La responsabilità dell’autore: Marco Giovenale risponde a Nazione Indiana

1) Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?

Premetto che mi sono trovato in singolare sintonia, per più ragioni e su più punti se non in tutto, con le risposte di Bortolotti e Mozzi. Non so quanto possa aggiungere a molte delle loro osservazioni; tento, in ogni caso. (Calcando su qualche differenza, forse, in modo tale che non si senta eccessivamente quanto – e con che energia – io concordi con loro).

Sulla poesia italiana, non posso dire che manchi di “vitalità”, per quel che vedo e mi pare di capire. Non è certo la vitalità a mancare, in questo momento; lo dico pensando non solo alle scritture che sento affini all’“idea di poesia” che ho, ma anche in generale, e guardando pure alla ricchezza di proposte della rete.

Sulla narrativa, devo ammettere di non avere sufficienti dati. Specie a proposito del romanzo. Non leggo romanzi, non riesco (per mio gusto) a sentire, ad apprezzare, la stessa forma romanzo. Mi è quasi totalmente estranea, specie se è ad autori italiani che ci riferiamo. Ho poco tempo per affrontare romanzi e quando lo faccio ne resto in pratica invariabilmente deluso, assai sconfortato. Sarà un problema mio, anzi sicuramente lo è. Dunque non posso dire di avere il diritto di uscire dal campo strettissimo di un gusto soggettivo iperconnotato, in quest’area, per esprimere opinioni su uno stato di fatto addirittura nazionale.

2) Ti sembra che la tendenza verso un’industrializzazione crescente dell’editoria freni in qualche modo l’apparizione di opere di qualità?

La mia impressione è che l’industrializzazione non “frena”. Semmai “frenò” la qualità, o una certa idea di qualità (che magari era perfino giusta, per certi aspetti).

Attualmente il piano quantitativo – credo in ulteriore crescita – della produzione di scrittura (anche gratis, non penso solo a quella che arriva nelle librerie) eccede per molti aspetti le schematizzazioni e organizzazioni su base “qualitativa” a cui eravamo abituati. (Senza contare, ma dovendo considerare, che grandi mutamenti quantitativi impongono o da tempo hanno indotto una serie di torsioni delle linee o insiemi di linee di idee che orientano o orientavano taluni concetti stessi di qualità).


3) Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?

In verità – da qualche tempo – sono un lettore di quotidiani totalmente discontinuo. Pour cause? Forse.

Quando ho iniziato a leggere maniacalmente poesia e prosa nelle loro varie forme, riviste come “Testuale” arrivavano addirittura nelle librerie, almeno in alcune; sui quotidiani c’erano paginate di cultura e ricerche, indagini, curiosità. Datazione al carbonio14: metà degli anni Ottanta del ‘900. Perbacco, c’era perfino in quegli anni stercorarissimi una resistenza (culturale, anche) a quel che stava succedendo… Chi l’avrebbe detto…

Invece. Se adesso cioè oggi trovo in “terza”, una volta sì e l’altra pure, Eco e Merini e Simenon e Moccia e Ammaniti, e Veltroni, non posso comprare il giornale. Stimo quasi tutti costoro, ovvero quasi nessuno di loro, ma il problema mio è forse con le forme iterative.

Poi c’è un ulteriore ostacolo legato al bottone automatico delle monete, nel mio portafogli. Non si riesce ad aprire. Di solito si apre. Quando non si apre, quando rimane sigillato e io devo arrossire e scusarmi con l’edicolante ritirandomi, scopro poi, sfogliando gratis La Repubblica al tavolo di un bar, che era uscito un articolo sulla Merini. Deve esserci una spiegazione razionale, me lo dicono tutti. Forse c’è una liaison paranormale tra quei nomi, o nomi simili, e il  portamonete.

Ovviamente, quando non ci sono Ammanon, Mocciti, Ecorini eccetera, c’è un articolo su Caravaggio. O su Eco e Caravaggio. O su Hirst e Caravaggio. O su Neruda lettore di Simenon. O su quale personaggio di Sex and the city Simenon avrebbe taggato sul suo profilo facebook. Eccetera.

Effettivamente devo dire che vorrei che esistesse una terza via, tra celebrità e nullità, per la terza pagina. Che esistesse una terza terza pagina con ‘analisi’ (con qualche recensione che sappia citare il libro, non solo elogiarlo o massacrarlo o pubblicizzarlo); mentre l’impressione che ho è che non si faccia – da un pezzo – analisi testuale; o che non si faccia con quella frequenza che tempo addietro era prevista dalle pagine culturali. (Intendo analisi condotte con gusto e spirito, wit, acutezza: quel modo normalmente affabile & affidabile, non superficiale, che aveva Giacomo Debenedetti, per dire). Ovviamente ci sono eccezioni eccezionalissime. Penso per esempio ad alcuni redattori di Alias e del Manifesto. Se leggi una recensione di Cecilia Bello Minciacchi, per fare nomi, leggi un bel brano di critica letteraria, arrivi a sapere di cosa parla il libro trattato, ne hai tracce testuali abbondanti, e raccogli grazie a lei tutti gli elementi per sapere se trovarti (o meno) in sintonia con la lettura, se – cioè – acquistare l’opera in libreria. È la critica letteraria che funziona, questa, penso. Non ne individuo moltissima in giro; ma, ripeto, forse sono io che giro poco, o sono fissato e ho poca dimestichezza con varie pagine di vari quotidiani.


4) Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?

Oddio, se ci penso, no. Direi di no. Altrimenti vedrei altri libri nello scaffale di Feltrinelli, cioè delle librerie generaliste. Se vedo i libri che vedo, le case editrici, soprattutto le maggiori, devono evidentemente fare un lavoro orribile e deludente. (Rispecchierà forse una fase storica? di una società precisa? magari italiana? dev’essere, anche questa, una deformazione dello sguardo).

Quello di molti editori sarà dunque un lavoro quasi sempre al ribasso? Addirittura. Probabile. Impressioni: vado per impressioni; mi rendo conto che sono un brontolone, con queste risposte. Non ci posso fare niente.

Ma… Vero è che ci sono belle eccezioni. Editori che scovano e scavano gioielli mica piccoli. Ma incappano nelle strettoie del sistema distributivo. Ergo, non arrivano in scaffale. Pensiamo a tutta la collana fuoriformato (Le Lettere). Ha autori della madonna (ovviamente escluso me), tipo Villa, Magrelli, Costa, Rosselli (2 addirittura!), Reta, Di Ruscio, Vicinelli, eccetera. Si vede negli scaffali? Non facilmente, non sempre. Troppo poco. Idem dico per la collana Arno, di Lavieri. Così è.

Ma quello distributivo è un altro problema ancora. (Forse “il” problema).

Addendum, a parziale smentita di quanto detto: se si visita www.isbf.it si trovano testi non di buon ma di ottimo livello. Stampati da editori che non sono sempre (o soltanto) majors. (E anche le majors, stando agli elenchi di Dedalus/Pordenonelegge, non sono quei dromomani sforna-bestsellers fissati che dipingo di solito).

(Ah, in questi giorni, proprio per citare un piccolo editore di qualità, è uscita la prima traduzione italiana in volume delle poesie di Ernst Stadler: grazie all’editore Duepunti. Era dagli anni ‘80, quando lessi Verità e poesia di Michael Hamburger, che cercavo speravo senza successo che qualcuno traducesse e pubblicasse – per me digiuno di tedesco – i testi di Stadler. Magari adesso scoprirò che non mi piacciono più tanto: ma almeno posso leggerli..).


5) Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?

Le conseguenze dell’arrivo della rete non sono ancora forse pienamente percettibili nel nostro paese. Come attivista (dromomane) della e nella rete, sono il peggior personaggio a cui rivolgere la domanda. Ma è pur vero che navigo assai meno in aree italofone rispetto alle anglofone.

Comunque. Direi che web gioiosamente permette a tanta poesia e nuova scrittura di diffondersi (a macchia virale). Indico sempre la ipertrofica (ma non più aggiornatissima, ammetto) pagina di link di gammm, per spiegare quel che intendo: http://gammm.org/index.php/links. Ma si può visitare con goloso profitto anche la sidebar di http://weeimage.blogspot.com, per buttare uno sguardo a cosa succede nel mondo dei blog e delle riviste o pubblicazioni online (in quest’ultimo caso soprattutto per l’arte e la poesia visiva).

Il numero di riferimenti è, per certi aspetti, perfino disorientante.

Uhm… Mi rendo conto che in ogni caso la domanda diceva “nostra letteratura”. Certo: per l’Italia vale lo stesso discorso. La diffusione di tante opere, la possibilità di fruire per “bits”, pezzettini, anticipazioni, antologie, una quantità di testi, è dirimente non solo per spingere all’acquisto del libro di carta, o per far conoscere un autore altrimenti assente dagli scaffali, ma talvolta proprio per affrontare interamente e integralmente un testo solo nella lettura “a video”. (A cui molti oppongono resistenza, ok).

Poi quando il piano del Capitale punterà massicci investimenti (e mirino del fucile, considerando i profitti) sull’ebook, molte cose nella filiera del libro (molte più cose di adesso) cambieranno. Ma – logicamente – non possiamo con troppa facilità prevedere come.


6) Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme?

Con festival? A scuola? Con corsi gratuiti? Ok: tutto. Tutto può/potrebbe funzionare.

E: la questione, assai spinosa, di (eventuali) finanziamenti alle case editrici, forse, è stata – almeno nell’area della saggistica – condotta a soluzione talvolta da alcune imprese più o meno legate all’università (istituzionalmente o occasionalmente). Pensiamo a convegni e (spesso) mostre. Si stanziano dei fondi, si paga una pubblicazione, si ripaga il costo di stampa del libro. L’editore è contento. Gli autori abbastanza. I lettori raramente. Essendo in sollucchero per l’incasso, l’editore non distribuisce in libreria. O non lo fa – diciamo – volentieri. Ci sono eccezioni. Così come, del resto, ci sono convegni autofinanziati dai convegnisti. Così come ci sono editori che, preso il finanziamento, spariscono nel nulla per anni. Così come, al contrario, altri editori prendono i finanziamenti, fanno il libro, e lo distribuiscono o fanno il possibile (anche in rete) per promuoverlo. Eccetera.

Insomma, è un casino. La situazione è complessa. Ma devo ammettere che – personalmente – non amo il finanziamento pubblico della letteratura. Anche se per certi casi (la poesia) sarebbe manna. Ma anche lottizzazione, clientela, e via mugugnando (sensatamente). Non ho una soluzione. È un rompicapo. Il gomitolo non si scioglie. Datemi la Bacchelli, che aspettate? Almeno Nazione Indiana apra una sottoscrizione, ehi.


7) Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo …), che ha una risonanza sempre maggiore all’estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?

Tranne casi citati ed evidenti come quello di Saviano, incisivo/inaggirabile, e dunque oltre la conseguente accelerazione del volano della visibilità della sua (sacrosanta) denuncia, penso di no. In questo post ho messo giù qualche (sconfortato) appunto. Non mi pare si possa coniugare “peso” (incisitività, echi) e “scrittore”. Quante volte Tabucchi ha lanciato a molti politici critiche fortissime – quanto assolutamente inutili? “Ed è Tabucchi!” (esclamiamo in coro nel nostro baretto).

Beh. A volte mi sembra che a dover esser rifondato non sia un comunismo, o un anarchismo, ma l’alfabeto della convivenza. Nel paese “passano” cose (delle leggi, delle prassi, dei comportamenti: dalla coda alle casse, agli sgambetti tra amici, alle piratate delle auto) che sono illogiche, delle robe lesive e suicide prima ancora che negatrici di bon ton oppure evitabili in virtù di una qualche pregressa azione civile, politica, culturale, o che so io. Il mondo out of joint, sgangherato, mi pare sommamente delibabile & esemplato nella tramontana forte da finis Italiae che da quasi vent’anni soffia in crescendo.


8) Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?

Un’esposizione priva di Spettacolo non passa, di solito (o, qui e ora, non passa incidendo), se appunto è “dello Spettacolo” la nostra società.

E però, ciò detto, aggiungo:

Con altri autori ho dato, personalmente, vita a una forma di protesta chiamata “Sciopero dell’autore”. Molto criticata anche da amici fortemente schierati in politica. Tante e tali sono state le critiche, che ho iniziato non solo e non più a ritenere ma proprio a convincermi che quello sciopero fosse sensato. (Cioè che non fosse impeccabile, ok, né sempre praticabile, né “risolutivo”, certo; ma sensato sì).

Ma non è sensato, sottolineo, se non gli si affianca una parallela prassi di militanza, auto-organizzazione, attività politica-politicaanche al di fuori della letteratura, eccetera. (Questa è una esplicita autocritica: mancando io ora, per ragioni varie, di moltissime attività simili).

E ancora, in particolare, penso anche che se una parte consistente dell’attuale dirigenza di sinistra non sgomma via di gran carriera dalla scena, sarà dura trovare interlocutori. (Anche – ma non solo – per chi si occupa di testi).

Detto ciò, ho ben chiaro che oltre al “Signor B.”, c’è un contesto ossia un nemico maggiore e non scalfibile. Ampio, storicamente presente come non mai, parlante/legiferante. Come detto sopra, è lo Spettacolo, di cui s’è scritto abbondantemente circa mezzo secolo fa. E che continua a essere l’amnio del commercio globale, dell’indistinzione delle merci, della vendita e ormai svendita dei corpi, della condanna – insomma – non solo e non tanto delle visioni rivoluzionarie, ma anche delle più modeste realtà riformiste.

Quella di troppi sarà generosità inutile. Se sei inquadrato (nella doppia accezione del termine), duri il tempo dell’inquadratura. (Dell’inquadramento). (E sempre “come immagine”, nell’efficacia discorsiva; e “come corpo”, nelle mazzate ricevute).


9) Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?

C’è una separazione (e dunque ci sono effetti, che leggiamo nelle prassi sopra elencate), sì. Penso ci sia. C’è o la percepisco nettissima nel momento in cui constato l’abissale ignoranza, in termini di cultura (anche) letteraria del nostro contesto politico.

Io lavoro da circa dieci anni in una libreria che tratta volumi fuori catalogo. Il posto è non lontano da uno dei due rami del Parlamento, e dai relativi cinguettii. I politici – a prescindere dal loro colore – e fatte salve poche eccezioni (bipartisan, si direbbe) svolazzano e passano e passeggiano e cazzeggiano davanti alla vetrina gettando un’occhiata dentro come se guardassero – da una distanza infinita – l’interno di un cimitero delle auto.

D’altro canto, avendo loro contribuito potentemente allo sfasciarsi del tessuto culturale del paese (televisioni commerciali, Rai lottizzata rincretinita, università a pezzi, scuole alla frutta, ricerca ammutolita, eccetera), è logico che guardino i libri come si guardano delle carcasse. Dal mio punto di vista posso dire che i morti non riconoscono i vivi; dal loro punto di vista, il morto sono io.


10) Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali “Libero” e il Giornale, caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell’informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe …), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?

Uno scrittore che abbia non solo uno straccio di idea di democrazia, ma che semplicemente covi minimo 2 neuroncelli sapidi tra cui scocca scintilla, non ha modo di toccare “Libero” o “Il Giornale” nemmeno in edicola. Scottano, tanto sono faziosi e volgari. Scrivere sulle loro pagine, oggi, per me equivale a scrivere su “La difesa della Razza” nel 1938.

Hai voglia, dopo il ‘45, a dire “ma io mica ero razzista, scrivevo ricette di cucina e recensioni di ikebana”. Sei uno che ha scritto su “La difesa della Razza”. Punto.

(E ci hanno scritto in tantissimi: l’indice dei nomi fa vomitare).


(pubblicato su Nazione Indiana)

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