Vent’anni nel laboratorio di Umberto Fiori – di Paolo Pegoraro

Per una felice coincidenza sono state editate quest’anno tre opere del poeta ligure. Tre libri differenti tra loro – una raccolta di saggi, un romanzo, un dialogo – che prolungano la sua riflessione poetica sull’etica della voce e della scrittura.
Tre libri elaborati nell’arco di un ventennio, tre coagulazioni di una multiformità linguistica che sorprendono chi conosce la trasparenza e la colloquialità dell’Umberto Fiori poeta. Se La poesia è un fischio(Marcos y Marcos, pagg. 182, euro 15,00) raccoglie saggi sull’etica della scrittura e sul rapporto tra opera e tempo, meno inquadrabili sono gli altri due volumi. Il dialogo della creanza (Lieto Colle, pagg. 55, euro 10,00) è una conversazione in italiano “anticato” fra tre interlocutori su pregi e difetti del parlare comune. Infine La vera storia di Boy Bantàm (Le Lettere, pagg. 141, euro 15,00) è un godibilissimo romanzo-parabola di grande attualità: lo scienziato Amos Merli scopre un misterioso ibrido, un bimbo-pollo che attira l’attenzione del carezzevole Moini, scafato conduttore televisivo e fondatore del movimento animalista Patto per la Vita…

 

Caro Fiori, un tema che torna nei tre volumi è quello della vocalità e del canto. Come ha influito, nella formazione della sua poetica, l’aver fatto parte del gruppo rock Stormy Six?

In effetti, la riflessione sulla voce, sul cantare, parte anche da quell’esperienza. Per una dozzina di anni – dal1971 al 1983, più o meno –mi sono trovato a salire su centinaia di palchi e a cantare in pubblico le parole che io stesso avevo scritto. Scrivere versi per la pagina è un’altra cosa: tutto è più mediato; tra autore e lettore, tra chi dice e chi ascolta, c’è una distanza di sicurezza. Quando canti, invece, hai di fronte tante belle facce. E anche brutte a volte; poco incoraggianti, voglio dire. Tu stesso “ci metti la faccia”, sei inchiodato a quello che dici: la tua presenza lì, in carne e ossa, è quella di un “martire” in senso etimologico, di un testimone del discorso che invade la piazza, il teatro, la palestra. C’è come un supplemento di responsabilità. O almeno, io lo sentivo. Sentivo anche com’è diverso suonare uno strumento e cantare. A differenza di una chitarra, di una tastiera, la voce è qualcosa che fa parte di te; ti identifica, ti definisce. Uno strumento si usa, una voce la si ha; anzi, si è una voce. Quando uno canta, esplora in un certo senso la forma che gli è toccata, i suoi contorni, i suoi limiti. Questo aspetto dell’esperienza musicale ha condizionato il mio modo di intendere la parola poetica, anche quando non si trattava più di metterla materialmente in scena. Ancora oggi, scrivendo, penso a un pubblico come quello che mi trovavo ad affrontare allora: gente socialmente e culturalmente molto eterogenea, interessata ma pronta a distrarsi. Ecco: penso alle mie poesie come a dei discorsi nudi, senza difese, che devono guadagnarsi l’ascolto del lettore, convincerlo che in gioco c’è qualcosa che davvero importa.

 

Ne La poesia è un fischio definisce questo canto un recuperare la propria voce individuale con naturalezza. Può esemplificarlo?

In una poesia di Chiarimenti (1995), Il discorso e la voce, si parla di uno che, nel corso di una discussione, “arriva alle parole”. Gli altri lì intorno, un po’ sgomenti, sentono che sta per cantare. Cantare è appunto questo “arrivare alle parole”. Uno canta quando quello che dice non può più rinviare ad altri discorsi che lo fondino e lo giustifichino, non può essere ulteriormente spiegato. Il parlante di cui si racconta in questa poesia “Non cerca un’altra voce, più vera:/ trova la sua già qui,/ tutta intera,/ e prova a parlare.// Prova cos’è, parlare,/ avere una voce, cos’è/ essere poveri”. Quello che chiamo voce è “il suono che è suo,/ quello che non conosce,/ che non può scegliere”. È come il verso di un animale. Non uno stile: un limite, una sorte.

 

Tuttavia lei evita ogni “innatismo”. Il canto non è parola spontanea o banale.

In teoria, no. Sarebbe meglio di no. Ma chi può dirlo? Il canto non è un oggetto estetico il cui senso e il cui valore sono controllati dall’artista, dal pubblico, dalla critica: è quello che sfugge a tutti, quello che tiene tutti insieme. Tra la poesia e la parola banale c’è una differenza decisiva, evidentemente; nessuno però può giudicarla da fuori, da lontano, dall’alto.

 

Questa demarcazione si accentua in ambito sociale: l’onesto chiacchiericcio del mercato che Creante ama può diventare il pauroso mùgghio di un raduno politico, come scopre Amos Merli…

Creante sogna di partecipare, quasi misticamente, alla quotidiana concordia di una comunità “normale”; di quella “normalità”, al professor Merli si rivela il lato oscuro. Protagonista, tanto nella Creanza quanto in Boy Bantàm, ma anche in molte mie poesie, è sempre la gente. Animali compresi. E lì in mezzo, quello che resta dell’individuo.

 

Venendo a Boy Bantàm, i pattovitisti stanno nel mondo ideale del cute (gattini come peluche) e, insieme, in quello tetro del bestiale (cynics/punkabbestia)…

Sono due aspetti della stessa ideologia. In entrambi i casi, l’animale incarna l’ideale di un’umanità senza ideali, disgustata di se stessa, incapace di riconoscersi. Non è raro che nei movimenti politici convivano un’ala bonaria e una violenta. Il Patto per la Vita è un movimento largamente popolare, e perciò molto composito. Moini è un grande leader perché intuisce ciò che accomuna nel profondo il giovane teppista e la buona massaia e lo rende visibile, cioè vero e giusto.

 

Moini rappresenta il pensiero cannibale, che si rivolta contro se stesso per essere liberato dal “male” della ragione/ linguaggio. Cosa ne pensa dell’ossimoro delle filosofie postumane?

Lo ha detto lei: mi sembrano un ossimoro, una contraddizione in termini. D’altra parte, filosofi di tutto rispetto come Jacques Derrida si sono mossi in quella direzione. Proprio di questo parla Rocco Ronchi nella postfazione a Boy Bantàm, che è un lucidissimo saggio intorno alla differenza.

(di Paolo Pegoraro su Letture – Novembre 2007)

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