Altre Voci n.8: La lucida intelligenza della parola


I costruttori di vulcani

Carlo Bordini

2010, 496 p.

Luca Sossella Editore (collana Mente)



Poesia contro la fine del mondo.


di Loredana Magazzeni


Bordini non lascia testamenti.

E’ luglio 2010 e questo tempo variegato dall’afa al freddo mi impedisce di trovare pace, di scavarmi una nicchia di conforto dove non essere cercati da nessuno. Questo libro, uscito proprio ora,  è per me come questo mese di luglio: scomodo e apocalittico. Ingombrante tanto quanto il suo autore ambisce a farsi piccolo e scomparire, lasciando il campo alle pure parole. Ma se lui è qui, ci sta per caso e non come un monumento: gli parli ed è già oltre, viaggia sempre, sta finendo di scrivere un altro romanzo. Voglio dire che Bordini non lascia testamenti e non lo puoi fermare, mettere la parola fine nemmeno dopo un libro come questo, il libro composto dalle “poesie di tutti i libri” che ha scritto (a cominciare dalle prime raccolte, Poesie leggere (1981), passando attraverso Mangiare (1995), Polvere (1999), Pericolo. Poesie 1975-2001, i cui testi vengono in parte antologizzati col nuovo titolo di Frammenti di un’antologia, Sasso (2008), Strategia (1981), I diritti inumani (2009)) montate come per una “struttura musicale” che non segue un ordine temporale, ma il desiderio di “dare forma a un libro nuovo”.

Il desiderio comporta una creazione continua. Se dovesse rifare questo libro, lo farebbe ancora diverso. Ecco, potrei scriverlo ripartendo da tutto quello che ho scritto sull’amore, mi direbbe, o sulla malattia e la vecchiaia, o sulla morte individuale e della cultura occidentale, sulla follia, sulle profezie a rovescio dei nostri anni, sugli orrori e le cecità, sulle cose e il loro essere i corpi degli uomini. Perché Bordini ha in sé, come un santo laico, questa capacità di contenere i dolori e le esistenze di tutti, questo sentirsi malleabile e plurale, questo risuonare delle esistenze le più piccole, le più infinitamente piccole e per questo grandi (hai scritto, Carlo, qualcosa sui vitellini e le formiche? Hai letto per caso Simone Weil, Maria Zambrano, i popoli muti della Ortese, il mondo salvato dai ragazzini della Morante? Lì ti troverei, se cercassi, seduto loro accanto). Da questo infinito dolore umano e animale lui riemerge come da un’acqua: molle, stordito, dolcemente contemplativo, quasi afasico. Ed è l’intensità, la più femminile delle sue virtù scrittorie, quell’acqua che lo battezza ogni volta e da cui vorrebbe (ma non può) riemergere di legno, di polvere, di sasso per potersi fermare.

 

 

La femminile intensità di Bordini.

Bordini è dunque un poeta molto femminile, lo dico come un complimento. Lo dice lui stesso, di sé, in varie occasioni testuali. In Spiegazione di me stesso invoca l’avvento di un’epoca femminile, “l’età della donna e del bambino/ l’umanità femminile-infantile// questo non è il sogno di un poeta/ state sicuri”(p. 480), in una poesia significativamente posta a chiusura del volume, “come una sorta di conclusione”, che si confronta dolorosamente con l’altra poesia finale, Odio, sull’impossibile di generare, di pensare futuro, di tutta la nostra generazione.

In altre parti del libro Bordini esalta l’adolescenza, perché l’adolescenza è il periodo della vita in cui si è, ancora, colmi di utopie e sogni indifferenziati, non ancora “incarnati”, forse ancora “innocenti”. Questa condizione di indifferenziato stupore, di indistinta polimorfa eroticità è la stessa che cova negli occhi miti dei grandi bovini, di lente creature che, come scrive Saba,  incarnano, inconsapevoli, le più potenti e pure divinità. Ha ragione, Emanuele Trevi,  a parlare di Bordini come un poeta adolescente, ma egli è un adolescente che porta sulle spalle tutte le età del mondo ed è comunque giovane, ilare, ironico, mai cinico. Un signore educatamente compìto. Un compagno capace di spiazzarti, di battere la strada non praticata, illuminandoti con una frase interrogativa. Mai faro, ma luce di contorno: fa strada e si tiene in disparte, conosce la grazia del non apparire. Odia essere al centro della scena. Si scusa se ha successo: è il mio momento, dice schermendosi. Generoso e apertissimo con gli amici: “trasparente come una radiografia illuminata” (Pericolo, 233). Eppure voglio andare là dove si coltiva il filone antimilitarista, pacifista, ecologico, civile che scorre fra i suoi testi come un’acqua carsica, una sorgente inestinguibile. Là dove parla di Bill Clinton, di mucca pazza, di catastrofe ecologica…Comincerò dal dire che Bordini è considerato un maestro fra i giovani poeti italiani, perché coniuga rigore formale, chiarezza ed eticità, non ha paura di parlare di corpo e di esperienza, anzi, la sua poesia nasce dall’esperienza del corpo e della mente come forma di autoanalisi feroce, che procede di pari passo con la riflessione politica collettiva e morale, anzi, ne è il contraltare. E’ uno scrivere senza proclami, senza parole gridate, rivendicazioni retoriche: sembra scritta da un antieroe, seduto a tavolino o sul divano, davanti al televisore, dopo aver sfogliato il giornale, scambiato quattro chiacchiere col portiere. Ma è una poesia politica, il senso di una parola che dice la verità. Già nella poesia che apre l’antologia si delinea lo sfondo culturale, si intravedono gli anni cruciali della sua formazione: “Discutemmo della filosofia zen e dello joga/ davanti al mare (…) mentre montava la marea/ di Reich la psicanalisi le Comuni/ la teoria dell’orgasmo/ la moda di andare in India/ si parla di marijuana e dell’acido/ e si va al Farnese a vedere i film” (noi vi dobbiamo sembrare una strana categoria, 15), formazione personale che filtra retrospettivamente come un riflesso di luce della macrostoria sulla microstoria, sulle vite personali “e questa discesa negli abissi/ profondi di se stessi/ l’analisi – l’analisi di gruppo” (ibidem). Appunti sulla guerra, Succhi, Istruzioni e regole degli ospizi generali per li poveri contengono tracce, agnizioni, presenze di quel giullare chiamato morte che affianca, come in una danza macabra, ogni più mite storia degli oppressi, silenziosamente: “I morti sono brutti, e hanno anche un’aria/ querula,/ un po’/ lamentosa. Sono anche antipatici./ Hanno un’aria lamentosa, come se/ volessero/ ispirare pietà./ Hanno un’aria artificiale,/ e inoltre,/ goffa, sembra che ci prendano/ in giro.”( I morti, 164)

 

 

Antimilitarista, pacifista, ecologico, civile.

La scrittura di Bordini presuppone un meditato calore, una distanza appassionata. Si muove schiva e taciturna assolutamente dentro la realtà e assolutamente sola, a fianco di chi sta “al fondo”(Dal fondo. La poesia dei marginali, 1978, è il titolo di un’antologia curata con Antonio Veneziani su poesie di tossicodipendenti, prostitute, pazzi) pronta a capire e a dire no. Questa poesia ha condiviso e conserva il calore dell’esperienza poetica romana, di quella narrativa emiliana (gli anni di Aelia Lelia, il sodalizio con Giorgio Messori), ma ha calcato strade altre, diverse. Ha giocato con la morte ma si è tenuta al largo dalla morte violenta, prendendo le distanze dal fallimento della rivoluzione: “Se ne tornano a casa, mesti,/ con una leggera zoppìa,/ il corteo zoppo” (Corteo, 195), richiamando tutti gli intellettuali a una riflessione collettiva su quegli anni (Renault 4. Scrittori a Roma prima della morte di Moro, 2007). Ha intessuto un controcanto non dichiarato con l’ala femminile delle avanguardie poetiche (la grande lezione di Amelia Rosselli rispetto alle soluzioni di ripetizione-variazione e al valore conoscitivo delle varianti, la presa in carico del lettore come fa Giulia Niccolai nei Freesbies, l’andamento poematico ed autobiografico di Patrizia Vicinelli e Vivian Lamarque). Ma per Bordini la poesia deve tenersi lontana dalla morte violenta perché deve tenersi stretta la vita (“perché il mondo se ne accorgerà solo dopo”, in Poesia, l’unica che dica la verità, 333) e non può sostituire la vita. La vita è, oltre e in barba alla poesia, la poesia è secondaria (“l’estrema secondarietà della letteratura”, secondo Amelia Rosselli) anche se, come nelle “Lettere a nessuno” di Antonio Moresco, l’opera per Bordini è opera-vita, è quella attraverso cui scorre il respiro linguistico della vita. Ma la vita è un’altra cosa e sta a noi salvarla, proteggendo i piccoli e gli animali, come ogni specie che si rispetti protegge i suoi. Per questo Bordini è un poeta civile, ecologista, antimilitarista e femminile, indifeso, mai ingenuo. Che possiede l’estrema complessità dei semplici come punto d’arrivo e faticosa conquista. Scaviamo dunque dentro la sua miniera di temi, seguiamo i filoni d’oro del suo materiale magmatico.

 

 

Animali, persone, cose.

La poesia di Bordini è sempre riflessiva, è racconto breve, dialogo con l’altro. Spesso l’interlocutore privilegiato è una donna amata da cui ci si è dovuti allontanare. Per eccesso d’amore. Questo amore vitale invade il vivente tutto ed esonda, si riconosce negli animali e nelle cose. “questi sono i miei fratelli, i buoi dalle lunghe corna/ tutti gli animali che si nutrono d’erbe” (Animali, 193), “le miti vite dei cani e degli/ asini (Candid camera, 167), “Le cose si stancano come gesti,/ lenti. comprare una cosa e usarla/ è un gesto, come un respiro.” (Le cose usate, 190). Gli animali sono ridotti ad essere gli schiavi dell’uomo, come nella vicenda emblematica della “mucca pazza” raccontata in Epidemia: “C’è chi sostiene che proprio in giugno la crisi toccherà il punto più alto. Per quell’epoca i casi di infezione potrebbero superare quote cinquemila e gli schiavi distrutti essere più di cinque milioni” (Epidemia, 259). All’inverso, è l’uomo che ha perso la sua umanità e si è ridotto ad essere, nei confronti della natura, un parassita, un grasso roditore: “siamo noi/ uomini dell’Occidente/ grassi e ingrassati a/ ingrassare, rodi-/ tori enormi che/ troppo mangiano” (Mangiare, 73). Il “topo” è l’equivalente dello “scarafaggio” kafkiano, una oscena variazione dell’essere: “Era un mostro. Era mio fratello, e io sono una donna. Un tempo l’ho segretamente amato” (La metamorfosi, 38). In altri casi Bordini non esita a ricorrere ad articoli di quotidiani, notizie d’archivio, stralci di cronaca, che inserisce nella narrazione con lo stesso valore dei neologismi, refusi, termini tecnici, medici e specialistici, arcaismi, interlinee singole o doppie, vuoti, pieni, tutti elementi ritmici e musicali su cui gioca con intelligenza e a cui affida il respiro della poesia, ironizzando: “le varianti sono infinite, bovaristiche come i sogni di un impiegato (Pericolo, 230).

In Cose, Bordini enuncia la sua teoria della bontà delle cose stesse: “Le cose sono buone,/ non fanno del male. Stanno/ lì, ce le abbiamo messe noi,/ e obbediscono. Sono/ fatte di polvere, loro, di polvere/ molto compatta, colorata,/ e non si rompono. Non sono cattive.” (Cose, 185). Anche gli oggetti tecnologici, il computer, il modem, sono buoni perché aiutano l’uomo: “gentile macchina intima, incisa/ nel mio pensiero” (Modem, 48), “fragili intelligenze/ effimere./ Hanno/ bisogno d andare/ continuamente dal/ medico, di essere/ spolverate,” (Se potessi, 189). Nel poemetto Polvere le cose sono ormai assimilate alla natura stessa, perché fanno parte di una archeologia del cosmo: “Le cose sono natura,/ paradossalmente/ gli oggetti moderni son più vicini alla natura/ degli oggetti antichi: sono fatti per perire ed/ essere incalzati dai loro figli, come gli asini,/ i cani, gli animali” (Polvere, 132). In Facile profezia, infine, le cose diventeranno sempre più simili agli uomini perché potranno provare benessere, malessere e “E tutto ciò/ che è funzionale e armonioso e piacevole sembrerà loro/ bello,/ ed esse saranno come noi” (Facile profezia, 183). Infine, in Canto degli uomini, gli oggetti, le macchine sono il frutto della creatività dei maschi, una forma di generatività al maschile: “Le donne/ creano bambini, gli uomini/ creano macchine (…) e come le donne sono fabbricanti di corpi, noi uomini/ siamo fabbricanti di protesi e corpi meccanici.” (Canto degli uomini, 184).

La pietà e l’innocenza sono due categorie che ritornano, legate a cose, animali e persone, ma della prima Bordini diffida: “La mia pietà/ è la peggiore delle mie fantasie” (La pietà, 176) perché presuppone una non prossimità, una distanza non voluta, mentre l’innocenza è quel valore assoluto che egli associa ai rapporti, alla estrema essenzialità della condivisione, che non si nutre di parole, anzi, va verso la rarefazione delle parole, fino allo stillicidio di sillabe e di lettere, all’apnea angosciosa del distacco amoroso in Strategia: “tu/ non/ sai/ ma/ stai/ aspet=/ tando/ il/ mo/ mento/ di/ odiare/ anche/me” (Sondaggio, 457).

 

 

Polvere e fecondità del mondo.

In Poesia derivante dall’osservazione di taluni moribondi della mia famiglia Bordini riprende uno dei suoi temi più cari, il tema della morte come “stato di grazia”, uno stato vicino a quello della pura fecondità, in cui si rientra nel ciclo naturale delle cose, “rotondo” come quello della terra: “Quando si sta per morire si diventa/ altre persone/ si diventa dei santi dei/ predestinati degli/ anacoreti degli eremiti tutto l’egoismo/ che è stato della persona svanisce in questo bozzolo/ che aspetta solo di partire e in questo stato di/ grazia che è come/ lo stato di grazia delle donne incinte” (cit, 323). Questa poesia ha quattro varianti e l’effetto che ne risulta, per il lettore, è quello di un mantra che lo costringe a fare i conti con la fissità, l’ineluttabilità, la necessità del vivere. Quattro varianti ha anche la poesia I becchini, ed è costituita da riprese e varianti anche la serie di poesie Vecchio comprese nella raccolta Sasso: “Il vecchio sa che finirà nel gran mare dell’essere/ tutto quello che ha fatto finirà/ nel gran mare dell’essere (Vecchio, 273).

E’ nel poemetto Polvere che batte il nucleo più incandescente e doloroso del vulcano Bordini, una lunga riflessione sul senso della vita come sottrazione e perdita. Il poemetto contiene temi e parole chiave che saranno ripresi e ridefiniti nei testi successivi, con un lavoro di assidua riscrittura e riflessione, caro a Bordini: “Tutto ciò che è devastato può divenire rotondo/ ancora rotondo come un vaso. E’ ancora possibile”, dove i detriti, la polvere possono tornare vita mentre il poeta non può più: “Tutto può essere recuperato ma non tu/ Puoi solo essere pieghevole come gesso come polvere/ monumento di te stesso”(129). Le donne vengono chiamate in causa per avere creduto e partecipato al gioco degli uomini, che sta portando il mondo alla rovina, e le cui regole debbono proprio dalle donne essere riscritte: “Non potete giocare/ nel recinto dei maschi./ (…) Il mondo dei bambini è fallito, e rimaniamo solo noi vecchi/ decrepiti. Potete occuparvi di noi, se volete./ Non vi rimaniamo che noi./ Forse il mondo sarà salvato dalle donne, decrepito…/ Le donne puliranno il culo al mondo…” (130). Ciò che ritorna ancora è la nostalgia per una femminile fecondità che, sola, può salvare il poeta e può salvare il mondo, avvolgendoli nella sua morbida, rosea alba di speranza: “Una cosa rosa, molto rosa,/ come un’alba,/ (…) trasparente, come una cortina rosa/ (…) come un lenzuolo, un mattino/ felice” (129).

More from Redazione

Domenico Cara: “La comunicazione emotiva”

di Maurizio Grande In questo ricco volume di 300 pagine curato (oserei dire...
Read More

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.