Zibaldello n.4: Note sull’influenza della Neoavanguardia italiana sulla mia poesia, con particolare riferimento alla poesia in prosa


[Testo scritto su invito in occasione dell’incontro “Identità concettuale e dilatazione dell’istante”, Tokyo University of Foreign Studies, Tokyo, 4 Ottobre 2010]

di Lorenzo Carlucci

Ho letto la Neoavanguardia italiana molto tardi, e non troppo. In compenso ho letto le Avanguardie Storiche molto (troppo) presto e molto (troppo?). Forse anche per questo motivo, tendo a percepire il lavoro della Neoavanguardia come un approfondimento – forse necessario – e una continuazione – forse ineluttabile – delle istanze delle Avanguardie Storiche e dei campioni del Modernismo. Da questo punto di vista non giudico il lavoro della Neoavanguardia italiana particolarmente originale o innovativo dal punto di vista artistico (piuttosto che culturale o comportamentale) e sullo sfondo della storia della letteratura mondiale, o anche soltanto europea.

Che l’opera di aggiornamento culturale costituisca uno dei meriti maggiori e meno discutibili della Neoavanguardia è opinione comune ed è ampiamente testimoniata nel volume Il gruppo ’63 quarant’anni dopo (Pendragon, 2005, da ora in poi citato come 2005) che raccoglie gli atti di un convegno svoltosi a Bologna nel 2003. Già nella Prefazione all’edizione dei Novissimi del 1965 (da qui in poi citata come 1965), Giuliani esprimeva la sua soddisfazione a riguardo: “L’operazione ci ha condotto nel mezzo dei movimenti di punta che agitano la letteratura in altri paesi”. Scrive Angelo Guglielmi quarant’anni dopo: “[…] ritenemmo (e lo facemmo), che fosse necessario aprire le nostre lettere, fin lì chiuse in un provincialismo non più pregnante, alle grandi correnti del pensiero moderno, dalla psicanalisi, alla fenomenologia alla teoria della relatività di Einstein, dallo strutturalismo alla semiologia, al formalismo russo, alla Scuola di Praga, alla linguistica che oltralpe, in Francia, in Germania, in Inghilterra, erano da tempo vive e operanti e avevano condizionato e nutrito i grandi capolavori della modernità dalla Waste Land di Eliot, ai Cantos di Pound, all’Ulysses di Joyce, all’Uomo senza qualità di Musil, al Processo di Kafka, alla Ricerca di Proust. Questi e molti altri appartenenti alla stessa temperie culturale erano i testi che allora leggevamo e tenevamo a modello” (Angelo Guglielmi, 2005).

Un paradosso: a rinforzare la mia impressione della scarsa originalità letteraria della Neoavanguardia ha contribuito il fatto che la prima sinossi della letteratura italiana contemporanea nella sua interezza l’ho avuta proprio attraverso la lettura dell’antologia a cura di Sanguineti (Poesia Italiana del Novecento, 2 voll., Feltrinelli, 1969). Il paradosso è presto sciolto: in un’opera costruita da un novissimo, i Novissimi devono necessariamente apparire ultimi sulla scena come corollari di un teorema che abbraccia cento anni di storia letteraria e la cui dimostrazione è condotta da Sanguineti con grande rigore e consequenzialità. Per lo stesso motivo gli ultimi appariranno come frutti un po’ scipiti di un albero in declino, se confrontati con i padri che proprio loro si sono scelti come padri.

Chi chiude un’epoca merita certo un particolare rispetto, ma è pure chiaro che i Novissimi non sono stati la prima generazione che abbia vissuto con la coscienza di chiudere un’epoca, se è vero che questa coscienza caratterizza infatti gran parte della produzione letteraria e filosofica del Novecento in Occidente. Gli stessi membri del Gruppo 63 non ne fanno mistero. Scrive Giuliani nel 2005: “mi sentivo circondato dall’orizzonte che Alberto Savinio […] aveva già descritto nella Fine dei modelli, un testo del 1947”, e già nel 1965 scriveva: “È vero che la tradizione a cui si richiamano i “novissimi” non è nata ieri, ma è altrettanto vero che oggi non è ancora morta” (Giuliani, 1965). La coscienza di aver giocato un ruolo fondamentale nell’aggiornamento della letteratura italiana rispetto alla letteratura del resto dell’Europea e del mondiale è sempre accompagnata dalla consapevolezza del fatto che il paradigma culturale con il quale ci si stava mettendo al passo non era esattamente ‘novissimo’. Esemplare è qui quanto scrive Giorgio Celli parlando del ‘parasurrealismo’ di Malebolge. “Il nostro paese non aveva potuto vivere l’esperienza surrealista […] Si poteva far qualcosa per colmare questo gap culturale?” La risposta è chiarissima: “[…] non era più lecito essere dei surrealisti in senso proprio, se negli anni Sessanta Breton era ormai un fossile storico. […] Volevamo, insomma, rivisitare da filologi, e riprodurre da falsari, la poetica e i metodi del surrealismo storico” proponendone “una rilettura, in chiave, per così dire, manierista”.

Se è dunque vero che – come illustra in modo abbastanza convincente Umberto Eco nella sua Prolusione al convegno di Bologna – il Gruppo 63 ha contribuito a smuovere la società letteraria italiana dalle posizioni di realismo (comunista) e di idealismo (crociano), è pur vero che, nell’inevitabile appiattimento di prospettiva che è proprio di chi osserva la situazione a distanza di cinquant’anni, la novità e l’originalità delle istanze del Gruppo 63 si trovano ad essere percipite in modo assai attenuato, e non sembra difficile considerare le “rivoluzioni” di quegli anni e degli anni successivi come espressioni di una naturale e salutare alternanza in una Repubblica delle Lettere democratica. Sembra molto difficile argomentare la radicale originalità o novità dei Novissimi in un panorama più ampio.

Curi delinea bene l’orizzonte (o il perimetro?) culturale della Neoavanguardia. “Ben maggiore rilevanza e una più diretta incidenza hanno le esperienza teoriche prodotte dalle avanguardie straniere o da singoli autori impegnati in un arduo lavoro formale: Espressionismo, Dada, Surrealismo, per un verso; Eliot e Pound, per un altro verso; Majakovskij e Brecht, per un altro verso ancora”. “[…] la cultura dei ‘Novissimi’ […] si fonda in larga misura su opere di filosofia, di etnologia, di antropologia culturale, di psicoanalisi, di linguistica, di semiotica e perfino di fisica e di economia, e che fra gli autori più frequentati, per citare solo i maggiori, sono Marx, Freud, Jung, Saussure, Gramsci, Husserl, Heidegger, Wittgenstein, Lévi-Strauss, Foucault, Althusser, Derrida.” (Fausto Curi, La poesia italiana d’avanguardia, modi e tecniche, Liguori, 2001).

Vorrei prendere le mosse da questo canone della Neoavanguardia (per me seriamente difettoso e mutilo) per indicare alcune ragioni più profonde e teoriche che danno la misura della distanza della mia poetica da quella della Neoavanguardia. La cosa mi sta a cuore in quanto alcune delle idee qui sotto discusse hanno ancora una diffusa influenza e un nutrito seguito nella poesia contemporanea.

Nella poetica della Neoavanguardia trovano espressione alcuni dei limiti della corrente culturale che va dall’idealismo hegeliano alla semiotica, passando per il materialismo storico, lo strutturalismo, la fenomenologia, il neopositivismo, il nuovo marxismo, e via dicendo.

Se la “prevalenza della poetica sull’opera” è una caratteristica di ogni avanguardia, questa assume nel Gruppo 63 una  connotazione particolare, in cui mi sembra di poter riconoscere una impronta neopositivista (se non positivista!). Tale mi pare la radice della assoluta fiducia nel metodo come fonte inesauribile di regole di produzione di opere. Dopo aver accennato ai movimenti d’avanguardia del primo Novecento, Giuliani scrive (nella Prefazione ai Novissimi del 1965): “Questi metodi non hanno esaurito la loro funzione”. E più avanti: “Perciò è tanto importante il metodo; e nuove applicazioni, correzioni anche infinitesimali, possono darci poesie nuove” (Giuliani, 1965). La fiducia di Giuliani sembra essere ancora condivisa da alcuni scrittori odierni, e penso in particolare ai membri del gruppo GAMMM, che più di tutti in Italia si situa consapevolmente nel solco della Neoavanguardia (un gruppo, non a caso!). Nel lavoro di questi autori si può rilevare una preminenza dell’aspetto metalinguistico, metatestuale, formale, teorico della poesia, a discapito di altri aspetti. La prosa di questi autori è caratterizzata dal metalinguismo, dall’autoreferenzialità, dall’uniformità di tono, dal ricorso alla reiterazione e alla serialità dei moduli espressivi, dalla frammentarietà, dal rifiuto del concetto e del giudizio formati, dall’uso di un certo lessico scientifico e tecnico. Alcuni di questi eredi della Neoavanguardia sembrano incorrere in ciò che Dorfles, già nel 1964 e in un volume dedicato proprio al Gruppo 63, chiamava “ipertelia”: “Un fenomeno opposto, ma analogo, è quello che potremmo definire dell’ipertelia; quando, cioè, non sia più l’impiego di tecniche superate, di forme artistiche usurate, ad aver luogo, ma anzi l’uso di una tecnica nuova e pressoché inedita, sperimentale dunque, di cui si esageri la funzione, si esalti la finalità. Assisteremo allora al fenomeno opposto a quello dianzi rammentato: opere inesistenti o addirittura fallite per un’esagerata volontà di raggiungere a tutti i costi un fine che è al di là delle loro possibilità, basate esclusivamente sull’impiego esacerbato d’accorgimenti meccanici, senza che, in questo caso, siano accompagnati da un’autentica carica creativa. […] Al pericolo della retroguarda camuffata da “depositaria d’una nobile tradizione” si contrappone il pericolo della falsa avanguardia instauratrice à tout prix d’una ipertelia tecnicizzata e mistificante.” (Gruppo 63, la nuova letteratura/34 scrittori/Palermo ottobre 1963, a cura di Nanni Balestrini e Alfredo Giuliani, Feltrinelli, 1964).

Tra le eredità più fruttuose della Neoavanguardia molti annoverano proprio “lo stretto rapporto di interdipendenza organica e di interazione continua tra momento critico e momento espressivo” (Bettini, 2005). Sanguineti si difende dall’accusa di produrre teorie e non opere sottolineando la novità di queste nozze tra momento critico e momento teorico: “questi testi erano portatori di posizioni teoriche strettamente collegate, come non accadeva da tempo” (Sanguineti, 2005). Ora, a ben vedere, lo stretto rapporto di interdipendenza tra momento critico e momento teorico non è affatto una novità in letteratura, bensì una costante nella storia della letteratura universale. La differenza sta piuttosto nel fatto che non sempre i due momenti sono riuniti nello stesso soggetto, e – sopratutto – che non sempre si è voluto esibire la presenza della teoria all’interno dello stesso testo letterario.

Mi sembra che questa necessità di esibizione dell’autocoscienza sia un’espressione della matrice materialista e marxista (e finalmente idealista!) della Neoavanguardia. La natura “critica” del soggetto e della mimesi devono essere sempre evidentemente esibite nel testo e ribadite ad ogni pié sospinto (“la «riduzione dell’io» a soggetto critico, utente e antagonista di condizioni storiche determinate” (Giuliani, 2005), la “poesia quale mimesi critica della schizofrenia universale, rispecchiamento e contestazione di uno stato sociale e immaginativo disgregato” (Giuliani, 1965)). Chi ha riconosciuto “il primato della struttura, dell’invenzione linguistica, sui singoli materiali o momenti del linguaggio” (Giuliani, 1965), richiede pure che questo primato sia esibito nel testo: “la struttura deve essere esibita nella sua eteronomia” (Giuliani, 1965). Questa pretesa è per me profondamente errata e fondata su una concezione errata del linguaggio e della comunicazione.

Leggiamo il seguente passo d’apertura della Prefazione del 1965 di Giuliani ai Novissimi. “Se è vero ciò che scrisse George Bataille che l’arte moderna è necessaria perché ci conosce e «ci rumina», il lettore avrà magari ragione di resistere a tale inquietante macinazione, dal momento che è abituato a cercare (e spesso a trovare) nella poesia un sollievo, una declamazione irreale, un canto di scongiuro, insomma un’eccitazione epidermica e ornamentale”. In queste righe di Giuliani riconosco una certa superficialità – da parte di chi dice di aver “smascherata la natura del linguaggio” (Giuliani, 1961) – un misconoscimento delle funzioni e dei limiti del linguaggio. Mi pare di sentire qui la zavorra più dispensabile della componente scientista e neopositivista dello strutturalismo e della semiotica. Il sollievo, la declamazione, il canto di scongiuro sono funzioni essenziali del linguaggio per l’uomo. Non nascondono, ma esprimono e tramandano. Richiedere che ogni espressione verbale intenzionale (e quella artistica è e deve essere sommamente informata dalla coscienza) esibisca – nella propria stessa forma – il certificato universale della propria autoconsapevolezza significa richiedere ciò che il linguaggio non può dare.

Con la “scoperta” della centralità del linguaggio e con la questione della “riduzione del soggetto” i Novissimi hanno toccato un punto centrale dell’arte contemporanea. In entrambi i casi però, a mio giudizio, hanno scelto soluzioni decisamente difettose, che prendono la forma di limitazione artificiali del campo d’azione: degli aspetti del linguaggio su cui operare da una parte, e delle facoltà del soggetto a cui rivolgersi dall’altra.

Si deve “Limitare l’area semantica per esercitare su di essa un assoluto controllo” scrive Giuliani nella Prefazione del 1965. Dovrebbe forse sorprendere questo desiderio di “assoluto controllo”, ma è in esso la matrice neopositivista e totalitaria del paradigma culturale della Neoavanguardia. L’ansia essenzialmente neopositivistica e totalitaria della Neoavanguardia non può essere soddisfatta, se non mutilando il mondo, mutilando il linguaggio, e mutilando il soggetto.

Lo stesso atteggiamento si ritrova nel modo in cui viene eseguita la “riduzione dell’io come produttore di significati” (Giuliani, 1961). Con la prospettiva ‘performativa’ delineata da Giuliani nella Prefazione del 1961 la poetica dei Novissimi contempla quella che a me pare una delle prospettive più feconde della letteratura contemporanea: “Una poesia è vitale quando ci spinge oltre i propri inevitabili limiti, quando cioè le cose che hanno ispirato le sue parole […] ci inducono il senso di altre cose e di altre parole provocando il nostro intervento” (Giuliani, 1961). Bisogna però osservare che l’esito di un tale proposito può avere segni diametralmente opposti a seconda dell’antropologia sul cui sfondo si concepisce il soggetto che si vuole provocare. La mancanza (o il rifiuto) di una antropologia sufficientemente ricca può ridurre questa provocazione del lettore ad una eccitazione epidermica di un soggetto mutilo, provocato a ripetere coattivamente variazioni combinatorie e associative elementari. In certa parte questo dipende dall’adozione di una filosofia – large loquendo – materialista, tanto che mi stupisce la poca fortuna critica e la poca diffusione dell’antologia Poesia italiana della contraddizione, a cura di F. Cavallo e M. Lunetta (Newton Compton, 1989). In tanta parte della poesia nata con la Neoavanguardia, tale soggetto viene arbitrariamente ridotto al suo grado-zero di manipolatore di segni, le cui facoltà intellettuali sono ristrette a permutazioni elementari. È questo un altro espediente vòlto ad ottenere il “controllo assoluto” sulla materia, ma il prezzo da pagare è altissimo. Scegliendo di ridurre l’io chiudendolo in una sorta di campo di concentramento e di sottoporlo a esperimenti un po’ biechi di combinatoria, i Novissimi hanno rifiutato in qualche modo la sfida del concetto. Questa tendenza è ancora viva nella poesia italiana contemporanea, e penso ancora al gruppo GAMMM in cui rifioriscono tecniche tardo-dadaiste di found poetry, cut-up poetry, google poetry etc. in cui il grado di intenzionalità dell’autore e l’attività cognitiva del lettore sono artificialmente mantenuti prossimi allo zero. Trovo la prospettiva di una letteratura che proceda per variazioni quasi infinitesimali di questi metodi particolarmente desolante. L’opposizione alla lirica e al crepuscolarismo che premeva ai Novissimi, l’opposizione alla crisi dell’io come produttore di significati che si è manifestata nel Novecento può prendere (e in qualche parte ha preso) direzioni assai diverse da quelle della ‘riduzione’ avanguardistica dell’io. Il pensiero occidentale (dagli Stoici a Ricoeur!) offre un armamentario di strumenti, concetti e metodi di cui davvero si può dire che “non hanno esaurito la loro funzione”. La distinzione tra un soggetto empirico e un soggetto trascendentale ne è un piccolo ma significativo esempio, che apre prospettive di ‘riduzione’ o meglio sarebbe dire di ‘superamento’ dell’io completamente ignorate dalla tradizione della Neoavanguardia.

La questione è incidente a un altro piano. Mi spingerei a indicare un limite importante della Neoavanguardia nell’impianto fortemente mimetico della poetica (la “poesia quale mimesi critica della schizofrenia universale” (Giuliani, 1965), la complessità dei personaggi giustificata dal loro essere “specchi fedeli di una situazione contemporanea (Porta), Laborintus come “tentativo di trascrivere sinceramente” un “oggettivo ‘esaurimento’ storico” (Sanguineti), cfr. anche le rivendicazioni del “realismo” del Gruppo 63). In questo senso la Neoavanguardia sembra aver perso l’occasione di compiere uno dei possibili passi oltre le Avanguardie Storiche e il Modernismo, ossia il passo di una ‘mimesi trascendentale’, che mi sembra costituire un orizzonte promettente per lo sperimentalismo odierno. La mia poesia non contribuisce a questa linea, ma posso citare, come esempio, il lavoro di Jacopo Ricciardi. Nella Prefazione del 1961 Giuliani descrive l’operazione di Balestrini come segue. “Lo scopo del poeta è la creazione dell’inedito mediante l’uso di ciò che è più scontato e trascurato”. Ma questo è letteralmente vero di ogni scrittore, che scrive usando parole e lettere. Il senso dell’operazione di Balestrini si lascia descrivere facilmente con la terminologia di Lotman: si tratta di trasformare il “sistema secondario” in “sistema primario”. Si tratta, dunque, di una mossa di astrazione, che può essere ripetuta ogni qualvolta si renda necessario per evitare la sclerotizzazione del linguaggio letterario. Ma è anche possibile astrarre da questa stessa mossa strategica, prenderne per così dire ‘la chiusura transitiva’ e contemplare la possibilità di un’arte che compia una mossa trascendentale, opponendosi alla sclerotizzazione della strategia delle avanguardie (il rischio del trascoloramento dell’autre in même, dell’inaccettabile in piacevole, sul quale Eco richiamava l’attenzione già nel 1964, e di nuovo nel 2005).

Quando si apre all’ipotesi di una apertura dell’area semantica, Giuliani si sente costretto a scansare il pericolo della “mistica” e dell’”ineffabile” facendo ricorso alla categoria dell’inconscio. La categoria dell’inconscio viene usata come contenitore razionale del contenuto – o dell’intorno – irrazionale del linguaggio, in modo tale da neutralizzarlo in vista del “controllo assoluto”. Ma non è tanto l’inconscio, il limite e l’ambiente del nostro dire, quanto l’ignoto. Con ciò non dico che l’ineffabile e l’ignoto debbano diventare l’argomento e il contenuto della nostra poesia, ma che la coscienza dell’inesausto e inesauribile campo di inconoscibilità su cui ogni nostra espressione si disegna – coscienza che non può in alcun modo essere esibita nel testo, ma forse provocata nel lettore – deve informare la nostra poesia.

Non tanto dobbiamo desiderare un’arte-macinino che macini il fruitore, quanto un’arte che esprima e comunichi la coscienza, esultante e tremenda, d’essere noi macinati dal mondo. “Lasciate che io sia pasto delle belve, per mezzo delle quali mi sia dato di raggiungere Dio. Sono frumento di Dio e sarò macinato dai denti delle fiere per divenire pane puro di Cristo.” (Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani). Pure questa è una “riduzione del soggetto”.

Alla “poesia quale mimesi della schizofrenia universale” (Giuliani, 1965), ossia “della modalità d’esistenza in cui sono altrettanto impossibili la soggettività e l’oggettività del mondo” (Giuliani, 1965) vorrei contrapporre la poesia come espressione della facoltà sintetica e analitica del soggetto trascendentale, la poesia come espressione dello stato in cui sono altrettanto necessarie la soggettività e l’oggettività del mondo. Alla poesia di chi desidera un “assoluto controllo” sulla propria materia e si accontenta, per ottenerlo, di lavorare una materia mutilata (e in tanto intimamente desidera che l’uomo stesso sia ridotto a una tale materia) vorrei opporre la poesia di chi “non sa la sua via”, secondo il detto di Giobbe: “Non sa l’uomo la sua via”. È proprio in un commento di San Gerolamo sulla prosa di Giobbe che trovo la descrizione più bella e completa di una scrittura in cui si avvicendano prosa e poesia: “Iob, exemplar sapientiae, quae non mysteria suo sermone complectitur? Prosa incipit, versu labitur, pedestri sermone finitur; omnisque dialecticae proponit ???????, propositione, adsumptione, confirmatione, conclusione determinat. Singula in eo verba plena sunt sensibus […]” (Hieronymus, Ad Paulinum Presbyterium, Epistula LIII, §45). [Giobbe, esempio di pazienza, quali misteri non abbraccia con le sue parole? Inizia in prosa, scivola nella poesia, termina ancora in prosa; fa vedere i principii di tutta la dialettica procedendo attraverso premessa maggiore, premessa minore, dimostrazione, conclusione. In lui ogni parola è piena di significati […]” (trad. di Roberto Palla).] Con ciò non invito il poeta a crogiolarsi nella bonaccia di un irrazionalismo compiaciuto, quanto a non misurarsi, come un Don Chisciotte, con dei modellini di mondo e soggetto in scala ridotta e proiezione distorta, a non sottrarsi alla sfida dell’inesauribilità del mondo (esperito e conosciuto, non esperito e inconoscibile), a non sottrarsi alla sfida del concetto e del giudizio. Con ciò spero di rispondere e di poter rinnovare l’invito, espresso tanto bene da un poeta mio coetaneo, ad “adattare le nostre braccia magre alla forza delle idee” (Valentino Ronchi, Canzoni di Bella Vita, Lampi di Stampa, 2006 e 2008).

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58 Comments

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  • A dir la verità qualcosa di Mesa lo avevo già letto – vi ringrazio comunque per il suggerimento – approfondirò questo autore. A presto.

  • ciao a te, Lorenzo, e grazie a te per gli ulteriori addenda.

    Ottimo che il dialogo – anche tra posizioni distanti e magari incomprensioni, non so – prosegua. Avevo capito, da un tuo precedente appunto qui sopra, che “autoreferenziale” fosse tout court sinonimo di “metatestuale”, forse ho travisato. Sul titolo che cito, il discorso sarebbe ancora un altro (come su “O” di Sannelli, etc) ma sono cotto dalla giornata e mi è pressoché impossibile continuare a digitare.

    Non sono più libraio, in effetti; quindi diciamo che come editor e critico ecc. mi sto costruendo (o mi sono già costruito) una professione. Ma pace. Diciamo che siamo d’accordo così. Su una nota di scherzo (in effetti part-time non è sbagliato!) mi piace concludere stasera. All the best,
    Marco

  • ciao marco, grazie per le risposte.

    MG: Se per te l’espressione “La mia vita” è “metatestuale” io ti dico che la tua è non soltanto un’inesattezza, ma aggiungo che è un errore.

    –> LC: la mia menzione de “La mia vita” faceva parte di una lista in cui si indicavano elementi metalinguistici OPPURE autoreferenziali. Il titolo in questione è del secondo tipo.
    cfr. http://www.nazioneindiana.com/2006/11/19/attenzione-poeti-il-23-a-milano/#comment-51931

    LC: A quanto mi risulta sia tu che io come critici letterari siamo dilettanti allo sbaraglio.

    MG: Ti risulta male (al 50%). (Da la qual cosa zaschedun de noaltri inferirà pueril narcissica vittoria).

    –> LC: Scusami non sapevo che tu fossi un critico letterario di professione. O un critico letterario di professione part-time (al 50%?).

    Ciao!
    Lorenzo

  • Luigi, uno sguardo può esser dato a http://gammm.org/index.php/2006/07/16/tre-paragrafi-gbortolotti-mgiovenale, post con cui gammm si avviava. E – idem – alle polemiche seguite a quel pezzo.

    Poi negli anni su NI e in giro si sono date tonnellate di materiali. Il problema a questo punto, non farmelo ripetere (l’ho scritto sopra nell’ultima parte della risposta a Carlucci) è con il mancato ascolto, non con le mancate spiegazioni.

    Incollo quello che scrivevo sopra: “Dalla nascita di gammm ci siamo sgolati tutti (non io soltanto) in articoli e post, per precisare alcune posizioni, al punto da essere accusati quasi di nevrosi ossessivo-compulsiva legata alle più insulse (e fra loro contraddittorie) fandonie: farsi pubblicità, esagerare con le poetiche, indulgere nell’esterofilia, non rispondere alle critiche, rispondere “troppo”, fare troppa teoria, non fare abbastanza teoria, sbagliare teoria”, ecc ecc.

    Con gli altri abbiamo messo su un sito intero, e i testi ci sono, creativi e di teoria. Non so veramente che altro fare e dire.

  • Tra l’altro, parlando di Prosa in Prosa – e scusate il flash – si tratta di una raccolta che mi ha davvero entusiasmato, in particolar modo la parte di Inglese.

    Per il commento precedente (copia in colla, rivedi ricuci, restano degli errori) [da Hegel in poi – eccetto certa critica – non si è ragionato], chiedo scusa anche della rapidità con cui ho compilato la precedente risposta. Giornata a dir poco compulsiva.

    A presto.

  • “consolante”, per evitare fraintendimenti, in realtà vuole riferirsi a una funzione “consolatoria” del “nuovo”, presente in molta letteratura, non solo poetica.

    Luigi B.

  • @ Marco: seguendo (anche se non da molto) GAMMM, ho avuto modo di leggere sia i vari articoli e post sia le successive misletture. Ora, a parte la fisiologica presenza di una resistenza al nuovo (soprattutto ad un certo tipo di nuovo che con tutti i difetti di metodo ed estetici che noto e condivido con alcuni mi pare tutt’altro che “consolante”), ti chiedo: è possibile che non vi siate spiegati bene voi? Si, se uno non vuol capire non capirà mai (non mi sto riferendo a nessuno in particolare in questo contesto, anche perché le obiezioni a GAMMM non sono esclusive di Carlucci). Però un ragionamento corposo, argomentato e coerente, delucidativo, su un certo tipo di poetica non sarebbe male. La prefazione a Prosa in Prosa offre già una linea di lettura più chiara, ma è pur sempre una prefazione… Non so se sono riuscito a spiegarmi.

    Luigi B.

  • Francesco, grazie ancora del tuo intervento e soprattutto delle precisazioni che fai all’inizio; ma devo confessare che (forse per colpa dell’editor semplificato che c’è per i commenti, e dunque di una mancata paragrafatura) non ho capito quasi un’acca del discorso. Soprattutto non ho capito il riferimento a Fiat e al centrodestra.

    Comunque, sul rapporto con “il popolo”, vedo di [a] andare a ripescare certe citazioni molto interessanti che rileggevo ieri (sull’arte degenerata che al popolo non piace(rebbe), secondo alcuni), e [b] torno a fare il nome – tra tanti altri – di Mesa, per la terza volta. Non farmelo ripetere una quarta, dài.

    Altro appunto: se leggi in piazza l'”Autografia di un ritratto”, di Bene, ti tirano non le sedie ma proprio i tavolini. Bene non puntava a blandire il o ‘arrivare’ al pubblico, ma (anche) a erodere alcuni (o: “gli”) spazi di significato. Parliamo per lui, ovvio, anche, di “scrittura di scena”. MA ok, ho chiaramente capito cosa suggerisci tu: MA, ancora,

    p-l-e-a-s-e ,

    NON dirmi che il Balestrini del “Sasso appeso” non è leggibile in pubblico. Penso tu sappia che ho capito che è questo che intendi. Lo so che è così. I agree. Non continuiamo su questo registro, è inutile. Semmai proviamo a confrontarci sul fatto che esistono, possono esistere, richieste diverse di testi diversi rivolte a lettori diversi. E che esistono *molte* (moltissime) attitudini di lettura, infiniti percorsi. Solo che alcuni sono distribuiti, hanno storia nella filiera degli oggetti editoriali, e altri ne vengono spesso e volentieri calciati fuori.

    Scusa ma Paolini, Celestini e Wu Ming chi li pubblica? Arrivano o non arrivano alla gente GIA’ ADESSO? Qual è il LORO problema allora? Se sei già convinto, prima ma anche dopo aver letto qualsiasi testo di avanguardia o postavanguardia, che è male che il popolo abbia per le mani avanguardia o postavanguardia, posso rassicurarti: fai serenamente un giro da Feltrinelli e troverai le pile di Paolini, Celestini, Wu Ming, Merini, Ammaniti, e tutta la caterva di assertività di cui la normale distribuzione fa normale commercio nelle normali librerie di questo normalissimo paese. Non lo dico con spregio. Leggo o leggerò, e ho o avrò in casa, vari dei nomi che fai. Figuriamoci.

    Se però pensi che sia nel morbo dellE scritturE di differente natura il problema, torno a tranquillizzarti: l’infezione è stata circoscritta più o meno all’inizio degli anni ’80, e devi davvero faticare parecchio con un sacco di rapporti non protetti per beccartela in libreria, all’altezza degli anni ’10 di questo promettente nuovo millennio.

  • Lorenzo,
    proprio perché questo è uno spaziocommenti di un blog non moderato posso permettermi di dare un suggerimento secondo il mio punto di vista, corretto o meno, condivisibile o meno. Come lettore, ovviamente, e non come membro gestore del piccolo mondo che qui si è creato.
    Il mio era solo un modo generico di richiamare tutti me compreso (e non qualcuno in particolare) ad evitare di trasformare una discussione potenzialmente interessante in una serie di schieramenti pro e contro, con appendici ai commenti dei commenti. Solo questo.
    Poi, ti ho già scritto che la responsabilità di ciò che qui viene pubblicato (che sia un commento o un intervento) è esclusiva della firma che accompagna lo scritto a cui ci si può rivolgere direttamente. È tempo che ciascuno si prenda le proprie responsabilità individuali, credo. O deve essere sempre colpa della società, del contesto, di paperino? Quindi se io scrivo una cosa qui, come in questo momento, e la pubblico, non ho bisogno che qualcuno si responsabilizzi per me. Se dico stronzate chi mi legge me lo fa capire – dicendomelo o ignorandomi. Qui funziona così.
    Me ne sono accorto della tua risposta. Il mio secondo commento è infatti incentrato su un discorso che nel primo è stato solo accennato e che può non essere interessante.

    Luigi B.

  • Caro Luigi, a una parte delle tue domande risponde forse, precisamente, la parte conclusiva dell’intervento che ho appena postato. (E che stavo scrivendo quando tu postavi il tuo, che dunque non avevo visto).

    Una parziale sintonia, dunque. Mi fa piacere. Spero che la discussione contribuisca a chiarire certi aspetti delle scritture contemporanee.

  • LC: Il tono di certe discussioni passate non giustifica il tuo tono adesso. O se lo giustifica, meglio dirlo.

    MG: Bene. Ci siamo dati la risposta. Io resto sulla mia, tu sulla tua. Evitiamo di annoiare i lettori ulteriormente?

    LC: Scusa ma trovo incomprensibile la tua spiegazione. A quanto ho capito hai fatto un gioco di parole su “errata corrige” per correggere un errore che t’era scappato nel post (?) Un po’ criptica la cosa.

    MG: Eh, vedo che dire “il post compare due volte”, e dire che compare una volta sbagliato e una volta corretto (con scritto dunque “errata/corrige” in cima), è insufficiente. Dovrei proprio fare un disegno, come temevo e scrivevo sopra. Vado a prendere carta e matita.

    LC: Vedo che hai difficoltà a distinguere tra il tuo diritto a dirmi che la mia interpretazione è errata e il convincermi della verità della tua affermazione.

    MG: Io invece “vedo che hai difficoltà” a distinguere tra esprimere per la 93214ma volta a una persona un dissenso motivandolo, e rispondere a quella persona (con la grazia che tutti ti riconoscono) che quella persona “ha difficoltà a distinguere” eccetera. È lampante la differenza tra il mio diritto a dirti che la tua interpretazione è parziale (diritto a cui – come s’è visto e si vedrà – non rinuncio) e il tuo diritto a restare perfettamente impermeabile alle ragioni espresse. Non per altro spreco l’avverbio “inutilmente” in tante occasioni nel thread.

    LC: Ovvio che HO diritto all’inesattezza, e che tu chiunque ha diritto a intervenire per provare a correggerla secondo il proprio modo di vedere. ma chi risponde a una inesattezza semplicemente etichettandola come “errore” e “assurdità” o eresia è ridicolo.

    MG: Bravo che non hai messo le virgolette a eresia. Meno bravo a non mettere le virgolette a ridicolo. Comunque. Se per te l’espressione “La mia vita” è “metatestuale” io ti dico che la tua è non soltanto un’inesattezza, ma aggiungo che è un errore. È un esempio, per fartene altri posso spendere giorni di lavoro e di elenchi, ma – per cortesia – è appunto un lavoro, e non posso farlo gratis. (Mentre tu, gratis, puoi fare tanti errori perché HAI il diritto a errare).

    LC: Ecco se hai capito, perché insisti?

    MG: Giusto! È “inutile”! Vedi? Non ci pensavo…

    LC: Ok, le frasi sono 5!!! Cosa cambia? Vogliamo contare su quante complessive? Conosci le espressioni idiomatiche “due soldi”, “due lire”, “due parole”, “due passi”, “due calci nel culo”?

    MG: Le incredibili risorse della retorica, nevvero? Sei stato un po’ idiomatico, allora. Proveremo, quando ci incontreremo, allora, a fare “due passi” e “due parole” insieme. (Perché a nessuno – nemmeno a te – piacciono le altre espressioni, nevvero?).

    LC: Mi domando allora cosa scrivi a fare.

    MG: Curioso, e magari elegante (permetti), che io non mi ponga la stessa domanda su di te. Inelegante, invece, da parte mia, sussurrare che penso invece di iniziare a sospettare “cosa scrivi a fare” tu. (Ovviamente il fatto di pensarlo non implica che sia anche disposto a parlarne; anche perché, a differenza di te, non sono convinto di pensare il giusto, in questo caso).

    LC: A quanto mi risulta sia tu che io come critici letterari siamo dilettanti allo sbaraglio.

    MG: Ti risulta male (al 50%). (Da la qual cosa zaschedun de noaltri inferirà pueril narcissica vittoria).

    LC: Quanto al fatto che l’autore o il promotore sia in una posizione privilegiata per giudicare la natura e la qualità del proprio prodotto, dissento.

    MG: Ovvio che tu dissenta. Ovvio che io sottolinei il fatto che forse ho titolo a dire che conosco – in casa mia – in quali armadi ho messo i vestiti e in quali le altre carabattole. Ma se tu vuoi spiegare non solo a me ma alle popolazioni tutte che gli oggetti sono dislocati diversamente, non posso impedirtelo. Nemmeno tacere però. E siccome sono 4 anni che pretendi di insegnarmi & insegnare dove ho messo cose che ho invece ben chiaro dove sono, diciamo che da una parte sono persuaso dell’inutilità delle mie risposte ma che dall’altra ho idea sia il caso di pubblicamente specificare quel che penso delle tue osservazioni.

    LC: Ecco toglilo, l’ineffabile proprietà transitiva te la sei inventata tu.

    MG: Tolta ora. Questo spiega la differenza tra la mia prassi (riconoscere gli errori) dalla tua? Mi auguro di no. Nel senso che mi auguro che se ci sono errori o inesattezze (e inutile dire che penso che *eccome se ci sono*) nel tuo intervento, tu possa (in altro o in questo contesto) rivedere alcune affermazioni. Non per altro ho scritto la mia nota su Slowforward.

    LC: Grazie per la ragionevolezza. Io capisco che a te dia fastidio se uno a tuo parere interpreta male una cosa che ti sta a cuore. Ma forse sarebbe meglio rispondere con più calma ma sopratutto (l’incazzatura ci può pure stare) con più argomenti piuttosto che con assiomi. E meno sufficienza. Se ti sembra che io mi ripeta, c’è sempre l’opzione “ignore”. Mi pare pochi nel mondo delle Lettere italiane abbiano reticenza ad usarla (almeno finché non sono chiamati a un confronto frontale).

    MG: Permettimi di dire che quelli che uso sono argomenti, obiezioni anche infastidite (come non concederlo?), ma non assiomi. Mi sembra un termine fuori luogo. Dalla nascita di gammm ci siamo sgolati tutti (non io soltanto) in articoli e post, per precisare alcune posizioni, al punto da essere accusati quasi di nevrosi ossessivo-compulsiva legata alle più insulse (e fra loro contraddittorie) fandonie: farsi pubblicità, esagerare con le poetiche, indulgere nell’esterofilia, non rispondere alle critiche, rispondere “troppo”, fare troppa teoria, non fare abbastanza teoria, sbagliare teoria. Rispondere agli attacchi significava – per i detrattori – non precisare e spiegare ma fare baccano e réclame. Non rispondere significava “l’opzione ‘ignore’”, ergo, significava “sufficienza”.
    Io non so esattamente perché, in letteratura non da oggi e in rete sempre, si attivino queste opzioni negative, per cui l’esistenza dell’alterità, e lo spazio dell’alterità (gammm è una possibilità di “un” “altro” rispetto a quel che si legge entrando da Feltrinelli oggi, ora, in questo esatto momento), e il contenuto di tale alterità, di per se stesso, va schiacciato a prescindere da qualsiasi suo valore o affermazione e perfino a prescindere da taluni suoi limiti. Mi resta incomprensibile, in gran parte. Tuttavia è così. In *questo* – sì – vedo di fatto una linea di continuità con l’avanguardia. Tuttora l’avanguardia, che in altri contesti culturali ha creato spazi di alterità giganteschi, case editrici, gruppi, dipartimenti, riviste, siti, addirittura portali e archivi di livello nazionale, in Italia anche solo sul semplice piano del mercato editoriale normale/di larga diffusione non ha spazio di alcun genere, e sul piano dell’ascolto in rete e nelle piccole riviste riceve attacchi costanti. Come se – come in quell’articolo ironico mio che giustamente citavi – ci fosse da qualche parte una qualche “egemonia” che va compressa e decapitata. Si tratta del reagente normale e costante di una parte degli intellettuali italiani, io temo, a un modo di fare scrittura che inserisce nei linguaggi anche comuni una quantità di ombra (e di necessario percorso del lettore verso o anche contro questa ombra) che implica una attività ermeneutica aggiunta, attività o disposizione all’attività che appunto certi intellettuali e/o poteri non vogliono si attivi. (E il “non vogliono” non ha per soggetto un complotto! Sia chiaro. Basta il “sentire comune”, il “buon senso generale”, che da trent’anni circa si è diffuso nel paese prima e nelle lettere poi, lentamente ma nettamente). Pensare deve continuare con ciò a essere “pensare entro un certo solco”. L’esistenza di altri solchi (che possono non escludere i primi) è integralmente non ipotizzabile.
    In riferimento a gammm: da quando è stato fondato il sito, tutto è stato detto da parte di numerosi detrattori (magari non tutti, e adesso non mi riferisco a te) pur di non fare la cosa più logica: aprire i libri di quelli che abbiamo tradotto; oppure leggere quelli che scrivevamo noi. Non si tratta, allora, a quattro anni dalla nascita di gammm, di reagire “con sufficienza”, ma di non poterne più delle semplificazioni e delle misletture; di non poterne più, anche, dei riferimenti a questioni che non sono più in contesto, nei campi di scrittura che a noi interessano e di cui tentiamo traduzioni.

  • caro luigi, questo è uno spazio commenti su un blog a quanto pare non moderato. funziona così. prendetevi le responsabilità di quello che pubblicate.

    ciò detto, mi pare che tanto giovenale quanto io abbiamo dato ampie risposte anche agli altri interlocutori (per es. giovenale ha risposto puntualmente a terzago, e io ho risposto puntualmente a te, ma forse non te ne sei accorto).

    per quanto mi riguarda posso chiudere qui e salutare tutti.

    lorenzo

  • Caro Marco, perdonami la brevità: io non ho detto GAMMM fa schifo, non c’è niente di salvabile, non siete competenti, ecc. ecc. anzi, credo che il mio commento sia di tutt’altra natura e la cosa che mi dispiace è essere, temo volutamente, frainteso. A me piace essere chiaro, in particolar modo con le persone che rispetto, e io rispetto il tuo lavoro, se i miei commenti ti hanno offeso mi spiace, non era mia intenzione però consentimi, nel momento stesso in cui ti senti tirato direttamente in causa – essendo il mio, fin da principio, un discorso molto ampio: un discorso generale non può entrare nelle singole poetiche, arrivare a dire, il componimento tal dei tali non risponde a quanto tu dici etc., (ed è per questo, pur non condividendo ogni riga di Mengaldo – ho apprezzato molto le modalità compilative di Poeti Italiani del Novecento) in un discorso generale si parla per l’appunto di tratti distintivi vistosi e che omologano qualcosa (se parlo di barocco non parlo del singolo componimento del tal autore minore del barocco, suvvia – da Hegel in poi – eccetto certa critica – ha ragionato più in questi termini, vedere qualcosa dal microscopico al macroscopico, come se un singolo verso, una singola opera, un singolo autore, siano rappresentativi del tutto – ed è per questo, tra l’altro, che parlare di ‘movimenti’ e non di singoli autori e singole opere è difficile e pressapochistico, su questo sono d’accordo con Ramat).
    In Italia si parla tanto di democrazia e poi quando uno ha un’idea differente e la espone ci si appella al ‘politicamente corretto’. Oltretutto mi fa sorridere il fatto che, al di là dei fatti – i testi di una neo neo post post avanguardia (sic) abbiamo le dichiarazioni stesse di poetica (manifesti che si declinano poeta per poeta – e già questo atto interpretativo farebbe crollare il castello di carte, visto che un manifesto viene esperito da un singolo per forza di cose in modo differente da un altro singolo), e io non sono libero di dire – no io queste cose non le condivido per questo e quest’altro motivo? – sul piano pragmatico è molto più poeta un Celestini o un Paolini che tutta una frotta di poeti del “domani”, di “precursori” di “tracciatori del percorso”, il perché si spiega da sé e lo direbbe anche Carmelo Bene, reggono la prova di diffusione e campano della loro scrittura, oltre al fatto di essere persuasivi per un pubblico piuttosto ampio e ristabilendo il rapporto ‘intrattenimento-poesia’ che da molti viene visto come secondario. Per di più ‘avanguardia’ fa parte di un orizzonte politico violento che poco mi convince (ben altro discorso per il marxista Sanguineti) – già il fatto di definirsi ‘avanguardia’ basterebbe, chi eleggerebbe questi intellettuali a stare davanti “all’esercito di letterati”, la risposta è semplice, loro stessi – con un manifesto -, e allora già non si tratta più di ‘avanguardia’, perché se il gergo militaresco deve essere utilizzato, che lo si utilizzi propriamente, non siamo persone che si occupano di scrittura? E allora chi sarebbe il generale che sta dietro all’avanguardia, che dice “siate avanguardia”.
    Poi, per quanto riguarda l’affermare “ma esiste Fiat, il tuo discorso è tronco” ti risponderò con un esempio: in Italia la maggioranza è di centro-destra, tu mi rispondi, ma guarda che se tu guardi bene esiste all’interno del centro destra un senatore di provenienza socialista che fa discorsi di sinistra, bene: semplice omeopatia (e mi spiace dire una cosa simile perché io non voglio entrare nel merito di GAMMM ma di una tradizione che ho faticosamente letto – e GAMMM è il riassunto totale di una certa tradizione?, questa è una domanda interessante). Per quanto riguarda la definizione di Avanguardia, ahimè, mi devo rifare a lavoro condivisibile al 100%, uscito dal collettivo Wu Ming a titolo New Italian Epic – sono stati gli unici ad avere il coraggio di esprimere un pensiero da molti condiviso.

  • Una discussione di ordine generale si è trasformata in una diatriba a due con appendici che sta diventando abbastanza noiosa oltre che pesante per i toni che stentano a mentenere una certa “dignità”. Da lettore, dunque, mi sento tagliato fuori da una questione che invece mi interessa e che pretendo mi venga chiarita da “intellettuali” che per mestiere se ne occupano, visto che io non posso permettermi di leggere tutto il giorno libri su libri e farmi una idea da me – e poi ci si chiede perché gli intellettuali perdono aderenza? ma questo è un altro discorso.

    Voglio ritornare, allora, ad una questione che per me è importante e tuttavia oscura. Come dicevo nel mio primo commento, piuttosto che farne una questione di metodo (che in letteratura non ci interessa, altrimenti l’impronta neopositivista non appartiene solo alla neoavanguardia – ma anche questo è un altro discorso), mi concentrerei piuttosto sulle ragioni che spingono un autore ad adottare una certa poetica, dove i metodi sono strumenti che consentono di iscriverla all’interno di un testo-opera ed il testo-opera un mezzo per comunicare una poetica.
    Una avanguardia (anche se neo) non necessariamente deve essere innovativa. Anche le avanguardie hanno una tradizione ed un passato storico. E spesso le avanguardie diventano col tempo tradizioni a loro volta. Lo stesso che avviene per tutt’altro tipo di poetica. Quindi, ripeto, per me il metodo, la tecnica ed il linguaggio, in questo specifico contesto, risultano secondari poiché interessano il “gusto” o al massimo una analisi critica. Ciò che a me interessa sapere è: perché ci sono autori che hanno sentito l’esigenza di abbandonare una certa tradizione del fare poesia poco consona ad esprimere l’annullamento del soggetto etc. etc.? e, ancor più importante, perché certi tipi di poetica (che producono certi modi di fare poesia) determinano una certa resistenza nei lettori? è una questione di “gusto”, di abitudine ad una certa struttura che non deluda aspettative pregiudiziali o c’è anche qualcosa in più, qualcosa che non si ha modo o voglia o coraggio di riconoscere?
    Ripeto che questo mio discorso esula da qualunque determinazione critica e/o analitica delle neoavanguardie e delle loro metodologie, non cerca di trovare ragioni nell’una e nell’altra parte e continua a considerare molta della produzione avanguardista assolutamente antiestetica e con molta poca poesia (ma questo non è un giudizio di gusto che riguarda solo le avanguardie).

    Luigi B.

  • RISPONDO ALLA DI GIOVENALE “trecentonovantaquattresima risposta a carlucci” QUI SOPRA

    G.: Ovviamente a tuo avviso *starebbe* anzi *sta* a me riconoscere un sacco di cose, a te mai niente. Sono decine gli interventi in rete in cui ti rispondo e ai quali tu non replichi con il benché minimo “sì in effetti forse qui ho detto una cosa solo parzialmente vera”. Ergo, se tu non cominci, come puoi aspettarlo da me? Il tono sgradevole è nei tuoi interventi ossessivi, e non da oggi. Quindi aspettati una moneta equivalente, a dir poco, come risposta.

    –> Il tono di certe discussioni passate non giustifica il tuo tono adesso. O se lo giustifica, meglio dirlo.

    C.: Dal tuo post “errata/corrige” (sic)

    G.: “sic” sì, caro: controlla: il mio post di commento compare due volte, la prima volta con errata=errori, la seconda riveduto. Di qui l’indicazione “errata/corrige”. Va bene come spiegazione? Devo farti un disegno? Sei capace di scrivere, adesso, sulla tua tastiera, nello spazio dei commenti, “ah, ok, avevo interpretato male”? O ti si intrecciano le dita? Una volta riuscirai a dirlo, che forse hai interpretato male una cosa? Ce la fai? Coraggio, tenta.

    –> Scusa ma trovo incomprensibile la tua spiegazione. A quanto ho capito hai fatto un gioco di parole su “errata corrige” per correggere un errore che t’era scappato nel post (?) Un po’ criptica la cosa.

    C.: qui e su Poesia 2.0 mi sembra chiaro che tu non vedi la differenza tra l’aver discusso di un argomento e l’aver convinto l’interlocutore della correttezza delle tue idee.

    G.: Differenza? Ti ripeti. Occhio: della cosa ti ho parlato qualche commento più su, mi pare. Controlla. Col discorso su “interpretazione” da un lato e “giudizio” dall’altro. Se tu basi un tuo (negativo o meno) giudizio su un’interpretazione errata (dato che le cose che dici sono criticabili non per magnanimità voltairiana di entrambi ma per sostanziale abbondante indimostrabilità loro), *può ben succedere* che uno si alzi e ti dica che l’interpretazione è errata. Magari ha tutto il diritto, forse perfino il dovere, toh, di farlo. Specie se son cose di cui si è parlato tante volte e, bontà tua, inutilmente.

    –> Vedo che hai difficoltà a distinguere tra il tuo diritto a dirmi che la mia interpretazione è errata e il convincermi della verità della tua affermazione.

    C.: Forse sei preda di un delirio assolutista e pensi che la critica letteraria sia una scienza esatta, che ammetta un criterio razionale di verità ed errore. Non c’è riuscito un genio come Lotman, figuriamoci noi. O forse pensi che sia un dogma, che ammetta un criterio autoritaristico di verità.

    G.: Sì ok assolutista. Sì ok. Quando ti si ferma la ruota compulsivo-allucinatoria che mi vede come un autoproclamato re sole del cavolo, prova a considerare quello che scrivi nel tuo articolo nei punti su gammm. E prova a considerare che se la critica letteraria (ammesso che il tuo elenco di citazioni per dimostrare talune cose circa la neoavang. sia definibile critica letteraria) non è una scienza esatta, non hai mica per questo diritto all’inesattezza. L’espressione “criterio autoritaristico”, pure, te la rispedisco al mittente. Con su scritto quello che scrivi sempre tu in calce ai tuoi bollettini di guerra: “saluti”. Sì, proprio saluti.

    –> Ovvio che HO diritto all’inesattezza, e che tu chiunque ha diritto a intervenire per provare a correggerla secondo il proprio modo di vedere. ma chi risponde a una inesattezza semplicemente etichettandola come “errore” e “assurdità” o eresia è ridicolo.

    G.: Ma [detto SENZA ironia] *peccato* allora (come nota Teti poco più su) che tu non parli in pratica mai di te in quell’articolo, che è evidentemente e per la sua stragrande maggioranza (in termini di quantità di energie spese, anche) dedicato alla critica della poetica e degli esiti della neoavanguardia. Come mai succede questo? Dài su, rispondimi che è perché la Tokyo University of Foreign Studies il 4 Ottobre scorso eccetera. Vabè, ho capito.

    –>(C) Ecco se hai capito, perché insisti?

    C.: I riferimenti a GAMMM nel mio testo si riducono infatti a due frasi. Che queste due frasi abbiano prodotto una reazione tanto spropositata, lo prendo come un segno di fecondità intellettuale (mia).

    G.: Fecondità e fantasia, direi! Assolutamente sì. Permettimi di considerare molto interessante (non so sotto che profilo, però) anche la tua idea della matematica applicata alla sintassi. Mi dici che i “riferimenti” (nota bene) a gammm si riducono a due frasi. Ricontrolla, magari volevi dire venti e ti è scappato detto due. Non so. Vedi un po’ tu.

    –>(C) Ok, le frasi sono 5!!! Cosa cambia? Vogliamo contare su quante complessive? Conosci le espressioni idiomatiche “due soldi”, “due lire”, “due parole”, “due passi”,
    “due calci nel culo”?

    C.: Le tue sottili distinzioni tese a dimostrare che GAMMM non è un “gruppo” sono sofistiche e irrilevanti.

    G.: Libero di crederlo. Tanto, la realtà è svincolata sia da te che da me, quindi le cose stanno come stanno, con pace di entrambi.

    –> Mi domando allora cosa scrivi a fare.

    C.: Se GAMMM è un sito, io parlavo del “gruppo” di scrittori maggiormente attivi nel sito, che sono lo stesso gruppo di scrittori maggiormente attivi intorno a La Camera Verde, che sono lo stesso gruppo di scrittori che… etc.

    G.: Questa la salto. Ho poco tempo.

    –>(C) Mannaggia proprio questa!

    G.: A parte il fatto che a talune quaestiones ho (ripeto: INUTILMENTE) già risposto allora (basta leggere il thread), la cosa sempre più esilarante, ancora oggi, di quel tuo commento, è proprio nella sequenza degli “esempi testuali punto per punto”. Come esempi di metatestualità, per dire, tu mi citi i titoli “O” o “Venti sonetti” di Sannelli. Oppure “La mia vita” di Bortolotti. O (che ne so) ignori “Curvature” e “Altre ombre”, testi miei. Abbi pazienza. Io ti scrivo, col cuore in mano, da dentro gammm e da dentro la mia scrittura. Fìdati, santa polenta, sei proprio fuori strada alla grande. Quel tuo commento nel thread sta a un pezzo di critica letteraria come un colabrodo sta a un secchio. Non tiene. (O almeno, non al punto da motivare 4 anni di tue iterazioni sul tema, abbi pazienza). (Abbi decenza).

    –>(C) A quanto mi risulta sia tu che io come critici letterari siamo dilettanti allo sbaraglio. A parte questo, devo ripeterti (INUTILMENTE) che il mio pezzo non è un pezzo di critica letteraria ma un testo scritto da un poeta – qua poeta – su invito. Quanto al fatto che l’autore o il promotore sia in una posizione privilegiata per giudicare la natura e la qualità del proprio prodotto, dissento.

    C.: Ad (ii) non ho scritto di riferirmi a Prosa in prosa. L’avrai letto da qualche altra parte.

    G.: Caro, lo so che non l’hai scritto, mi riferisco al punto su slowforward dove dico “e dovessi io poi voler conoscere i materiali” eccetera.

    –> Ma allora stai parlando di una cosa che hai detto tu come se l’avessi detta io. Altra aurea proprietà transitiva che ti sei inventato?

    C.: Sull’ultimo argomento, quello del sollievo, della declamazione e del canto di scongiuro, sei semplicemente sofistico. Prima di tutto si parlava di Neoavanguardia e non di GAMMM, quindi tu non c’entri niente. A parte questo, dire che alcuni aspetti del linguaggio non vanno messi da parte con estrema superficialità in favore di altri (che sono più facili da controllare) non significa dire la stronzata che tu mi metti in bocca poche righe dopo: “tutti e sempre sia scrittori che lettori debbano starsi lieti cheti nel confine del sollievo canto scongiuro eccetera”.

    G.: Su questo ti do ragione se mi dai ragione. Ossia: sono assolutamente disposto a togliere dal mio articolo quel riferimento alla “ineffabile proprietà transitiva
    se tu pensi e affermi che quel passo tuo non sia / non è in alcun modo riferito e collegabile a gammm (come avevo, e qui lo ammetto, pensato).

    –>(C) Ecco toglilo, l’ineffabile proprietà transitiva te la sei inventata tu.

    C.: Queste (tue) notazioni sono appunto tue e capisco che tu voglia trovare il modo di allocarle fuori di te, ma ti prego di non usare per questo il mio “soggetto”.

    G.: Ti do di nuovo ragione, se ho mal interpretato, in questo punto. Considera, allo stesso tempo: non diversamente chied(ev)o io a te di non *usare* gammm per (a) inventare un ritratto di gammm medesimo che corrisponde all’idea che te ne sei costruito tu, (b) stabilire nessi di filiazione diretta e monocorde dalla neoavanguardia, (c) far funzionare artificiosamente questo ritratto (a dir poco ‘virato’ & errato) di gammm come schermo in negativo su cui far comparire in positivo modi e stili che invece a te garbano.

    –>(C) Grazie per la ragionevolezza. Io capisco che a te dia fastidio se uno a tuo parere interpreta male una cosa che ti sta a cuore. Ma forse sarebbe meglio rispondere con più calma ma sopratutto (l’incazzatura ci può pure stare) con più argomenti piuttosto che con assiomi. E meno sufficienza. Se ti sembra che io mi ripeta, c’è sempre l’opzione “ignore”. Mi pare pochi nel mondo delle Lettere italiane abbiano reticenza ad usarla (almeno finché non sono chiamati a un confronto frontale).

  • Lorenzo,

    quando ho scritto: “pesa sul tuo scritto” etc etc intendevo, e intendo: se cononosco ciò che pensi di X, e conosco i toni spessissimo denigranti e aggressivi coi quali hai parlato di X, non puoi venirmi a dire che il pezzo qui postato sia un giglio di correttezza e onestà critica e intellettuale.

    non voglio continuare a imbottire il thread di miei inutili interventi, questo sarà l’ultimo in ogni caso. ci terrei a farti capire che, da parte mia, non c’è assolutamente nessuna animosità personale – mentre, e l’ho già detto, sono le tue parole, è quello che hai scritto nel discorso di Tokyo, e che hai ripetuto nelle repliche a Giovenale, a trovarmi nel disaccordo più fermo.

    tutto qui. non sono un esponente della neoavanguardia né di gammm. ossia non ho alcun interesse in ballo nella questione. è assolutamente da un punto di vista personale, in questo caso proprio di “lettore” di poesia (ma non solo di poesia), che ho voluto dire ciò che penso del tuo scritto.

    a Francesco, dico, invece: nessun problema, anche nel caso dei tuoi commenti ho voluto esprimere la mia reazione generale a una certa “chiusura”, che esprimi chiaramente, nei confronti di pratiche e tradizioni che rispetto e che valuto non soltanto significative, ma proprio “più sane” rispetto ad altre in queasto thread variamente citate. senza per questo vivere come NEMICHE – tutt’altro – pratiche diverse da quelle che prediligo. al contrario, mi pare di capire, di come vivi tu la situazione, per tua stessa orgogliosa ammissione. divergenze di questo genere, insomma, neppure con te nulla di personale (e perché poi).

    un caro saluto a tutti,

    f.t.

  • caro giovenale, quando scrivi quanto segue

    “si dice che i pesci rossi abbiano una memoria di 30 secondi. Carlucci non è un pesce rosso, ricorda addirittura gli interventi di questi giorni. altri no, non ne ricorda. altri toni, suoi, non miei, non li ricorda. pazienza. per fortuna né lui né io abbiamo una memoria paragonabile a quella della rete. rest in peace.”

    mi stai dicendo che il tono delle tue reazioni al mio pezzo sulla Neoavanguardia è l’espressione di una animosità pregressa nutrita da nostre discussioni del passato. (la stessa cosa che ha detto fabio teti). bene: ora è molto più chiaro! rispetto al tono e ai giudizi espressi nel mio pezzo sulla Neoavanguardia la tua reazione è stata del tutto spropositata e il tono derisorio e censorio erano del tutto fuori luogo.

    la mia risposta al tuo pezzo su slowforward è poco più sopra qui nei commenti. i toni sono ora adeguati al tuo intervento. con questo, passo.

    saluti,
    lorenzo

  • Francesco, intanto ti ringrazio del commento. Poi:

    Alcune domande:

    – quale “auto-referenzialità”? Se tu leggi i testi di Christophe Fiat (Une aventure de Batman à Gotham City, per esempio) ti diverti e non solo. Oppure. Mohammad legge costantemente i suoi versi in pubblico, il pubblico più diverso. Uno dei punti di orgoglio del movimento ‘flarf’ a cui appartiene è che spesso – là dove falliscono i grandi tromboni statunitensi della poesia – i flarf catturano anche gli adolescenti più avvelenati disillusi e nintendeschi. E aggiungo. Come ho scritto in risposta a un tuo intervento, un altro esempio (diametralmente opposto a flarf) potrebbe essere quello di Giuliano Mesa. Hai mai assistito a una sua lettura? Ripeto: ha letto in bar, balere, piazze, ovunque. E ovviamente ha scritto tanto sul “verri” che sui muri. E’ un autore ‘di ricerca’? Sì.

    – parli di “poesia per l’Accademia e non per la gente”. A quale poesia ti riferisci? forse non a gammm. Forse all”e” avanguardi”e”? Le avanguardie sono un mare sterminato. E sei sicuro che (per dire) il Sanguineti più ‘gozzaniano’ (che non mi scalda troppo il cuore, detto tra parentesi) non sia “per la gente”? A me sembra precisamente il contrario. O vogliamo parlare di Pagliarani, o di Porta? Ancora: Balestrini – con “Vogliamo tutto” (lontano da gammm, chiaramente) – parlava agli operai, non ai professori. Eccetera. Come mai questa insofferenza per una parte ormai per certi aspetti storicizzata del nostro neanche lontanissimo passato letterario?

    – dici “Bene, sono felice di avere questo ‘nemico’, perché il nemico è qualcosa di fondamentale”. A mio avviso è un ‘doppio’ di cui mica tutti devono avere bisogno. Dove sta scritto? Ne parli in prima persona, ok, ma il tono che usi mi sembra (ma posso sbagliare: dimmelo francamente) un tono che vuole escludere che uno che non abbia un “nemico” (o che non se lo disegni) possa fare qualcosa di fortemente connotato in senso identitario. Io non ho proprio nessun ‘nemico’ (meno che mai quello di questa pagina web), e sono felicissimo del tipo di scrittura e delle strade (su cui posso meditare anche criticamente) prese. E credo che queste abbiano una loro “identità”, senza avere necessità di “nemici”.

    – dici “perché dovrei comprare il libro di qualcuno che sostanzialmente non vuole farsi capire?”. Sei sicuro che “sostanzialmente” sia “sostanzialmente” e non “a mio avviso”? La mia è un’ipotesi. Riletta, sostituendo “sostanzialmente” con “a mio avviso”, la frase può pure tornarmi, e farmi venir voglia di rispondere.

    – dici “Passami la provocazione, questa poesia è un ninnolo per nerd delle lettere”. Scusa un po’, spiegami: perché dovrei passartela? Magari potrei a mia volta rispondere che certi lirismi che “parlano alla gggente” sono pastoni per beghini rinco e impotenti. Ma NON lo dico: perché NON lo penso. E quindi non aggiungo “passami la provocazione”, perché NON provoco nessuno. Poco fa Luigi mi scriveva suggerendo, a me e a tutti, e ragionevolissimamente, di mettere in campo, nei commenti, argomentazioni condivisibili, e non questioni personali. E PERO’, come per il tono di certi interventi a me rivolti qui sopra, abbi pazienza, succede lo stesso con te, se parli di provocazione e dei nerd delle lettere: chi è qui che mette in campo argomenti che sono (non a “mio avviso” bensì “sostanzialmente”) aggressivi? Chi ti dice che non potrei, se volessi, essere altrettanto e più aggressivo e provocatorio? La mia cortesia fin qui? Sarò – tuttavia – sempre e comunque cortese. Mi spiace ma – come si diceva nelle manifestazioni qualche anno fa – non rispondo alle provocazioni.

  • Caro Marco, io stavo cercando, muovendomi davvero a volo d’uccello, di mettere al centro del discorso un aspetto a mio avviso fondamentale per chiunque decida di scrivere qualcosa, qualsiasi cosa. Una lezione che in Italia si continua bellamente a ignorare. E quando dico ciò penso al mondo anglo-americano dello scrittore totale, della scrittura creativa e professionale (dal fumetto al romanzo passando per la sceneggiatura del grande cinema e arrivando alla poesia – forse la mia sarà una deformazione professionale). In Italia parlare di tecniche di scrittura e dell’efficacia di una visione della scrittura come ‘mestiere’ continua a rimanere un tabù (figuriamoci in poesia, poi), per i citati la cosa che mi infastidisce è semplice: il piano comunicativo pare all’occhio inesperto ‘trascurato’, invece la forma testuale (e parlo sempre in generale) ha, puntualmente, un ricevente tipo, e questo è il ‘militante’ di uno stile poetico (e da lì costituirsi come gruppo-poetico – e gruppo sociale – questa auto-referenzialità mi dà fastidio, suppurazione della poesia per l’Accademia e non per la gente, infatti estranea del tutto al mercato. È proprio, dunque, la loro prassi della comunicazione che trovo insopportabile: e questa è una faccenda di gusto, certo, (e azzarderei pure di buon senso – ma ne parlerò fra poche righe), lo sforzo in sé, il loro percorso – proprio in quanto percorso – è del tutto dignitoso anche se certo non assomiglia minimamente al mio o a quello che reputo si debba oggi percorrere – anche un ens? è frutto di un lungo percorso meditativo ma chi non è iniziato alla pittura giapponese vedrà, e non lo biasimo, solo un brutto cerchio. Dunque, i citati, possiamo definirli i miei ‘migliori nemici’ perché tracciano sì questo cerchio ma lamentandosi poi di tutta una serie di dinamiche delle quali non sono altro che i responsabili: il mercato della poesia in Italia non esiste, la gente non va alle letture di poesia, il poeta viene visto come un generatore casuale di parole (interroghiamo la gente, i possibili riceventi della poesia, su quello che credono che sia poesia – è un esercizio fondamentale! – con questo dicevo “leggere nelle strade”). Bene, sono felice di avere questo ‘nemico’, perché il nemico è qualcosa di fondamentale: è sul nemico che stabiliamo la nostra identità, il nemico è il nostro specchio: l’uomo non può che ‘percepirsi’ in un riflesso, anche a livello ‘fisico’: lo specchio in quanto oggetto, la superficie di un lago, ecc.. Ora ti chiederò, al di là del fatto di voler imparare qualche nuova ‘bella parola’ (e lo posso fare con un Ceni questo, benché Ceni proponga dei testi che sono anche ‘narrazione’, elemento per me fondamentale quando leggo qualsiasi cosa) perché dovrei comprare il libro di qualcuno che sostanzialmente non vuole farsi capire, dove il testo deve essere visto come segno unico, come simbolo di una forma di pensiero che si accetta solo se se ne è rappresentanti. Passami la provocazione, questa poesia è un ninnolo per nerd delle lettere. Energie che potrebbero essere investite molto meglio, per esempio – parlando a un paese che va a puttane, e non solo in senso figurato.

    Caro Fabio, io non entravo nel merito di una effettiva o presunta acredine del pezzo, mi soffermavo su certi tratti che ritenevo piuttosto interessanti.
    A presto!

    P.s.: sono stato molto impegnato negli ultimi due giorni, mi spiace di avervi risposto solo ora.

  • si dice che i pesci rossi abbiano una memoria di 30 secondi. Carlucci non è un pesce rosso, ricorda addirittura gli interventi di questi giorni. altri no, non ne ricorda. altri toni, suoi, non miei, non li ricorda. pazienza. per fortuna né lui né io abbiamo una memoria paragonabile a quella della rete.

    rest in peace.

  • caro fabio, vedo che sei di memoria breve. mi hai accusato tu di scorrettezza. la scorrettezza di aver parlato della neoavanguardia invece della mia poesia. non una cosa carina. nel testo mi pare, non mancavo di rispetto a nessuno. e ti ho spiegato chiaramente perché parlavo della neoavanguardia e non della mia poesia. ma a quanto pare la scorrettezza resta. anche giovenale è di memoria breve, quando scrive: “Ma abbi pazienza, se tu mi dici “cùrati”, a chi devo attribuire l’arroganza?” forse dimentica la risposta da lui postata al mio pezzo sul suo sito slowforward. come vogliamo caratterizzarne il tono? derisorio? offensivo? prendente per il culo? si può dire lo stesso del mio pezzo qui su poesia 2.0? I rest my case.

    ciao,
    lorenzo

  • trecentonovantaquattresima risposta a carlucci:

    Carlucci: “recta doctrina”

    Giovenale: dic melior

    C.: Ho trovato questo tuo primo post molto fuori luogo in quanto, oltre ad affermare l’urgenza di “correggere” alcuni “errori”, si limitava a rimandare a discussioni fatte e a interventi venturi. Leggo ora con molta meno sorpresa questo tua articolata e “ironica” risposta, qui: http://slowforward.wordpress.com/2010/10/25/limmaginazione-al-potere-di-retromarcia/. Trovo il tono che hai usato nel rispondermi molto sgradevole, perché censorio e derisorio. Credo di poter dire che nel mio pezzo non c’era nulla di derisorio nei confronti dei miei “interlocutori”. Questo andrebbe riconosciuto.

    G.: Ovviamente a tuo avviso *starebbe* anzi *sta* a me riconoscere un sacco di cose, a te mai niente. Sono decine gli interventi in rete in cui ti rispondo e ai quali tu non replichi con il benché minimo “sì in effetti forse qui ho detto una cosa solo parzialmente vera”. Ergo, se tu non cominci, come puoi aspettarlo da me? Il tono sgradevole è nei tuoi interventi ossessivi, e non da oggi. Quindi aspettati una moneta equivalente, a dir poco, come risposta.

    C.: Dal tuo post “errata/corrige” (sic)

    G.: “sic” sì, caro: controlla: il mio post di commento compare due volte, la prima volta con errata=errori, la seconda riveduto. Di qui l’indicazione “errata/corrige”. Va bene come spiegazione? Devo farti un disegno? Sei capace di scrivere, adesso, sulla tua tastiera, nello spazio dei commenti, “ah, ok, avevo interpretato male”? O ti si intrecciano le dita? Una volta riuscirai a dirlo, che forse hai interpretato male una cosa? Ce la fai? Coraggio, tenta.

    C.: qui e su Poesia 2.0 mi sembra chiaro che tu non vedi la differenza tra l’aver discusso di un argomento e l’aver convinto l’interlocutore della correttezza delle tue idee.

    G.: Differenza? Ti ripeti. Occhio: della cosa ti ho parlato qualche commento più su, mi pare. Controlla. Col discorso su “interpretazione” da un lato e “giudizio” dall’altro. Se tu basi un tuo (negativo o meno) giudizio su un’interpretazione errata (dato che le cose che dici sono criticabili non per magnanimità voltairiana di entrambi ma per sostanziale abbondante indimostrabilità loro), *può ben succedere* che uno si alzi e ti dica che l’interpretazione è errata. Magari ha tutto il diritto, forse perfino il dovere, toh, di farlo. Specie se son cose di cui si è parlato tante volte e, bontà tua, inutilmente.

    C.: Su un piano più formale, non sembri sapere che gli “errata corrige” spettano all’autore di un articolo e non a te, lettore, per quanto mon frère, per quanto hypocrite.

    G.: Sul piano formale e sostanziale, non hai capito una cippa. Ora, mentre io rimbalzo la tua citazione liceale da papà Charles al mittente, tu véditi la spiegazione di “errata corrige” data sopra.

    C.: Forse sei preda di un delirio assolutista e pensi che la critica letteraria sia una scienza esatta, che ammetta un criterio razionale di verità ed errore. Non c’è riuscito un genio come Lotman, figuriamoci noi. O forse pensi che sia un dogma, che ammetta un criterio autoritaristico di verità.

    G.: Sì ok assolutista. Sì ok. Quando ti si ferma la ruota compulsivo-allucinatoria che mi vede come un autoproclamato re sole del cavolo, prova a considerare quello che scrivi nel tuo articolo nei punti su gammm. E prova a considerare che se la critica letteraria (ammesso che il tuo elenco di citazioni per dimostrare talune cose circa la neoavang. sia definibile critica letteraria) non è una scienza esatta, non hai mica per questo diritto all’inesattezza. L’espressione “criterio autoritaristico”, pure, te la rispedisco al mittente. Con su scritto quello che scrivi sempre tu in calce ai tuoi bollettini di guerra: “saluti”. Sì, proprio saluti.

    C.: Con l’intervento “l’immaginazione al potere (di retromarcia)” qui su slowfoward invece fai una cosa di cui sei esperto: cogliere qualunque pretesto possibile per pubblicizzare i prodotti tuoi e del sito GAMMM.

    G.: Un’altra fissazione che hai. Ti rendi conto con quanta frequenza tornano, questi tuoi argomenti, almeno da quattro anni a questa parte, o ne sei veramente del tutto all’oscuro? Questo succede: tu dici imprecisioni su gammm, io ti rispondo, e se rispondo *ovviamente* – a tuo dire – “faccio pubblicità a gammm”. Per te, dunque, delle due l’una: o parlo di gammm chiamandolo Paperino, o faccio tout court pubblicità a gammm. (Ovviamente se chiamo gammm Paperino mi accuserai di esser prezzolato dalla Disney).

    C: Fai una cosa di cui sei esperto: cogliere qualunque pretesto possibile per pubblicizzare i prodotti tuoi e del sito GAMMM. Cfr., e.g., qui su Nazione Indiana: http://www.nazioneindiana.com/2009/07/17/l%E2%80%99ormai-attestata-egemonia-degli-autori-sperimentali-in-italia/

    G.: Come sai e come si vede, su http://www.nazioneindiana.com/2009/07/17/l%E2%80%99ormai-attestata-egemonia-degli-autori-sperimentali-in-italia non ti ho risposto, specie lì dove dici che “non esiste infatti alcuna querelle intorno a una presunta egemonia della poesia di ricerca in italia”, a cui il mio articolo si riferiva. Sai perché non ti ho risposto, allora? Perché non mi andava di darti il riferimento preciso a quella querelle (che d’altro canto tale non era, ma “è”, sempre: basta ricevere a casa due o tre riviste di letteratura mainstream per ritrovarsela sempre fra lo scatolame, o quasi sempre). E in particolare penso a un articolo preciso, di un autore preciso, che fa precisamente riferimento a una egemonia della poesia di ricerca in italia. Ti do un indizio e ti dico che la sede in cui questo articolo compare comincia per “A”. Vediamo se indovini. Come al solito: tu vedi un articolo mio, in cui reagisco in modo – penso – giocoso a un DIFFUSO modo di considerare la neoavang., e non pensi letteralmente ad altro che al fatto che io mi stia facendo pubblicità. La vuoi, la definizione clinica per questo tipo di reazioni? Non rispondermi di sì perché non te la do.

    C.: L’articolo apparso su poesia 2.0 è apparso sul sito per invito di Stefano Guglielmin, al quale lo avevo inviato per conoscenza, come normale scambio intellettuale. Si tratta di una parte di un testo scritto, su invito, in occasione di un incontro tenutosi alla Tokyo University of Foreign Studies il 4 Ottobre scorso. Il titolo dell’incontro era: “Identità concettuale e dilatazione dell’istante” e l’oggetto erano i miei lavori di poesia in prosa. L’incontro si inscrive in una serie di incontri dedicati in Giappone all’influenza della Neoavanguardia italiana, per un pubblico di italianisti giapponesi. Questo ti spiega il contesto e ti spiega perché ho dovuto parlare di me, e della mia formazione. Cosa che peraltro tu fai spesso, senza bisogno di un invito. Perciò capisco ancora meno il tuo stupore.

    G.: Questo spiega il contesto.

    C.: Quindi il paragrafo in cui ti chiedi come mai, in questo articolo “stranamente dedicato a se stesso”, “una persona X dovrebbe definire e delineare con tanta energia, costanza e quasi caparbietà la propria identità di autore e contrario, sotto forma di negativo totale di un ensemble di voci [diversissime fra loro, per altro] al quale non è interessato, che detesta o rigetta o quanto meno non apprezza, e di cui non è in grado di disegnare un ritratto fedele, meno che mai spassionato.” è completamente fuori luogo. Eppure l’origine del mio articolo era chiaramente indicata in testa allo stesso.

    G.: Ma [detto SENZA ironia] *peccato* allora (come nota Teti poco più su) che tu non parli in pratica mai di te in quell’articolo, che è evidentemente e per la sua stragrande maggioranza (in termini di quantità di energie spese, anche) dedicato alla critica della poetica e degli esiti della neoavanguardia. Come mai succede questo? Dài su, rispondimi che è perché la Tokyo University of Foreign Studies il 4 Ottobre scorso eccetera. Vabè, ho capito.

    C.: Inoltre, il referente e contrario sarebbe da identificarsi con la Neoavanguardia italiana, piuttosto che GAMMM, e l’aver citato GAMMM potrebbe vedersi anche come il segno di una onestà intellettuale.

    G.: Certo che se tu non ci fossi bisognerebbe inventarti. Adesso devo ringraziarti per la tua onestà intellettuale, per come descrivi gammm in questo articolo. Facciamo che la prossima volta giochiamo che tu fai berlusca e io le *toghe rosse*, e tu mi chiedi che il CSM dovrebbe ringraziarti, eh? Dài, giochiamo.

    C.: I riferimenti a GAMMM nel mio testo si riducono infatti a due frasi. Che queste due frasi abbiano prodotto una reazione tanto spropositata, lo prendo come un segno di fecondità intellettuale (mia).

    G.: Fecondità e fantasia, direi! Assolutamente sì. Permettimi di considerare molto interessante (non so sotto che profilo, però) anche la tua idea della matematica applicata alla sintassi. Mi dici che i “riferimenti” (nota bene) a gammm si riducono a due frasi. Ricontrolla, magari volevi dire venti e ti è scappato detto due. Non so. Vedi un po’ tu.

    C.: Che da queste due frasi tu abbia potuto inferire la validità di “ineffabile proprietà transitiva” per cui tutto ciò che io scrivo della Neoavanguardia debba anche predicarsi di GAMMM, è cosa da ascriversi alla fretta o alla malafede.

    G.: Se fossi fatto della pasta di cui ti dimostri esser fatto tu, attribuirei malafede a te. Ma, come vedi, ogni volta che incorri in un travisamento generale continuo a domandarmene, invece, il motivo. E, posso confessarlo, proprio non riesco a capirci un’acca.

    C.: Le tue sottili distinzioni tese a dimostrare che GAMMM non è un “gruppo” sono sofistiche e irrilevanti.

    G.: Libero di crederlo. Tanto, la realtà è svincolata sia da te che da me, quindi le cose stanno come stanno, con pace di entrambi.

    C.: Se GAMMM è un sito, io parlavo del “gruppo” di scrittori maggiormente attivi nel sito, che sono lo stesso gruppo di scrittori maggiormente attivi intorno a La Camera Verde, che sono lo stesso gruppo di scrittori che… etc.
    G.: Questa la salto. Ho poco tempo.

    C.: Venendo al dettaglio, tu contesti punto per punto le caratteristiche che io ascrivo alla prosa e alla poesia del gruppo GAMMM, i.e., “metalinguismo, dall’autoreferenzialità, dall’uniformità di tono, dal ricorso alla reiterazione e alla serialità dei moduli espressivi, dalla frammentarietà, dal rifiuto del concetto e del giudizio formati, dall’uso di un certo lessico scientifico e tecnico”. Sono le stesse di quattro anni fa (su Nazione Indiana: http://www.nazioneindiana.com/2006/11/19/attenzione-poeti-il-23-a-milano/). Tu le contesti qui solo con asserzioni, laddove io offrivo esempi testuali punto per punto, nella discussione di quattro anni fa che tu citi.

    G.: A parte il fatto che a talune quaestiones ho (ripeto: INUTILMENTE) già risposto allora (basta leggere il thread), la cosa sempre più esilarante, ancora oggi, di quel tuo commento, è proprio nella sequenza degli “esempi testuali punto per punto”. Come esempi di metatestualità, per dire, tu mi citi i titoli “O” o “Venti sonetti” di Sannelli. Oppure “La mia vita” di Bortolotti. O (che ne so) ignori “Curvature” e “Altre ombre”, testi miei. Abbi pazienza. Io ti scrivo, col cuore in mano, da dentro gammm e da dentro la mia scrittura. Fìdati, santa polenta, sei proprio fuori strada alla grande. Quel tuo commento nel thread sta a un pezzo di critica letteraria come un colabrodo sta a un secchio. Non tiene. (O almeno, non al punto da motivare 4 anni di tue iterazioni sul tema, abbi pazienza). (Abbi decenza).

    C.: Le tue risposte oggi sono queste: 1- uniformità di tono: nessuna. 2- tracce metalinguistiche: assai rade e se presenti, ironiche. 3- ricorso alla iterazione e alla serialità: deciso. 4- frammentarietà: certo! 5- rifiuto del concetto e del giudizio formati: no, parecchie formulazioni di giudizio costruite in forma di scherzo e ironia. 6- uso di un certo lessico scientifico e tecnico: sì ma non in tutti. In somma secondo te, delle mie note caratteristiche: 2 su 6 sono azzeccate alla grande (3,4), altri tre parzialmente corrette (2,5,6), e uno completamente errato (1). Ma il punto (1) è quasi autoevidente ad ogni lettore. Mi trovo con ciò rassicurato nel mio giudizio.

    G.: Se ti avessi detto un no su tutta la linea, Carlucci, tu ti saresti comunque trovato “rassicurato nel tuo giudizio”. Possiamo esserne certi. E non dirmi che non lo sai anche tu. Da ragazzino – nonostante soffrissi già allora di metatestualità – ho imparato direi piuttosto presto che se uno tira una palla da tennis al muro, questo gliela rimanda indietro. Così succede con te. Inutile articolare distinzioni. Tu le traduci in riduzioni aritmetiche, tiri la riga, scrivi la somma a tuo favore, e ti senti “rassicurato nel tuo giudizio”. Mi raccomando non mettere mai il naso fuori da quel giudizio. Potresti scoprire che perfino la tua matematica ti fa vedere 2 al posto di 20. Faccio per dire.

    C.: Ti soffermi poi con molta enfasi sull’autoreferenzialità perché dici (i) che non capisci cosa intendo e (ii) che non ce n’è un caso solo di autoreferenzialità in “Prosa in prosa”. E attendi smentita. Eccola. Ad (i): Per capire cosa intendo basta leggere quanto scrivo egli esempi testuali che riporto nella discussione di quattro anni fa che tu citi con tanta insistenza. Cito da lì: “Il testo è un codice e le chiavi del codice sono interne al codice, ossia sono nella sua natura di codice, sono – per noi – metalinguistiche. il testo VUOLE essere visto come testo (quasi in un tentativo di auto-oggettivarsi, di auto-legittimarsi), quasi a tentare di sussumere nella sua stessa forma il problema della sua relazione con il mondo (cfr. le “cartoline” di M. Giovenale in “Double click”).”

    G.: Ecco, giusto. Dimenticavo. “Autoreferenzialità” per te è uguale (segno =) a “metatestualità”, tout court. Si devono dire entrambi i termini, giusto per un colpetto di pedale, ma in definitiva significano la stessa cosa, circa. Si può chiamare *intensificazione*, raddoppiare per insistere. Come (per esempio) dire “Atti impuri e Adulterio”. Magari ci sono sfumature, ma non è importante precisare. Ok. Capito questo, dico: sulla metatestualità, ripeto: su un 100% di testi in gammm (scritti dei redattori o ospitati o tradotti da loro o dai collaboratori) sarà un giorno interessante calcolare il tasso di metatestualità. Magari affidando il calcolo a qualcuno che non pensa che l’espressione “La mia vita” sia una roba metatestuale.

    C.: Ad (ii) non ho scritto di riferirmi a Prosa in prosa. L’avrai letto da qualche altra parte.

    G.: Caro, lo so che non l’hai scritto, mi riferisco al punto su slowforward dove dico “e dovessi io poi voler conoscere i materiali” eccetera.

    C.: Quanto alla riduzione del soggetto al grado zero, mi son già messo d’accordo con Andrea Inglese per chiamarlo “grado 0.5? o “grado 0.66666?. Tranquillo. Il cambio di paradigma da found poetry a sought poetry è veramente epocale! Inglese si è anche dimostrato incredibilmente ragionevole e assai più cauto: “nessuna novità sul piano concettuale, quindi, si tratta semmai di (provare a) mostrare come concetti e pratica poetica, forme di vita e scritture, camminano assieme.” (http://www.nazioneindiana.com/2010/10/12/che-genere-di-discorso/)

    G.: Su questo rimando ai miei interventi di ieri, altrove. Inutile ripetermi qui. (Ma con Carlucci inutile ripetersi ovunque).

    C.: Sull’ultimo argomento, quello del sollievo, della declamazione e del canto di scongiuro, sei semplicemente sofistico. Prima di tutto si parlava di Neoavanguardia e non di GAMMM, quindi tu non c’entri niente. A parte questo, dire che alcuni aspetti del linguaggio non vanno messi da parte con estrema superficialità in favore di altri (che sono più facili da controllare) non significa dire la stronzata che tu mi metti in bocca poche righe dopo: “tutti e sempre sia scrittori che lettori debbano starsi lieti cheti nel confine del sollievo canto scongiuro eccetera”.

    G.: Su questo ti do ragione se mi dai ragione. Ossia: sono assolutamente disposto a togliere dal mio articolo quel riferimento alla “ineffabile proprietà transitiva” se tu pensi e affermi che quel passo tuo non sia / non è in alcun modo riferito e collegabile a gammm (come avevo, e qui lo ammetto, pensato).

    C.: Queste (tue) notazioni sono appunto tue e capisco che tu voglia trovare il modo di allocarle fuori di te, ma ti prego di non usare per questo il mio “soggetto”.

    G.: Ti do di nuovo ragione, se ho mal interpretato, in questo punto. Considera, allo stesso tempo: non diversamente chied(ev)o io a te di non *usare* gammm per (a) inventare un ritratto di gammm medesimo che corrisponde all’idea che te ne sei costruito tu, (b) stabilire nessi di filiazione diretta e monocorde dalla neoavanguardia, (c) far funzionare artificiosamente questo ritratto (a dir poco ‘virato’ & errato) di gammm come schermo in negativo su cui far comparire in positivo modi e stili che invece a te garbano.

  • Lorenzo,

    evidentemente non posso prendere atto di un “cappello” al tuo testo che qui non compare. questo testo hai pubblicato, a questo ho risposto. quanto alla bile, non so, rileggo il mio ultimo commento e il tuo ultimo in risposta e faccio fatica a tacciare me come bilioso. oltre alla voglia, del resto, mi manca pure il tempo – per litigare. né credo che la neoavanguardia abbia bisogno di miei servigi critici per essere difesa dalle tue considerazioni. sono molto umile in questo che dico.
    per tanto, la chiudo qui, a risentirci in occasioni migliori.

    ps.
    una citazione, anche se laterale, l’ho postata eccome: se se ne considerano premesse e conseguenze vale più di un trattato (oltre a rispondere alla tua teoria del “controllo assoluto”). ma basta.

    un saluto,

    f.t.

  • QUESTA RISPOSTA E’ ALLE DOMANDE DI LUIGI BOSCO QUI SOPRA CHE VUOLE RIPORTARE LA DISCUSSIONE ALL’ARGOMENTO DEL MIO INTERVENTO.

    Luigi Bosco scrive:

    >Ad un certo punto Lorenzo afferma che
    >
    >“Se la “prevalenza della poetica sull’opera” è una caratteristica >di ogni avanguardia, questa assume nel Gruppo 63 una connotazione >particolare, in cui mi sembra di poter riconoscere una impronta >neopositivista (se non positivista!).”
    >
    >Ora, oltre a colpirmi il riferimento all’impronta neopositivista, >mi affascina parecchio il pensiero secondo cui ogni avangurdia >presuppone la prevalenza della poetica sull’opera.

    La caratterizzazione è tratta da Eco, dalla sua Prolusione al Congresso IL GRUPPO 63 QUARANT’ANNI DOPO (citata nel mio testo come 2005). Eco la presenta come cosa scontata.

    Luigi Bosco scrive

    >Se ne fa, cioè, una questione di metodo. Non voglio mettere in >dubbio tale affermazione, quanto quella speculare implicitamente >contenuta in questa secondo la quale risulterebbe che se non si >parla di avanguardia non vi è prevalenza di poetica (dunque di >metodo) sull’opera. Se è così e non ho male interpretato, a mio >avviso non vi è nulla di più sbagliato.

    Non hai male interpretato, hai sragionato. Se io dico che la prevalenza della poetica sull’opera è una proprietà caratteristica dell’avanguardia, non sto dicendo che ciò che non è avanguardia non può possedere tale proprietà. non stiamo facendo matematica o metafisica, non stiamo dando definizioni essenziali ed elencando proprietà esclusive!!

    Luigi Bosco scrive:

    >Chiedo dunque a Lorenzo: quando parli di “preminenza dell’aspetto >metalinguistico, metatestuale, formale, teorico della poesia, a >discapito di altri aspetti”, a cosa ti riferisci per “altri >aspetti”?

    Altri aspetti sono: contenutistico, concettuale, prosodico, ritmico, performativo, semantico, … Questa lista è incompleta.

    Luigi Bosco scrive:

    >Quando poi dici “La prosa di questi autori è caratterizzata dal >metalinguismo, dall’autoreferenzialità, dall’uniformità di tono, >dal ricorso alla reiterazione e alla serialità dei moduli >espressivi, dalla frammentarietà, dal rifiuto del concetto e del >giudizio formati, dall’uso di un certo lessico scientifico e >tecnico”, non riesco a vedere – tranne per il lessico scientifico >e tecnico – differenze profonde con altre poetiche che non mi >paiono d’avangurdia (a meno che Dylan Thomas, Eliot e Pavese – per >fare degli esempi – non siano d’avanguardia anche loro).

    Per vederle prova a confrontare l’uniformità di tono e la natura dell’uso della serialità in un testo di Bortolotti e nella Waste Land di Eliot. Se dopo il confronto non riesci ancora a vedere la differenza, prova a confrontare l’uniformità di tono, il metalinguismo e l’autoreferenzialità di un’opera di Pavese e in un testo di Broggi. Se dopo il confronto non riesci ancora a vedere la differenza, chiedi lumi a Giovenale.

    Luigi Bosco scrive:

    >Faccio un salto indietro e torno alla “prevalenza della poetica >sull’opera”. A tal proposito mi piacerebbe conoscere il pensiero >di Lorenzo a proposito della poetica duchampiana da cui è stato >estrapolato il concetto di arte ready made e traslato dalle arti >pittoriche-performative a quelle poetiche con il sought poem
    >(chiedo venia a Marco se non ci ho capito un cazzo e mi sto >sbagliando alla grande).

    Non posso permettermi di fare un discorso ampio e articolato sul Dada, ma il mio pensiero è abbastanza chiaro da quanto scrivo nel testo. Ho letto molto e amato molto le avanguardie storiche, incluso il Dada. Erano perfette per il clima in cui sono nate. Erano nuove. Erano divertenti, ironiche. Erano efficaci e profonde. Erano cose che non possono essere ripetute. Come ho scritto nell’articolo, trovo la Neoavanguardia un po’ meno innovativa (ma forse necessaria) e GAMMM molto meno ancora. Non credo nell’orizzonte delineato da Giuliani (variazioni anche infinitesimali degli stessi metodi per produrre nuove opere). Credo che quei metodi abbiano esaurito il loro potenziale. Tra found poetry e sought poetry, permettetemi di dire che non vedo una rivoluzione epocale, una rivoluzione copernicana, o un candidato decente per un cambio di paradigma alla Kuhn.

    Luigi Bosco scrive:

    >Ancora degli appunti: con la “scoperta” della centralità del >linguaggio” e con la questione della “riduzione del soggetto” >sinceramente non riesco ad immaginare soluzioni intellettualmente >oneste che possano non prendere “la forma di limitazione >artificiali del campo d’azione: degli aspetti del linguaggio su >cui operare da una parte, e delle facoltà del soggetto a cui >rivolgersi dall’altra”. Se non ci fosse questa artificialità non >ci potrebbe essere, secondo me, una autentica coscienza della >riduzione del soggetto, a meno che non si pretenda di averla >raggiunta per scienza infusa o per possessione dello spirito etc.

    Non ho detto che non ci deve essere artificialità. Ho detto che non ci deve essere (una brutale ed eccessiva) mutilazione.

    Luigi Bosco scrive:

    >Poi, Lorenzo, tu accenni alla prefazione di Giuliani individuando >nell’ “assoluto controllo”, “la matrice neopositivista e >totalitaria del paradigma culturale della Neoavanguardia”. È, >secondo me, certo oltre che evidente – quasi lapalissiano. Ma in >quale tipo di poesia il poeta non procura di avere (o, almeno, >sogna) l’assoluto controllo del linguaggio che usa ridotto a se >stesso (foss’anche poesia civile), di ciò che dice? Un ermetico >vuole meno assoluto controllo o semplicemente evita di mostrarlo >mascherandolo? Mi chiedo se questo assoluto controllo – che mi >pare venga necessariamente usato dagli avanguardisti con maggiore >consapevolezza – non sia anch’esso un espediente metatestuale >delle loro opere (cosa che non toglie la possibilità di ritrovarsi >ancora una volta di fronte a dei testi assolutamente antiestetici
    >(?) ).

    L’arte non è arte se raggiunge i suoi risultati per caso. E siamo d’accordo, tu, Seneca, Giovenale ed io. Ma tra raggiungere i propri risultati intenzionalmente e desiderare il dominio di una tecnica (e.g., della lingua, delle figure retoriche etc.) e desiderare il “controllo assoluto” – di matrice positivista – su tutta la materia dell’arte ce ne corre. Ma anche se io ti dicessi che il controllo assoluto è un ideale necessario per l’artista, resterebbe una idea-limite, un orizzonte, il cui raggiungimento non dovrebbe passare per un impoverimento radicale del campo d’azione dell’artista. Il gioco non vale la candela. Desiderare un “controllo assoluto” di matrice illuminista e positivista significa anche misconoscere la dimensione della irriducibile inconoscibilità di… quasi tutto.

    Ciao,
    Lorenzo

  • QUESTA RISPOSTA E’ PER L’ULTIMO DI FABIO TETI.

    fabio non dovresti scusare della fretta ma di quello che scrivi. nel mio testo non c’è niente di scorretto come dici tu. sono stato invitato a parlare, in un contesto accademico, dell’influenza della neoavanguardia sulla mia poesia e sulla poesia contemporanea in italia. non sono stato invitato a parlare della mia poesia. l’ho già scritto sopra ma evidentemente non è abbastanza chiaro.
    quindi che il mio sia un testo “che dovrebbe parlare di qualcosa di cui non si fa mai cenno” (i.e., la mia poesia) è qualcosa che ti sei inventato e non so perché. l’incontro era sulla mia poesia, il testo che mi hanno invitato a scrivere era sul tema che ho affrontato.

    quanto poi a questo tuo paragrafo, in cui scrivi:

    “in fine, a contrapporsi a quasi cinquant’anni di vicende poetiche sembrano essere la sola opera di Ronchi, di Ricciardi e, implicitamente, anche se qui sarebbe stato più interessante tu giocassi a carte scoperte, la tua.”

    ti dico due cose: il testo qui apparso è un estratto di un testo più lungo nella prima parte del quale parlavo brevemente della mia formazione personale, e facevo una lista di opere di poesia in prosa per me fondamentali, che – guarda un po’ – vanno oltre Ronchi e Ricciardi. Indicavo anche i nomi di alcuni poeti prosatori la cui scrittura mi interessa e – guarda un po’! – tra questi c’era anche un “membro” di GAMMM, Michele Zaffarano. questo cappello del testo è stato tagliato perché non trovavo adeguato parlare della mia formazione personale su questo sito, dove nessuno mi aveva invitato a farlo.

    quanto a questo che dici:

    “che invece fai un uso strategico e “detournante” (o proprio “ribaltante”) delle citazioni che estrapoli, sì, l’ho detto e lo credo”

    bene, dimostralo, argomentalo. come ti ho già invitato a fare, indicami citazioni che aprono orizzonti completamente opposti.
    nella fattispecie, del libro di Curi cito un paragrafo in cui si descrive l’orizzonte culturale della neoavanguardia. dimmi tu dove sta il ribaltamento.

    infine, scrivi:

    “ammetto anche questo, pesa sul tuo scritto un buon numero di interventi consimili e altrettanto non condivisi sparsi per il web in questi anni.”

    ecco appunto. magari fai la tara di questo prima di scrivere, invece di accumulare bile e tacciare qualcuno di scorrettezza.

    ciao,
    lorenzo

  • RISPONDO QUI ALL’INTERVENTO DI GIOVENALE SU SLOWFORWARD DEL 25 OTTOBRE. LA RISPOSTA E’ DELLO STESSO GIORNO MA NON VI E’ STATO MODO DI PUBBLICARLA PRIMA.(http://slowforward.wordpress.com/2010/10/25/limmaginazione-al-potere-di-retromarcia/)

    Caro Giovenale, ho letto con sorpresa la tua difesa della “recta doctrina” nel commento che hai richiesto apparisse addirittura come post alla redazione di poesia 2.0. Ho trovato questo tuo primo post molto fuori luogo in quanto, oltre ad affermare l’urgenza di “correggere” alcuni “errori”, si limitava a rimandare a discussioni fatte e a interventi venturi. Leggo ora con molta meno sorpresa questo tua articolata e “ironica” risposta, qui: http://slowforward.wordpress.com/2010/10/25/limmaginazione-al-potere-di-retromarcia/. Trovo il tono che hai usato nel rispondermi molto sgradevole, perché censorio e derisorio. Credo di poter dire che nel mio pezzo non c’era nulla di derisorio nei confronti dei miei “interlocutori”. Questo andrebbe riconosciuto.

    Dal tuo post “errata/corrige” (sic) qui e su Poesia 2.0 mi sembra chiaro che tu non vedi la differenza tra l’aver discusso di un argomento e l’aver convinto l’interlocutore della correttezza delle tue idee. Su un piano più formale, non sembri sapere che gli “errata corrige” spettano all’autore di un articolo e non a te, lettore, per quanto mon frère, per quanto hypocrite.

    Forse sei preda di un delirio assolutista e pensi che la critica letteraria sia una scienza esatta, che ammetta un criterio razionale di verità ed errore. Non c’è riuscito un genio come Lotman, figuriamoci noi. O forse pensi che sia un dogma, che ammetta un criterio autoritaristico di verità.

    Con l’intervento “l’immaginazione al potere (di retromarcia)” qui su slowfoward invece fai una cosa di cui sei esperto: cogliere qualunque pretesto possibile per pubblicizzare i prodotti tuoi e del sito GAMMM. Cfr., e.g., qui su Nazione Indiana: http://www.nazioneindiana.com/2009/07/17/l%E2%80%99ormai-attestata-egemonia-degli-autori-sperimentali-in-italia/

    In questo caso ti devo dire un paio di cose. L’articolo apparso su poesia 2.0 è apparso sul sito per invito di Stefano Guglielmin, al quale lo avevo inviato per conoscenza, come normale scambio intellettuale. Si tratta di una parte di un testo scritto, su invito, in occasione di un incontro tenutosi alla Tokyo University of Foreign Studies il 4 Ottobre scorso. Il titolo dell’incontro era: “Identità concettuale e dilatazione dell’istante” e l’oggetto erano i miei lavori di poesia in prosa. L’incontro si inscrive in una serie di incontri dedicati in Giappone all’influenza della Neoavanguardia italiana, per un pubblico di italianisti giapponesi. Questo ti spiega il contesto e ti spiega perché ho dovuto parlare di me, e della mia formazione. Cosa che peraltro tu fai spesso, senza bisogno di un invito. Perciò capisco ancora meno il tuo stupore.

    Quindi il paragrafo in cui ti chiedi come mai, in questo articolo “stranamente dedicato a se stesso”, “una persona X dovrebbe definire e delineare con tanta energia, costanza e quasi caparbietà la propria identità di autore e contrario, sotto forma di negativo totale di un ensemble di voci [diversissime fra loro, per altro] al quale non è interessato, che detesta o rigetta o quanto meno non apprezza, e di cui non è in grado di disegnare un ritratto fedele, meno che mai spassionato.” è completamente fuori luogo. Eppure l’origine del mio articolo era chiaramente indicata in testa allo stesso.

    Inoltre, il referente e contrario sarebbe da identificarsi con la Neoavanguardia italiana, piuttosto che GAMMM, e l’aver citato GAMMM potrebbe vedersi anche come il segno di una onestà intellettuale. I riferimenti a GAMMM nel mio testo si riducono infatti a due frasi. Che queste due frasi abbiano prodotto una reazione tanto spropositata, lo prendo come un segno di fecondità intellettuale (mia). Che da queste due frasi tu abbia potuto inferire la validità di “ineffabile proprietà transitiva” per cui tutto ciò che io scrivo della Neoavanguardia debba anche predicarsi di GAMMM, è cosa da ascriversi alla fretta o alla malafede.

    Le tue sottili distinzioni tese a dimostrare che GAMMM non è un “gruppo” sono sofistiche e irrilevanti. Se GAMMM è un sito, io parlavo del “gruppo” di scrittori maggiormente attivi nel sito, che sono lo stesso gruppo di scrittori maggiormente attivi intorno a La Camera Verde, che sono lo stesso gruppo di scrittori che… etc.

    Venendo al dettaglio, tu contesti punto per punto le caratteristiche che io ascrivo alla prosa e alla poesia del gruppo GAMMM, i.e., “metalinguismo, dall’autoreferenzialità, dall’uniformità di tono, dal ricorso alla reiterazione e alla serialità dei moduli espressivi, dalla frammentarietà, dal rifiuto del concetto e del giudizio formati, dall’uso di un certo lessico scientifico e tecnico”. Sono le stesse di quattro anni fa (su Nazione Indiana: http://www.nazioneindiana.com/2006/11/19/attenzione-poeti-il-23-a-milano/).

    Tu le contesti qui solo con asserzioni, laddove io offrivo esempi testuali punto per punto, nella discussione di quattro anni fa che tu citi. Le tue risposte oggi sono queste:

    1- uniformità di tono: nessuna.

    2- tracce metalinguistiche: assai rade e se presenti, ironiche.

    3- ricorso alla iterazione e alla serialità: deciso.

    4- frammentarietà: certo!

    5- rifiuto del concetto e del giudizio formati: no, parecchie formulazioni di giudizio costruite in forma di scherzo e ironia.

    6- uso di un certo lessico scientifico e tecnico: sì ma non in tutti.

    In somma secondo te, delle mie note caratteristiche: 2 su 6 sono azzeccate alla grande (3,4), altri tre parzialmente corrette (2,5,6), e uno completamente errato (1). Ma il punto (1) è quasi autoevidente ad ogni lettore. Mi trovo con ciò rassicurato nel mio giudizio.

    Ti soffermi poi con molta enfasi sull’autoreferenzialità perché dici (i) che non capisci cosa intendo e (ii) che non ce n’è un caso solo di autoreferenzialità in “Prosa in prosa”. E attendi smentita. Eccola. Ad (i): Per capire cosa intendo basta leggere quanto scrivo egli esempi testuali che riporto nella discussione di quattro anni fa che tu citi con tanta insistenza. Cito da lì: “Il testo è un codice e le chiavi del codice sono interne al codice, ossia sono nella sua natura di codice, sono – per noi – metalinguistiche. il testo VUOLE essere visto come testo (quasi in un tentativo di auto-oggettivarsi, di auto-legittimarsi), quasi a tentare di sussumere
    nella sua stessa forma il problema della sua relazione con il mondo (cfr. le “cartoline” di M. Giovenale in “Double click”).”
    Ad (ii) non ho scritto di riferirmi a Prosa in prosa. L’avrai letto da qualche altra parte.

    Quanto alla riduzione del soggetto al grado zero, mi son già messo d’accordo con Andrea Inglese per chiamarlo “grado 0.5” o “grado 0.66666”. Tranquillo. Il cambio di paradigma da found poetry a sought poetry è veramente epocale! Inglese si è anche dimostrato incredibilmente ragionevole e assai più cauto: “nessuna novità sul piano concettuale, quindi, si tratta semmai di (provare a) mostrare come concetti e pratica poetica, forme di vita e scritture, camminano assieme.” (http://www.nazioneindiana.com/2010/10/12/che-genere-di-discorso/)

    Sull’ultimo argomento, quello del sollievo, della declamazione e del canto di scongiuro, sei semplicemente sofistico. Prima di tutto si parlava di Neoavanguardia e non di GAMMM, quindi tu non c’entri niente. A parte questo, dire che alcuni aspetti del linguaggio non vanno messi da parte con estrema superficialità in favore di altri (che sono più facili da controllare) non significa dire la stronzata che tu mi metti in bocca poche righe dopo: “tutti e sempre sia scrittori che lettori debbano starsi lieti cheti nel confine del sollievo canto scongiuro eccetera”.

    Queste (tue) notazioni sono appunto tue e capisco che tu voglia trovare il modo di allocarle fuori di te, ma ti prego di non usare
    per questo il mio “soggetto”.

    Ciao,
    Lorenzo

  • nota su found/sought:

    “found” è oggetto trovato/scelto ed esposto come tale, confidando nel(l’implicito) “raggiare” del suo ESSERE (per il fatto di ESSERE SCELTO) un “oggetto estetico”.

    nei primi anni del ‘900 questo *scandalo* (=il brillare dell’oggetto sorprendente su uno sfondo *altrimenti* fatto di “belle opere”, “opere d’arte”) era visibile, ma tutti i detrattori dell’avanguardia (NON sto parlando di nessuno presente in questa pagina web) si sono in linea di massima concentrati sullo scandalo medesimo; e non sul fatto che gli scandalosi oggetti, orinatoi capovolti o scolabottiglie, di fatto oltre che “fare” (poiein) *scandalo* & sensazione ERANO anche appunto e precisamente oggetti, figure, cose con una loro possibile (non dimostrata, non dimostrabile, implicita, inespressa, non evidente e però visibile da una certa sensibilità) qualità estetica. erano appunto oggetti estetici.

    i primi anni del ‘900 (ma anche tanti esempi nel secolo precedente si potevan trovare) segnano un conferimento di statuto di senso, di oggetto estetico, a cose che fino a un secolo prima nessuno si sarebbe sognato di vedere come belle. non le rovine delle abbazie sognate dai romantici. ma proprio le macerie e i vicoli sudici degli sventramenti e dei budelli di Parigi fotografati da Atget, per esempio.

    la sensibilità generale (ma non generalizzabile, pare, tuttora) dell’osservatore di arte a inizio Novecento era dunque disposta, attenta, all’accoglimento di tali improbabili (ma evidentemente probabilissimi) oggetti entro un guscio di senso, come portatori di senso (si sarebbe detto, si direbbe ancora).

    il SOUGHT object, testuale, non è trovato, è cercato ATTIVAMENTE: comporta una elaborazione che ricomprende in sé, in un processo non pre-scrittibile, non previsto, non soltanto descrivibile (non esaurito, per dire, dallo stesso testo teorico di Mohammad), un momento nuovamente creativo, anche se spesso (non per forza / non sempre) di pura combinazione e ricombinazione di elementi che sono – singolarmente presi – “found”. il risultato di tale “creazione”, o sought poem, proprio perché è “risultato” (di un processo) e non cosa fissa ferma preformata o preesistente (uno scolabottiglie, una ruota di bicicletta), è diverso dall’objet trouvé, dal found object, dal ready made.

    sullo statuto di questo testo occorre ragionare.

    l’oggetto “found” è probabilmente anche un portato di decenni di esistenza di un nuovo mezzo, la fotografia, che trova gli oggetti, li inquadra per come sono (sono quelli, non altro), e dunque li carica (o dimostra di essere un mezzo che ha concretizzato nelle sue stesse minime capacità e peculiarità tecniche di base una sensibilità che prevede che alcuni oggetti possano apparirci imprevedibilmente caricati) di senso.

    l’oggetto “sought” è figlio di Photoshop, probabilmente. come di Google.

    ora. si può ragionare su questo (ulteriore) cambio epocale, che altrove ho chiamato cambio di paradigma? oppure questa richiesta e offerta di riflessione è da parte mia e/o di gammm segno di una volontà di sovrapporre una poetica a un’opera? è segno di “positivismo”? è segno di “gruppo 63”? di “metatestualità”? ci saranno dei testi nuovi, inglesi e francesi, che ragionano su altri piani rispetto a quelli su cui poteva ragionare la neoavanguardia? sarà gammm un sito che su questi mutamenti si sta interrogando? o gammm è figlio di quel 1963 che come tutti sanno era pieno di Mac, di animazioni video, di cartoni Pixar, di dvd ad alta definizione, di Google e wiki? di effetti speciali? di immagini digitali? di indefinita trasformazione e mobilità e variabilità di figure e flussi di dati? (trasformazioni ben più radicali di quelle ottenibili con i novecenteschi fotoritocchi, collages, assemblaggi)…

  • chiudo su una citazione portiana, credo difficilmente misinterpretabile:

    “Sappiamo che niente accade per caso (ma questo uso smodato del verbo *sapere* per esprimere un’acquisizione anticipata rispetto al discorso, non è un alibi, uno scarto dell’intelligenza pigra, neghittosa? Sì, è un alibi: mi accorgo, scrivendo, di quanto poco *sapevo* prima di scrivere, prima di esercitarlo questo sapere presunto)”

    [A. Porta, Il re del magazzino]

  • Lorenzo, mi scuso se intervengo rapidissimamente da lavoro – e in questo ammetto la frettolosità del commento presente e di quelli che lo precedono. credo che difficilmente, su questi argomenti, riusciremo a capirci: faccio però, intanto, qualche precisazione.

    dunque: ho detto che trovo scorretto e “incredibile” il tuo testo, non “deplorevole”: ma che nel testo, che dovrebbe parlare di qualcosa di cui non si fa mai cenno, più di una strategia sia giocata e disposta al fine di “deplorare” e svilire, tramite un giudizio sintentico dell’attività e delle poetiche della neoavanguardia, l’attività del sito gammm e di tante scritture affini (tantissime, visto che, in fine, a contrapporsi a quasi cinquant’anni di vicende poetiche sembrano essere la sola opera di Ronchi, di Ricciardi e, implicitamente, anche se qui sarebbe stato più interessante tu giocassi a carte scoperte, la tua).

    quindi prendi il mio intervento come quello di chi, pur sciacquandosene i cosiddetti col positivismo, e certo credendo fermamente (ma non esclusivamente) in una scrittura che assorba senza spiattellare le sue basi e posizioni teoriche, si è senz’altro tirato in ballo dal tuo scritto. la reazione deriva dal fatto di sentirsi tirati in ballo in presupposti e conclusioni che non posso condividere.

    che invece fai un uso strategico e “detournante” (o proprio “ribaltante”) delle citazioni che estrapoli, sì, l’ho detto e lo credo (ricorderai che, almeno il libro di Curi, lo acquistasti me presente – e insomma io ricordo conclusioni dello studio alquanto diverse. magari interpreto male, per carità).

    lo so, senza il tempo necessario lo spazio commenti continuerà probabilmente a farci accapigliare. sicuramente, e ammetto anche questo, pesa sul tuo scritto un buon numero di interventi consimili e altrettanto non condivisi sparsi per il web in questi anni.

    that’s all, per ora. spero di aver risposto.

    un saluto,

    f.t.

  • Inizio col dire che già il fatto che si stia parlando del “come” piuttosto che del “cosa” significa, a mio avviso, molto. Che la cosa possa avvenire in un medesimo luogo dove si offre uno spazio di discussione che cerca di rispettare – anche senza necessariamente condividere – le varie parti in gioco mi pare un ulteriore passo in avanti. A questo punto, mi sembra più che necessario cercare di capirci qualcosa, così che ognuno possa non solo tirare le somme (e mai i remi in barca!) ma anche avere modo di (e sviluppare un interesse nel) approfondire la questione con la sensibilità che lo contraddistingue. Sto parlando, ovviamente, da lettore, i cui panni vesto benissimo (perché è ciò che sono).

    Detto questo, azzardo alcune mie personali conclusioni. Saranno probabilmente castronerie, ma tant’è.

    Ad un certo punto Lorenzo afferma che

    “Se la “prevalenza della poetica sull’opera” è una caratteristica di ogni avanguardia, questa assume nel Gruppo 63 una connotazione particolare, in cui mi sembra di poter riconoscere una impronta neopositivista (se non positivista!).”

    Ora, oltre a colpirmi il riferimento all’impronta neopositivista, mi affascina parecchio il pensiero secondo cui ogni avangurdia presuppone la prevalenza della poetica sull’opera. Se ne fa, cioè, una questione di metodo. Non voglio mettere in dubbio tale affermazione, quanto quella speculare implicitamente contenuta in questa secondo la quale risulterebbe che se non si parla di avanguardia non vi è prevalenza di poetica (dunque di metodo) sull’opera. Se è così e non ho male interpretato, a mio avviso non vi è nulla di più sbagliato. Poiché credo che solo il così detto “poeta della domenica” possa centrare tutte le sue attenzioni sull’opera mettendo da parte la poetica (che non ha), in preda di se stesso e del proprio lirismo del momento.

    Ciò non toglie il fatto, però, che una presenza massiccia della poetica sposti l’attenzione del potenziale lettore dal testo in sé alle intenzioni che esso contiene (metatesto). Ora, nonostante sia fermamente convinto che anche il testo più classico (Marco fa giustamente l’esempio di Dante, ma potrei azzardare che Baudelaire non si sia servito delle correspondances per scrivere poesia ma della poesia per scrivere delle correspondances) ha degli aspetti metatestuali che lo superano e che di esso si servono per emergere, non vi è dubbio che ci siano dei metodi (delle poetiche) più evidenti rispetto ad altre. Soprattutto se questi metodi (poetiche) si discostano di parecchio da quelle più implicite (tradizionali), e che proprio per questa ragione vengono iscritte negli albi delle avanguardie o delle scritture sperimentali.

    Mi sono accostato all’avanguardia solo molto recentemente, e ci ho capito poco. Ho conosciuto GAMMM un po’ prima e ci ho capito ancora meno. La mia conoscenza rispetto a questo ambito è evidentemente castrata da lacune piuttosto profonde. Sono però quasi certo che una manchevole conoscenza didattico-didascalica dei vari movimenti e delle varie poetiche che impoverisce sicuramente un approccio critico a qualunque testo non possa essere determinante sulla sensibilità su cui lo stesso testo fa leva quando lo si legge. Di conseguenza, il mio parere può sembrare un po’ naïve, ma d’altronde è quello di moltissimi lettori che la poesia la leggono senza troppe masturbazioni mentali.

    Chiedo dunque a Lorenzo: quando parli di “preminenza dell’aspetto metalinguistico, metatestuale, formale, teorico della poesia, a discapito di altri aspetti”, a cosa ti riferisci per “altri aspetti”?

    Quando poi dici “La prosa di questi autori è caratterizzata dal metalinguismo, dall’autoreferenzialità, dall’uniformità di tono, dal ricorso alla reiterazione e alla serialità dei moduli espressivi, dalla frammentarietà, dal rifiuto del concetto e del giudizio formati, dall’uso di un certo lessico scientifico e tecnico”, non riesco a vedere – tranne per il lessico scientifico e tecnico – differenze profonde con altre poetiche che non mi paiono d’avangurdia (a meno che Dylan Thomas, Eliot e Pavese – per fare degli esempi – non siano d’avanguardia anche loro).

    Faccio un salto indietro e torno alla “prevalenza della poetica sull’opera”. A tal proposito mi piacerebbe conoscere il pensiero di Lorenzo a proposito della poetica duchampiana da cui è stato estrapolato il concetto di arte ready made e traslato dalle arti pittoriche-performative a quelle poetiche con il sought poem (chiedo venia a Marco se non ci ho capito un cazzo e mi sto sbagliando alla grande).

    Ancora degli appunti: con la “scoperta” della centralità del linguaggio” e con la questione della “riduzione del soggetto” sinceramente non riesco ad immaginare soluzioni intellettualmente oneste che possano non prendere “la forma di limitazione artificiali del campo d’azione: degli aspetti del linguaggio su cui operare da una parte, e delle facoltà del soggetto a cui rivolgersi dall’altra”. Se non ci fosse questa artificialità non ci potrebbe essere, secondo me, una autentica coscienza della riduzione del soggetto, a meno che non si pretenda di averla raggiunta per scienza infusa o per possessione dello spirito etc. Tale onestà, però, va a mio avviso a scapito di un senso estetico comunemente accettato che produce spesso e volentieri (anche se non sempre) dei veri e propri mostri (se non si era capito fin qui, non sono esattamente il più grande estimatore di qualsivoglia avanguardia, che vedo sempre come una forzatura di qualcos’altro che non so cos’è).

    Poi, Lorenzo, tu accenni alla prefazione di Giuliani individuando nell’ “assoluto controllo”, “la matrice neopositivista e totalitaria del paradigma culturale della Neoavanguardia”. È, secondo me, certo oltre che evidente – quasi lapalissiano. Ma in quale tipo di poesia il poeta non procura di avere (o, almeno, sogna) l’assoluto controllo del linguaggio che usa ridotto a se stesso (foss’anche poesia civile), di ciò che dice? Un ermetico vuole meno assoluto controllo o semplicemente evita di mostrarlo mascherandolo? Mi chiedo se questo assoluto controllo – che mi pare venga necessariamente usato dagli avanguardisti con maggiore consapevolezza – non sia anch’esso un espediente metatestuale delle loro opere (cosa che non toglie la possibilità di ritrovarsi ancora una volta di fronte a dei testi assolutamente antiestetici(?) ).

    Ci sarebbero ancora infinite questioni da evidenziare riguardo questo argomento (penso agli accenni che fai dell’inconscio ed alle citazioni bibliche che mi possono spiegare in un certo senso la tua propensione al mantenimento di un aspetto mistico della poesia che indaghi l’ignoto e dunque alla tua avversione a un certo tipo di avanguardia fortemente caratterizzata a tuo avviso da una matrice neopositivista). A prescindere da tutto e da tutti i pareri e le sottigliezze critiche, sempre facendo affidamento sulla semplice sensibilità di lettore, ritengo però che ogni cosa prodotta dall’uomo – a maggior ragione se si parla di arte – è il frutto del tempo che la accoglie. Di conseguenza, mi pare di fondamentale importanza sbilanciare la discussione più sui perché, sulle ragioni che hanno portato alla nascita di certe opere piuttosto che alla correttezza canonica delle loro metodologie. È l’unico modo per curarci tutti (nell’accezione inglese di take care), ché troppo bene non stiamo di sicuro 🙂

    Luigi B.

  • errata / corrige:

    Lorenzo, màndamela pure per email se vuoi. Ma abbi pazienza, se tu mi dici “cùrati”, a chi devo attribuire l’arroganza? E quando mi domandi se so leggere, avendo tu scritto “naturalmente tu sei retoricamente subdolo parlando di ‘accanimento’ e non piuttosto di ‘interesse'”, dimmi tu che devo pensare.

    Io sono pacifico ma se uno mi si presenta e mi dà del “retoricamente subdolo” il minimo che deve aspettarsi è una risposta per le rime. No? Dico, eccheccazzo.

    “Svariate decine di interventi” non è un sogno proprio per niente: anzi rappresenta forse un calcolo approssimato per difetto, se metti insieme tutti i commenti ai vari thread di anni. (Alcuni dei quali – e non vedo come potremmo non trovarci d’accordo – sono in forma quasi-saggistica e fluviale). (Nb: “fluviale” non è una critica; riguarda le dimensioni di alcuni brani online).

    Dici: “‘giudizi negativi’ sono legittimi e ‘misinterpretazioni’ non sono legittime? e chi lo dice che non sono legittime, tu?”. Precisamente, lo dico io: se ritengo una cosa illegittima, e se quella mi riguarda, dovrò pure controbattere qualcosa. O no? Ti rispondo come rispondi tu a me: chi lo dice che io non devo o non dovrei replicare a quanto “misinterpreta” (*a mio avviso*, certo; ad avviso di chi sennò?) qualcosa che mi riguarda? Tu?

    Mi domandi se, per il fatto che replico a una misinterpretazione (da me tale ritenuta), io sia “in preda di un delirio di onnipotenza”. Mannaggia la paletta, vabbè. Mi mordo la lingua. Se rispondessi a questa tua domanda torneresti a darmi dell’arrogante.

    Dici: “e se per te gammm è una cosa positiva, come puoi distinguere tra ‘misinterpretazioni’ e ‘giudizi negativi’?”. La distinzione si baserebbe, a lume di naso e di buonsenso, sul fatto che l’interpretazione/misinterpretazione riguarda il piano delle operazioni e prassi in campo, e se vuoi anche la natura del sito; mentre il giudizio riguarda quello che pensi tu di quel sito, sulla base della detta interpretazione. Se tu formuli un giudizio negativo sulla base di un’interpretazione corretta del sito, posso non condividerlo ma accettarlo. Se tu formuli un giudizio negativo sulla base di un’interpretazione scorretta del sito, devo suggerire una correzione prima di esortarti a riformulare il giudizio.

    Del resto, di solito entro in battibecco anche con chi – non avendo capito un’acca di gammm e avendo preso fischi per fiaschi – dà del sito un giudizio *positivo*. Il problema non è il giudizio ma la comprensione (o la non miscomprensione, via) di quel che succede dentro gammm.

    Ripeto e insisto: se tu mi spieghi che hai capito che in gammm e nelle scritture “postparadigmatiche” non c’è che raramente (o cmq non in senso fondativo e primario) o quasi mai metatestualità, che gammm non è un sito che rispecchia se stesso (se “autoreferenziale” ha questo senso, per te); se mi fai capire che hai dato di *tutto* il libro “Prosa in prosa” una lettura iuxta propria principia, e non un’interpretazione selettiva virata & tagliata sulle esigenze della tua visione di quello che gammm (come presunta traslazione della neoavanguardia) pensi che sia; e se dopo tutto ciò mi dirai che gammm ti fa ribrezzo, che è un elemento dannoso nell’ecosistema, sarò ben lieto di dirti che questo non lo condivido ma logicamente lo accetto come un giudizio negativo su una cosa che non ti appartiene, che non ami, che anzi rifiuti con tutta l’energia che ti riconosco. E pace.

    Ma se scrivi una cosa che non corrisponde a ciò che il sito è (e potrò pure sapere *almeno un po’* cos’è e cosa fa ’sto gammm, dato che l’ho fondato, perdinci), questa serenità non c’è e non me la puoi chiedere. Non perché mi inquietino le tue due o quattro righe su gammm, ma perché *a mio avviso* danno e diffondono di gammm un’interpretazione che può essere (o è senz’altro) scorretta, dunque una misinterpretazione.

  • Lorenzo, màndamela pure per email se vuoi. Ma abbi pazienza, se tu mi dici “cùrati”, a chi devo attribuire l’arroganza?

    E se mi scrivi “naturalmente tu sei retoricamente subdolo parlando di ‘accanimento’ e non piuttosto di ‘interesse'” dimmi tu che devo pensare. Io sono pacifico ma se uno mi si presenta e mi dà del “retoricamente subdolo” il minimo che deve aspettarsi è una risposta per le rime. No? Dico, eccheccazzo.

    “Svariate decine di interventi” non è un sogno proprio per niente: rappresenta forse un calcolo approssimato per difetto, se metti insieme tutti i commenti ai vari thread di anni. (Alcuni dei quali – e non vedo come potremmo non trovarci d’accordo – sono in forma quasi-saggistica e fluviale). (Nb: “fluviale” non è una critica; riguarda le dimensioni di alcuni brani online).

    Dici: “‘giudizi negativi’ sono legittimi e ‘misinterpretazioni’ non sono legittime? e chi lo dice che non sono legittime, tu?”. Precisamente, lo dico io: se ritengo una cosa illegittima, e se quella mi riguarda, dovrò pure controbattere qualcosa. O no? Ti rispondo come rispondi tu a me: chi lo dice a te che io non devo o non dovrei replicare a quanto “misinterpreta” (*a mio avviso*, certo; ad avviso di chi sennò?) qualcosa che mi riguarda? Tu?

    Mi domandi se, per il fatto che replico a una misinterpretazione (da me tale ritenuta), io sia “in preda di un delirio di onnipotenza”. Mannaggia la paletta, vabbè. Mi mordo la lingua. Se rispondessi a questa domanda torneresti a darmi dell’arrogante.

    Dici: “e se per te gammm è una cosa positiva, come puoi distinguere tra ‘misinterpretazioni’ e ‘giudizi negativi’?”. La distinzione si baserebbe, a lume di naso e di buonsenso, sul fatto che l’interpretazione/misinterpretazione riguarda il piano delle operazioni e prassi in campo, e se vuoi anche la natura del sito; mentre il giudizio riguarda quello che pensi tu di quel sito, sulla base della detta interpretazione. Se tu formuli un giudizio negativo sulla base di un’interpretazione corretta del sito, posso non condividerlo ma accettarlo. Se tu formuli un giudizio negativo sulla base di un’interpretazione scorretta del sito, devo suggerire una correzione prima di esortarti a riformulare il giudizio.

    Del resto, di solito entro in battibecco anche con chi – non avendo capito un’acca di gammm e avendo preso fischi per fiaschi – dà del sito un giudizio *positivo*. Il problema non è il giudizio ma la comprensione (o la non miscomprensione, via) di quel che succede dentro gammm.

    Ripeto e insisto: se tu mi spieghi che hai capito che in gammm e nelle scritture “postparadigmatiche” non c’è che raramente (o cmq non in senso fondativo e primario) o quasi mai metatestualità, che gammm non è un sito che rispecchia se stesso (se “autoreferenziale” ha questo senso, per te); se mi fai capire che hai dato di *tutto* il libro “Prosa in prosa” una lettura iuxta propria principia, e non un’interpretazione selettiva virata & tagliata sulle esigenze della tua visione di quello che gammm (come presunta traslazione della neoavanguardia) pensi che sia; e se dopo tutto ciò mi dirai che gammm ti fa ribrezzo, sarò ben lieto di dirti che questo lo accetto come un giudizio negativo su una cosa che non ti appartiene, che non ami, che anzi rifiuti con tutta l’energia che ti riconosco. E pace.

    Ma se scrivi una cosa che non corrisponde a ciò che il sito è (e potrò pure sapere *almeno un po’* cos’è e cosa fa ’sto gammm, dato che l’ho fondato, perdinci), questa serenità non c’è e non me la puoi chiedere. Non perché mi inquietino le tue due o quattro righe su gammm, ma perché *a mio avviso* danno e diffondono di gammm un’interpretazione che può essere (o è senz’altro) scorretta, dunque una misinterpretazione.

  • marco, la tua arroganza è grande. continua pure a fare orecchie da mercante. io ho risposto a fabio teti che qui sopra mi tacciava di scorrettezza per aver parlato di neoavanguardia invece che della mia poesia. stop. la risposta è molto chiara: me lo hanno chiesto.

    l’accanimento poi l’ho riconosciuto qui sopra, ma tu continui.
    sai leggere?

    “svariate decine di interventi” miei su gammm te le sarai sognate.
    ancora: nel mio testo ci sono due frasi su gammm. se vuoi le espungo così ti calmi.

    “giudizi negativi” sono legittimi e “misinterpretazioni” non sono legittime? e chi lo dice che non sono legittime, tu? sei in preda di un delirio di onnipotenza? e se per te gammm è una cosa positiva, come puoi distinguere tra “misinterpretazioni” e “giudizi negativi”? ma va là.

    ad ogni modo, la risposta al tuo papiello su slowforward è pronta. non credo ti possa interessare, ma alla peggio te la mando per email.

    ciao,
    lorenzo

  • primo :
    “cùrati” dillo a te stesso (a me di scrivere robe come le tue non è capitato manco sotto intossicazione alimentare).

    secondo:
    “retoricamente subdolo” idem, dillo a te stesso, che interpreti “interesse” (che?!?) dove io scrivo “accanimento”.

    terzo:
    che ci sia accanimento non lo dico io, ma un semplice giro su google, che tira fuori svariate decine di interventi tuoi (e thread interminabili) su gammm e interpretazioni solitamente riduttive del sito e del lavoro svolto dal sito.

    quarto:
    giudizi negativi su gammm e sulla sua presunta influenza negativa sono più che legittimi. misinterpretazioni no. e a quelle rispondo. siano dette in due o in duecento righe. soprattutto se sono cose a cui ho già risposto (inutilmente, constato). (e la constatazione, bada, me la induce il tuo accanimento, non la mia fantasia).

  • p.s. l’accanimento verso la neoavanguardia e verso gammm è OVVIO DALL’ARTICOLO e ne sono OVVI ANCHE I MOTIVI. non c’è alcun bisogno che io lo riconosca. naturalmente tu sei retoricamente subdolo parlando di “accanimento” e non piuttosto di “interesse”. ho accettato volentieri di parlare della neoavanguardia per il motivo ESPRESSO CHIARAMENTE NELL’ARTICOLO: ne giudico la poetica poco innovativa e in larga parte fondata su visioni errate, e trovo che i suoi effetti sulla letteratura italiana contemporanea siano negativi (as witnessed, e.g., by Gammm, entre autre: due righe!).
    tu chiamale, se vuoi, opinioni.
    ciao,

    Lorenzo

  • marco, fabio QUI SOPRA mi rimproverava la SCORRETTEZZA di aver parlato della neoavanguardia e di gammm in un pezzo che doveva essere sulla mia poesia.

    ho risposto MOLTO CHIARAMENTE che la scelta dell’argomento non è stata mia ma degli organizzatori di un incontro accademico. fossi stato libero di scegliere, credo che avrei scelto un altro argomento, per la gioia di tutti.

    se questa risposta non ti sembra chiara, cùrati!

    lorenzo

  • Caro Fabio, il fatto che l’articolo sia “a tesi”, e che nell’articolo un “accanimento” nei confronti della neoavang. ci sia (e sia del tutto percettibile, per chi ascolta & valuta), così come il fatto che ci sia una mislettura del lavoro di gammm, non possono essere in nessun modo e maniera riconosciuti dall’autore dell’articolo, se anche per pochi sondaggi (dei tanti che si potrebbero fare) un qualsiasi lettore l’ha seguito in questi anni in rete.

  • salve a tutti vedo solo ora i messaggi, a causa di un problema tecnico del sito. sono contento che il fatto di aver sottolineato la connessione tra neoavanguardia e positivismo sia sembrato interessante a qualcuno.

    vorrei qui rispondere soltanto a fabio teti, che trova deplorevole e “scorretto” (sic!) il mio pezzo. come scritto in cima al pezzo, il mio pezzo è stato scritto su invito in occasione di un incontro alla University of Foreign Studies di Tokyo. l’incontro riguardava sì la mia poesia (e questo giustifica il fatto ch’io abbia dovuto parlare di me stesso) ma anche si trovava inscritto all’interno di una serie di incontri dedicati alla influenza della Neoavanguardia. e questo giustifica il fatto che io abbia *dovuto* parlare della Neoavanguardia. che poi abbia dedicato due frasi al gruppo GAMMM è per me segno semplicemente di onestà intellettuale.

    quanto al fatto che il mio pezzo sia basato su “un montaggio di dichiarazioni, anche orali, estrapolate ad hoc e nemmeno prese dagli esponenti migliori”, permettimi fabio di dirti che è un giudizio frettoloso. il fatto di basarmi su dichiarazioni di poetica è una scelta ben precisa, in un testo di poetica. d’altronde puoi immaginare bene che non era la sede per fare una analisi approfondita dei testi e magari di tutti i testi di tutto il gruppo 63 e magari anche di tutti i testi di tutti i partecipanti o afferenti al sito GAMMM. inferire da questo che il mio giudizio sia formato soltanto su queste dichiarazioni è scorretto. le dichiarazioni non sono orali ma tutte tratte da pubblicazioni certo non edite per mia cura. che gli esponenti del gruppo 63 citati non siano i migliori, mi sembra erroneo, ma è comunque materia di giudizio personale: cito tutti i Novissimi, e in più Eco, Dorfles, Curi, e altri. segnalami tu citazioni dei migliori che ribaltino completamente il quadro concettuale qui delineato.

    ho scritto una replica al pezzo di Marco Giovenale apparso sul suo sito. non so se verrà pubblicata qui.

    saluti,
    Lorenzo Carlucci

  • Caro Francesco, messo nel modo del tuo ultimo commento, e con i distinguo appena suggeriti da Fabio (che condivido in pieno), il tuo appunto è molto meno *tranchant* del precedente. Concordi? Dunque, pur da posizioni diverse, lo accolgo con diverso animo. Fondamentale, non solo perché all’interno dello stesso sito, è parlarsi, non operare vicendevoli misletture. (Come Carlucci con gammm).

    Permettimi ora a little joke. Con sorriso, senza animosità. Se uno in piazza piglia e sale su una seggiola e legge TUTTO il poema “La camera da letto”, di Bertolucci, a parte il fatto che deve prima strafarsi di coca per non cadere svenuto dopo 14 ore di lettura, ma rischia di venire lapidato non solo dalle popolazioni ma anche dai gendarmi, dal farmacista e dal prete! :-))

    (Lo dico da lettore di Bertolucci).

    (Ultima parentesi: testimonianza personale: molti autori di ricerca, per esempio – e prima di ogni altro – Giuliano Mesa, leggenti in pubblico, in bar, piazze, in luoghi assolutamente estranei a ogni contesto di sedicente alta cultura, hanno catturato sempre e sempre catturano fortissimamente l’uditorio, vengono amati, addirittura memorizzati. Ascoltati con estremo interesse. Sono autori di ricerca. E il ricercare e il “trobar” [clus o leu che sia] penso non siano né lontani né non comunicanti, no?)

  • Francesco, scusami, ma da quando “leggere nelle piazze” è/può essere assunto a criterio distintivo/qualitativo tra le varie (e tutte, figurati, legittime) strade testuali possibili?

    Io non sto dicendo che bisogna smettere di leggere Bertolucci o Pasolini o Pavese – anzi (e figuriamoci); non capisco però perché alcuni vivano come una minaccia l’esistenza (florida, e fertilissima, dal punto di vista artistico – e politico) di esperienze di scrittura diverse, anche radicalmente diverse, e diverse soprattutto in quanto portatrici, spessissimo, di un sovrappiù di senso disponibile all’atto ermeneutico serio, ma anche alla semplice lettura, se non all'”ascolto” tout court (altro che significato involto!).

    ci sono e saranno sempre differenze, ovviamente, parlo di risultati e qualità, fra gli scrittori di una o di un’altra avanguardia, di uno o di un altro contesto di ricerca – e, allo stesso modo, scommesse vinte o pratiche meno riuscite. né ti sto dicendo di preferire Porta a Dante. semplicemente, però, io non comprendo l’accanimento censorio e denigratorio, che informa tutto lo scritto di Lorenzo, come le evidenti distorsioni critiche che poi, troppo spesso, tocca riconoscere, appunto come luogo comune, anche in contensti più informali rispetto ad articoli o saggi o che dir si voglia.

  • Non possiamo nemmeno confrontare la capacità ‘epica’, anche di un Betocchi. Quella comunicativa di un Pavese, se non di uno Sbarbaro o di un Bertolucci e dello stesso Montale – vedere componimenti come i Limoni degli Ossi o il suo ultimo periodo di produzione. E vogliamo parlare dell’impegno civile di un Pasolini? Questa è gente che posso leggere nelle piazze – la gente si fermerà ad ascoltarmi, possiamo dire lo stesso di molti della Neo-avanguardia? Il prodotto linguistico è manchevole sotto il profilo comunicativo, il significato è involto in se stesso.
    Per quanto riguarda l’aspetto iniziatico – esistono scrittori e poeti che iniziano un ricevente mano a mano che questo prosegue nella lettura dell’opera, altri che utilizzando un linguaggio semplice e scarno sanno comunque essere incisivi, sanno soprattutto raccontare; sì è esistito un pubblico non iniziato alla poesia e che ascoltava poesia, pensiamo solo alla tradizione trovadorica. Certa poesia del secondo Novecento è l’eredità mal riuscita del “trobar clus”, sinceramente preferisco Dante, preferisco Petrarca.

  • a Francesco:

    è mai esistito un pubblico della poesia non iniziato, in qualche modo, alla poesia? io non credo che la lettura, mettiamo, de Le occasioni montaliane sia naturalmente e per assodato meno problematica della lettura dei Rapporti di Porta, per dire. questo è un luogo comune dei più incomprensibili, per come la vedo. ecco, ho detto Rapporti, ho nominato Antonio Porta: in quale punto, della sua opera intera, è in atto una qualche teoria infallibile che annulla tutto il resto? (peraltro, se ciò fosso vero, sarebbe proprio l’opposto di ogni intento portiano, e non solo portiano).

  • a me pare però incredibile che si possa ritagliare un ritrattino della neoavanguardia ad usum Delphini, basato cioè non su testi, su opere, ma su un montaggio di dichiarazioni, anche orali, estrapolate ad hoc e nemmeno prese dagli esponenti migliori. voglio dire: mi sembra scorretto spacciare una deploratio “miratissima”, che non casualmente coinvolge bersagli altri, per una conferenza che dovrebbe riguardare invece, Lorenzo, la tua poesia. sbaglio?

    un saluto,

    f.t.

  • (b)
    “La poesia che li ha preceduti, per l’appunto, è ancora fruibile da un pubblico non iniziato alla poesia, lo stesso non si può dire per quanto da loro prodotto”.

    Riflettendo. Al limite, *nessuna* poesia è “fruibile da un pubblico non iniziato alla poesia”. Perché un “inizio” da qualche parte deve pur essere. Leggere Montale o un certo Luzi o Gatto e forse perfino Saba (precedenti la neoavang.) non è automatico e agevole *per statuto*, per nessuno. Implicano, tutte le letture, lettori che fanno un percorso.

    Ci sono (stati) percorsi diversi – negli anni del Novecento italiano.

    Ora. Posso vedere il danno di una mislettura dei Novissimi; ma non riesco a vedere nemmeno un danno in una classificazione dei lettori ritagliata su *alcuni* lettori. Non capisco perché devo essere coinvolto in un discorso di *non fruibilità* che esclude la mia esperienza di lettore (non isolato) di testi della neoavang.

  • (a)
    Dunque sbagliava Zanzotto a parlare per il Laborintus di Sanguineti di “esaurimento nervoso”, e Sanguineti a controbattere rilanciando, dicendo di un oggettivo “esaurimento storico”? Era tutto “positivismo”? riga e squadra? (Laborintus!).

  • Una riflessione molto interessante. Il passaggio che sostiene la marcatura neo-positivista o (sic) proprio positivista dei Novissimi è quella sulla quale mi soffermerei di più – e sta a dimostrare il sapore dei tempi, la lente attraverso la quale i protagonisti del Gruppo 63 scrutavano il mondo; partendo da discipline del dubbio (linguistica, semiologia, ento-linguistica ecc., o divenute sostanzialmente del dubbio con la Grammatica Genarativo-Trasformazionale degli anni Cinquanta) il risultato esperito era sostanzialmente del ‘vero’, una teoria ‘infallibile’ dove l’imperfezione umana viene recintata in un grande sforzo teorico. Il risultato è evidente; ci è rimasto solo lo sforzo teorico. Significativo solo nel contesto storico ben delimitato ma consegnato alla sconfitta nei confronti della vita, della poesia. La poesia che li ha preceduti, per l’appunto, è ancora fruibile da un pubblico non iniziato alla poesia, lo stesso non si può dire per quanto da loro prodotto.

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