Marina Pizzi: ‘L’inchino del predone’


L’inchino del predone

Marina Pizzi

2009, pag. 58

Edizioni Blu di Prussia (collana Unicum – poesia da collezione)


di Giacomo Cerrai

Come si fa ad esprimere un dolore di vivere che si sente immenso e ingiusto? Come si fa a dire l’indicibile, – eterno dilemma del poeta – ? Si scava il mezzo artistico di cui si dispone, in questo caso la lingua, lo si sfibra, lo si porta ai suoi stessi confini, lo si spoglia ed espropria del suo senso volgare, lo si accusa di essere inetto e incapace a dire, per poi rivestirlo con un significato nuovo e a tratti alieno come se fosse stato tradotto in una lingua ai più sconosciuta. Per dire vedete, la realtà delle cose è così..così….che non ci sono parole comuni per descriverla. In questo agire artistico di Marina Pizzi non c’è niente di “ricercato” (sebbene col tempo anche lei abbia acquisito una sua speciale “maniera”). Nel senso che non c’è “experimentum”, avanguardia o comunque la si voglia chiamare. Se piace a chi piace la poesia “di ricerca” (qualsiasi cosa ciò voglia dire) è per un fatto puramente circostanziale, di superficiale affiliazione. Il fare poetico di Marina ha radici molto più profonde della mera ricerca intellettuale, è mosso piuttosto da una condizione esistenziale – se non vogliamo dire psicologica – che trova nel linguaggio un limite, una insufficienza e, per quanto possibile, una salvezza, qualcosa che non è solo strumento espressivo, ma anche parte integrante del sé, identità, estensione del corpo e dell’anima sofferenti. In ragione di questo è chiaro come sia preminente, per dirla con Jakobson, la funzione emotiva, anche rispetto a quella poetica (da non confordersi, come sappiamo, con la poeticità di questi versi, indiscutibile). E’ in questa funzione che Marina rinviene (e, certo, anche seleziona, lima, ecc.) le “sue” parole, i suoi personali nessi metaforici, scardina il rapporto naturale tra parole e cose, mette in crisi la relazione dei segni, recupera quella dei suoni. Impone il suo codice. E’ per queste ragioni che, in altra sede, parlavo di una certa “prevaricazione nei confronti del lettore, a cui il poeta non lascia spazi di manovra (o di interpretazione, in senso attoriale del termine)”. Il lettore deve, in altre parole, farsi parte diligente, imparare la lingua, come se sbarcasse sui moli di Ellis Island. Ma del resto è quello che faceva, se posso azzardare, anche Amelia Rosselli. Tuttavia qui, forse più che altrove, il disegno di fondo, la filigrana, sono chiari. L’assenza, o anche la manchevolezza, di qualcuno, qualcuno che era “Michelangelo del corpo”, che si innamorava di fragili peculiarità “ai bordi del mondo intero”, “predone” e evanescente come un Puck shakespeariano per colei che si sente “mela da morso senza alcun fato”, colei che “in nome di dio” lo chiama, per quanto “con la bestemmia in regola”. Ma, di certo, questo non è un canzoniere d’amore, per quanto esso possa essere dolorosamente complicato, perchè l’amore, o la relazione interpersonale o con il mondo, le sue dinamiche invariabilmente diventano parametri della realtà circostante, elementi di misura della efficacia del linguaggio, della sua capacità di significare, di rendere, come dicevo all’inizio, appena più dicibile l’indicibile. Forse questo è il tratto originale del lavoro di Marina Pizzi.

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