Fulvio Castellani intervista Mariella Bettarini


(di Fulvio Castellani su L’Aeropago Letterario, Giugno 2005)


Cosa significa per lei occuparsi di letteratura e di poesia in modo particolare?

Significa continuare a dar senso alla vita, alla mia vita. Personalmente non posso immaginare la mia vita senza la presenza della scrittura (con questo termine, in una sola parola, abbraccio tutta la scrittura: poesia, prosa creativa e critica, saggistica, traduzioni, e così via). Voglio, però, qui precisare che non ritengo la letteratura, la poesia, la scrittura un privilegio quanto un compito, un impegno, quasi un “servizio”: l’esatto contrario  dunque, del privilegio, della “torre d’avorio”, di un “ruolo” che dà molti diritti e pochi doveri.
Il disagio, il dolore, la consapevolezza della dura condizione umana, non solo propria ma di tutti gli umani (anzi, di miliardi di persone che non hanno nulla, dinanzi a noi colti-scrittori-bianchi-occidentali che, al loro confronto, abbiamo davvero tutto) dovrebbero far avere allo scrittore un “di più” di partecipazione umana, e non – come purtroppo talora accade – un arrogante solipsismo.


Lei, a mio avviso, ha il piacere della parola, dell’intrigo della parola, del suono della parola, dell’inseguirsi delle parole similari o contrapposte. Ci può spiegare il motivo?

Poiché per me, nella mia ormai lunghissima esperienza di scrittura, la parola è stata sempre un piacere contrapposto al dolore, un antidoto (necessitante sin dalla ormai lontana adolescenza) all’angoscia familiare, a certe profonde incomprensioni, a molte sofferenze e disagi, è naturale che per me la parola, specialmente poetica, sia stata – e talora sia – anche gioco, divertissement, non mai, però, fini a se stessi, come in certa sedicente neo-vetero-avanguardia. In più, mi pare, una precisa e ricercata e tuttavia quasi “spontanea”, sonorità. Senza contare il mio essere “figlia d’arte”, e per tanti anni – infantili e adolescenti – io stessa alunna-pianista.
Le parole nascono, zampillano, derivano da altre, in un fluire per me assai “naturale”. Il che non toglie un durissimo laboratorio, una fucina ininterrotta, una passione infinita per la parola, i suoi significati, sinomini, etomologie e per la sua vita, la sua storia. Una convivenza, una consanguineità, quasi, che da allora non mi hanno più lasciato.


Costa fatica l’essere poeti in una società come l’attuale in cui è la superficialità a scandire i ritmi del successo?

Sì, costa fatica. Ma è anche l’unica cosa possibile, quella da farsi per chi – essendovi predisposto,  portato – assiste al degrado di una società corrotta, involgarita, banale; una società tesa quasi solo al benessere, all’egoismo, al denaro, al successo. Che cosa di più libero e “gratuito” della poesia? Attenzione, però. Che se il  vizio, il virus  dell’ambizione e del successo s’infiltrano anche nel far poesia, scrittura, arte, nell’anima e nella mente di coloro che la praticano, allora è persa ogni speranza di metamorfosi, di “conversione” di questa buia, troppo spesso sordida società.


A proposito di successo, è importante per chi scrive pubblicare le sue opere presso un grosso editore oppure anche un piccolo editore è in grado, se un’opera è valida, di imporre all’attenzione del grande pubblico un poeta o un romanziere? Ne parli.

Nessun editore (tanto meno se piccolo) è in grado, credo, di “imporre” la poesia  all’attenzione del grande pubblico. Per antonomasia, la poesia è una proposta, non una imposizione; una scelta, non un dovere; una vocazione, non una professione. Per la narrativa, il discorso è molto diverso. Un narratore autentico con un editore capace di proporlo, distribuirlo in libreria, farlo conoscere, ecc., può arrivare – spesso di fatto arriva – al cosiddetto grande pubblico.
Non altrettanto la poesia. Il piccolo editore (che di solito ha piccole tirature, scarsa o nulla distribuzione, pochissimo “potere” su riviste e giornali)  può, certo, operare scelte coraggiose, scoperte assai importanti nei riguardi di autori sinora ignoti (o ignorati) sia dalla grande editoria che dal “grosso” pubblico. Scelte e scoperte senza sospetto di consorterie, privilegi, scambi di favori. Scelte e scoperte, ripeto, talora importanti, grandiose, magari controcorrente rispetto a ciò che ufficialmente si muove nella editoria cosiddetta “maggiore”. Maggiore soprattutto in quanto a mezzi, a poteri, non certo e non sempre in quanto a libertà e coraggio nei confronti di poeti ancora ignoti, e magari per sempre tragicamente destinati – in questo osceno stato di cose –  a rimanere tali.


Lei che ha antologizzato dal 1963 al 1999 un centinaio di scrittrici italiane di versi, ci può dire quale o quali di queste scrittrici l’hanno maggiormente colpita, e perché?

Come si fa ad affermare – in un numero tanto vasto – quale o quali scrittrici di versi mi ha/hanno colpita di più? Potrei  tentare di dire quali maggiormente hanno sofferto (e soffrono) di ingiustizia, di invisibilità. Ma questo, veramente, vale per la quasi totalità di esse. E dunque? Se si escludono i pochissimi nomi “celebri” e “celebrati”, antologizzati, pubblicati da uno dei due o tre editori di collane di poesia “a diffusione nazionale”, come si usa dire (è presto detto: Mondadori, Einaudi, Garzanti e – per la poesia – quasi nessun altro. I nomi delle autrici? Rosselli, Spaziani, Merini, Frabotta, Lamarque, Cavalli, Insana, Valduga, Anedda e, tra le più giovani, Lo Russo e Biagini: e si arriva a poco più di dieci), per le altre circa novanta donne, poesie, voci, il silenzio è quasi totale. Certo, fra questi “canonici” (e “canonizzati”) dieci-undici nomi, la voce poetica in assoluto più grande è – a mio avviso – quella di Amelia Rosselli. Ho così risposto alla sua domanda? Mi pare.


Come bilancia nelle sue opere immaginazione, realtà e menzogna?

Non credo di riuscire a “bilanciare” alcunché. Voglio dire che i primi due elementi (realtà e immaginazione) sono di solito intimamente impastati in ogni poesia, nella poesia (e, dunque, credo anche nella mia). Quanto alla “menzogna”, penso che questa soprattutto riguardi una certa narrativa, la cosiddetta fiction.
Per ciò che mi riguarda, le mie poche opere di narrativa sono soprattutto una “filiazione” della poesia, frutto di una visione “globale” di quella scrittura di cui parlavo sopra. Più che di “finzione”, parlerei – nel mio caso – di metamorfosi, sublimazione, oltrepassamento rispetto alla cosiddetta “realtà”. Questo per quanto mi riguarda.


Qual è la critica che le ha fatto più piacere? I motivi.

Dal 1966 (tale è, infatti, la data dell’uscita del mio primo libro di poesia, dal titolo Il pudore e l’effondersi) ad oggi ho pubblicato più di trenta libri (tra poesia, prosa creativa, saggi, qualche traduzione, senza contare le foltissime collaborazioni a giornali e riviste). E’ assai difficile dire quale critica mi abbia fatto più piacere in tanti decenni, e con tanti libri pubblicati. Certo, quelle di Luzi,  Betocchi, Valeri, Palazzeschi, Fortini, Pasolini, Roversi, ecc. (anche sotto forma di privata corrispondenza)  mi hanno fatto indubbiamente molto piacere, facendomi avvertire la presenza di veri e propri maestri. E’ però anche vero che le attenzioni e l’interesse verso il mio lavoro poetico (ma anche, e insieme, verso la  modesta persona che sono) mi riempiono sempre di sorpresa e di gioia soprattutto se provengono da più giovani e meno noti poeti e critici, da – come mi piace dire – “sodali”, “scrittori-amici”, “compagni di viaggio”.
Si sarà forse capito – a questo punto – che mi fanno più che altro piacere testimonianze  umane di stima, di contiguità, di affetto, anche se non nego che la tesi di laurea (discussa nel 2003 da Maria Amelia Sucapane all’Università La Sapienza di Roma) dedicata alla mia poesia, sia stata, per il mio più che quarantennale lavoro,  una  soddisfazione.


Che concezione ha dell’amore?

L’amore è, per me, davvero, quello “che move il sole e l’altre stelle”. L’amore è l’Amore. E che cos’è la poesia se non amore? Amore degli altri e di sé. Amore della parola. Della natura. Amore di tutte le creature. E questo in senso speculare, reciproco: amore “per” e amore “da parte di”. Credo che i più gravi e seri mali dell’umanità nascano proprio da una mancanza d’amore, da un bisogno d’amore (magari talvolta non percepito, non riconosciuto, se non addirittura rifiutato).
Certo, i mali socialmente più nefasti nascono prima di tutto da una mancata giustizia, ma subito dopo anche da mancanza di amore, di solidarietà, di empatia, di rispecchiamento, di identificazione gli uni negli altri.
Amore, dunque, è ciò che più d’ogni altra cosa ci abbisogna. Amore che illumina e riscalda il pensiero, la ragione, la cultura, l’arte, la storia,  qualsiasi umana espressione ed esperienza.  E’ questo ciò che sento e penso.


C’è un libro che ha scritto e che dopo averlo riletto preferirebbe riscrivere? Perché?

Non mi pare. Sono convinta, infatti, che ogni libro sia frutto di un momento personale (oltreché storico) preciso. Che senso avrebbe riscrivere ciò che è intimamente legato a quell’esatto momento della propria vita, della propria esperienza culturale ed umana?
E’ vero: nel 1986 io stessa mi sono “antologizzata” nel volume di versi dal titolo Tre lustri e oltre (che raccoglieva una scelta delle mie poesie dal ’66 ai primi anni Ottanta), ma si è trattato, appunto, di un’auto-antologia nella quale – più che riscrivere – ho severamente eliminato (perché le sentivo superate dal punto di vista formale) tante poesie, mentre molte altre le ho ferocemente tagliate, limate. Sono da sempre convinta, infatti, che sia il lavoro sulla forma a distinguere una poesia scadente, sciatta, da una poesia stilisticamente  significante. Una poesia che, oltre ai propri essenziali, indispensabili “contenuti”, si caratterizza per una massima, inesausta cura formale (parlerei addirittura di rovello formale). A questo proposito, si veda in parte anche la risposta alla domanda n. 2.


Come considera l’attuale momento della poesia in Italia, lei che, tra l’altro, cura, assieme a Gabriella Maleti, le Edizioni Gazebo, e che quindi ha la possibilità di vagliare le opere di diversi autori? E del romanzo italiano in genere, cosa pensa?

Attualmente in Italia si fa, si scrive molta, moltissima poesia, anche da parte di giovani e giovanissimi autori ed autrici. La scolarizzazione di massa ha permesso a (quasi) tutti l’accesso alla parola, alla scrittura, alla possibilità di esprimersi in proprio, oltreché di essere informati, di leggere, di “acculturarsi” (come si dice). Questa è una fondamentale conquista per qualunque società che aspiri a fregiarsi dell’aggettivo di “civile”.
Tuttavia, da una espressività “di base”, da uno scrivere corretto, diretto e spontaneo all’autentica poesia, ad una scrittura “formalizzata” il passo è molto lungo ed arduo. Non basta scrivere qualche poesia ( o anche moltissime) per essere poeta.  E’ questo – ne sono convinta – il discrimine fondamentale tra “scrittori” e “scriventi”, tra poeti che hanno piena coscienza della poesia, e i cosiddetti “poeti della domenica” (o “poeti dilettanti”: che dilettano forse soltanto se stessi…).
Per quanto riguarda il delicato lavoro che Gabriella Maleti ed io portiamo avanti con le Edizioni Gazebo (da noi stesse “varate” nell’ormai lontano 1984, e che hanno al proprio attivo più di centosessanta titoli prevalentemente di poesia, ma anche di prosa creativa e critica), devo dire che la nostra severità e “selettività” sono invero notevoli. Infatti, la Maleti ed io non ci limitiamo a leggere e a  “giudicare” i vari inediti che ci vengono proposti, ma in parecchi casi ci permettiamo di suggerire all’autore/autrice una talora profonda revisione dei testi medesimi, intervenendo non di rado in una “collaborazione di lavoro” con l’autore/autrice sul testo da rivedere, limare, modificare, ridurre, re-impostare, ecc. Si tratta – ne sono convinta, ne siamo convinte – quando ce ne sia bisogno, di un suggerimento di lavoro che risulta  assai maieutico  nel prosieguo del lavoro poetico/scrittorio  degli autori invitati a re-intervenire sui propri scritti.. Una sorta di “laboratorio” cui noi ci sentiamo di fornire – con fatica, ma anche con profondo senso di responsabilità  – la nostra lunga esperienza e passione. Senza falsi pudori. Con lealtà e franchezza.
Per ciò che riguarda, infine, il mio giudizio sul romanzo italiano, ritengo che – da una parte – vi siano oggi alcuni ottimi autori (che però, purtroppo, non sempre sono i più noti e i più letti) e, per contro, una gran quantità di libri pre-confezionati, pre-disposti per fare successo. Il che confonde spesso totalmente le idee dei lettori meno preparati ed accorti, e rende la narrativa italiana di questi anni – come quasi tutta la narrativa cosiddetta “di consumo” – un campo minato, un “tabù” infarcito di malcostume, di ingiustizie, di falsi “valori” che – come il denaro e il  successo –  quasi niente dovrebbero avere a che fare con una narrativa e una letteratura degne di questi nomi.


Mariella Bettarini


Firenze, gennaio 2005

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