Le ragioni di una geografia


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[Di seguito presentiamo la Premessa che apre l’ultimo numero della rivista Testuale Critica di quest’anno. Buona lettura.]


«… nei giochi d’azzardo le cifre pari e le dispari
tendono all’equilibrio…
…Nessuno è qualcuno, un solo uomo immortale
è tutti gli uomini. Come Cornelio Agrippa, sono dio,
sono eroe, sono filosofo, sono demonio e sono mondo,
il che è un modo complicato di dire che non sono. Il
concetto del mondo come sistema di precise compensazioni
influì largamente sugl’Immortali…»

Jorge Luis Borges, “L’Aleph”, da “Finzioni”

 

La necessità di mappare un territorio, meglio uno spazio, non dovrebbe ridursi a tracciare confini, ad approntare cavalli di frisia per separare o peggio discriminare le tracce pur polisensiche di una unità comunque globale.
Se apriamo un qualsiasi dizionario troveremo che mappa definisce la rappresentazione cartografica dettagliata di un territorio ed anche, in biologia, la sequenza lineare di geni associati lungo un cromosoma. In quello spazio, quindi, nessun banale dualismo (anima-corpo, cielo-terra), bensì una descrittiva intuizione (aperta e sempre discutibile) degli eventi perpetuali, e insieme accidentali, che caratterizzano e rendono (dialettica) ragione di un universo, di una geo-grafia, di una cosmo-logia, di una bio-logia.
La prima particolarità che si rivela, nel tentativo di mappare l’astanza della materialità che noi siamo e in cui siamo, è la nostra disposizione (in senso biologico prima che personalistico) ad essere nel fare. Fare cosa? Se accettiamo quel concetto borgesiano dell’universo, macro e micro, «come sistema di precise compensazioni» laddove «le cifre pari e le dispari tendono all’equilibrio»? Quindi in definitiva al nulla.
Condizione disperante? Affrontabile o piuttosto da subire nella nonesperienza della atarassia? L’uomo, giunto a una certa maturità, quando la disposizione al fare non è più puramente istintuale, si disperde in questa evenienza per certi aspetti drammatica. Nulla è tutto ciò che abbiamo fatto, nulla è tutto ciò che faremo o potremmo fare. Scendiamo ancora in piazza (si passi l’espressione rivoltosa) poiché, anche nella nostra pochezza o nullità, ci ribelliamo pur sempre a talune assurde disarmonie (cosiddette ingiustizie, ammesso che sia mai prevedibile un giusto senso), tuttavia con scettica coscienza del fatto che tutto si risolverà in un impotente equilibrio. La pretesa del giusto e dell’ingiusto si appiattirà sulla rassegnazione storica: di una storia che non può essere storica in quanto di fatto senza storia. Premessa Le ragioni di una geografia Puro infinito spazio senza tempo. O con un tempo variabile, non definibile, come sanno i relativisti.
Una landa desolata, percorsa in tempi piattamente reiterati da selvatiche e incoscienti mandrie affamate, che tutto distruggono, calpestano, ciò che, tuttavia, quasi subito risorge, per essere ancora calpestato e così via.
Ecco perché, dovendo pur vivere (in quanto lo si voglia più o meno fermamente) l’uomo cerca di capire comunque l’incomprensibile, facendosi agrimensore e progettando la misurazione incerta almeno di quello stacco micro-pseudo-temporale che separa la distruzione dalla rinascita e viceversa. Di qui la necessità, quando lo si voglia, di mappare le regioni del nulla. E cogliere ancora una volta quell’insensato senso del vivere nel nulla.
L’irrompere violento, quotidiano, della mandria selvaggia non solo non giustifica un evolversi della storia, ma ne propugna l’annullamento totale– destino che è già nella natura della storia stessa. Il fare, quindi, lo si può ripetere, non ha senso. Ma si tratta del fare utilitaristico rivolto ad una sopravvivenza di fatto passiva, in cui i numeri pari e quelli dispari tendono al nulla. Tuttavia sentiamo pure, in noi, nella nostra fisiologica (im)potenza, nel nostro coinvolgimento biologico e cosmologico, il desiderio e il piacere di un fare non utilitaristico e assolutamente gratuito.
L’agrimensore scopre via via le sue misure che segnano la landa fuori da ogni (im)possibile storia. Quel fare è il poiéin. E con questo breve saggio si vorrebbe esplorare almeno questa ragione della vita. Non che il resto, l’altra regione percorsa dalle mandrie feroci, non abbia la sua ragione. Ma in essa il nulla è azzerante, perciò umiliante per l’uomo. Mentre la regione del poiéin, il fare inutile, offre, purtuttavia nel nulla, il senso dei sensi: del vivere da Immortali (secondo Borges) ogni possibile creativa sensazione (che sta anche per sensualità e sessualità).

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