forse è questo che muove i suoi componimenti. Non si preoccupa dei significati, perché i significati sono solo un’illusione o una conseguenza. Resta nel significante, e così… entra in comunicazione con il logos. E con il mistero del logos. Le responsabilità che ha verso il suo pubblico sono direttamente proporzionali alla sua scoperta del se.

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

L’ispirazione e la discilpina sono due cose differenti, ma strettamente connesse tra di loro. La disciplina, nel mio caso, è stata un processo intellettuale molto serrato, atto a far si che io riuscissi a trattenere il minimo indispensabile dentro di me le mie visioni, ovvero, ciò da cui poi prendono vita le mie poesie. Una scintilla si accende all’improvviso. Senza che tu possa controllarne il flusso. Nella mia vita continuano ad accendersi scintille, come nella vita di ognuno, solo che poi la differenza è che io cerco di tenerle accese, almeno quelle di cui mi accorgo, per poterle trasformare in qualcosa di condivisibile. Le scintille si accendono nell’altrove. E nell’altrove si va in silenzio, ammiccando, cercando di essere il meno violenti e invasivi possibile. Questo rispetto nei confronti di se stessi è fondamentale per riuscire ad allenare la prorpia memoria affinché abbracci con sempre più dimestichezza questo linguaggio, quello della creazione poetica. Per me il mondo si traduce tutto in questo linguaggio. Infatti per me la poesia non è confinata al solo atto della scrittura, ma invade e si insinua in tutta la mia esistenza senza che io possa farci nulla. Mi limito a prenderne atto, appunto. E a cercare nella mia memoria le visioni da cui poi si generano le parole e i suoni che mi abitano. La poesia sceglie di venirti a trovare, è dentro di te, ma puoi decidere di chiuderle le porte in faccia. In quel caso la sofferenza e la frustrazione che ne deriva genera, a mio avviso, tutti i conflitti umani. Ascoltare quella parte di se stessi, sapere che è in ognuno di noi, non ferirla, né bloccarla, ma farla scorrere è importante per comunicare. Per comunicare con quella parte di se che si riconosce nell’altro. Questo processo aiuta l’empatia, alimenta la passione, dà motivazione. Ti fa sentire vulnerabile, ma in quella vulnerabilità scopri esserci l’unica cosa per la quale vale la pena vivere. È una vita che mi chiedo come tenere accese le scintille che mi si accendono o che accendo di mia spontanea volontà, e con la poesia ne ho la possibilità. Ho la possibilità di essere aperto senza il bisogno di dovermi difendere. Ecco. La poesia è un bisogno, un desiderio anche, e nello stesso momento la sua possibile soddisfazione, nella continua tensione verso il bene ed il piacere, perché questo bene e questo piacere sono la reazione alla propria parte oscura, che si illumina, di tanto in tanto, di nuove scoperte. È un mondo parallelo in cui giocare la vita, che ha ripercussioni nel quotidiano.

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Scrivo perché non posso farne a meno. Le emozioni e le idee, dentro me, sono la stessa cosa. La poesia non ha messaggi. È essa stessa un messaggio. Chiede sempre un pezzo di te quando viene fuori da te, e chiede sempre un pezzo di te quando viene dentro di te. Sia che la si scriva, sia che la si legga, chiede sempre un prezzo da pagare, e quel prezzo è la scopeta della felicità. O di quella cosa che più assomiglia alla felicità. Solo in questo caso può assumere anche le sembianze di un qualcosa da dire o da ricevere. Fare poesia è sapere che esiste sempre uno scambio tra le cose “al di quà” e le cose “al di là”.

È ritrovare gli oggetti, riscoprirli soggetti, è uno svelamento di come le “cose” abbiano una naturale funzione che spesso va persa. La poesia ha in se un seme di masochismo che essa stessa dilata e colma nella riscoperta di una possibilità di divertirsi a partire dalla propria miseria. E da questa miseria, che accomuna tutti, sboccia l’interazione con l’altro, un’interazione profonda, che sa di vino rosso bevuto insieme.

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Pensano sia una cosa bella, ma inutile, come i fiori. Non pensano che la poesia aiuti a pagare le bollette. E invece per me è così. Se non scrivessi… non potrei fare nulla di tutto quello che faccio né, tantomeno, lavorare per pagare le bollette. Altre persone che amo mi hanno amato anche attraverso la poesia. Ma mi hanno anche odiato per questa stessa mania.

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Nella mia vita ogni cosa è fatta di poesia. Per mia fortuna ho scelto strade difficili, ma che mi appagano. Faccio il musicoterapista, suono violino jazz, lavoro coi bambini, scrivo poesia. È stato difficile da percorrere come percorso, perché non sono ricco, anzi… però la mia passione e la mia voglia mi spingono verso questa direzione, e io non faccio altro che darmi retta. È stata dura. È stata dura perché almeno nella mia famiglia nessuno mi ha appoggiato, non per cattiveria, ma per necessità economiche e condizione sociale. Una condizione sociale della quale, da compagno, e prima di tutto da essere umano, vado fiero. Senza della quale non avrei capito granché della vita. A me piace sporcarmi le mani, non mi sono mai tirato indietro, e quello che la vita mi ha dato in cambio è questo: poter scrivere. Per me la parola mestiere non ha senso. La poesia si rivela, non si lavora. Se poi dovessi riuscire a vivere di questo, ne sarò onorato e felice. A volte questa vita che svolgo mi appare come un impedimento a investire tutto il tempo che ho nella poesia, ma le mie scelte sono tutte all’insegna di questa mia inclinazione naturale, e so che senza queste mie scelte, che ora amo e mi danno il sorriso, tra difficoltà e dolori, non potrei essere quello che sono. Le connessioni che ho aperto e creato sono tutte una mia emanazione, e questo lo riconosco. La poesia mi ha dato, insieme alla musica, la possibilità di comprendere e di conoscere, anziché capire. Di capire, non mi interessa più. Così vivo la mia condizione.

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Per il mio futuro spero che la poesia rimanga mia amica, e farò di tutto per meritarmi questa amicizia. Non saprei rispondere all’utlima domanda se non in questo modo:

A chi mi chiede se la poesia viene prima di ogni altra cosa, io rispondo di si. Perché per me la poesia è quel luogo del tutto mio dove ha principio ogni tutto. Visitando dentro me questo luogo riesco a ritrovare la realtà. Quella indeterminabile, ma determinante. Quella dove ogni scintilla è un atto d’amore. Dove ogni distruzione è un atto creativo. Dove ogni struttura viene meno, a beneficio dell’essenziale. La poesia contiene in se il mio esserci come essere umano ed è, in un solo momento, pancia, testa e atto. Si materializza attraverso la mia affettività. È uno strumento efficace per raggiungere l’altro e se stessi. È il fare ed il farsi… continuo degli avvenimenti. Negli avvenimenti. È un anticipo di un milionesimo di secondo rispetto alla felicità, ed è la felicità. È fuggevole come la vita… e infatti, te la insegna.


Gianni Ruscio è nato a Roma il 7 dicembre del 1984. Da giovanissimo è stato ammesso al Conservatorio di Musica “S. Cecilia”. All’età di 15 anni, col suo violino in spalla, ha girato l’europa come artista di strada. Ha lavorato per Greenpeace. Ora è un laureando in Letteratura Musica e Spettacolo all’Università di Roma “La Sapienza”, e segue un corso di formazione in musicoterapia presso la Fedim.
Ha tenuto una performance teatrale scritta e interpretata da lui, con il patrocinio del Comune di Roma, dalla quale ha tratto la sua raccolta di poesie: “Nostra Opera è Mescolare Intimità”.

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