Gabriella Sica – una nota di Giorgio Linguaglossa

Quando Gabriella Sica (della generazione degli anni ottanta) pubblica nel 1997 Poesie bambine, in una recensione apparsa sul n. 13 di «Poiesis» scrivevo: «La poetica del fanciullino pascoliano è stata una operazione culturale chiave nel Novecento italiano. Una delle recenti acquisizioni di questa linea che passa anche attraverso una certa lettura della poesia di Penna e di Beppe Salvia è senza dubbio questo agile libretto di Gabriella Sica, ben modulato e di gusto corretto». Un libro scritto «in allegria», come scrive l’autrice. Nel 2001 per i tipi di Fazi esce Poesie familiari, dove la Sica presenta il conto della sua opzione stilistica e tematica: il racconto dall’infanzia all’età adulta in una serie di fotogrammi dell’Italia dagli anni cinquanta in su, fino alle radici del post-moderno attraverso la rivoluzione industriale e post-industriale. Anche la tastiera stilistica si allarga per abbracciare una materia più complessa, vischiosa e più vasta: quella parte della storia d’Italia che passa attraverso la cruna dell’ago dei ricordi delle persone, degli affetti e dei luoghi. Ed adesso con quest’ultimo Le lacrime delle cose (Milano, Moretti e Vitali 2009), abbiamo un’opera che per stratificazione materica e stabilizzazione stilistica si può definire della maturità adulta. Vengono qui a sedimentazione le esperienze militanti di «Pratopagano», la rivista che la Sica diresse dal 1980 al 1987, l’esperienza di un certo primitivismo e adamismo connesse ad un ritorno alla classicità dei poeti della latinità che la rivista espresse tentando una riconfigurazione formale della lirica post-penniana in chiave modernizzatrice e «neomoderata», di contro ai movimentismi della poesia degli anni ottanta che vedranno l’affermazione progressiva del Mitomodernismo e il ritorno alla poesia neopagana. Alla distanza, la chiave «neomoderata» della Sica si rivelerà un grimaldello ben efficace. Gli anni ottanta sono anni di naturale riflusso e di ripiegamento ad una ritrovata interiorizzazione della lirica; gli anni novanta segnano la fine delle poetiche egemoni: chi non ha saputo rinnovarsi rimane irrimediabilmente indietro, chi invece ha tenuto fede alle proprie più profonde radici e si è messo in cammino verso l’ignoto e il rischio stilistico e tematico non tarderà a raccogliere i suoi frutti. La Sica sceglie di andare per la sua strada, procede per agglutinazione materica e stabilizzazione stilistica, il verso rompe gli argini dell’endecasillabo, spesso si allunga, penetra osmoticamente nel tessuto lessicale la storia dal punto di vista degli affetti familiari, il grande mondo è visto attraverso la lente di ingrandimento del piccolo mondo, l’attualità è vista attraverso la lente dell’eterno fluire di tutte le cose, ed anche la stabilizzazione stilistica si sistema sul piano basso della narratività. Risalta la compostezza lessicale e sintattica del nuovo verso sporcato di matericità e di cose rustiche, semplici; l’antico ruralismo si è stemperato e arricchito di una nuova consapevolezza stilistica: il giro frastico segue lo scorrimento sintattico, viene abolito l’enjambement, la precisione lessicale diventa il criterio guida di ordinamento del verso. La Sica va dritto all’essenziale delle cose da dire, nel modo più semplice e diretto, le amate rime scompaiono, scompare la colonna sonora e il verso indossa il saio d’una francescana umiltà e semplicità, compare una prosa che sa d’antico, i quadretti sono lindi e nitidi man mano che intorno le cose del mondo si offuscano e si confondono. «Ecco la valle estrema e ombrosa al sole / estivo dove la misura del tempo è colma / ecco le creature miti e liberate dal male. // Il seme del vivere è qui seppellito / tra cipressi erbe perenni e verdi siepi d’alloro. / Che semina a La Cura, lontano dal paese! // Quanti oh quanti non-vivi siete che vivi / io ricordo, in quanti morti? davanti a me / camminate senza porre domande e compiuti…».

Con una tranquillità disarmante entrano in questa poesia le figure di terroristi talebani, l’amico poeta Pietro Tripodo, le compiante poetesse Amelia Rosselli e Giovanna Sicari, le oche di Villa Borghese, gli «Appunti parigini», il passato del futuro, o meglio, il futuro che è diventato passato, e mille altri aspetti della vita quotidiana della fine del moderno, trattati con un verso di impianto narrativo, lungo e avvolgente, ormai parente lontanissimo di quello delle Poesie bambine, lontano parente dell’endecasillabo novecentesco. È il modo proprio della Sica per sfuggire al clichè piccolo borghese della poesia italiana del novecento, la sua strategia di sopravvivenza.

(da Due generazioni quattro poetesse a confronto: Gabriella Sica, Alessandra Paganardi, Manuela Bellodi, Annamaria Farabbi, di Giorgio Linguaglossa)

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