Anterem n.80 (giugno 2010) – L’editoriale

I luoghi verso i quali ci dirigiamo non hanno consistenza propria. Assumono quella che noi intendiamo conferire loro. L’esperienza poetica è andare verso qualcosa e, nello stesso tempo, costruire quella cosa stessa. Silvano Martini Il numero 80 di “Anterem” inaugura una nuova serie della rivista, la sesta, con la quale ci proponiamo di enunciare e approfondire alcune questioni relative all’esperienza poetica del pensiero. È un numero problematico. Mette in pagina una pratica conoscitiva che, senza indulgere all’illusione di potersi costituire in sistema, si declina in molte articolazioni. Entra subito nel merito della tematica e chiede al lettore un ascolto particolare: un ascolto “attivo” che gli consenta di attendere quel che può essere davvero detto dal pensiero, quando questo si mette all’altezza di una parola proveniente da un altro luogo. Questo numero documenta quanto mobile sia la disposizione interrogativa alla quale ci affi diamo e mostra il preciso confi gurarsi di una tensione rifl essiva che trae la propria linfa da elementi propri della poesia. In ciò si rivela decisivo l’intervento di poeti e pensatori che, accogliendo nel pensiero qualcosa di impensato, aiutano a comprendere e a salvaguardare la parola nella sua purezza e nelle sue tonalità emotive. «Siamo marinai che devono riparare la loro nave in mare aperto» annota Otto Neurath, annunciando il fallibilismo di ogni rifl essione fi losofi ca e scientifi ca che tenda a proporsi come enunciato protocollare. Il che non signifi ca coltivare l’incertezza e l’indecisione, ma prepararsi ad assumere la fi nitudine del pensiero e delle sue parole più appropriate come guida. In questo senso abbiamo deciso di scommettere su alcune poetiche e su un pensiero che, orientando verso la frontiera di una lingua incognita, sono in marcia verso di essa, pur nella consapevolezza di non poterla mai compiutamente attraversare. L’uomo non può sapere tutto ciò che dice ed è esposto, se vuole saperlo, alla possibilità dell’errore. Il dire prevarica sul detto e dà luogo a un pensiero incamminato verso quanto si sottrae, così come richiede la poesia che non può permanere in nessun senso, né stabilirsi in alcuna interpretazione. Un pensiero che – schiudendo le porte della coscienza ai dubbi e alle interrogazioni – nulla lascia intatto di quanto di accomodante si perpetua nel pensare. Non c’è un fondamento al quale aggrapparsi. Formulare una domanda sul linguaggio non signifi ca cercare per essa una risposta adeguata, ma esplorare lo spazio stesso dell’interrogazione. E non potrebbe essere altrimenti se ogni domanda sul linguaggio presuppone il suo parlare già dal linguaggio. Ed è lì che si tratta di 6 operare ogni volta un rivolgimento, nella cui incompiutezza c’è qualcosa di silenzioso che viene a interrogarci. I saggi qui raccolti si affi dano a un pensiero che vuole restare in cammino. L’intento che li anima è di raggiungere alcuni luoghi in cui l’esperienza del pensiero si raccorda con la poesia; prestando la massima attenzione all’intersecarsi in un punto, senza tuttavia perdere di vista il tracciato dei fi li che lavora alla sua formazione. Abbiamo abdicato dalla centralità del metodo e seguiamo le tracce che portano alla natura metamorfi ca del linguaggio. La scelta di questa via obliqua ci pare forse la più idonea a seguire il cammino di un pensiero che non ama essere ordinato in una struttura categoriale. Il nostro ricercare intende corrispondere all’estremo rigore del dire pensante. Ecco la questione sulla quale rimane situato e imperniato il nostro pensiero. Nell’ordire l’intricata rete dei testi poetici, narrativi e teorici che formano questo numero, abbiamo inteso privilegiare la precisione nell’aderenza al tema, individuando ogni volta le diffi coltà, misurandole; di volta in volta sforzandoci di trovare una risposta o accogliendo come dato ineludibile l’incompiutezza. I passaggi tra i vari testi non risultano univocamente determinati. Ogni contributo di indagine e di rifl essione muove da attese create dagli altri lavori che trovano spazio nel numero e conducono non verso una teoria critica conclusa, ma verso un’interminabile interrogazione. Bisogna intendere bene cosa sia l’esperienza poetica del pensiero. Queste pagine cominciano a mostrare in quali radici affonda e in che cosa consiste la sua radicale differenza e irriducibilità rispetto ad altre forme di conoscenza, più specifi camente fi losofi che e scientifi che. Il colloquio tra il pensiero e la parola poetica – quando il pensiero si mette all’altezza di una parola proveniente da un altro luogo – è un momento strutturale, decisivo del pensare che accade nel linguaggio. Nel rapporto che si istituisce, ognuno dei due termini viene sospinto al limite del proprio senso, per offrirsi a una produzione di senso principiale.

Flavio Ermini

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