Parola ai Poeti: Antonio Spagnuolo

 

[Dopo quelle di Gio Ferri, questo lunedì ospitiamo le risposte di Antonio Spagnuolo alla nostra intervista ai poeti che indaga il loro rapporto con la poesia ed il loro giudizio sulla editoria, sulla critica e sulla figura del poeta. Buona lettura.]


Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Domanda piuttosto contorta ! E’ oltremodo difficile poter esaminare lo “stato di salute” della attuale poesia italiana. Si affacciano all’agone troppe firme che spesso sono insignificanti, o diverse firme che , sostenute da una editoria così detta “grande”, vengono accettate come punti di riferimento , nel mentre non sono altro che poca cosa , sia per i contenuti, che per le forme di scrittura. Attualmente possiamo incontrare qualche ottimo elemento nella piccola editoria , che viene regolarmente sconosciuto dalla critica ufficiale. Cosa concludere allora ? La poesia attuale naviga in un mare in tempesta , nella ricerca esasperata ed illusoria di essere qualificata , mentre i poeti si arrangiano, chi bene chi difficilmente, nella vana speranza di passare alla storia.

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Il mio primo volume di poesie porta la data del 1953, e fu pubblicato a Milano. Non ero ancora maturo , da ventiduenne, per le battaglie culturali, ma grande fu la sorpresa nel ricevere il “plauso” incondizionato di Umberto Saba, il quale diede il primo avallo alla mia poesia. La scelta dell’editore fu assolutamente casuale…in quanto il volume fu stampato a mie spese!

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Se fossi un editore ed avessi la indipendenza economica capace di sostenere con la dovuta pubblicità i volumi pubblicati finalmente dedicherei la mia attenzione a quegli autori che possano dire veramente qualcosa di valido, sia nella personale ricerca, sia nello stile, sia nei contenuti. Negherei a moltissimi pseudo poeti la presenza in “campo”, solo perché sono elementi di spicco nella televisione, o sono calciatori affermati, comici, giornalisti di grido, modelle , et similia .
Purtroppo i poeti – ma quali poeti ? – si aspettano dall’editore una ottima distribuzione ed un indiscusso riscontro di critica.

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Internet è senza alcun dubbio un veicolo universale che giorno dopo giorno offre ad un pubblico sterminato prodotti che possono essere contemporaneamente validi o di scarto. Il difficile è proprio saper ritrovare la “PERLA” nella massa informe. Purtroppo non esiste un “giudice” unico che sappia discernere e selezionare, per cui possiamo incontrare la poesia più indegna offerta come esempio di poesia da eternare.

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Assistiamo atterriti ad un crescendo negativo intorno alla “critica” . Ormai le recensioni,  i saggi, le presentazioni sono quasi esclusivamente dettate da uno scambio di favori personali. Do ut des , maledettamente presente sia nelle riviste che si presentano come punti di riferimento, sia in alcuni volumi che vengono stampati con il beneplacito del favoritismo. Sono decenni che non leggo una bella e franca “stroncatura” , valida sia per il lettore che per gli autori.

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

«La poesia è (anche) libertà: non può esistere la poesia non libera».  In astratto  ci dobbiamo intendere su che tipo di libertà essa offre, a chi, a quanti. Che sia in fondo soltanto (!)libertà di scrivere, una cioè delle tante libertà di cui milioni  di persone non godono e che convive con sfruttamenti,  oppressioni, guerre, ecc. Il canone è un limite non indispensabile. La tradizione va rispettata, studiata, assorbita, rielaborata, rinnovata, riscoperta.

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

Quis custodet custodem ? Molto difficile immaginare un ministro della cultura capace di offrire e promuovere una buona Letteratura. Dovrebbe essere il primo ad avere un bagaglio culturale di notevole spessore, tale da concepire programmi seri e severi. Ma l’esperienza, specialmente attuale, ci fa incontrare elementi che non sanno nemmeno dove abita la “cultura”.

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Sempre ed unicamente in seno alla scuola . La scuola soltanto sa , o dovrebbe sapere, preparare i giovani alla ricerca della buona letteratura. Naturalmente non è secondo il ruolo della famiglia. Ma anche qui siamo allo sfascio, quando si incontrano elementi che navigano nella nullità più deteriore.

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

Il poeta è un cittadino come tutti gli altri, ma un cittadino che possiede le capacità di creare l’immaginabile e proporlo come lievito per il futuro. Le sue responsabilità (ma come facciamo a parlare di responsabilità se abbiamo constatato che il pubblico della poesia non esiste?), le sue responsabilità sono semplici: parlare al prossimo così come parlò Cristo ai suoi discepoli, proponendo valori morali, sociali, disciplinari, fantasiosi, immersi nel fascino della parola anche non detta

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

Non credo nella “ispirazione” . Credo nell’eco che un verso riesce a produrre nelle mie circonvoluzioni cerebrali, aprendo quei segreti nascosti nel subconscio per creare passo dopo passo una lirica che sia attendibile e corposa. La scintilla si accende ad ogni passo, basta riconoscerla e appropriarsene.

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Per lo più scrivo per comunicare un’emozione. Tutta la vita è una continua emozione che bisogna comprendere, assecondare, ripetere. Il messaggio nasce poi come metabolizzazione esistenziale, molto spesso intensamente informale.

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Ahimè ! E’ tanto difficile trovare chi ami e comprenda la poesia.

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Fortunatamente oggi sono in pensione e, dopo tanti e tanti anni di lavoro, posso dedicarmi interamente alla poesia. Le mie giornate sono ricche ed il tempo scorre veloce tra contatti , interventi, prefazioni, presentazioni, corrispondenza, scrittura , lettura, incontri. In particolar modo curo i più giovani nella speranza di realizzare con loro migliori esperienze. Il mio Blog ( http://poetrydream.splinder.com ) viene visitato quotidianamente da centinaia di utenti, e in esso cerco di presentare autori che hanno qualcosa da dire. Non sempre chi scrive per mestiere produce ottima letteratura !

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Cosa sperare per il futuro ? Ormai non sono più in età da programmare futuro a lunghe scadenze. Quello che ho sperato per tutta la vita rimane ancora una graziosa illusione: vedere le librerie stracolme di volumi di poesia, di vera poesia, e sapere che il pubblico finalmente conosce ed apprezza la poesia. Ma come ci si illude ? E’ purtroppo vero che i giovani poeti non conoscono a fondo i poeti che ci hanno preceduto, né conoscono tutte le militanze che hanno fatto valida una poesia precedente.


Antonio Spagnuolo è nato a Napoli il 21 luglio 1931. Presente in numerose mostre di poesia visiva nazionali e internazionali, inserito in diverse antologie, collabora a periodici e riviste di varia cultura. Attualmente dirige la collana “le parole della Sibilla” per le edizioni Kairòs, e la rassegna “Poetrydream” in internet. Nel volume “Ritmi del lontano presente” Massimo Pamio prende in esame le sue opere edite tra il 1974 e il 1990 . Nel volume “Come l’ombra di una nuvola sull’acqua” Plinio Perilli elabora un  saggio sulle ultime pubblicazioni edite tra il 2000 e il 2007. Tradotto in francese, inglese, greco moderno, iugoslavo, spagnolo. Ha pubblicato numerosi volumi di poesia quasi tutti premiati. Di lui hanno scritto numerosi autori fra i quali A. Asor Rosa che lo ospita nel suo “Dizionario della letteratura italiana del novecento“, e nei volumi della “Letteratura Italiana” edizione Einaudi 2007 , Carmine Di Biase nel volume “La letteratura come valore“, Matteo d’Ambrosio nel volume “La poesia a Napoli dal 1940 al 1987“, Gio Ferri nei volumi “La ragione poetica” e “Forme barocche della poesia contemporanea“,  Stefano Lanuzza nel volume “Lo sparviero sul pugno“,  Felice Piemontese nel volume “Autodizionario degli scrittori italiani” , Corrado Ruggiero nel volume “Verso dove“, Alberto Cappi nel volume “In atto di poesia“, Ettore Bonessio di Terzet nel volume “Genova-Napoli due capitali della poesia“, Dante Maffia nel volume “La poesia italiana verso il nuovo millennio”, Sandro Montalto in “Forme concrete della poesia contemporanea” e “Compendio di eresia”,  Ciro Vitiello nel volume “Antologia della poesia italiana contemporanea”, oltre a L. Fontanella , M.Lunetta, G. Manacorda , Gian Battista Nazzaro , G. Panella, G. Raboni ,  e molti altri .

85 Comments

  • Caro Antonio,interessante l’intervista e assolutamente coerente, e realistiche le tue risposte,specie sulle medie/piccole case editrici. A questo proposito,dobbiamo ammettere che la poesia ha potuto farsi sentire grazie a loro. Peccato,però,che spesso non selezionano,non scelgono fra le frattaglie da cestinare. E aggiungo,a favore dei poeti,che sono del parere che il poeta non dovrebbe pagarsi il libro. Naturalmente ,considerando i sacrifici di queste case,dovrebbero avere un aiuto economico dagli enti pubblici. Solo che questi sono totalmente ASSENTI. E non c’è la coscienza che la cultura non è un sacco di patate che riempie subito lo stomaco, ma che nel tempo arricchisce la mente e il cuore. Basterebbe fare applicare un libro di testo nelle scuole per avvicinare studenti,insegnanti e genitori alla poesia. La nostra Nazione ricca di civiltà e di bellezze si meriterebbe la presenza della poesia che in se stessa è sempre viva. E’ la musica che può arricchirci e farci compagnia anche nei momenti peggiori.
    Con affetto Antonietta

  • Nell’intervista leggo parole che ribadiscono miei convincimenti e ne chiariscono il concetto : poesia come comunicazione di emozione, poesia che attraverso la forma veicola contenuti, sensazioni che affiorano dai meandri dell’inconscio e che il poeta sa afferrare a comporne materiale ritmico verbale di forma compiuta e usufruibile…poesia come libertà “vigilata”…
    Parole di un’intervista condivisibile anche nell’amarezza delle considerazioni sull’editoria e sulla critica. Ma, nonostante tutto, la poesia non si ferma e viaggia nell’etere facendosi leggere, a dispetto di tutti i sondaggi di mercato.
    Mariagrazia Carraroli

  • Davvero un intervento serio, illuminato, realista, ma anche colmo di speranza… da sottoscrivere in toto, dall’inizio alla fine!
    Vito Russo

  • Non si può che condividere l’analisi fatta da Antonio Spagnuolo nell’intervista sui temi dolenti dell’editoria, dell’opportunismo di certa critica, dell’invadenza mediatica, della scarsa consistenza dell’opera formativa nel suo complesso, e così via. Un giudizio preciso, calzante, esposto con la consueta lucidità, che induce a riflettere, ad assumersi, ognuno nel proprio ambito, piena e costante responsabilità intellettuale.
    Dispiace doversi rendere conto che il sistema così funziona… Di certo, però, ciò non sta bene alla poesia, a chi ne porta un tasso alto di passione nel sangue, a chi la serve con la ricerca di una creatività disinteressata, con spirito critico, col coraggio delle idee. Ma direi che, oltre al poeta, non sta bene a chiunque decide di far sua la scelta di “sottrarsi” proponendo modelli alternativi,quelli che mettono in primo piano l’uomo, la sua voce interna, la fede ad un’idea di bellezza: tutto ciò che in sostanza appartiene da sempre alla poesia; e basterebbe, io penso, solo questo ad accoglierla come emblema di resistenza di civiltà.
    Ed è triste poi, che non solo dalla cecità imperante la poesia deve guardarsi, ma anche, tanto spesso, dall’indifferenza dei poeti stessi!

  • Nell’atmosfera del pathos il poeta fa: non nel senso di creare ma nel senso di vedere cose nuove che l’intelligenza non riesce a vedere.
    Condivido la sua “passione”.

    giulia penzo

  • Carissimo Antonio, la parola poetica è lievito di conoscenza. È questo il messaggio che colgo dalle tue risposte in questa bellissima intervista, nella quale tracci una lucida analisi sull’attuale condizione della poesia italiana, evidenziando i molteplici ‘buchi neri’ presenti nel panorama della critica ed editoriale, non mascherando una vena di pessimismo.
    La sensibilità non è un’arte, non si acquisisce con l’esperienza, né con l’età: chi ce l’ha, ce l’ha. E, aggiungo, se la tiene. E tu, caro Antonio, dimostri di possederla in sommo grado. E non è piaggeria.
    Dire, come tu dici a proposito del sentirsi cittadini del mondo, che il poeta è un cittadino “che possiede le capacità di creare l’immaginabile e proporlo come lievito per il futuro”, rende il senso dell’universalità della poesia stessa.
    È vero, non è facile parlare della poesia, si corre il rischio di parlarne come di un esercizio, valutandola come materia astratta, priva di fondamento. La poesia ha invece radici nel mondo che ci circonda, visionato alla luce dello spettro visivo di chi coglie l’intima sostanza di esso. Anzi. Credo sempre di più nella capacità – intesa quasi come dovere – del poeta di saper indagare a fondo le sfaccettature del mondo vissuto, ri-elaborato, sognato, anche. Ma il poeta non è un sognatore, non può e sostengo che non debba esserlo, non più, oggigiorno. Forse una delle ragioni di crisi del ‘settore’ consiste proprio nel retaggio romantico di identificazione del poeta ad un ispirato, quasi fosse un privilegiato, o un ‘unto dal Signore.
    Ma, allora, cos’è la poesia oggi? E perché scrivere poesia oggi?
    A mio avviso chi scrive poesia dovrebbe preliminarmente indagare la condizione del proprio essere, partendo da se stessi, in maniera da sviluppare nella parola il mondo che vive attraverso lo sguardo intimo, profondo, del proprio sentire; in tal modo, sviluppando il sentimento del sentire, la poesia diventerebbe messaggio autentico.
    Gli scrittori di poesia sono chiamati a porgere l’orecchio alla realtà per scoprire la natura delle cose e nel contempo saper guardare – dovrebbero – ben oltre il proprio naso, per comprendere il significato di ogni movimento, sviluppando il sesto senso dell’alterità, ma con la consapevolezza e l’umiltà di ammettere a se stessi di non essere in grado di comprendere.
    «Solo gli esseri liberi possono essere estranei gli uni agli altri. La libertà che li “accomuna” è appunto ciò che li separa» (Levinas).
    Dunque, il poeta è dunque colui che comprende in pieno il significato della parola “libertà”, fino al punto di avvertire la propria condizione di “stranieri”.
    «Essere nella condizione di straniero ci rammenta i nostri limiti e varrebbe la pena viverla come una esperienza istruttiva» (Ivan Illich).
    Senza il timore di confondere poesia ed antropologia.

    Giuseppina Di Leo

  • Letta, e sottoscritta, con l’eccezione del riferimento allo strumento della “stroncatura”.
    Ivan Pozzoni

  • Gent.mo Antonio,
    la tua è una radiografia preoccupata ma obiettiva dello stato di salute della poesia oggi e dei limiti che la caratterizzano. Dici delle cose giustissime, che molti altri non hanno la forza o il coraggio di confessare. Due sono i dati che emergono con chiarezza: il regno della poesia è come un circuito di formula uno: molti sono i piloti in corsa, ma tanti pretendono, al volante di una cinquecento, di essere visti come piloti di Ferrari o di Mac-laren o, come oggi si presentano, di Red Bull; l’editoria spesso non privilegia la qualità della ricerca, dello stile, della novità della lezione che un poeta può esprimere, ma si interessa solo dell’aspetto economicistico che molto spesso non si combina con la qualità del prodotto poetico. Ancora, non sempre l’attenzione per le opere di poesia è disinteressata e fondata su una spregiudicata e motivata analisi di ciò che effettivamente esse vogliono dire. A mio parere, fai bene ad insistere e ribadire che la poesia è un’attività seria, che richiede fatica, studio, conoscenza di ciò che gli altri producono: senza confronto i poeti, o che tali si ritengono, si riducono ad essere lamentosi, compiaciuti ed incompresi lettori di se stessi. Ma la poesia, ed i poeti, sono altro e richiedono ben altra attenzione e considerazione. Buon proseguimento!
    Cordialmente: Nicola Prebenna

  • Egregio Professore,

    La domanda“Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? ….” mi spinge ad una riflessione Mi piace immaginare che il poeta sia un cittadino apolide. E’ un ossimoro, che mi pare corrispondere alle attuali condizioni culturali, e anche a quelle di un tempo trascorso su cui si tende a sorvolare. Mi spiego: la fatica del poeta mi sembra quella di vivere il presente senza sottrarsi alle responsabilità dei comuni cittadini, ma anche quella di essere proteso verso un “altrove” alla (vana?) ricerca di una terra più ospitale. Una terra che ancora non c’è. Il poeta è un immaginatore di mondi, ora apparentemente impossibili. Dunque, pur essendo pienamente un cittadino, allo stesso tempo non lo è. E’ come un albero che, lungo una strada molto battuta, tutto vede e annota e tutto generosamente restituisce, anche se pochi si accorgono della sua esistenza o della sua voce. Quel che restituisce è la propria visione delle cose detta con parole che ha tanto cercato, che “prima” ha saggiato e ha ripetuto a sé stesso. Lei dice: la responsabilità del poeta è “parlare al prossimo così come parlò Cristo ai suoi discepoli” E’ una affermazione alta e molto densa eticamente. Ne deduco che il poeta non è uno che si esprime con parole “ornate”, ma uno che traspone sulla carta parole che vengono dal vivaio della vita, estratte e vagliate alla luce di una sperimentata consapevolezza. E’ questa principalmente la sua responsabilità, credo. Se il pubblico non c’è, inutile dolersi. Forse è più utile che ognuno si adoperi, per quanto è nelle sue possibilità, a creare bellezza e a dirozzare il gusto. Lei lo fa già e di questo Le sono grata.

  • Carissimo Antonio,
    le tue risposte sono fomite indissipabile e rigoroso di una frequentazione poetica molto attenta, anzi totale. La loro dignità evita garbatamente il diretto e nudo possibile sarcasmo, o quell’ironia che necessariamente protesta al pubblico e privato “rien va”.
    Esso lampeggia in ogni autore di versi che intende almeno essere assolto da diffusa e normale illeggibilità, a paralleli malumori.
    Grazie, con affetto e auguri.
    Domenico Cara

  • Gent.mo professor Antonio,
    ho letto la Sua intervista con molta attenzione e partecipo ciò che Lei ha espresso con le seguenti considerazioni:
    purtroppo la società di oggi ha mietuto una vittima importante, che si tratti di poesia o narrativa, poco importa. Viviamo nell’era dei Grandi “Fardelli”, quelli imposti da un sistema sinuoso, proprio come il serpente che incantò Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre.
    Ma va bene così, perché il sistema VUOLE che così funzioni.
    Vede, il fatto più rilevante che oggi muove tutti i fili è che il cittadino NON pensi, non fruisca di prodotti “culturali” che non siano quelli imposti, soprattutto NON coltivi interessi che possano in qualche modo e misura far prendere coscienza di possedere cervello e sensibilità.
    La poesia, in questo contesto asfittico, ha decisamente poca vita, quella che sono in grado di darle tutti coloro (pochi, a dire il vero) che, credono ancora nel valore intrinseco che possiede.
    L’altro problema grave è che oggi tutti diventano poeti e scrittori, c’è questo parossismo che si connota come un morbo infettivo altamente contagioso.
    Un’ultima considerazione: credo che attualmente il sistema scolastico italiano non ritenga fondamentale nulla che abbia a che fare con la poesia, la scuola italiana non è più faro da tempo in questo senso e personalmente credo che stiamo assistendo, nella scuola, ad una vera e propria morte di tutto ciò che riguarda l’ambito letterario.
    Non è un caso se una decina d’anni fa, o forse di più, qualcuno parlò delle tre I, Internet, Impresa, Inglese…come elementi qualificanti della scuola, omettendo tranquillamente il richiamo alla cultura classica, greca e latina, percepita come zavorra proprio perché formative…
    perdoni lo sfogo,
    prof.ssa Cristina Raddavero.

  • E’ stata fatta da Antonio una analisi realistica: la situazione della poesia, quella dell’editoria, quella della critica.
    Bisognerebe uscire da meccanismi consolidati, ognuno per la propria parte.
    Un saluto Margherita Rimi

  • Caro Antonio, condivido quanto dici. E’ comunque un problema che attualmente coinvolge tutti gli artisti e coloro che operano nella Cultura. Aggiungiamo pure che spesso la Poesia non viene divulgata come necessiterebbe anche a causa delle inutili diatribe tra coloro che la producono, un discorso troppo lungo…che forse appartiene a tutte le epoche.

  • Da questa intervista si comprende con quanta passione Antonio Spagnolo si accosti alla poesia. Lo fa in modo rivelatore: la poesia è la coscienza di una identità, una possibilità di amicizia, ma al contempo un sorriso amaro, qualcosa che oggi molto spesso non viene compresa, rientra, ahimé, pur essa, nella dimensione miope e meschina del “do ut des”. Di qui le parole del poeta sbriciolano l’imperativo di una nuova consapevolezza, parole che lasciano il segno durevole di un sentire preciso, il bisogno di collocazione etica che risuona fra le righe come un grido mancato.

  • Un commento all’intervista rischia di coinvolgere il lettore mutandolo in “intervistato”, cioè di sentire rivolte a lui le diverse domande dell’intervistatore e di pronunciarsi, anche se non è medico come Antonio Spagnuolo, sullo “stato di salute” della poesia.
    Ciò detto, le risposte di Antonio sono da condividere senza doverle gravare di nostre personalissime note di pessimismo. Circa il futuro della poesia – ad esempio – come non osservare che mala tempora currunt per la parola che della poesia è cuore. Cedendo ad un minimo di retorica si potrebbe aggiungere che fare poesia oggi, è Resistere.

  • Caro Antonio, ricordo quando facesti a me domande simili – passano gli anni (tu pubblicavi 55 anni fa le poesie di mio padre!) e continuiamo a domandarci… Io quasi quasi smetto e penso a lavorare: è triste farsi domande e doversi rispondere come fai tu, con un pizzico di ironia e una velatura (forte) di malinconia… Intanto facciamo antologie per stare un po’ insieme, pubblichiamo piccoli lirbi che regaliamo agli amici, scriviamo recensioni e chi ce le scrive (io no, le scrivo ma non ne ricevo!

  • Scontato il plauso alla iniziativa di POESIA 2.0, quanto alle ponderate risposte di Antonio Spagnuolo, parecchi sono i passaggi sui quali concordo appieno. Tra essi: “Attualmente possiamo incontrare qualche ottimo elemento nella piccola editoria, che viene regolarmente sconosciuto dalla critica ufficiale”, “Se fossi un editore ed avessi la indipendenza economica … dedicherei la mia attenzione a quegli autori che possano dire veramente qualcosa di valido, sia nella personale ricerca, sia nello stile, sia nei contenuti”, “Non credo nella “ispirazione”. Per converso, mi sento, sommessamente, di dissentire circa l’affermazione: “Ahimè! E’ tanto difficile trovare chi ami e comprenda la poesia”. Un cordiale saluto a tutti, Marco Scalabrino.

  • Ho avuto modo di leggere – con interesse – la bella intervista. E’ inutile dire che sono dalla sua parte, dalla sua parte come può esserlo un amico che legge bontà e lealtà nelle parole dell’amico. Ogni tanto fa bene sapere che da qualche parte qualcuno nutre un sentimento che altrimenti apparirebbe, quando non è condiviso, una cosa solo di sé. Con affetto – Neil Novello –

  • Egregio Antonio,
    dire che ho una sana considerazione della Sua scrittura e della Sua disponibilità a leggere e decrittare, dalla montagna di copie edite di poesia, lettere, proposte, inediti e quant’altro giace sulla Sua scrivania, equivale a ritenere il Suo parere tra i più autorevoli oggi in Italia nella scrittura poetica. Ella ha attraversato, e ne da testimonianza la bella intervista che ho letto , non solo la cultura letteraria del Novecento ( e la testimonianza di Saba al suo esordio ha i sacramentali di un battesimo) ma mi sembra anche pronta al dopo-novecento, ad indicare cioè i “paletti” entro cui la genuina espressione di poesia debba poter impalmare di sè il terzo millennio.
    Tra le risposte che Ella ha dato, mi piace segnalare quel :” credo nell’eco che un verso riesce a produrre nelle mie circonvoluzioni cerebrali” come a dire che il succo della sua produzione derivi comunque da un dato personale, da una elaborazione intellettuale corroborata dalla lettura e dalla riflessione sulla poesia pregressa, lanciando verso orizzonti nuovi e, perchè no inesplorati, nuove indicazioni, nuove “finestre” sempre aperte sul mondo e tese a farsi rapporto con i sentimenti, con i “fuochi” nascosti dell’anima per tradurli in versi da leggere, da approfondire e da ricordare.
    Oggi si scrive troppo e non tutto o quasi si scrive ha lo scatto del poien, la sapidità dei nessi, il gusto della misura, il travaglio della resa lessicale, l’intonazione metrica, la fulminante chiusura dell’epilogo: tutti elementi che Ella possiede e che si ricavano, spigolando, dall’intervista concessa.
    Le auguro per il futuro il meglio ancora da scrivere e proporre alle giovani generazioni di poeti che hanno necessità di attingere all'”acqua” dei maestri.
    Suo dev.mo Eugenio Nastasi

  • Egregio Amico Antonio,
    dire che ho una sana considerazione della Sua scrittura e della Sua disponibilità a leggere e decrittare, dalla montagna di copie edite di poesia, lettere, proposte, inediti e quant’altro giace sulla Sua scrivania, equivale a ritenere il Suo parere tra i più autorevoli oggi in Italia nella scrittura poetica. Ella ha attraversato, e ne da testimonianza la bella intervista che ho letto sul sito, non solo la cultura letteraria del Novecento ( e la testimonianza di Saba al suo esordio ha i sacramentali di un battesimo) ma mi sembra anche pronta al dopo-novecento, ad indicare cioè i “paletti” entro cui la genuina espressione di poesia debba poter impalmare di sè il terzo millennio.
    Tra le risposte che Ella ha dato, mi piace segnalare quel :” credo nell’eco che un verso riesce a produrre nelle mie circonvoluzioni cerebrali” come a dire che il succo della sua produzione derivi comunque da un dato personale, da una elaborazione intellettuale corroborata dalla lettura e dalla riflessione sulla poesia pregressa, lanciando verso orizzonti nuovi e, perchè no inesplorati, nuove indicazioni, nuove “finestre” sempre aperte sul mondo e tese a farsi rapporto con i sentimenti, con i “fuochi” nascosti dell’anima per tradurli in versi da leggere, da approfondire e da ricordare.
    Oggi si scrive troppo e non tutto o quasi si scrive ha lo scatto del poien, la sapidità dei nessi, il gusto della misura, il travaglio della resa lessicale, l’intonazione metrica, la fulminante chiusura dell’epilogo: tutti elementi che Ella possiede e che si ricavano, spigolando, dall’intervista concessa.
    Le auguro per il futuro il meglio ancora da scrivere e proporre alle giovani generazioni di poeti che hanno necessità di attingere all'”acqua” dei maestri.
    Suo dev.mo Eugenio Nastasi

  • Un’intervista scritta ad occhi aperti, tendendo conto della realtà delle cose. Antonio Spagnuolo ama troppo la poesia per lasciarsi andare a considerazioni astrattamente retoriche, o prive di sostanza. La sua passione ed il suo affetto per la parola poetica sono profonde e radicate, lo dimostrano i suoi libri ed il suo impegno per la diffusione della poesia, anche tramite il suo blog, ricchissimo di informazioni e di inviti alla lettura. Tutto ciò ha fatto sì che le sue risposte siano state lucide e costruttive, simili a quelle di un padre che vuole il bene dei giovani figli o di un amante che vuole la felicità di chi ama. Non vuote parole, quindi, ma un’accorata disanima allo scopo di rendere la poesia più consapevole e matura, in grado di far sentire la sua presenza e la sua forza immagifica e rigeneratrice nel corpo vivo e concreto della società, là dove la poesia incontra la vita.
    Un saluto ad Antonio, e ai redattori e ai lettori di poesia 2.0

    Ivano Mugnaini

  • Interessante intervista, con giusta dose di realismo e passione. Non credo però che tutto il ruolo di trasmissione dell’amore della poesia possa essere lasciato alla scuola: dovrebbero amarla gli insegnanti e sempre meno è così. Valorizzerei (sarà il mestiere) di più le biblioteche, i laboratori, le presentazioni e le letture.

  • Dall’intervista emerge il profilo di un poeta a 360°, il cui impegno letterario dura da decenni ed è encomiabile.
    Le sue considerazioni amare sui critici, gli edtori e sul pubblico della poesia ( Ahimè ! E’ tanto difficile trovare chi ami e comprenda la poesia), lasciano in lui intatta la fede nella poesia,nell’educazione ad essa, attuata nella scuola, nell’emozione duratura che può dare un verso.
    Interessante poi quella sua definizione di poeta come cittadino che produce l’immaginabile e lo propone come lievito per il futuro. Fa capire che ogni civiltà, ieri e oggi, ha bisogno di poeti.
    Poeti che come Antonio Spagnuolo possano vivere la poesia (in maniera totalizzante) per tanti anni ancora.
    Complimenti!

    Mario Mastrangelo

  • ho letto l’intervista a Antonio Spagnuolo sulla poesia. tutto da condividere, ma mi chiedo: se la poesia è libertà, come non diventare espressione dei migliori valori civili, per un’Italia e una società più giusta?.

  • @ il poeta Antonio Spagnolo,
    due parole a proposto della “stroncatura”, che, come critico, non pratico:
    –anzitutto è un genere di gran lunga più facile che l’approfondimento accurato delle ragioni di un testo,
    –spesso soddisfa il narcisismo del critico, ma può ottenere l’opposto effetto di eccitare l’interesse verso l’autore stroncato,
    – credo abbia senso solo rispetto ad autori già affermati,non nei confronti della pletora di “poeti” autoincoronati.
    Quando poi un testo è, nel giudizio del critico, tutt’altro che poesia (nel mio giudizio parola che suoni nuova e apra a nuovi concetti) meglio,penso, ignorarla.
    Sottolineo che questa opposizione alla stroncatura va insieme a quella ancora più netta nei confronti dell’enfasi fumosa che spesso accompagna i discorsi sulla poesia.

    Mi congratulo con lei per la sua costante militanza,
    Piera Mattei

  • Ho letto la sua intervista, ma non ho molto da aggiungere, nel senso che come poeta ritengo di poter intervenire sulla poesia e qui mi riservo, come credo chiunque manifesti la stessa vocazione, un giudizio. Su quello che è lo stato attuale dell’editoria mi sembra che lei abbia perfettamente colto il punto: del resto non è un caso che anch’io abbia trovato come primo e finora unico editore il compianto Vanni Scheiwiller e abbia scelto in seguito di utilizzare le mie capacità e i mezzi di cui man mano andavo impadronendomi (l’incisione e Internet) per arrivare a divulgare i miei testi. Alla critica sono indubbiamente mancati almeno un paio di personaggi di forte spessore, Contini e Anceschi, per cui oggi si trova probabilmente disorientata tra una quantità di proposte, forse troppe per renderne conto in maniera organica. Sono però per fortuna passati gli anni in cui la scelta critica aveva di mira soltanto gli estremi epigoni della cosiddetta Avanguardia (che poi guarda caso non ha mai preso in considerazione quello che era il suo vero rappresentante, Emilio Villa). Personalmente dai critici, lo devo ammettere, non mi sono mai venuti grandi stimoli: in realtà il problema è che i rapporti sono occasionali e unicamente motivati dalle esigenze “professionali”, vale a dire che quando un poeta ha qualcosa di nuovo da proporre lo fa conoscere e in questi casi in genere avviene una registrazione. Fa probabilmente eccezione Giò Ferri che, come vedo, è una conoscenza comune. Andrò senz’altro a vedere il suo blog per conoscere meglio il suo profilo di autore. Quanto a me, se le interessa, può leggermi all’indirizzo http://www.ausapoesia.blogspot.com che raccoglie tra l’altro i 20 testi di “Ausa”, autoedizione in versione elettronica e in volume stampato a mano da me in 30 esemplari con testi in fotoincisione e 13 acqueforti. Mi auguro che questo primo contatto abbia un seguito e le porgo i miei saluti

    Giovanni Schiavo Campo

  • Concordo: “La tradizione va rispettata, studiata, assorbita, rielaborata, rinnovata, riscoperta”. Concordo anche nella sequenza costruttiva. Ma ciò dovrebbe essere la regola aurea non solo per la poesia ma per tutte le attività umane. Per uscire dall’attuale declino occorre il nuovo Rinascimento auspicato a chiare lettere da Marc Fumaroli. Sapremo noi Italiani cogliere questa opportunità che la Storia torna ad offrirci? Io sono fiducioso ed ottimista anche se intorno a me vedo in prevalenza solo macerie, sfiducia e pessimismo o, come tu dici, “un mare in tempesta”. Ma anche nella tempesta le emozioni evocate da una bella poesia, o da una buona opera d’arte in genere, non cedono il passo alla disperazione e al nichilismo. Grazie a te e agli altri veri poeti e artisti possiamo sempre contare su nuove e positive emozioni, le uniche che ci orientano in un vivere umano.

  • Gentile Antonio Spagnuolo,
    le sue risposte, oltre a riassumere con estrema consapevolezza l’attuale panorama editoriale e poetico italiano, offrono svariati spunti per ulteriori riflessioni.
    La deriva della poesia va davvero arginata? Dopotutto, “gli sciocchi irrompono dove gli angeli esitano a mettere piede” (A. Pope)… e occorre “Fabbricare cose correnti coi luoghi comuni” (Byron)…
    Il filo dell’ironia ci salva. E quello della poesia ci aiuta a tenere insieme i frammenti che di noi ancora rimangono, mentre i commonplace trionfano.
    Brina Maurer

  • Intervista molto interessante: grande apertura, sensibilità, passione di un autore a cui tanti di noi debbono molto…

  • Gentile Antonio, la tua intervista è degna di ammirazione per la sincera e lucida analisi che hai saputo profilare sull’irto pianeta Poesia. Condivido pienamente le giuste osservazioni sui problemi editoriali e sulla nostra perenne difficolà di reperire, non solo uno spazio di ascolto dignitoso, ma un
    criterio valutativo serio, costruttivo e spassionato, sul quale potersi basare. Conoscendoti ormai da tanti anni, permettimi di dirti che il tuo saldo ed armonioso tessuto poetico, ha incantato tutti coloro che hanno recepito
    lo spessore qualitativo dei tuoi versi. Perciò almeno nel tuo caso, non si
    puo affermare “Se son rose fioriranno…” Le tue fiorenti rose sono già sbocciate. Un saluto affettuoso-
    M. Teresa

  • Caro poeta…dietro le tue parole ho percepito i conti insondabili di una voce e di un orecchio attento, appassionato, gli spessori dei sentimenti mutevoli: delusione amarezza solitudine e leggerezza unione desiderio-vero, silenzio.

    Un silenzio che si ritrae con l’essenziale integrità e le mani piene di quel sogno.

    Resta l’offerta della poesia: la via, per tutta la profondità di ogni istante, di ogni alba che scivola tra le dita.

    E come recita Javier Marias: “Esiste un’enorme zona d’ombra in cui solo la letteratura e le arti in genere possono penetrare” per sfiorarne il mistero, la complessità, l’illimitato.

    Ebbene, la poesia “in carne e ossa” chiede fedeltà a quella fiammella, la sola in grado di rendere conto dell’ombra, della sua resa espressiva, che a voce bassa, raggiunge il nostro compito d’esistere come compagna sconosciuta.
    Un abbraccio, Patrizia Trimboli.

  • Come non concordare con te, caro Antonio, su tutti, dico tutti, i punti trattati nell’intervista. Anche la scuola ha la sua parte di colpa per il dilagante cattivo gusto che affligge i nostri giorni. Educare il senso estetico dei giovani dovrebbe essere uno degli imperativi categorici della routine didattica. E invece si privilegia il noiosissimo desueto della lezione frontale che storna l’attenzione, e si trascurano le attese di quanti vorrebbero cogliere i messaggi della cultura in una forma di partecipazione creativa, entrando nel merito dei problemi in modo evoluto quanto a mezzi comunicativi. Magari durante laboratori di scrittura che insegnino ad “auscultare” il mondo rendendolo poi, al di là di fatui slanci, con consapevolezza. In armonia con i concetti di “Mens divinior” platonica e “Techne” aristotelica: formule, queste, di valore assoluto. Rispettando i classici dunque. E rivisitandoli attraverso i contemporanei. Parlo per esperienza diretta. Lavorare così con le nuove generazioni risulta straordinario e appagante.

    Irene Navarra

  • La determinazione con la quale Antonio Spagnuolo spende la sua vita per la poesia è ammirevole. Con gioia ricordo la prima volta che a lui sottoposi i miei testi per riceverne giudizio: prontamente rispose con tatto e passione. I giovani hanno bisogno di Maestri come lui, uomini da seguire a da cui imparare.

  • Gent.mo Poeta Antonio Spagnuolo,
    ho letto questa importantissima intervista con tanto interesse, io vivo lontana dalla nostra Italia, ma ogni cosa che la riguarda mi fa sentire vicina, la poesia ci accomuna, noi non ci scoraggiamo mai e andiamo avanti sempre con gioia perche’ e’ la nostra passione, scriviamo perche’ siamo nati con la poesia dentro di noi.
    Le auguro grandiosi successi e non si fermi mai di scrivere, la poesia e’ la nostra vita.
    Cari saluti da Melbourne in scintillante primavera.

  • E’ uno sguardo panoramico su una situazione che sta sotto i nostri occhi. Molti punti si presterebbero ad ulteriori discussioni. Ma è più tempo di discussioni? Ognuno faccia la sua parte, e poi quel che succede succede. Mi piace quanto detto a proposito dell’ “ispirazione”.
    Gian Paolo Roffi

  • Carissimo Poeta, se si parte dal presupposto che la poesia debba essere “conosciuta”, oltre che riconosciuta, per conferire lustro al poeta, essa non sarà mai “libera”, in quanto l’autore cercherà di seguire le eventuali mode… La poesia, secondo me, è, prima di tutto, un percorso privato dell’anima poetante che sceglie questa espressione linguistica per le sue capacità di essere coinvolgente, com – movente, trasfigurante. Tanta poesia contemporanea appare indistinguibile, a parte poche eccezioni, spesso solo un mezzo per “esserci” anzichè un modo di “essere”. Naturalmente concordo con la sua amara analisi circa la presenza della poesia per un pubblico lettore e per la critica. Personalmente, sono felice solo quando concludo e pubblico un’opera che mi sembra “buona”…. nel senso, anche, di assolutamente “diversa” salla produzione corrente.

  • Concordo con l’amico Antonio Spagnuolo sulla maggior parte dei punti, ma mi piacerebbe che non si fossilizzasse sulle case editrici che pubblicano calciatori e cabarettiste, riconoscendo anche il lavoro, sicuramente più nascosto, di quegli editori che praticano la diffusione della poesia con amore e con coraggio. La poesia è sempre stata, nei secoli, appannaggio di pochi, ma nello stesso tempo ha smosso le coscienze essendo in alcuni casi determinante e rivoluzionaria: tra un secolo i calciatori e le cabarettiste saranno dimenticati, ma le grandi voci poetiche rimarranno! Mai come in questi ultimi tempi la Poesia è un movimento culturale così forte nonostante le bassure culturali e morali entro le quali è sprofondato il nostro Paese.

  • Mi aggiungo al coro di voci che apprezzano la poesia e l’operato di Spagnuolo in favore della poesia e, in particolare, dei giovani poeti. Il suo blog http://poetrydream.splinder.com è splendido e generoso, sempre attento alle diverse voci che si levano dal retroterra della grande editoria, dalle pianure verdeggianti e molto più interessanti e vaste della poesia legata alla piccola e media editoria. Finisco questo mio commento associandomi alla speranza di Spagnuolo: “vedere le librerie stracolme di volumi di poesia”. Un caro saluto.

  • Carissimo Atonio,
    sono perfettamente d’accordo sulle riflessioni lette. Negli anni politicizzati della seconda parte del XX secolo, se non eri di sinistra – quella più accesa – venivi elegantemente isolato anche se la tua scrittura era più che meritevole e aveva ottenuto grande consenso. Ora, si procede a branchi confusi. Amici di amici. Le Case Editrici italiane non rischiano un euro per qualcosa di originale se non ne vedono l’immediato tornaconto. Non mi faccio alcun tipo di illusione. Procedo, come sempre, da cane sciolto. Il periodo di transizione che stiamo vivendo con enorme disagio non è quello più favorevole alla poesia. Altri enormi problemi assillano l’intero pianeta. Che fare? Osservare e cercarsi secondo affinità elettive.
    Un grande abbraccio.
    Olga Karasso

  • Carissimo Antonio, da quando ho avuto l’opportunità di conoscerti di persona (a napoli nel 2003) e poi via via attraverso scambi e libri, si aono sviluppati stima, verificate consonanze e affetto. In questi intervista ritrovo sensi e campi (minati) percorsi con la gioia di avere la condivisione di un amico vero.
    Grazie e un abbraccio fraterno

    Adam

  • Carissimo Antonio,
    come sai, non sono un poeta, ma solo un innamorato della letteratura.
    Condivido quello che hai detto nell’intervista, anche se con toni decisi, pessimistici e che lasciano poco spazio all’immaginazione sulk futuro.
    D’altra parte, cosa sperare da una nazione becera, ignorante, grossolana, dove un venditore di televisione tenta di dirigere maldestramente la baracca?
    Io non spero niente. Ma finchè ci saranno persone come te, cìè un filo che mi autorizza a pensare ad un futuro miglire.
    Affettuosi saluti
    Francesdco iodice

  • Carissimo Antonio,
    come sai, non sono un poeta, ma solo un innamorato della letteratura.
    Condivido quello che hai detto nell’intervista, anche se con toni decisi, pessimistici e che lasciano poco spazio all’immaginazione sulk futuro.
    D’altra parte, cosa sperare da una nazione becera, ignorante, grossolana, dove un venditore di televisione tenta di dirigere maldestramente la baracca?
    Io non spero niente. Ma finchè ci saranno persone come te, ci sarà un filo che mi autorizza a pensare ad un futuro miglire.
    Affettuosi saluti
    Francesdco iodice

  • Poesia 2.0

    Poesia 2.0 vs…?

    Antonio, la tua intervista per Poesia 2.0 mi ha fatto pensare a quella rivelazione bomba dell’Ansa, a marzo credo che sia stato: “Gb: torna la sifilide, face book fra le cause” e al mio commento fatto per “il Nichilista” che rilanciava con “Sifilide 2.0”!…Possibile che l’intervistatore non ti abbia chiesto a te che sei medico se il Web 2.0 fa venire la sifilide, la “Poesia 2.0” secondo te cosa potrà farci venire? Un po’ di più di una pseudoparalisi di Parrot, la “morte apparente”?[Cfr. la sua tesi di aggregation alla Facoltà di Medicina Legale di Paris nel 1861, mi pare, nel concorso(da lui vinto) a cui partecipò anche il suo amico Charcot, da cui venne, poi, se andiamo a vedere, la psicoanalisi di Freud]
    http://ilnichilista.wordpress.com/2010/03/24/sifilide-2-0-tutta-colpa-di-facebook-of-course/#comments
    v.s.gaudio

  • Quante cose da dire…
    La tua intervista è carica di temi e suggestioni e problematiche oggi più che mai vive e (purtroppo) spesso irrisolte.
    L’editoria mercificata e mercificante, la faraonica produzione di troppi pseudo-poeti, la mancanza di una critica seria e accorta, la quasi totale assenza di una politica attenta alla produzione letteraria e culturale in genere (sia a livello nazionale che locale)in un’epoca in cui tutto si è già detto, fatto, prodotto, comunicato… Tutto questo rende sempre più duro il “mestiere” di poeta.
    Anche la comunicazione via internet ( e tu sei stato un antesignano con Vico Acitillo…) spesso è fuorviante perchè non esiste una piattaforma unica (e selezionata) dove incontrarsi e scambiare messaggi e informazioni per una reale comunità poetica dove coesistere sinergicamente.
    L’insorgere della poesia crea una vera e propria mutazione degli animi e dei corpi, una molla in più nel meccanismo esistenziale, che rende i soggetti più leggeri e più pesanti al tempo stesso, consapevoli del dramma umano ma responsabilmente sereni e convinti delle proprie scelte.
    Leggerezza e intensità si sovrappongono e la scrittura stessa fluisce spontanea, automatica, incosciente; sgorga dal desiderio e si immerge nell’inevitabile materia del foglio bianco riempito dai segni, convenzionali ma necessari, costruiti in parole, spazi, punti, virgole, assonanze. Messaggi cifrati. Dove il tempo si perde, se i significati affondano in radici profonde. E lo spazio si annulla, se materia e forma ritornano ad essere una cosa sola.
    Sono d’accordo anche su quello che dici sul rapporto ispirazione-disciplina: l’una tira l’altra e viceversa. Ed è sempre sofferenza, sangue del tuo sangue.
    Grazie: mi hai dato l’occasione per lanciare il mio grido.
    La poesia salverà il mondo?

  • Ho letto l’intervista e scivola tutto, con gusto amaro ma scivolano le tue opinioni chiare, serie e vere.
    Ti auguro ogni bene.
    Un saluto
    Simone

  • Condivido, e come non si potrebbe, le posizione di Antonio Spagnuolo. E’ un momento molto strano, in cui i reali valori contano poco (per non dire nulla) e questo vale in particolare per la poesia. Trovo, comunque, ammirevole il tono di sereno distacco che il grande poeta napoletano riesce a mantenere nel descrivere i fenomeni che funestano il mondo della poesia (e forse, più in generale, il nostro mondo oggi).

  • Considero questa bellissima intervista all’amico poeta Antonio Spagnuolo un vero e proprio “stato dell’arte” dell’attuale poesia italiana, e sono d’accordo con lui su tutti i punti. Aggiungo che il facile utilizzo di strumenti di scrittura e di diffusione, quali il computer e internet, se da una parte dà la possibilità a tantissimi di comunicare le proprie idee, e nella fattispecie poesie, versi, eccetera, dall’altra crea un ingorgo inesorabile e incontrollabile, per cui risulta estremamente difficile valutare, vagliare, discriminare, estrarre il gioiello dalla massa enorme di parole e di frammenti pseudopoetici.
    Se si vogliono raggiungere risultati soddisfacenti, partendo comunque da un minimo di talento, bisogna persistere nella ricerca, nello studio e nella frequentazione. E questo indipendentemente dai consensi altrui, dal vaglio dei critici o addirittura dagli allori ricevuti nei tanti concorsi letterari più o meno severi.
    Conosco Antonio Spagnuolo da tanti anni, e per me è stato ed è un valido riferimento in questo ingarbugliato mondo letterario. La sua poesia è sempre viva e prolifica, il suo cuore è continuamente pronto a generare nuovi aspetti dell’infinito, interiore e universale.
    Giuseppe Vetromile

  • caro Antonio, ho letto l’intervista. Trovo le tue risposte assolutamente lucide e condivisibili. Anche io ho risposto alla sollecitazione di Flavio Ermini, ma non so ancora se le mie risposte saranno pubblicate. Comunque moltissime delle mie opinioni sono convergenti con le tue, segno questo di un comune sentire che mi fa molto piacere constatare.
    Complimenti e un caro saluto,

    simone

  • Caro Antonio, ho letto con interesse la tua intervista, e quel che ne emerge è una idea concreta di poesia come istanza etica e civile. Oltre i pessimismi, la poesia come studio, come conoscenza, come ricerca. Ed il fare poesia che proponi dovrebbe davvero essere preso a riferimento per chi, anche solo da lettore, vuole avvicinarsi alla poesia. Ma più ancora dovrebbe essere preso a riferimento per chi si avvicini alla scrittura. In fondo per scrivere poesia, come ben dici, basterebbero ascolto, dedizione, semplicità. Qualità decisamente rare in questo periodo.
    Un augurio di buon lavoro, Lorenzo

  • Un’analisi lucida, coerente, puntuale di cui accolgo volentieri ogni parola.

    L’importante, a mio giudizio, è rimanere fedeli, restare accanto-a dispetto di condizioni, situazioni, grande editoria, piccola o piccolissima editoria-alla voce silenziosa che è dentro di noi ed insistere, con persuasa umiltà e tenacia, nel nostro artigianato della parola.

    Voglio credere che il tempo saprà poi distinguere la gramigna dall’erba onesta.

  • Mi piace la fluidità di ciò che Antonio ‘espone’.
    Slalomare fra italianese intellettualese e i vari ‘-ese’ della costumanza italica contemporanea richiede un sorriso dimesso e mai remissivo.
    Certo, l’intervista sfiora molti temi e tutti ‘intorno’ al pubblicare che poi è pubblicarsi. La stessa ricerca di Antonio va in tal senso.
    Per chi scrive questa breve nota il problema non dovrebbe nemmeno porsi – dovrebbe non sussistere. Poiché è la poesia stessa a non potersi ‘dare’.
    L’atto poetico è infatti un’ex-pressione comunicativa per quanto solipsisticamente possa intenzionarsi. La poesia sta-là. Là. Sta ‘nel’ poeta nella esatta misura in cui ‘nel’ poeta è assente, sta-qui proprio perché qui non è – è lontana, ineluttabilmente inesorabilmente lontana. E più lontana è più a portata di mano sarà. Io la voglio qui e la devo volere là.
    Ogni passo – quindi – verso la poesia, avvicinandola me la allontanerà ancor più. Allontanandola, me la farà sentire ancor più mia. In me.
    E’ dunque impossibile essere ‘poeti’? Naturalmente. Ed è per questo che ci sono i ‘poeti’.

  • Risposte lucide e precise dalle quali trapela,tenuta ben presente una situazione certamente non priva di ombre (ma anche di qualche luce), un atteggiamento di fiducia.
    Vale pur sempre la pena, insomma, di praticare l’ardua attività del comporre versi: come non essere d’accordo?
    Marco Furia

  • Intervista corposa e completa che affronta bene tutto quanto oggi gira intorno allo scrivere versi. A fine lettura si coglie una sorta di stato depressivo latente determinato dall’orizzonte visivo più immediato. Spagnuolo ha ragione in tutto. Non solo rispetto al discorso editoriale che è legato a logiche mercantili. Stampare versi non è redditizio. Talvolta lo si fa per altre ragioni, e queste ragioni non sempre corrispondono alla qualità. Ha ragione quando protesta per l’ingiustificata quantità di facitori di versi che popolano internet affogando qualche voce più autentica. Ha ragione quando coglie l’impossibilità che ha questa società in tutte le sue componenti di produrre o condurre alla poesia. Tuttavia, mai come adesso, c’è bisogno del canto e del sogno ad occhi aperti. Mai come ora, occorre che chi ne ha la possibilità allunghi l’occhio oltre la porta che mostra sfraceli e miserie.
    Attolico dice di resistere. Certo, resistere ma forse sarebbe preferibile e più utile, cercare una poesia che incida, che mostri, che dia una mano a portare l’uomo di nuovo al centro dell’universo, sfuggendo alla tentazione di accettare come immodificabile il destino determinato dagli strumenti da lui stesso costruiti per il suo benessere. Il moderno va governato, non subito.

  • Le cose che dice Antonio le conosciamo tutti noi “poeti”, per averle vissute e viverle. Il problema della visibilità a me pare una sorta di circolo vizioso; se non sei noto e raccomandato, nessuna caa editrice, nè piccola né grande, ti pubblica a sue spese; se non accetti questa compravendita, rimani all’oscuro.
    Le case editrici fuori dal grande giro pubblicano tutti per sopravvivere e così danno avvio a quella sovrabbondanza che, come dice Marzia Alunni, genera il vuoto.
    Lasciate da parte le grosse case editrici ( mai più esse, per molte ragioni politico-economiche, potranno riacquistare il ruolo di un tempo ) che sono, però, anche quelle che stampano i buoni ed ottimi poeti, inarrivabili; affermo che dovrebbero essere proprio le piccole, ma serie case editrici ad adottare una nuova linea editoriale, pubblicando solo chi merita; ne acquisterebbero in prestigio loro ed eviterebbero l’abbondanza “vuota”. Si dirà: e per gli esordienti? per gli amatoriali?
    Scrivere poesie è di per sè una scelta generosa, al di là degli esiti. Bene, per loro ci sono oggi i siti web, dove incontrarsi e scontrarsi e fare gavetta. Se poi salta fuori il genio lo si riconoscerà! Ogni sito web dovrebbe avere in redazione un critico spassionato che separi il grano buono dall’erba invasiva, avendo il coraggio di firmare, come dice Antonio, delle recensioni vere.
    Insomma, che la critica torni a d essere tale e che non abbia paura di stroncare, anche perché una stroncatura, se è una cantonata, può essere benefica e – la storia ce lo insegna – principio di una grande carriera.
    Ma le cose sono messe in modo tale che a me sembra non ci sia nulla da fare. Sopravvivere, anche per i veri poeti, è una bella utopia.
    Visto che scompaiono molte facoltà all’università, perché non crearne una che si occuppi solo di storia della poesia? O una sorta di Biblioteca dei poeti? Perché non si impone ad ogni libraio di concedere almeno un terzo degli spazi espotivi alle opere di poesia?
    Non è vero che i poeti non vengono letti: ma ci pensate al fatto che i poeti acquistano dalle duecento alle cinquecento copie del proprio libro e lo mandano in giro? Così io leggo almeno due libri di poesie a settimana e ne compro uno-due al mese. E,se si tiene conto di questo enorme scambio, si deve concludere che i lettori di poesie sono tantissimi. I libri, poi, costano troppo e, dunque, è molto più facile leggerli su Internet, no? Nonmancano i lettori, allora, ma i compratori.
    Concordo pure ( chi era tra i commentatori?) che Spagnuolo, negando l’ispirazione, ne traccia poi una bella definizione: il fermento del cuore e dell’intelletto di fronte alla vita si pone sempre all’inizio d’ogni composizione.
    In ultimo, io non sarei così pessimista sullo stato attuale della poesia; in qualità di redattrice di varie riviste in diversi momenti della mia vita ( adesso faccio parte della redazione de La recherche ), ho letto centinaia di poeti e moltissimi ne ho recensiti ( quelli che non mi piacciono hanno la recensione del mio silenzio ) e molti di loro lo sono davvero. Non voglio fare dei nomi, perché temo di dimenticarne qualcuno e poi pentirmene o esere rimproverata.
    Fluviali od essenziali, impegnati nel sociale oppure più ritratti nel mondo dell’interiorità, emozionali o sapidamente razionali, essi mantengono in vita il corpo variegato della poesia e quanto c’è di autenticamente umano nell’uomo. Non è vero che, dati certi tempi, non può esserci poesia:la poesia è sempre un atto di rivolta, una rivoluzione ed una rivelazione, tanto più necessaria quanto più la società brucia i valori più alti.
    Concludo con un affettuoso saluto ad Antonio che conosco come poeta almeno da più di venti anni e che apprezzo moltissimo.

  • Le parole di Spagnuolo, a tratti sconsolate ma sempre mosse da vera passione, confermano, se mai ce ne fosse bisogno, la sua vocazione autentica per il poetare a cui ha sempre dato, nelle sue poesie e nei suoi inteventi critici, una dimensione profondamente etica. Per me questa è stata, da quando ho avuto il piacere di conoscerlo attravero i suoi versi e poi di persona, la sua cifra autoriale, confermata anche dall’attenzione critica verso le nuove generazioni.
    Francesco Filia

  • Bravo, caro Antonio, complimenti: la tua è sicuramente una voce autorevole e competente.
    cordialità
    grazia aloi.

  • Grazie per avermi dato l’opportunità di apprezarla meglio. Ho letto le sue risposte nel sito. Sono del parere che il poeta è la voce per chi non ha voce, lo scriveva Pascoli nel suo Fanciullino e lo dico pure con l’inchiostro del cuore e a spese mie. Ma più di ogni altra cosa il poeta è l’interprete dei sentimenti e dei bisogni dell’uomo. Ma ci sono poeti che amano fare bella figura solo con la scrittura, scrivebndo solo belle parole, dimostrando di saper fare lunghi viaggi attraverso acrobazie letterarie, ma sulle realtà concrete, sui fatti della vita non si scomodano non scendono mai in campo. Amano starsene con le mani in tasca chiusi nelle loro abitazioni confortevoli e comode dalle porte blindate osservando il mondo dai giornali e dalla TV e magari divertiti stendono l’indice sugli altri.
    Il poeta se non è testimone attivo del suo tempo è solo un seminatore di illusioni o un abile giocoliere di parole
    Con grande stima
    Giovanni Dino

  • Sono Oretta Dalle Ore, poetessa civile, precipitata nella schizofrenia paranoide e salvata con ventinove anni di psicoanalisi. Sono in internet dal 1996. Possiedo una casa editrice FAIDATE dal 2003, dove pubblico solo libri scritti da me. Miei libri sono tradotti in francese, inglese, spagnolo, tedesco, farsi persiano, cinese mandarino, arabo, russo e olandese.
    La prima traduzione in lingua inconsueta mi fu richiesta da Pirooz, un persiano che conobbi interessandomi all’Islam, dopo il crollo delle torri di New York. Pagai quella prima traduzione con libri stampati da donare. Pirooz mi ha chiesto recentemente di tradurre nella sua lingua il librino “È la pace la strada”, già tradotto in arabo, inglese e francese, e mi ha mandato due lettere in proposito.
    1) Cara Oretta,
    Amir è un sociologo iraniano che vive in Italia da più di 30 anni e sto collaborando con lui per le traduzioni delle tue poesie in Persiano.
    Mi fa piacere che anche Amir pensa come me e che per ogni poesia discutiamo per una giornata intera per telefono…
    Volevo dirti che vorrei che questo libro e traduzione sia diverso dalle altre e che sto cercando diversi pittori che abbiano disegnato qualcosa sulla PACE (possibilmente iraniani) da inserire tra le poesie e tante altre cose…
    Tutto ciò ha bisogno di tempo e spese e ti chiedo di avere pazienza per poter presentare un lavoro di alta qualità.
    Un abbraccio
    Pirooz”
    2) Carissimo dott. Pirooz Ebrahimi,
    con gioia ho ricevuto la mail con le poesie della dott.sa Dalle Ore.
    Trattandosi di un’opera poetica, scritta in un linguaggio altamente colto e fortemente incisivo, profondo e raffinato, per riuscire a dare la stessa intensità alla traduzione persiana, al fine di rendere interamente il significato e l’emozione dell’opera quanto più possibile fedele all’originale, avremmo bisogno di molto più tempo di quello necessario per altre poesie meno complicate.
    Colgo l’occasione per salutarti cordialmente.
    Amir
    P. S. Tutti i bambini, sui quattro cinque anni, precipitano nella schizofrenia paranoide, le fiabe sono soddisfazione e controllo di tale attività.

  • Comunque, a mio avviso, il problema centrale della poesia contemporanea riguarda le nostre condizioni di vita: che poesia volete che sgorghi dal cemento armato e dai neon, dai centri commerciali? La nostra vita non e’ fatta per la poesia… o almeno per la poesia vera: ci restano le briciolette che vengono stampate oggi, che son tutto meno che poesia – se per ”poesia” prendiamo come riferimento gli autori della Storia italiana fino a mezzo secolo fa, oltre ai classici greco-romani. E non vedo vie d’uscita a questo problema se non tramite la fine di questa epoca storica. Se c’e’ lei non c’e’ la poesia, se non c’e’ lei la poesia risorge.

  • Verrebbe da dire : “Resistere resistere resistere”( Saverio Borrelli ) e chiuderla qui . Ma il monitoraggio di Antonio Spagnuolo può ( deve ) essere anche la cattiva coscienza dei più , perfettamente inseriti nel degrado dell’ambiente letterario italiano ; abbonati ai maldipancia e alle frustrazioni quando sono i primi a prostituirsi ed ad alimentare il do ut des più becero .
    Ma i valori non sono le ridicole recensioni rosee e buoniste che vanno per la maggiore ; sono piuttosto i testi che circolano sulle riviste e in internet a schiarirci le idee sulla consistenza di autori promossi da Comunione e Liberazione , politici , faccendieri e raccomandati di ferro… Guardiamo allora alla poesia ed alla sua promozione ( soprattutto a quella dei giovani ) attraverso canali non esposti alle logiche mafiose del potere editoriale; ambiti antagonisti dove ancora sopravvivono etica pulizia e onestà intellettuale al servizio di una possibile “verità” da indagare/ disquisire/alimentare ad oltranza . Ringraziando , per questo , Antonio Spagnuolo .

  • Invece di perdermi in (pur sentiti) elogi di Spagnuolo, cercherò di dire cosa ho imparato da questa lettura. Dell’intervista ad Antonio Spagnuolo due frasi ho avvertite più “mie”. Pongono due questioni capitali, una riguardante la nascita di una poesia e l’altra la comunicazione agli altri di quanto è emerso dall’atto poetico.

    1)”Non credo nella “ispirazione”. Credo nell’eco che un verso riesce a produrre nelle mie circonvoluzioni cerebrali, aprendo quei segreti nascosti nel subconscio per creare passo dopo passo una lirica che sia attendibile e corposa. La scintilla si accende ad ogni passo, basta riconoscerla e appropriarsene.”

    Antonio Spagnuolo spiega e definisce l’ispirazione proprio nel momento in cui dichiara di non crederci. La poesia lirica (quella di Spagnuolo lo è) è un corto circuito cerebrale, che può nascere, a quanto pare, spontaneamente. Quell’eco del subconscio, però, quella “scintilla”, bisogna “riconoscerla e appropriarsene”. Ecco dunque illuminata della giusta luce la vexata quaestio tra classicisti e romantici (naturalmente uso i due termini non come categorie storiche ma come astrazioni: potremmo anche dire la querelle des anciens et des modernes, o come ci pare).
    Aggiungerei, per mia diretta e umile esperienza, che essa (l’ispirazione, o momento creativo) è legata sempre a un’esperienza forte (vuoi intima, vuoi civile, vuoi intellettuale), ed è anche naturale che sia così. Oggi un poeta può essere consapevole di ciò grazie alla moderna psicologia (sarà forse anche per questo che Spagnuolo piacque al grande Saba, che dovette riconoscere in lui un prosecutore della sua “poetica dell’onestà”).

    2) “Per lo più scrivo per comunicare un’emozione. Tutta la vita è una continua emozione che bisogna comprendere, assecondare, ripetere. Il messaggio nasce poi come metabolizzazione esistenziale, molto spesso intensamente informale.”

    Il secondo problema, quello del pubblico (che Spagnuolo giustamente dice inesistente ricordandoci però poco dopo la sua attività sul blog), è ancora più complesso del primo, perché include non solo l’ormai consueto dispiacere per la mancanza di esso, ma qualcosa di molto più sostanziale, e cioè le ragioni della comunicazione poetica (perché, pubblico o non pubblico, l’elaborato artistico è sempre comunicazione, fosse pure a se stessi). Non a caso Spagnuolo non parla molto del pubblico, quanto invece delle ragioni della comunicazione, dandoci il suo messaggio, il suo approccio al vivere: “comprendere, assecondare, ripetere” (che è, fra parentesi, di un interesse altissimo, che merita di essere approfondito in altra sede che non questa così veloce). Chi scrive poesie comunica appunto il suo approccio alla vita, e nella scuola noi insegnanti cerchiamo di far capire questo dei poeti (oltre che, molto sommariamente, le tecniche). Ciò indipendentemente dalla quantità e qualità sia delle poesie composte e pubblicate sia delle persone che le leggono.

  • Ricordo ancora l’incontro fiorentino che diversi anni addietro mi ha permesso di conoscere Antonio Spagnuolo e di far nascere quella preziosa collaborazione che nel tempo sta diventando sempre più proficua.Sono stata ospitata più volte nel suo blog e nelle rubriche da lui curate,mentre contribuisce a sua volta ad apportare viva linfa al Premio Astrolabio Poesia( in http://www.valeriaserofilli.it) che ho l’onore di presiedere. Pur se disincantate, dalle parole di Antonio traspare il concetto di poesia come necessità, malattia e giovamento per chi la scrive e per chi la legge. L’attività stessa di Spagnuolo, scrittore, poeta e critico, ci dimostra come sia indispensabile tenersi ugualmente lontani dalla insensibilità come dal sentimentalismo nonchè dal grigiore del prefabbricato in quanto vivere la poesia ci insegna a disfare quelle che sono le frasi fatte.Personalmente ho grande fiducia nei poeti,nel poieo e in quel “traboccare spontaneo di sentimenti possenti”, per dirla con Wordsworth.Credo dunque nell’ispirazione,in quel suo bisbiglio e non a caso l’esergo di una delle mie raccolte “Tela di Eràto” recita: “Se ti bisbiglia un fruscìo in mente e non l’annoti/non cede passo a parola alcuna!”.Concludo complimentandomi ancora con Antonio Spagnuolo per lo spessore della sua analisi, forse fin troppo cruda.

  • Carissimo,

    come non condividere quanto dici?
    Solo una considerazione – forse – mi separa da te: quella sull’ispirazione, quando dici di non crederci. No. L’ispirazione e’ l’unico fenomeno spirituale che divida realmente un poeta dal ”resto dell’umanita”’… infatti a scrivere si impara, a realizzare ottave formalmente ineccepibili anche, ma a sentire e ad accarezzare la vicinanza della Musa no, non si puo’ imparare: e’ cosa riservata a ”certe entita’ mondane”, non a tutte.

    Saluti cari

    Sozi

  • Una disincantata visione dell’universo poetico che, come punta di un iceberg, nasconde fermenti non ancora scoperti.
    Sono d’accordo quasi su tutto quello che ho letto, e aggiungerei che i poeti sono anche guerrieri, nel senso buono del termine, perché devono, vogliono, scelgono volontariamente di lottare contro un’inettitudine imperante che ci porta sempre più lontano dalla poiein. La poesia è e sarà sempre in divenire, lo credo e non lo dico io, l’ha detto un grande: “Tutto si è perfezionato da Omero in poi, ma non la poesia.” (Giacomo Leopardi ).
    Complimenti davvero per l’interessante intervista che mi ha arricchito ed è stato un piacere leggere e condividere.

  • L’analisi del poeta Antonio Spagnuolo è assolutamente condivisibile. La sua è una lettura obiettiva e perspicace della condizione in cui versa la scrittura poetica attuale, o meglio, la scrittura tout court. La scuola, egli dice, ha il compito di preparare i giovani alla ricerca della buona letteratura. Infatti,gli insegnamenti efficaci sono quelli che riescono a trasmettere “la passione” per i saperi in genere, oltre che per la letteratura e la poesia.Solo chi ama può “proporre valori morali, sociali, disciplinari, fantasiosi, immersi nel fascino della parola anche non detta”. Così, ognuno può diventare quel “cittadino che possiede le capacità di creare l’immaginabile e proporlo come lievito per il futuro”.Grazie al “maestro” Antonio Spagnuolo.

  • Antonio Spagnuolo e´ un galantuomo della poesia e della cultura italian, defilato ma attivo, presente senza essere presenzialista. Bella questa sua intervista come le cose che fa.

  • Non si può non condividere ogni risposta, sempre ben argomentata, offerta dal poeta Antonio Spagnuolo all’intervistatore e a chi si sofferma a leggere con attenzione tutta l’intervista sulla poesia.
    Che parli del suo itinerario poetico, che parli della poesia in sé, degli editori più attenti alle vendite che alla qualità di ciò che pubblicano, dei critici miopi; che parli dei doveri della scuola o della famiglia, infine del suo sogno espresso nell’ultima risposta, Antonio Spagnuolo ha dato un’eccellente lezione, senza alcuna albagia, ai sedicenti poeti che “non conoscono a fondo i poeti che ci hanno preceduto, né conoscono tutte le militanze che hanno fatto valida una poesia precedente”.
    Grazie.

    Giorgina Busca Gernetti

  • A mio modo di vedere, la frase chiave del discoso di Spagnuolo sta in questa affermazione:

    “Sono decenni che non leggo una bella e franca “stroncatura” , valida sia per il lettore che per gli autori.”

    è vero tutto ciò che Spagnuolo dice, dei meccanismi editoriali e di pubblico, delle recensioni etc. Ma quanto hanno contrinuito i poeti? Intendo quelli che a questo gioco non hanno voluto partecipare. Il silenzio (assenso) ha anche un parte di responsabilità. Un po’ come gli stagisti che si lamentano della precarietà della loro esistenza lavorativa e degli stipendi troppo bassi però, poi, o accettano offerte a 300 euro al mese per due anni o non le accettano e si rintanano sconfitti in un cantuccio. Perché nessuno è uscito a denunciare la situazione? Perché non ci si è uniti per insultare un atteggiamento altrettanto insultante per i poeti e la poesia? questo mi chiedo, sinceramente.

    @ Marzia Alunni: “Per risolvere il disagio caratterizzato dalla sovrabbondanza eppure, ad un tempo, dal vuoto di poesia, si dovrebbe cambiare l’approccio agli studi letterari, prevedendo spazi di analisi da gestire “in team”, aprendo ai lettori, ai giovani laureati ed agli assistenti universitari. ” È esattamente ciò che speriamo di riuscire a fare con questo neonato progetto.

    Luigi B.

  • Scusate, nel mettere il nome al precedente commento ho aggiunto all’inizio una “o” di troppo. Alessandra Paganardi.

  • In questa intervista si respira ciò che Martin Heidegger avrebbe chiamato autenticità:autenticità di un percorso di vita,di un cammino di poesia,di una riflessione che non si gioca qui soltanto sulla letteratura, ma sulla realtà.Infatti, come non esiste “poesia civile” tout court,ma soltanto buona poesia (che è automaticamente anche civile) oppure pseudo-poesia, cattivo intimismo chiuso verso il mondo, allo stesso modo parlare di poesia con trasporto e competenza significa,ipso facto, fare riflessioni sul quello che Husserl avrebbe chiamato il mondo-della-vita. Le parole di Antonio Spagnuolo emanano inoltre un garbo signorile, di cui anche la poesia avrebbe un gran bisogno.Io non l’ho mai conosciuto di persona,ho letto soltanto alcuni suoi versi e lavori: ma come sempre la parola scritta rivela i mondi e i modi di una persona assai più di una conversazione superficiale.E anche una riflessione sulla poesia può rivelare altrettanto. Alessandra Paganardi.

  • Elio Andriuoli says
    Puntuali ed esaurienti le risposte date da Antonio Spagnuolo nell’intervista a lui rivolta, dove egli precisa, con lucidità ed efficacia il suo pensiero su alcuni dei problemi oggi maggiormente dibattuti nel mondo delle Lettere in generale e in quello della poesia in particolare.
    Elio Andriuoli

  • Sono completamente d’accordo con Spagnuolo, le cui risposte sono precise ed esaurienti (non “esaustive”, siamo italiani per una volta!). I miei complimenti. Arnaldo Ederle

  • Antonio Spagnuolo ha una storia autoriale di quasi sei decenni, e penso sia tra le pochissime persone capaci e leggittimate a radiografare lo stato attuale della nostra poesia, del suo mondo così autorefenrenziale, delle sue diatribe e delle sue piccinerie. Ciò non toglie che il suo attaccamento al verso, la sua “malattia” del versificare, la spinta incoercibile a cercare e creare sempre qualcosa di nuovo nella ricerca della parola poetica restino fortissime, e ne rendono un esempio di lungimiranza critica e di entusiasmo, quasi fanciullesco, ludico, che molti poeti non hanno mai né posseduto né lontanamente accarezzato. Per chi ammira la sua poesia, anche queste parole non fanno che confermare la sua statura e la sua grande disponibilità ad aprirsi, come artista e come uomo, alla vita nelle sue varie sfaccettature. Un grande grazie ad Antonio Spagnuolo, poeta e amico, e nel mio caso molto più che amico. Come per molti altri giovani scrittori, parecchi poi perdutisi per via, la sua attenzione è stata costante e molte opportunità sono state aperte dalla sua generosità. Che dire di più, di meglio e di altro? Stelvio Di Spigno

  • Le risposte di Antonio Spagnuolo toccano il cuore della questione. Si distinguono da altri tentativi di analisi della situazione per la loro chiarezza. Non credo che esistano dubbi, dopo la lettura di questa intervista, sullo stato di provvisorietà delle valutazioni inerenti la poesia contemporanea. Poetiche, linee e preferenze individuali hanno il carattere di un’accesa e immotivata autoreferenzialità. La riflessione di Spagnuolo lascia il segno anche per un senso di realistico pessimismo, assai comprensibile, date le circostanze.
    I garanti della cultura, sebbene consapevoli dei problemi, ragionano in termini di potere e visibilità ( che è un’altra forma di potere, in fondo). Ancora oggi spuntano discussioni elaborate sull’ultimo nome di quella tendenza o di quel gruppo, ma chi lo ricorda quell’intellettuale-poeta, chi lo legge in Italia? Altri poeti potrebbero piacere ai giovani, ma le case editrici non osano proporli. La letteratura deve essere, onde apparire tranquillizzante, seria e noiosa, privilegiare certi temi come il male di vivere, l’incomunicabilità ecc… (guai a parlare ad esempio di eros).
    Per risolvere il disagio caratterizzato dalla sovrabbondanza eppure, ad un tempo, dal vuoto di poesia, si dovrebbe cambiare l’approccio agli studi letterari, prevedendo spazi di analisi da gestire “in team”, aprendo ai lettori, ai giovani laureati ed agli assistenti universitari. Lo scopo dovrebbe essere più quello di studiare il fenomeno che l’intento incensatorio. Un certo impegno forse meriterebbe la questione morale, esiste infatti una “tangentopoli” della letteratura, come intreccio di malaffare tra grandi case editrici monopolizzanti, premi e autorità locali (proloco…). Le parole di Antonio sono dunque necessarie, occorre tenerne conto e agire per combattere civilmente l’inerzia e il malcostume. Marzia Alunni

  • Concreta e approfondita l’analisi che l’amico Antonio Spagnuolo dedica al derelitto mondo, ritengo non solo della poesia ma dell’intero universo letterario di questi anni.
    Terrificante – in particolare – il giro di interessi e favori reciproci (il do ut des citato) che gira intorno ai premi letterari, specie se di un certo rilievo.
    E le recensioni vivono di uguale nutrimento….
    Ma sappiamo bene che il merito – e specialmente in Italia – è il grande moribondo in questa società volta, pedissequamente al seguito della moda statunitense, soltanto al successo ed all’incremento del conto in banca!
    Condivido con Antonio il profondo scetticismo riguardo agli sviluppi futuri di questo sconnesso settore.
    Anche se un grande ha detto:
    “nei poeti sogna l’umanità”!
    E la speranza si sa non muore mai.
    Complimenti ad Antonio per il suo brillante curriculum.

  • Condivido pienamente,aimé, tutto il malinconico pessimismo che Antonio Spagnolo ci comunica in questa bella ed esaustiva intervista.Domande difficili alle quali non si può rispondere che così. Soprattutto per chi giovane non lo è più-ma lo è ancora nello spirito e nella costante attività intellettuale- e ha visto passare tanta acqua sotto i ponti della poesia contemporanea.La poesia è nelle mani del futuro e cioè dei giovani tra i quali ci saranno sempre poeti di valore.Ho sempre molto apprezzato la grande passione di Antonio Spagnolo, il suo impegno disinteressato, la sua gentile umanità,e il suo rigore.
    lucetta frisa

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