Valentino Zeichen: Poesie. 1963-2003

Poesie. 1963-2003

Valentino Zeichen

2004, XXXI-376 p., brossura

Mondadori (collana Oscar poesia del Novecento)

Note di copertina

A trent’anni esatti dall’esordio, avvenuto nel ’74 con Area di rigore, Valentino Zeichen raccoglie la sua intera produzione poetica in un volume in cui il vivacissimo estro di un’intelligenza capace di indimenticabili invenzioni sa coesistere con il disincanto di un’amarezza lucidamente controllata. Figura di primo piano della sua generazione, Zeichen ha ottenuto nel corso degli anni i consensi di molti tra i migliori lettori di poesia: da Elio Pagliarani, che presentò il suo primo libro, fino a Giulio Ferroni, al quale si deve il saggio introduttivo di questa raccolta, che comprende anche un significativo capitolo di inediti. Valentino Zeichen è un poeta vistosamente antilirico, privilegia il movimento narrativo, l’andamento prosastico, l’approccio saggistico, il gioco che spesso raggiunge risultati genialmente esilaranti. Tutto questo anche nell’affrontare grandi temi storici, come la Seconda guerra mondiale, o il tema amoroso, o il legame indissolubile con una grande capitale, Roma, che è la sua città di adozione. Tra esercizio caustico della ragione e frequente sconfinare nell’assurdo, tra nobile gestualità ironica o autoironica e sottostante malinconia, Valentino Zeichen è venuto componendo un’opera spregiudicata e solitaria, mirabilmente solida e concreta, pur nel funambolismo del suo tratto svagato e nella grazia noncurante e lieve del suo porsi.

 

 

di Spartaco Gamberini su Nostos

Il primo ritratto critico di sé, Zeichen lo dà in “Il poeta” (Area di rigore, 1974, p. 15), dove definisce la distanza tra i livelli che abita – bassi – e quelli alti e ossigenati, dove stanno “la salute, la purezza, la ricchezza”. Si ossigena pertanto il poeta respirando l’aria dei “paradisi alpini”, ritratti nelle fotografie che ne fanno gli scalatori sociali. Questo sembra un prendere le distanze, un rifiutarsi al bon ton, una predilezione per la solitudine, che lo espone al pericolo di innamorarsi del proprio ribellismo, senza escludere un sospetto di birichineria, che talvolta emerge nei suoi scritti (pericolo del quale deve essere ben consapevole, se pone in esergo alla raccolta Ricreazione, 1979, p.37, l’annotazione “La frivolezza va bene purché sia una valigia a doppio fondo”). Penso sia proprio questa consapevolezza che fa sorgere una certa disincantata introspezione sociale: parlo soprattutto della sezione “Bar e generazioni” (p. 63), in particolare di testi come “Vecchi ragazzi” (p. 63),  una delle più  amare, struggenti composizioni di tutto il libro, in cui il poeta, descrivendo la fine di viveurs invecchiati e impenitenti, dice anche la solidarietà affettiva che lo unisce a loro. Comunque, l’operazione che Zeichen compie è polemica alquanto. Lo si vede dall’argomentare fitto che inanella le sue poesie, dalla tessitura logica che avvolge le sue scene, dalla qualificazione del prefatore, Giulio Ferroni, che dice: “il poeta  concepisce i propri testi come strumenti ecfrastici”, che hanno quindi la capacità di descrivere con precisione: il poeta si pone non solo all’estremo opposto  della poesia del sentimento inteso come vagheggiamento lirico e prezioso, ma dichiaratamente predilige la descrizione.     Uno dei modi del suo comporre è di avvicinare estremi opposti, e qui un  testo che rimane nella memoria è “Giotto (pastelli)”, p. 129, in cui sono protagoniste certe scatole di pastelli”Giotto”, su cui era (non so se si vedano ancora) raffigurato, fanciullo, il futuro grande pittore, nei panni di un pastorello che sta disegnando un agnello, con dietro Cimabue che l’osserva. Ricordo delle scuole elementari, che qui è avvicinato a  un cenno a Giovanni Morelli, l’ideatore di un metodo attributivo, che nei particolari minimi individuava i segni caratteristici dell’autore. È la sproporzione tra il grande artista,  il piccolo disegno pubblicitario sulla scatola, uniti dal cenno culto al critico d’arte ottocentesco  che  scardinano i rapporti ossificati dall’abitudine.

Con Gibilterra (p. 201)  emerge un interesse per le vicende belliche della Seconda Guerra Mondiale. Lo strano è che questi testi recano la data del 1991, quando la guerra era finita da 46 anni, e parlano d’un periodo in cui Zeichen aveva dai tre ai sette anni. Perché l’intensità di questo interesse alla battaglia d’Inghilterra, alle V1 e V2, alla patetica storia di Peter Townsend e della Principessa Margaret, alla tragedia di Capo Matapan, alla mancata dotazione dei radar alle nostre navi, quando ci sarebbe stata la capacità tecnica di costruirli? E poi Lilì Marlen, le nostre deboli corazzate, il fronte russo, l’attaco a Pearl Harbour, Churchill, i “maiali”: queste sono cose da lasciarle rimuginare a quelli che le vissero, che presero lo schioppo e andarono a far la guerra. Invece no, Zeichen si traveste da reduce, che ha sofferto le idiozie di quell’epoca e si sforza ancora di capirle. E anzi, vi aggiunge una sezione di “Ecologiche” (p.231) dove mostra una tendenza didattica, che fa da pendant naturalistico alle poesie belliche.

Metafisica tascabile (p. 251) è del ’97. Qui i temi sono diversi ma, direi, i più interessanti appaiono quelli filosofici. In particolare va tenuta presente “Nessuno o quasi” (p. 254), impostata sul nome “Nessuno”, con il quale Ulisse si dichiarò a Polifemo. La conseguenza, dice la poesia, fu che “L’astuzia di Nessuno / separò per sempre / l’Occidente dall’Essere”. Si potrebbe discutere se ciò sia vero oppure no, ma non è questo che interessa. Interessano i due versi che seguono, e cioè che, al posto dell’Essere l’Occidente mise “l’invincibile Nulla / della tecnica.” Perbacco, qui saltan fuori tutti, da Nietzsche a Heidegger, ai più nostrani Severino e Galimberti, che – con bella metafora – teorizzano il Nulla proprio come Tecnica. Ma questa raccolta ha anche un altro punto di interesse notevole, nella sezione degli “Aforismi” (p.281). Dice il 12o:   “Fare della letteratura è spesso un modo di dissimulare la propria frivolezza con l’ingegno della puerilità”: sembra invero che Valentino Zeichen parli di sé, perché questa è  l’impressione che si riceve dalla sua poesia, che la sua frivolezza (ineliminabile, costituzionale) venga spesso dissimulata sotto l’aspetto sociologico, filosofico, memoriale, sociale dei suoi componimenti, dal poeta rimasto eterno fanciullo.

L’ultima raccolta compresa in questa edizione, Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio, del 2000 (p. 309) è sostanzialmente dedicata a Roma, la città che lo ospita da quando, abbandonata l’infanzia entrò nell’adolescenza. Una Roma piuttosto funerea e scostante, mentre le sue descrizioni di monumenti, fontane, rovine, strade assumono spesso toni tecnici, che so: “l’angolo d’oscillazione / dei lampadari riflessi / sulle ombre dei muri / marcava i gradi del sisma” (“Terremoti-rovine”, p. 326), oppure tecnico-statistici: “I capimastri barbari / fusero ben 8270 statue / per farne polvere di marmo / e riceverne calce viva.” (“Misfatti estetici”, p. 325).

Quello che forse più caratterizza quest’ultima raccolta è l’emergere pieno di una tendenza che, sottesa  alla maggior parte dei suoi capitoli, solo qui  è pienamente enucleata. Ed è una tendenza   a conclusioni didattiche, gnomiche. Zeichen si aggira  nel vasto agglomerato urbano  romano, vede che “nella storia di Roma / si sovrastano tre città: / la Roma imperiale, la / capitale della Cristianità, / e ultima quella d’Italia.” (“Strati e tempi”, p. 326); annota con occhio critico la follia o la leggerezza che sottostà agli eventi storici, quelli grandi come quelli piccoli; individua l’avanzata del novus homo nell’ordine augusteo, simbolizzato dalla tomba piramidale che Gaius Epulo Cestius si fece costruire lungo la via ostiense (“Piramide di Caio Cestio”, p. 352); ha annotazioni culte a proposito della “lanterna di Sant’Ivo, / pensiero elicoidale, / souvenir di Babele, / sapere che si avvita, / parodia della Sapienza.” (“A Francesco Borromini”, p. 328), e pronuncia  addirittura un’invettiva al “Monumento a Vittorio Emanuele II” (p.322).

Una poesia dunque priva di lirica, di canto, forse più vicina all’epica, se si specifica epos come leggenda precedente la storia, priva di eroismo, di un poeta un po’ picaro, di un asociale pieno di amici e di affetti. Un poeta che, vissuto in un’epoca in cui la ribellione in poesia assumeva le tecniche della comunicazione di massa (Beat, Happenings, Gruppo 63 e  Gruppo 70, Novissimi, la Parola Innamorata, la poesia concreta,  semeiotica, cinetica,…) ha preso vie meno battute, più solitarie, meno gratificanti. Si direbbe un disincantato, pessimista,  renitente testimone di un mondo, che egli osserva dall’altra parte.

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