Parola ai Poeti: Viola Amarelli


Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Discreto, nonostante tutto, non vi sono ancora nuovi “canoni” ben definiti ma l’effervescenza creativa è notevole e con risultati a volte molto buoni anche se gli autori invece restano “depressi”, ma è una condizione che pervade, mi sembra, tutta la società e quindi anche la letteratura italiana.

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Ho pubblicato tardi per ragioni biografiche: la mia generazione era rivolta all’impegno politico-sociale con la letteratura e tanto più la poesia relegata ad un ruolo marginale. Il ritardo comunque è stato positivo: non avevo grandi aspettative e quindi non ho subito grandi delusioni. Ho avuto soprattutto il piacere di avere dei lettori, con la malinconia di ritrovare però anche in ambito poetico il modello “cordate e valvassini”, un retaggio da “clientes” che c’inquina da secoli.

 

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Questo occorrerebbe chiederlo agli editori, anche se di editori veri di poesia in realtà ve ne sono pochissimi. Personalmente manterrei la cura grafica e la passione che spesso riscontro, sicuramente eliminerei la pigrizia e il malcostume del print-on demand “occulto” e la mancanza di un editing serio (ma anche qui è un problema di costi, ovvio), Fossi editore forse chiederei qualche agevolazione “fiscale” per i libri di poesia, ma la vedo dura anche perché il mercato della “poesia” – già geneticamente ristretto – è stato del tutto polverizzato dagli attuali oligopoli editoriali e distributivi: spesso anche nei maggiori punti di vendita trovi sempre e solo Hikmet, Neruda e Prevert o al massimo, la Merini. Da un punto di vista degli autori mi piacerebbe un maggior impegno distributivo ma mi rendo conto che le forze in campo sono quelle.

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Nel breve non mi aspetto grossi sconvolgimenti : i canali distributivi continueranno a convivere a meno che la tecnologia degli e-book non riesca a raggiungere una migliore qualità e soprattutto una maggior diffusione. Sicuramente la rete assicura una più significativa capillarità e un maggior controllo della “filiera” da parte dell’autore: chi si interessa di poesia anche come lettore la utilizza e trova cose a volte sorprendenti, in tutti i sensi. Il rischio è ovviamente il dilagare di pessimo lirismo oltre alla fretta di postare “il pezzo” senza il necessario lavoro di revisione e sedimentazione.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Anche questo è un processo che richiede tempo:siamo in un momento di grande rimescolamento a livello di “canoni” e occorre l’umiltà e la capacità di uscire dal sistema binario del “mi piace”/ “non mi piace”, argomentando senza eccessive polemiche il piacere o l’idiosincrasia.. Costruire “setacci” – che è il compito di ogni critico – non è un mestiere facile, specie se l’evoluzione non solo stilistica e formale ma anche tecnologica è così rapida; ci vuole occhio attento ed empatia ma mi sembra che sia un lavoro già comunque avviato.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

Il canone è un “limite” che si deve in ogni caso conoscere, sia che lo si voglia rafforzare innovandolo sia, e forse anche di più, se lo si vuole scardinare.

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

Quello di conservare i beni culturali che abbiamo, di questo già mi accontenterei (e vedi da ultimo, e non solo, Pompei). Tra le iniziative penserei a leggi sull’editoria che contrastino i noti oligopoli, a incentivi anche scolastici per convegni e reading ma senza tutti quei contributi a pioggia onestamente spesso inutili.

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura . Chi dovrebbe farlo e come?

La scuola e l’industria mediatica. Sono lì che si formano i ragazzi. E’ una responsabilità collettiva ma, visto l’analfabetismo di ritorno che volutamente è stato e viene perseguito, incidere sul fenomeno sarà realmente lungo e difficile.

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Ogni scrittore è sempre cittadino, fosse anche un lirico solipsistico; apolide lo è, e forse deve esserlo, rispetto alla scrittura. Ritengo, tuttavia che l’unica responsabilità che abbia verso il lettore è l’autenticità della sua scrittura, lo scrivere al suo meglio ed essere coerente: di questo il pubblico prima o poi si accorge.

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

E’ sempre un mix dei due, non si va avanti molto con la sola ispirazione, persino i maudit avevano una ferrea tecnica. Attendo, prima poi qualcosa arriva, preferisco non forzare sull’ispirazione. Forzare è il dopo, quando entra in ballo la tecnica.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Scrivo per comunicare uno sguardo, che spesso è un’idea che possa coinvolgere emotivamente. La poesia ha sempre qualcosa da dire e questo qualcosa è- semplicemente- tutto, come del resto ogni scrittura in generale.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Trovano la poesia contemporanea eccessivamente elitaria si chiedono perché non scriva gialli anche ai fini del bilancio familiare.

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

La poesia ha la fortuna di non richiedere i tempi costanti della prosa; è una forma letteraria da sprinter non da fondista e quindi può convivere, sia pure con qualche sacrificio, anche con lavori impegnativi. Non so se scrivere per mestiere sia una fortuna, a volte potrebbe diventare routine e assuefazione. Personalmente il lavoro ha avuto una grande rilevanza nella mia vita, nel bene e nel male, e mi consente comunque di vivere serenamente la mia condizione di outsider anche in poesia, ruolo del resto che ricopro da bambina e che dà, oltre ad ovvi svantaggi, la libertà di muoversi in autonomia.

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Nec spe nec metu, né speranza né timore, esortava Spinoza. Quel che auguro alla poesia è di rientrare in gioco, nel mondo e nella società e per questo occorre la capacità di muoversi per, di muoversi verso chi legge e non – come spesso accade – verso chi scrive: più umiltà e meno vittimismo e anche più coraggio nell’osare, proprio con le parole.

 

 


 

Viola Amarelli, campana, ha pubblicato la raccolta “Fuorigioco” (2007), l’ e-book “Morgana” (2008), il poemetto “Notizie dalla Pizia” (2009). Suoi testi sono presenti in varie antologie (da ultimo “Mundus”, 2009 e “Calpestare l’oblio”, 2010), su riviste e in rete tra l’altro su “Nazione Indiana”, “La poesia e lo spirito” e “Rebstein”. E’ redattrice di Vico Acitillo, e cura il lit-blog “Viomarelli”. Per idiosincrasia personale non partecipa a premi.

8 Comments

  • ‘più umiltà e meno vittimismo e anche più coraggio nell’osare, proprio con le parole’: non c’è altro da aggiungere.

  • pareri e inviti concreti ad autori ed editori al fare onesto in poesia. sono questi gli aspetti dell’intervista di Viola che trovo particolarmente incisivi e che dovrebbero “girare” tra tanti editori superficialie autori che hanno troppa fretta di visibilità. condivido in pieno,
    annamaria ferramosca

  • concordo con tutto quanto afferma Viola Amarelli. La sua limpida profondità sia quando scrive in poesia che quando ne parla, come dice Ivano Mugnaini. Il suo senso di indipendenza e il suo disincanto, oltre all’originale qualità della sua scrittura.L.Frisa

  • Di Viola ho sempre apprezzato lo sguardo e la qualità della scrittura. Da queste risposte emergono, in giuste dosi, umiltà e sicurezza, coraggio e disincanto. La poesia di Viola Amarelli è, come poche, dentro il tempo che abita e dall’intervista ne emergono ragioni e coordinate.

    Un saluto affettuo

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