Zibaldello n.6: Verona 2.0. Postumi di un incontro.


finché siamo immersi nel declino, coscienti o incoscienti, ognuno può proiettare in un dopo-crisi, prossimo venturo agognato o insperato, quel che più ha a cuore che si possa realizzare nella vita sua e del suo mondo, ma nessuno sa esattamente come andrà a finire. Per cogliere fenomenologicamente il presente non mi dispiace però l’idea di una rarefazione delle risorse. Un buon modo per vivere il presente dovrebbe essere quello di rarefare le proprie agende. Altro che lavoro matto e disperato, straordinari sempre meno retribuiti che imbandiscono solo le mense di manager e possidenti

sabato scorso a Verona la presentazione del progetto di Poesia2.0, alla centralissima e neonata libreria Bocù. Per arrivarci si doveva giocoforza transitare per via Mazzini: l’isola pedonale per eccellenza delle vasche del sabato pomeriggio. Quando ci capitai per la prima volta una ventina d’anni fa, mi dissi che in confronto le splendide vasche di Bergamo Alta, tra Piazza Vecchia e Colle Aperto erano un deserto. Sì, gente ce n’era sabato scorso a Verona, e ne ho provato meraviglia, però più tardi la memoria mi ha restituita nitida un’immagine: vent’anni fa tra la folla in via Mazzini non ci si muoveva. Un po’ come le strade dei rientri in città dopo l’week-end: c’è meno congestione di un tempo. Rarefazione delle risorse umane

come prima uscita pubblica, sortita territoriale del progetto, era anche per molti dei redattori presenti, quelli almeno che sono riusciti a intervenire, la prima occasione per incontrarsi di persona. Alessandro, impeccabile padrone di casa, Anila, Francesco, Luigi, Mario, Sebastiano… Naturale che il riconoscersi dovesse far straripare idee, oggetti di discussione non ancora esauriti, fuori tema di varia natura o inevitabili tuffi nel cuore politico delle cose – un termine come “militanza” è tornato a galla in tutta la sua provocatorietà. Ci occupiamo essenzialmente di poesia civile? al contrario: l’idea è quella di occuparsi di poesia a partire da un’idea di relazioni civili fra libere persone-progetti. Dopo la libreria, la discussione è proseguita a cena, accesa – e in fondo tuttavia serena, perché non deve essere bandita da questo mondo la magia delle relazioni umane. Accesa in fine su un tema cruciale: nei mesi di gestazione del progetto sono stati girati decine di inviti a collaborare a Poesia2.0 con l’intento di aggregare risorse aperte, senza steccati, ma la bassissima percentuale delle risposte positive, come quella del gruppo di Anterem, che partecipava all’incontro con Flavio Ermini, Giorgio Bonacini e Ida Travi, ha messo a dura prova il primo paziente lavoro di contatto con riviste, editori, critici. Rarefazione delle risorse poetiche

sicuramente internet ha assorbito una buona fetta di tempo libero, non è difficile immaginare che molti dei veronesi astenutisi dalle vasche del sabato pomeriggio, fossero in quel momento impegnati a navigare, chattare, scaricare, linkare, postare. Sicuramente la facilitazione nelle azioni di contatto fra esseri umani affermatasi con l’avvento del web ha trasferito sul pc di ciascuno quell’idea di folla dove potrebbe davvero capitarti di passare a pochi metri da un caro amico senza accorgertene. Quanti messaggi scappano via tra le decine che ogni giorno si riversano nelle caselle di posta elettronica o tra i contatti su social network! anche il nostro potrebbe aver fatto questa fine. L’attenzione si sta rarefacendo. Una vecchia – si fa per dire: chiuse non più di 5-6 anni fa – rivista online di poesia si intestava appunto “L’Attenzione”. Rintracciabile all’indirizzo www.lattenzione.com. Clicco e apprendo che il dominio è in vendita. Rimango sconcertato: la letteratura online deperisce ad una velocità assai più elevata di quella imposta da certi voraci microrganismi alla sopravvivenza della cellulosa dei libri. Forse non è propriamente rarefazione, è incremento della dissipazione

un buon modo per sopravvivere dovrebbe essere allora quello di affidare la propria storia ad una pluriformità di media, anziché vivere attaccati ad un telefono cellulare o a Facebook. Sempre che una storia interessi a qualcuno di diverso da colui che vende i modi per celebrarla – o che promette il mefistofelico patto: vendimi la tua immagine, ti darò ricchezze e amori immortali

ecco: la ricerca del valore nella congerie della testualità internettiana non si ha per una regola diversa da quella fin qui applicata dalla Storia delle storie: sottrazione. Sottrarsi ai flussi delle vasche è la condizione per la ricerca del valore. Per raggiungere la libreria Bocù devi sottrarti a via Mazzini, svicolare in via Santa Maritana e ad un certo punto imboccare la stretta Galleria Mazzini.

All’ingresso della libreria non puoi che sbattere contro lo scaffale “poesia”, poi trovi tutto il resto, quasi a dire che il libro di poesia è matrice di tutto il librabile – e in effetti storicamente andò così. Che s’innesti nel Libro dei Morti distribuito su un rotolo di papiro o negli aforismi eraclitei o nei versi di Gilgamesh, un nervo sottilissimo e impercettibile attraversa la moltitudine di specchi stratificati in cui riflettiamo la nostra immagine di contemporaneità, e questo nervo ha il codice genetico del libro poematico.

Un evento in libreria (come in una biblioteca) simbolizza fin troppo il tessuto connettivo che caratterizza la ricerca valoriale del contemporaneo: attorniate da una massa di libri, si incontrano persone che si sottraggono alla massa e per un momento rompono la soglia sacrale di quell’individualissimo e privatissimo rapporto che ogni singolo lettore cerca di stabilire con il singolo libro che andrà a sottrarre a quella congerie scaffalata.

attenzione però, c’è un rischio: non è il sottrarre o il sottrarsi in quanto tale a provocare un’affermazione valoriale. È il come si sottrae / ci si sottrae. Il sottrattore singolare, per quanto titanico o eremitico possa risultare il suo sforzo, rimane un parere, legittimo ma singolare. Solo un’aggregazione plurale di persone, da tre in su, nel suo agire “vede meglio di due”. Già ma quale gruppo sociale? Il gruppo di Poesia2.0 se lo chiede dalla fondazione. A Verona abbiamo continuato a chiedercelo.

Basta poco a fare circolino letterario: iniziare ad immaginare che gli altri che sono rimasti fuori siano povera massa indistinta, succube degli occulti manovratori delle coscienze – che guarda caso coincidono puntualmente con gli attori e burattinai della crisi economica internazionale. Il fantasma proiettivo di un nemico esterno è più appiccicoso del bostik e più infestante del guano di piccione. E a furia di convincersi che il nostro circolo è il migliore, magari se ne convincono anche gli altri e iniziano a seguire le nostre gesta: che danno sociale e culturale enorme!

Basta poco a percepirsi fragili, bisognosi di protezione e guida. “Ma quanto durerete?” si è chiesto qualcuno, e raccontandocelo a Verona ci abbiamo anche scherzato su: non è questo il problema. Già: chi si sente a rischio, per sopravvivere si affida al carisma di un leader, straniero o autoctono che sia, un capo in carne ed ossa o tradotto sottoforma di regole di vita rigide. Più di un etnografo si è imbattuto in forme di aggregazione tribale, nelle regioni più sperdute e lontane dalle civiltà storiche, dove è di fatto impossibile individuare attribuzioni permanenti di poteri e leadership verticali. Questo è il gruppo possibile che vogliamo continuare ad essere. Il sentimento di solidarietà che ci è arrivato dal pubblico presente – magari qualcuno un po’ deluso che non avessimo letto neanche una poesia… già, ma quale? non eravamo ancora pronti a dirlo, ma si farà, si farà… – è stato forse il più importante sintomo di questa necessità che è anche poetica e culturale e testimoniale. E un’altra delle cose più interessanti di cui ci siamo resi conto stando insieme un pomeriggio e una serata è il non percepirsi segnati da un divario generazionale nonostante più di venticinque anni separino il più “ciòfane” dal più “vècio” dei redattori (“ciòfane” è un omaggio al dibattito sulle nuove generazioni sviluppato di recente nei blog di absoluteville e UniversoPoesia, segnalato anche dall’ultimo editoriale di Fabrizio Bianchi sulla rivista cartacea “Le Voci della Luna”, che ringrazio anche qui per l’attenzione riservata a Poesia2.0, editoriale ripreso integralmente dal blog Blanc de ta nuque di Stefano Guglielmin). Una comunità non segnata da divari generazionali è realmente una s-comunità, per riprendere le idee di Ida Travi

per quanto sia riduttivo delineare esiti puntiformi da eventi in sé comunque complessi, quali appunto una manifestazione territoriale di un neonato web site, ad un mese dall’esordio online c’è stato un positivo rimando attorno alla necessità di occuparsi di poesia, di poetiche plurali, senza manifesti, a partire da un’idea di relazioni paritetiche fra libere persone-progetti. Gli inviti a collaborare rimangono altrettanto aperti

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4 Comments

  • sempre discorrendo con Ida Travi a Verona, lei ad un certo punto ipotizzava una relazione fra spazio e tempo dove entrambi sono legati da una reciproca influenza, ma dove l’allargamento dello spazio grazie alla digitalizzazione della realtà sta provocando una sottomissione del tempo allo spazio, fino a provocare compulsività deleterie

    allora è la comunità aperta dei fruitori che deve riconquistare al tempo una sua vitalità, e sicuramente l’idea che ristimoli, Alessandro, attorno al non costituirsi della comunità come comunità antologizzante, né come millenaristico “stil novo”, può suscitare insediamenti nello spazio digitale che inneschino il riscatto del tempo dalla sua schiavizzazione

  • questa strana anomalia di chi è postumo da subito ci permetterà di durare, insieme a questa eterogeneità e a questo divario generazionale…lo stiamo dibattendo altrove, non essere mai antologia per non diventare antologia degli esclusi, Credo che siamo nati ponendoci delle domande di superamento e di trasversalità, se in tutto questo non ci si ammala di nuovismo imperante si è posto in essere le condizioni per continuare a discutere insieme
    un caro saluto

  • le condizioni in cui si lavora sono essenziali affinché i frutti del lavoro diventino un bene per se stessi e per gli altri – lo dico in questo momento pensando ai cinque clandestini aggrappati sulla gru a Brescia, che chiedono di poter continuare a lavorare nella dignità che solo una posizione regolare può garantire: come puoi godere i frutti del tuo lavoro e condividerli con gli altri, se la tua prestazione è oggetto di ricatto? Io mi chiedo chi sono quegli intelligentoni che misurano il buon andamento di un’azienda dal grado di sottomissione e abnegazione degli individui. Al mio paese (…) c’era una banda musicale d’eccellenza, dove il maestro era quello che, quando c’era da preparare un evento musicale, arrivava coi guanti da carpentiere e iniziava per primo a montare il palco, poi si girava e “alùra? an s’è che a laurà nsèma o a fa i prime fonne?” [si lavora insieme o si fanno le prime donne?] (che è come un calcio nel sedere, ma quando arrivava da lui lo accettavi di buon grado, lo spirito di lavoro comune che si respirava portò quella banda molto lontano)

  • Grazie a Mario per questo generoso riassunto che prova anche a sintetizzare e a immaginare le possibili linee guida delineatesi nel corso dell’incontro. Progetto ancora tutto da immaginare, in fieri, come si dice, un atteggiamento, questo dell’apertura e della possibilità che mi sembra necessario, almeno in una prima fase, onde evitare una formalizzazione a tutti i costi che, credo non interessi proprio a nessuno, ma che utilizzi, invece, le diversità, anche generazionali, per tagliare la testa al toro rispetto a un argomento che ha fatto il suo tempo. Dunque “al lavoro”, come diceva una volta un mio amico, senza pacche sulle spalle ma con un bel calcio nel sedere che mi rassicurava molto di più di una ruffianata, diuna parola dolce ma finta.
    Sebastiano

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