Il corpomente della parola: Saggio-conversazione intorno alla poetica di Ida Travi

1. L’aspetto orale della poesia

La tazza e lo schiudersi della bocca. Il mondo nella tazza o il gesto dell’aprire le labbra verso l’altro da sé? Qualcosa è sempre stato lì, nel fondo, racchiuso come ad aspettare che qualcosa accadesse. Il gesto salvifico è quello di bere da quella tazza anche i precipizi della Storia, quei vuoti che gridano l’assenza. Essere capaci di dissetarsi e, al contempo, guardare nella cavità della tazza, è l’alchimia della scrittura, di quella poetica in particolare. Così suggerisce Ida Travi nel suo denso e suggestivo saggio L’aspetto orale della poesia. È un’assenza che non comporta mutilazioni ma traghetta per sincopi; si fa ascoltare, come una quiete che perdutamente appartiene e si trasfigura in tutti i nomi del mondo. Si nomina e si muore. Così la parola scritta, a toccare il vuoto della tazza, accoglie e si fa segno.

«Dal drappo che la scrittura stende sulla coscienza si ricava la benda per gli occhi, dalla benda per gli occhi i panni per le ferite della coscienza. Nell’oscurità degli eventi “il vivente”, l’eroe della tragedia fuso col suo spettatore, di traccia in traccia va in cerca della verità. Il cercatore di verità è destinato a non trovare asilo. Proprio anelando alla quiete, ci rinuncia. Il suo linguaggio non può essere che un enigma o il sintomo di un trauma.» (Travi 2000¹, p.13, 14)

Neo è la soglia tra Eros e Thanatos. Il cominciamento di ogni dicotomica diade: la lingua, il corpo, il suono, la parola. E anche il soffio del Tutto che pre-cede. Si accorda alla luce quel soffio, all’evaporazione di ogni incontrovertibile certezza e si trattiene nell’entrata-al-mondo. In quell’esitazione non si aspetta solo ciò che tarda ad arrivare ma il suono, potremmo dire quasi primordiale, di chi non ha ancora – o non ha più – difese. Il sogno in questo senso è zona liminare, l’intermittenza dell’occhio che sa sostenere il giorno e l’ombra ma che, nel balbettio, non riesce ad accendere il fuoco: non è affar suo. È nella scrittura che la matassa si dipana e il luogo diventa quello della testimonianza oculare – come pupilla che intrattiene il ritmo del tempo. Albeggiare sul limite del venire-al-mondo illumina proprio quell’intermittenza, quella presenza-assenza che può evolversi in due modi: quello di una lingua convenzionale (chiamata impropriamente madrelingua) e quello invece della prima lingua, la lingua materna appunto che contiene – attraverso la lingua poetica – il bisbiglio.

La ragione fende il sogno; procura una deflagrazione senza possibilità di appellarsi tuttavia a chi ne custodisce la porta. Ciò che la poesia orale serbava in sé come unione di segno suono e significato viene salvato nella trasfigurazione del passaggio dal dentro al fuori, dal vuoto indistinto di ciò che accade a chi ancora, aperti gli occhi, non vede.

Aprire gli occhi per la prima volta e chiuderli per un’ultima sono i movimenti fondamentali che restituiscono a ogni esistenza la sua dimensione naturale, cioè rispetto all’ordine delle cose, non tragica. Ma prima di quel movimento fondamentale, la madre avvierà un incredibile parlare al cieco (…) è il parlare dissennato di chi con la voce non smette di spiare gli occhi, d’un piccolo o di un vecchio, d’un altro. È il parlare inconsulto di chi usa la voce come fosse una leva per le palpebre chiuse. [Ivi, p.69]

Nella relazione primordiale che viene a crearsi tra neo-nato e neo-madre si assiste ad una trasposizione della oralità della poesia:

La lingua materna è condannata perché è concreta, non astrae. Perché è dinamica, narra per eventi, dice e quel che dice lascia subito scomparire. Va avanti, non si sofferma. Lascia andare sia il trionfo che l’orrore. Come la poesia epica. Tenta il superamento del tragico affidandosi al divenire anziché all’immobilità dell’essere. [Ivi, p. 38]

Nella voce della madre, come nella poesia epica, alberga il suono che in-canta, che stordisce perché racconta le cose al dritto e al rovescio, ci gira intorno e non è schiava del significato né di alcun dominio. È lingua che parla talmente piano da non distinguere, lavica desiderante e taumaturgica. La traccia della lingua materna dimenticata è vicina al passaggio dall’oralità alla scrittura poetica, allo scarto cioè tra ciò che è in tumultuoso divenire e ciò che è. L’inaridimento viene evitato dalla possibilità (che al poeta è riconosciuta per eccellenza) di conservare quella voce attraverso lo scavo della parola.

 

2. Diotima e la suonatrice di flauto

Rifiutare l’intorpidimento e distinguere la veglia dal sonno. Riconoscere le voci che non minacciano: sono solo l’incubo dell’indotta inadeguatezza.

Anna esce dal buio. I capelli intrecciati da foglie di mirto e la luce lunare che illumina a intermittenza il sentiero. Latte e sangue sono nutrimento che sgorga dal suo stesso corpo. Anna esce dal buio ma non dalla penombra. Sembra quasi di vederla avanzare, attraverso il ritratto che di lei fa Ida Travi appena prima dell’incontro con Diotima. La penombra è l’indolenzimento della paura; è l’esitazione prima della scoperta del tradimento; è l’incapacità di essere consapevoli che non si partorisce solo col ventre ma anche, e prima di tutto, con l’anima. L’ultimo tratto del piccolo gioiello di Ida Travi, Diotima e la suonatrice di flauto, descrive appunto Anna, la suonatrice del Simposio di Platone che viene congedata dai commensali prima della discussione intorno all’Amore. Anna è una donna in carne e ossa, prima ancora di raccontarsi e di scoprire che la verità ha a che vedere con un sentiero non sempre illuminato a giorno; prima di scoprire cioè che cosa di quella verità si sia volutamente sottratto e saccheggiato. Ida Travi mostra cosa è stato di lei, uscita fuori dal banchetto, e di Diotima, la maestra di Mantinea nominata da Socrate che appunto mai compare fisicamente nel dialogo platonico. Travi dà voce ai corpi rimossi e ai rimorsi, ascolta e vede come solo chi è visitata dall’erranza dell’immagine può permettersi. Ascolta e vede e, come spiega bene ne La Verità – adducendo il pretesto dell’atto tragico, parte dalla fonte che insieme all’ulivo e al sentiero costituiscono i tre oggetti di scena.

La fonte è il punto da cui sgorgano le risorse dei corpi e delle menti. È il punto in cui gorgogliano, non riconoscibili, le grandi contraddizioni di ogni umano esistere: il tempo è costante in questo continuo e oscuro gorgoglio, mai veramente conoscibile perché davvero troppo profondo. Là sotto, verità e opinione, bene e male sono in balìa di forze trasfiguranti. [Travi, 2004, p. 27]

Sulla fonte ci si vorrebbe soffermare proprio per il rilievo che assume nel chiaroscuro di quella culla che dondola sul mare. La culla è un’immagine che ritorna estenuante nella poetica di Travi e che domanda qualcosa come tutto ciò che dal gorgo non smette di emergere. Si tratta di una culla senza infante, un luogo vuoto e accogliente su di un mare che la muove. La culla e la fonte dunque come due aspetti della stessa simbolica rappresentazione: il grembo, la maternità della lingua ma anche la stessa filosofia che Kierkegaard chiama balia asciutta. Ecco, se poi questa filosofia la rintracciassimo nella sua origine greca, come ben nota Luisa Muraro nella introduzione al volume, ci renderemmo conto da subito delle contraddizioni che la Storia porta seco. La culla è forse ascrivibile al rimosso e alla imperdonabilità della maternità in potenza, avvertendoci di qualcosa che manca per poi tornare trasformato. L’accoglienza e la cura di sé non possono essere disancorate dal mondo ma, in un’ulteriore navigazione del pensiero, lasciano gli ormeggi per dirigersi verso la conoscenza. È all’interno della stessa cavità liminare e feconda che la fonte figura quella umbratile dimora in cui la contraddizione perde di significato e, viceversa, conosce la nominazione.

Anna: Ecco, questo dicono di te. Dicono «Le parole sgorgano da quella bocca come da una fonte».

Diotima: Così mi hanno fatto credere … a furia di domandarmi l’opinione sulle cose. Ma dopo aver bevuto alla mia fonte, si convincono che il merito sia loro … che sono stati bravi a dissetarsi. Si scordano la fonte stessa. Domandano … e io ho aspettato invano da loro una risposta capace di far crescere la mia. Una volta dissetati vanno a ragionare altrove … Ma adesso chiedi, domanda, più che a me, chiedi alla parte più sveglia di te. Cos’è questa stanchezza? Da dove viene tutto questo sonno? [Ivi, p. 47]

Come in un ápeiron si assiste ad una precisa origine sorgiva alla quale in molti si sono dissetati per poi discettarne. Ma la fonte alla quale Anna e Diotima arrivano non è solo una meta alla fine del sentiero, tutt’altro. È soprattutto il nodo dell’origine, ciò che è stato da lì tramandato – e manomesso – andando a costruire un tracciato prevalentemente patriarcale, senza quella filigrana di sapere femminile che fa parte inderogabilmente dello sfondo. Lo stesso Socrate paragona la fonte alla bocca di Diotima di cui riporta l’insegnamento durante il simposio. Qui però è Diotima che prende la parola, fa suo il diritto di replica. Non esiste più la modalità accademica di una parola a seconda mano; Diotima parla e la sua lingua non ripete la litania platonica ma percorre nuove fenditure; la dorsale della dialettica costringe al ritorno, scardinando l’agonismo maschile. Proprio lì. Alla fonte. E Diotima ci ritorna con la suonatrice, quando la musica ha cessato di essere un mero diletto conviviale per diventare – finalmente – un canto.

Diotima: … molte cose Socrate non sa sul mio pensiero … Immagini, visioni d’amore, intelligenza di tutto un altro genere. A volte, a sera sul punto di dormire, un’immagine viene e mi dà un’immensa pace: una donna accoglie un corpo quasi esangue, lo tiene tra le braccia, leggerissimo, lo guarda solamente e il corpo cerca piano di parlare. Questa è l’immagine d’una Pietà vivente, una figura umana che ha il volto femminile della cura. [Ivi, p.49]

Quella parte del pensiero di Diotima che Socrate ignora è la presenza della donna in carne e ossa, cioè – secondo Ida Travi – il pensiero appassionato come Pietà vivente che si prende cura dell’Altro stemperando la violenza del logos.

 

3. La corsa dei fuochi

È notte. La donna si alza a scrivere. Cosa vuol fare? Vuole fendere il buio, vuole aprirsi un percorso, vuole sbucare dall’altra parte della sua intelligenza [Travi 2006, p.12]

Quella donna che scrive mette al mondo, traendo fuori gli esseri e gli accadimenti come a fondarli e fenderli, appunto, allo stesso modo. Ne La corsa dei fuochi, si assiste allo svolgimento di ciò che Ida Travi rintraccia già ne L’aspetto orale della poesia: l’atto creativo che comincia dal far nascere e non da un inizio indistinto in cui si nasce; quel si non tiene conto della relazione tra soggetti ma solo di un confronto dicotomico tra soggetto e oggetto. «La mano della donna che scrive – secondo Travi – è la mano che si è ritratta dalla farina così come dal sangue», la mano cioè di quel corpomente che è relazione immediata nel suo porsi come opera e superamento del tragico.

Nel mondo ricoperto dal pantano/ c’è un paese rifrangente, luminoso, una strada/ s’inerpica alla fonte, alla fonte la madre/ aspetta, aspetta// devi portarle la brocca// tu porta la brocca e vedrai// tra i rami degli ulivi passa una brezza umana, / là nella stanza un fremito, un vagito// tenete lontano l’esserino dalla terra impantanata/ cullatelo più in alto. [Ivi, p. 20]

Anche qui riappare il neo-nato come possibilità della lingua poetica disseminante; in quella b(r)occa che dice dello stacco mescolato al drama.

Quando la voce avrà emesso il suo decreto, tutti/ se ne andranno via e il posto tornerà deserto // Ascolta. È una pietà che parla, l’autorità di quella madre/ supera ogni legge scritta. [Ivi, p. 33]

Fuori dalla parola del Padre si dispiega il ri-mosso come ciò che è stato celato ma – anche – come ciò che è mosso due volte, nell’andirivieni del tra-verso. Non si tratta qui dell’interstizio ma di una regione intera segnata dalla coscienza incarnata.

La culla sul mare/ culla nella culla/ la culla sul mare dondola vuota. [Ivi, p. 34]

Il sogno serve a destare la ferita, a ri-membrare la cicatrice dell’essere al mondo. Per questo l’assonanza traum/trauma arriva come un monito. Fare attenzione a quella ferita e com-prenderla nel teatro panico della contemporaneità significa fare i conti con se stessi.

I fiori bussano alla porta, e lo sanno che non possono entrare:/ traum traum// tre o quattromila bocche non parlanti stanno soffrendo/ ferme sugli steli// Immobile e distesa una figura va per i deserti e si trascina/ là dove sono apparsi, all’improvviso e soli, i fiori d’acqua/ più gentili e strani// Un animale lamenta il suo dolore e tutta l’aria/ è tremolante, vaga// traum traum// I fiori rosa ghiaccio bussano alla porta e lo sanno/ che non possono entrare. [Ivi, p.40]

Traum è sogno e sintomo dell’ematoma della storia personale di ognuno di noi. Traum come qualcosa che picchia alla porta dell’occhio che ne prevede la vertigine.

 

4. Neo-Alcesti

Il logos è una semenza. Il luogo della razionalità a cui si assiste assopiti. Cos’è quel sonno? Di quale stoffa sono i sogni che non ingannano e che fanno risvegliare col presagio che qualcosa si è compiuto a nostra insaputa? In Neo-Alcesti si è subito avvisati che della sposa di Admeto si ritrovano solo le vestigia. Una donna risorta e velata

Cammina a testa bassa, si butta sul letto. Si butta e si ributta, si rialza. Fruga fra i teli, sistema i nastri fra i capelli. Ha il viso imbronciato, l’ovale è fermo, incorniciato da riccioli ribelli. Una ciocca le ricade sulla fronte, sopra il neo. È molto pallida. Adesso sta prendendo una molletta, un pettinino … Si fa bella, sì, ma per morire. Vuol morire al posto del marito: ha dato la sua vita in cambio di quella del marito, un marito un po’ così, neppure tanto nobile. È una lenta moviola: qui la vestizione d’una sposa somiglia più che altro al preambolo d’un funerale. [Travi 2009, p. 13]

Non si tratta di stabilire quando e come ci si trovi innanzi alla casa greca di Alcesti e quando invece di quella casa rimangano solo pareti spogliate dal debolismo contemporaneo. Le stanze sono tutte uguali, in fondo, quando ad abitarle sono le custodi dell’oikos. La stanza è l’estensione di un gesto cantato quando si è costretti a scendere al fondo di noi stessi armati fino ai denti.

Il vagito è un sintomo che torna a graffiare dal silenzio; è presagio di uno smarrimento antico.

C’è qualcosa sulla guancia del bambino, hai visto?/ È una mosca. C’è una mosca sulla guancia del bambino/ hai visto? Il velo non è servito a niente! Il velo/ non ha fatto barriera. Devi soffiare sul fuoco, quando la neve miagola/ non dice la verità// Se sei un uomo sposta quella pietra, fa’ vedere chi sei// Fa vedere che razza di uomo sei, avanti/ trova il verme che striscia// Poi sentirai quella voce che dice: vieni con me/ entra con me nella pietra// Tu non andare, è un imbroglio// Sul sasso c’è scritto il tuo nome, ma non basta. [Ivi, p. 19]

Bisogna prestare attenzione anche nel sonno. Cadere non si può perché si è già caduti. Per Alcesti il sacrificio è già stato la condanna della nuova forma suscitata. La caduta non può più avere luogo. È lei, Alcesti, che decide di porsi dinanzi al sangue del marito e del martirio. Dopo aver conosciuto gli inferi non c’è posto per i rimpianti ma solo per l’autoconsapevolezza. Così Travi in questo canto delle quattro mura rintraccia l’ordito che da Alcesti arriva fino alla contemporaneità, quella trama sottile e grondante di promesse che brillano nel vuoto.

O ti adatti o sogni.

Nel catalogo poetico di Ida Travi c’è un miscuglio febbricitante; la lingua onirica e visionaria di Neo-Alcesti racconta la parola dopo la morte; racconta della parola che va cullata in alto insieme ai rami; racconta di un monito che è quello dell’impossibilità di sacrificarsi una seconda volta; dice dell’essere stata messa a tacere per troppo tempo. Il bambino che sempre torna nei versi insieme al vagito, sentito di sbieco o trasformato in balbettio, è un fagotto, un fardello di scuse, un vestitino che galleggia sull’acqua.

C’era intorno un silenzio di gesso una menzogna/ Che cos’è tutta questa menzogna?/ Questa polvere cos’è?/ L’ha portata con sé la conoscenza?// Era alta come me/ domandava domandava…// Ma perché mi interroga così?// Io metto le mani davanti agli occhi/ così non si vede che respiro/ Sulle mani passano due cose: un albero cattivo/ e un uccello in volo, l’unico con cui si può veramente parlare [Ivi, p.81]

Tutta la menzogna sta nello scandalo di quella polvere che, portata insieme alla Conoscenza, si è fatta mantello di indicibili esclusioni ma Ida Travi sa che in quel ventre della scrittura si affonda piano per poter ri-emergere in nuova forma insegnando l’autenticità della relazione.


Opere citate

L’aspetto orale della poesia. Scritti e note per un seminario, Verona, Anterem Edizioni, 2000 (le citazioni sono tratte dalla seconda edizione, pubblicata nel 2007 da Moretti&Vitali)

Diotima e la suonatrice di flauto. Atto tragico, Milano, La Tartaruga, 2004.

La corsa dei fuochi. Poesie per la musica, Bergamo, Moretti&Vitali, 2006.

Neo-Alcesti. Canto delle quattro mura, Bergamo, Moretti&Vitali, 2009.

 

(di Alessandra Pigliaru su La dimora del tempo sospeso)

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