Particelle n.2: “Stagliamento” di Arnold de Vos


Quel che si vede, così come la scelta  delle particelle da “osservare”, certamente contiene un’intenzione, ma anche vie più buie e aleatorie, nonché l’ottica di un piacere che cambia nelle letture.  Dunque non ho la presunzione di fissare, tanto più per un altro lettore, la raccolta Stagliamento di Arnold de Vos, (2010, Collana Scilla, Samuele Editore,  prefazione di Luca Baldoni),  ma semplicemente tenterò di offrire,  in divenire e parzialmente (per certe particelle), le orbite del mio incontro.

Le poesie che ho scelto sono “Parati” e “Pestio”, presenti nella parte “Due tempi e un epilogo”:

 

PARATI

Dall’arricciatura delle parole

l’immagine emerge serica nell’aria,

in punta di piedi sul vespaio della scrittura.

Dal suono alle figure

intonachi la mia vita, carta.

Di sotto rombano le vespe

in cerca del miele dei lombi.

 

 

PESTIO

Ieri mi sei venuto sopra

e sono andato sotto

il livello di calpestio del corpo

tuo sul mio, finito tra le radici.

La terra mi ha turato la bocca

coi suoi succhi, e guarda

adesso questa pianticina

come cresce sotterranea

e si solleva a forza di lingua

e spinge i versetti

all’insù, dove correvi giù

in controtendenza alla parola

spuntata dal tuo seme.

 

Le leggerò in rapporto, dato che non solo sono contigue (posizionate su pagine   immediatamente successive), ma sviluppano, a mio avviso, più di una connessione, a partire dal titolo.

Parati”, infatti, richiama sia lo stato di un essere “parati”, in assetto di “pronti a mostrare”, o addirittura di “pronti ad affrontare”, sia, viceversa, quello passivo di venire protetti, coperti (anche nell’associazione con la “carta da parati”, che poi verrà sviluppata nel testo: “figure/intonachi la mia vita, carta”); ed è questo secondo aspetto che viene sviluppato e che il titolo “Pestio” riprende, portandolo all’eccesso, come  livello “sotto/il livello di calpestio del corpo”.

Ma il rapporto fra i due titoli è anche quello di un passaggio dal plurale “Parati” (presumibilmente un “noi”), al singolare “Pestio”, che, con un po’ di arbitrio, potrebbe essere letto come “Pest’io” (“pesto io”: di nuovo, oltre alla ironia che è propria dei titoli di tutta la raccolta, come messo in evidenza da Baldoni nell’ottima prefazione alla quale rimando,  una valenza duplice, di presente attivo oppure passivo di participio passato, anche se il testo dopo chiarisce quest’ultimo come livello più probabile).
Ed è proprio attorno all’io (vedi la  presenza ripetuta di “mio”, “mia”, “mi”…) che entrambi i testi “ruotano”.

A onore del vero, va detto che tale movimento rotatorio è presente in più di una lirica della raccolta, per es. nei versi finali di quella specie di autobiografia che è la poesia “No logo”: “sventola la radice tagliata/a ruota nel vuoto”, che Baldoni mette acutamente in correlazione con la “banderuola” de “La casa dei doganieri” di Montale, ma anche nella “memoria/ stantia, che rimane a mulinare”, della poesia “E dagli!”.

Un movimento che qui è, ed è parte del rapporto fra le due poesie, quello di uno sciame che romba di sotto ”in cerca del miele dei lombi”, oppure quello del (bellissimo) “vespaio della scrittura” che “dall’arricciatura delle parole” (arricciatura come quella dei peli del pube) sa fare emergere “l’immagine serica nell’aria”, o, ancora quello della lingua a circuitare le lettere  r ed s, presenti, a volte in abbondanza,  in quasi tutti i versi; un movimento che assume, in un su/giù ulteriore, anche un carattere più attivo/passivo sessuale,  di terra che tura la bocca, di “pianticina” che “si solleva a forza di lingua / e spinge i versetti all’insù, dove correvi giù/in controtendenza alla parola/spuntata dal tuo seme”, di amante che viene “sopra”  in “calpestio di corpo” “andato sotto”, nell’azione di pestare attorno alla piantina per interrare il proprio seme o di scrittura che, nel farsi, viene sopra la carta.

Infine, ed è un altro spunto di contrasto-connessione, se l’offerta di “miele/seme dei lombi” della prima poesia pare trepida e abbondante, la “pianticina” della seconda poesia,  così come attestato dal diminutivo/vezzeggiativo, non è del tutto forte (pure essendo cara).
E, tuttavia, proprio l’uso di un altro diminutivo che trasforma i versi in ”versetti”, sa dare conto di un bellissimo capovolgimento verso l’alto;  così , pure non escludendo la sottile e ironica, finanche deliziosa, ambiguità del significato di “piccoli versi”, si crea  un collegamento  fra il segno grafico utilizzato dalle lingue delle scritture  “sacre” con quello che immaginiamo simile a  ramages su carta (da parati) della  prima poesia.  Una contiguità della scrittura e della parola che va oltre lo specifico delle due poesie presentate, per allargarsi temporalmente e geograficamente, così come qui evidenziato dall’utilizzo di lemmi quali  “versetti” e “lombi”, in un passaggio, per via d’amore,  di testimone.

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