Altre Voci n.1: Dolls, rsvp


Leggendo i testi di Alessandra Cava, insiste per analogia una serie di immagini osservate di recente (Tuscania, 11 settembre) in occasione di una esposizione collettiva curata dal Centro Culturale  La Camera Verde. Si tratta di Dolls, percorso fotografico realizzato da Claudio Laureti, di cui si offre qui un esempio:

Il quadro offre una prosa composta da elementi omogenei di fatiscenza, portati in rilievo da un livello di incandescenza dei colori superiori alla norma. L’equilibrio dei dettagli è perfettamente bilanciato e offre il campo al soggetto/oggetto costituito dalla bambola vivente. Questa, tuttavia, nella sua fissità e nell’artificiosa cura dell’abbigliamento e del trucco, sfugge ad una definizione vera e propria di umanità, configurando invece un’evocazione, un’allegoria di un tempo non presente nel quadro eppure annunciato dal quadro stesso. E’ l’oggetto sfocato che occupa la scena, ciò che sfugge (in questa immagine la sedia in primo piano) e allo stesso tempo viene assorbito nel campo visivo senza resistenze. Si tratta di un prisma attraverso il quale immettersi nel tempo fluido che trascorre l’immagine e che rimanda ad un gioco speculare (tautologicamente sulla sinistra troviamo, appunto, uno specchio) di riconoscimento e perdita, esattamente come avviene quando si entra nel ricordo (potremmo individuare nella porta-finestra semiaperta un ipotetico ingresso). L’insieme tiene come fosse una quinta teatrale abbandonata (in tal senso gioca anche un accentuato contrasto), frammenti abbandonati di un atto che è stato e offre il proprio trascorso a chi casualmente si trovasse ad osservare. Introduciamo quindi un primo testo di Alessandra Cava:

 

Fossi il limite inutile, l’inganno del confine, fossi l’apertura
generosa del valicare, fossi quella generosità del confine a
schiudersi, disponibilità infinita dell’accedere, del passare,
dell’oltre, del traversare. Potessi sporgermi da tutti i balconi
e vedere passare, potessi vedere passare le cose, potessi, sapere
per caso che cosa, l’oggetto che ha trama speciale, che ha l’intreccio
introvabile, lo strappo, introvabile tessitura delle cose perdute.

 

La stessa prosa bilanciata, la stessa accumulazione e una cadenza simile di immagini (nei prosimetri si celano novenari, ma il testo è informato ad una architettura ritmica più che metrica in cui gli snodi tonàli sono spesso costituiti da anacoluti), l’ottativo che denuncia la stessa assenza (in questo caso di un’identità) e crea la medesima fantasmagoria che riconosciamo nella fotografia di Laureti. Un gioco di allitterazioni e anafore (meno presenti nel secondo testo, in cui ricorre tuttavia una epanalessi – la ripetizione dell’attributo “piccole” – proprio al centro del testo, quasi a concentrare in questa sede il meccanismo reiterativo) produce un movimento cantilenante che stempera la verticalità di una prospettiva il cui fuoco è centrato sulla perdita di sé. Oltre i testi, oltre le cose che perimetrano l’oggetto si potrebbe intuire o azzardare un prosieguo del percorso che ponga le cose stesse al centro dell’inquadratura. Ad oggi è la bambola umana, il fantasma della propria identità che domina il campo e a questa presenza/assenza ci attestiamo. Si potrebbe tentare un richiamo ad una linea che conta tra le sue peculiarità una sorta di accostamento rituale alla cosa/parola (citiamo ad esempio le opere di Mariangela Gualtieri e Azzurra D’Agostino). Nella scrittura di Alessandra Cava tale aspetto trova un fortunato limite proprio nell’uso dei vari c.d. marcatori della scrittura in versi e, per contro, nella concezione di un blocco/testo non in versi (inteso come meccanismo ad ingranaggi). L’imago reagisce all’interno della gabbia formale, con il conseguente effetto dentro/fuori, caldo/freddo che può essere considerato uno dei tratti distintivi di questi testi:


Di là, di là ero freschissima e c’era quel non so che dire, non
so che dire e come, come dire sulle torri a sgretolare, a redigere
le piccole, precise piccole insistenti graduatorie. Lascio la voce
ora, almeno lo stridore, mie peripezie, miei banchi di bagliore,
sedimentazioni e tracce, no presenza, no segnalazione.

 


Nota: i testi qui presentati fanno parte di rsvp, di prossima pubblicazione per le edizioni Polìmata, collana ex[t]ratione.

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