Vicolo Cieco n.7: Preludio all’insaziabilità

 

Queste poesiole dalla pancia piena.

Se sapessimo essere insaziabili, probabilmente non ci troveremmo in questo “quietismo artistico”, in questo paradossale affanno del nuovo da essere gia questione di ieri; assistiamo alla presa in giro della versificazione dell’immediatezza di chi abdica alla coscienza dialettica per corta memoria o per qulasivoglia storica defezione. Certo, pensare di poter prescindere dal presente sarebbe mutilare la poetica capacità di pensare il mondo, ma non si dà immanenza se non arrivando da e procedendo verso. Carattere necessario di questo andamento è l’insaziabilità verso un linguaggio che sappia rendersi carnale e desiderante. Desiderio e necessità come traiettorie dinamiche di una scrittura che riassembli il pensiero ponendosi in ascolto delle differenze. E’ ora che se questa poesia vuole ripensare l’identità lo faccia davvero non solo albeggiando la propria esistenza, ma scrutandola nelle sue forme marginali e periferiche dove veramente l’insaziabilità risiede. E’ ora di traslocare dall’altrove come di congedarsi da questo patetico qui e ora per ripensare strategie dell’insofferenza e dell’affettività . Se ogni forma tenta di rintracciare un tu dobbiamo fare i conti con una post cultura che sta tentando di pensare un noi, ma nessun noi si ipotizza dalla sazietà e dalla “satollazione”, per ricercare un pensiero plurale è fondamentale scendere da un io opprimente e oppressivo e ripensare il sé in termini di plurilinguismo per ricostruire insieme una fenomenologia dell’arte che ridefinisca il simbolico allargando lo sguardo. Solo se la poesia saprà attraversare una nuova vitalità estetica, potra riapprociarsi a una nuova vitalità culturale. Ogni impegno, per il valore che questo termine può avere, è rappresentato da una collettività del dissenso e da una rielaborazione dell’estetica che a mio avviso può transitare oggi solo pensando la codifica soggetto-territorio come una sorta di linguaggio fisico ambientale che sappia rimodulare l’esperienza. Poesia quindi come azione scatenante dell’insaziabilità che sappia muoversi dai perimetri dell’io verso nuove strutture desideranti verso un allargamento degli orizzonti.

Siamo davanti a un divino luminoso e debole a una poesia che altro non è che una teofania irrisolta ” se i nostri istanti migliori durassero supererebbero il cielo” scriveva la Dickinson, in questa bramosia di durata risiede tutto il palinsesto poetico, se ogni lettura è  scendere in un multistrato linguisitico, andare alla fonte degli appetiti è un solo modesto suggerimento di lettura.

More from Redazione

Crisi sacrificale e giochi linguistici in ‘Antlitz’ di Flavio Ermini

Antlitz Flavio Ermini pag. 48, 1995 Anterem di Tiziano Salari 1 Interpretare...
Read More

7 Comments

  • Non so dirti come si fa, posso solo suggerire che potrebbe essere necessario ricominciare a parlare di come affrontare un testo, di tornare di nuovo a spiegare che la poesia che val la pena di leggere è, in primis quella che assomiglia a chi l’ha scritta, poi quella che fa intavvedere il mondo che ne fornisce una visione. Questo tipo di latitanza dalla visione ha fatto sì che si perdesse familiarità con la bellezza che comunque la si giri è sempre armonia tra le contraddizioni
    un caro saluto

  • Che dire? La visione la condivido totalmente, come il tono. La necessità di tornare ad immaginare mondi c’è, è tangibile e, a mio avviso, non è solo del poeta. Certo, al poeta (come all’arte in genere) va richiesto quasi come una pretesa.
    Uno potrebbe pensare che si scrive e si legge (che è un modo di riscrivere) proprio per immaginare nuovi mondi. Ma la cosiddetta crisi del soggetto postliberale sta aanichilendo molta di questa immaginazione – non solo in poesia.
    Si sente come il bisogno di tornare a pensare (credere!) che questa non è l’unica realtà possibile (poi possiamo stare qui degli anni a definire realtà, ma non è questo il punto). Il mondo è tale perché così lo parliamo, ce lo diciamo. Quello che noto è che mi pare ci sia più voglia di dire la stessa cosa in modo nuovo piuttosto che di dire una cosa diversa. La postmodernità o postquellochecipare ha visto il passaggio dell’arte come feticcio della realtà alla realtà come feticcio dell’arte. E, come si suol dire in matematica, cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia.
    Come si fa?
    Luigi B.

  • Credo che proprio in questo quieto vivere si sia spesso adagiato anche il poeta. Intendo l’insaziabilità anche come una specie di mancanza di immissione al futuro, non sto chiedendo alla poesia ciò che non appartiene più nemmeno alla sf, ma sto chiedendo al poeta la possibilità di ritornare a immaginare mondi.
    un caro saluto
    ale

  • chi ha la passione per le lingue poetiche del passato non può non rendersi conto, una volta tornati con lo sguardo alle lingue poetiche del presente, che queste ultime, al contrario di quelle passate, manchino troppo spesso di una tensione al superamento

    ricerca, sperimentalismo, insaziabilità, che spesso sono sinonimi, sono considerate come categorie avvizzite; le si tollera, ma in una prospettiva pluralistica che è più “per quieto vivere” che non per declinazione dell’io nel farsi carico della complessità degli altri – le si tollera, pronti però a rottamarle appena qualche copia venduta in più fa nascere l’illusione di essersi riconosciuti nella lingua dell’uomo di tutti i giorni (ma non è così)

  • Ogni lettura è leggere in profondo e in superficie. Ogni lettore legge a modo suo. Un lettore superficiale, certo, vede quello che può vedere. Un lettore, però, essenzialmente, si legge attraverso il testo. Sempre che il testo lo permetta. Stavo scrivendo proprio in questi giorni degli appunti sulla permeabilità della scrittura. Per il livello di coscienza o di incoscienza in cui sono arrivato, credo che una scrittura, più è permeabile, più è stratificata. Più, forse, è fruibile. Sebastiano Aglieco

  • “..per ricercare un pensiero plurale è fondamentale scendere da un io opprimente e oppressivo e ripensare il sè in termini di plurilinguismo per ricostruire insieme una fenomenologia dell’arte che ridefinisca il simbolico allargando lo sguardo..” sono d’accordo con l’eliminazione dell’io(je et moi),doppia ombra individuante che c’insegue, mentre il substrato complesso da cui parte ogni moto vitale, creativo e desiderante dell’essere elude ogni individuazione o differenziazione.Il verso “Je est un autre” è illuminante e lo conosciamo tutti.Creare dinamiche di dialogo, di scambio, d’incroci-intrecci tra soggetti, territorio, spazi dell’immaginario fisico, geo-fisico,iper-fisico etc..perseguire un movimento ‘insaziato’ e ‘insaziabile’ di anima pensiero arte, il desiderio come spinta incessante non tanto alla gratificazione individuale o narcisistica, quanto come spinta interiore a superare i limiti dell’essere, di ogni ente o entità. A riguardo suggerisco di leggere “Les états multiples de l’etre” di René Guénon.
    Un caro saluto a tutti.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.