LA QUESTIONE DEL «QUOTIDIANO»

In un noto passo dei suoi Quaderni del carcere Gramsci scrive: «Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la questione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale».

È fin troppo chiaro che con questo libro: Voi, Umberto Fiori non ha affatto inteso porre «la questione della lingua», ma ha inteso porre la questione del «quotidiano» quale motore di indagine del «reale». Per la «nuova poesia» è la questione del «quotidiano» il problema centrale da cui ripartire; e quindi non c’è più un problema politico o politico-estetico in questione, né tantomeno è più questione di un ricambio dei «gruppi dirigenti», né è più questione di una sorta di «egemonia culturale» da parte dei cosiddetti quotidianisti. Oggi si può affermare, con alto indice di gradimento, che la questione della lingua è uscita fuori del quadro teorico di riferimento della «nuova poesia», così come estranea alla sensibilità della poesia contemporanea più consapevole appare essere la questione dello «stile». Oggi, in pieno post-moderno, porre la questione della lingua è un modo arcaico e obsoleto di porre la vera questione politico-estetica sottostante; la vera questione che invece bisogna porre è un’altra. Faccio una premessa: la questione della Lingua, o meglio, del linguaggio poetico, è stata risolta una volta per tutte dalla invasione e dalla alluvione dei linguaggi mediatici che ha sconvolto fin dentro le fondamenta quello che restava dei linguaggi poetici tardo-novecenteschi. Quello che resta da fare è presto detto: è da questo panorama di distruzione che bisogna ripartire. A lungo andare, lo stile sfocia nella stilizzazione, e si rivela una via non percorribile, così come il quotidiano sfocia in una teologia rovesciata: nel quotidianismo. D’altro canto è anche vero che porre oggi la questione del «quotidiano» è più una questione di teologi «vaticanisti» che non una questione di poetica. È un modo abile ma dissimulato per tentare una sortita nelle retrovie della questione sottostante. Sia detto una volta per tutte: oggi non c’è soltanto una dritta via che possa condurre al pieno successo di quale linguaggio poetico eleggere, soltanto una consapevolezza del problema in tutte le sue sfaccettature può aiutarci a risolvere il problema di quale linguaggio e di quale tematica. È stata responsabilità del minimalismo degli anni ottanta e novanta l’aver favorito la divulgazione di una prassi di sfruttamento del quotidiano in poesia: era la via più facile e spendibile in termini di resa poetica. Ma, a lungo andare, i nodi sono venuti al pettine. La poesia del minimalismo diventava sempre più facile e accessibile, era possibile in poesia dire tutto di tutti gli argomenti e di tutte le occasioni del «quotidiano». I minimalisti eleggono il quotidiano a teologia positiva, quando, invece, la via da percorrere è proprio l’opposta: il «quotidiano» come muro impenetrabile e invalicabile. D’altro canto, anche le commistioni tra post-sperimentalismo e minimalismo non facevano altro che aggravare il problema «teologico», finendo per sommare le insufficienze dell’uno con quelle dell’altro: i fallimenti recenti dei libri di Luigi Ballerini con Cefalonia (2005), Franco Buffoni con Guerra (2006) e Giancarlo Majorino con Prossimamente (2005) e  Viaggio nella presenza del tempo (2008), sono sotto gli occhi di tutti, gli scherzi finto-ironici delle composizioni di Aldo Nove, sono cose da non prendere sul serio, neanche per scherzo, per il semplice fatto che ci sono cose sulle quali non si può, non è lecito scherzare. Chi ha voglia di scherzare lo faccia al cabaret, è quello il luogo deputato per l’intrattenimento del pubblico, tra l’altro, l’udienza è senz’altro più confacente alle frivolezze del dettato dei poeti ludici o ludico-ironici. E poi, i minimalisti ci dicano finalmente: che cos’è il quotidiano? Siamo sicuri che il «quotidiano» sia quella cosa che perimetra il raggio d’azione dell’io nella vita quotidiana? E che cos’è l’io per i minimalisti? E che cos’è la vita quotidiana? È quella dei minimalisti? O è qualcosa di più sottile, sfuggente e complesso? E inafferrabile? Qualcosa che sfugge alla logica indagatoria di ogni filosofia positiva (e/o negativa)? In realtà, Umberto Fiori, e questo è il paradosso, tenta di bucare l’utopia del quotidiano adottando una poesia del quotidiano che non impiega, parassitariamente, il quotidiano come avveniva presso i minimalisti. È già un passo in avanti. Sta di fatto che oggi, nelle nuove condizioni della globalizzazione delle merci linguistiche, alla forma-poesia è stato sottratto quel terreno del, diciamo così, «privilegio» dello stile, non vi è più uno  «stile» che possa imporsi sugli altri «stili» per una sorta di primogenitura culturale o per il privilegio di una tradizione che è stata detronizzata e scalzata dai nuovi processi produttivi extraestetici. Esauritosi il legato testamentario della riforma gradualistica del linguaggio poetico di ascendenza sereniana, il linguaggio poetico (ammesso e non concesso che esista ancora qualcosa di paragonabile al concetto novecentesco di «linguaggio poetico»), continua a sopravvivere a se stesso come uno zombi o un ectoplasma: è la sua struttura interna che non è più riparabile, nella sua chiglia e nella sua carena si sono aperte delle falle così numerose, vistose e profonde da non essere più riparabili con interventi di manutenzione ordinaria o straordinaria. Direi che è questa la problematica centrale che deve essere affrontata dalla poesia contemporanea. Occorre rimettere insieme con un collante  linguistico le innumerevoli tessere del puzzle che sono saltate in tutte le direzioni. E chi riflette sulla poesia contemporanea non può non chiedersi: ha ancora senso parlare del «paesaggio» del «quotidiano», del serbatoio delle tematiche del «quotidiano»? In realtà, porre oggi la questione del «quotidiano» è un modo  neanche tanto mascherato e dissimulato per imporre un certo tipo di «autenticità» a scapito di un’altra, un certo tipo di costruzione poetica a scapito di un’altra, un certo impiego delle retorizzazioni a scapito di altre. Per contro, è mia sensazione che l’orizzonte critico di attesa della nuova poesia, anzi, se vogliamo essere più precisi, il sistema strutturale di attesa della «nuova poesia» sembra non ricomprendere più in sé alcun orizzonte di attesa, la poesia non si dà più come attività oppositiva o elitaria o, come andava di moda asserire negli anni sessanta e settanta del secolo scorso, come «pratica antagonistica»; l’aspetto più significativo è che la «nuova poesia» sta di fronte al «reale» senza più poter contare sull’ausilio degli strumenti culturali di mediazione offerti dalle istituzioni stilistiche della tradizione. È questo, a mio avviso, il catalizzatore chimico che alimenta la direzione di ricerca della recente poesia.

Insieme alla tradizione è franata, in questi ultimi anni, ancor di più anche l’Anti-tradizione, nella contrapposizione tutta novecentesca, che in realtà serviva a puntellare la legittimità politico-estetica di entrambe le componenti in una sorta di contesa politico-istituzionale che dissimulava a malapena la questione sottostante: la questione di un mero ricambio di «gruppi dirigenti» e dell’egemonia di questa o quella versione del canone novecentesco.

E qui veniamo al dunque. Quando riflettiamo sul «quotidiano», ci inoltriamo in un ginepraio di deduzioni e di indicazioni, di semafori verdi, gialli e rossi da cui è impossibile uscirne. Se accettiamo il concetto di «quotidiano» come un «riduttore» nel senso indicato da Valéry quando dice: «Si potrebbe – e forse lo si dovrebbe – assegnare come unico oggetto alla filosofia quello di porre e di precisare i problemi, senza preoccuparsi di risolverli. Si tratterebbe allora di una Scienza degli enunciati, e dunque di una purificazione delle domande»,* dobbiamo accettare una concezione del linguaggio poetico come non differente da quello naturale, come un insieme di.«enunciati» caratterizzati da chiarezza (certezza) dichiarativa.. In tal senso, una poesia «tematica» come quella fornita da Giancarlo Baroni in I merli del giardino di San Paolo e altri uccelli, è un esempio lampante di come un’opera tematica riesca a tematizzare, mediante un riduttore, un’area simbolica e iconologica, nel miglior modo possibile mediante una poesia eminentemente dichiarativa, che si snoda come composizione di  una molteplicità di «enunciati» senza fare ricorso ad alcun impiego di retorizzazioni. L’universo degli «uccelli»  viene qui esplorato ed indagato come un altro «Regno»,. Tra il mondo degli uccelli e quello umano si stagliano così delle similitudini e delle analogie. È questo semplice nesso che tiene unita e compatta la configurazione simbolica e iconologica dell’opera. La poesia di Baroni non scommette più alcunché sulla colonna sonora del significante come era in auge nel modello giustificazionista della poesia novecentesca ma riposa sulla citazione diretta del referente un luogo veramente esistente (es. l’ex convento di San Paolo) o di un avvenimento storico realmente accaduto (la sconfitta dell’imperatore svevo nella battaglia di Parma nel 1248). È il referente che dà veridicità e forza iconologica alla poesia e non il contrario. Qui è assente la discontinuità paratattica, tutti i segmenti compositivi sono legati gli uni agli altri dal meccanismo del movimento sintattico e il discorso poetico è tutto incentrato sul piano narratologico del parlato e del dichiarato, sull’enunciato dichiarativo. Il principale procedimento retorico impiegato da Giancarlo Baroni è quello che potremmo definire una sorta di «referente oggettivo», l’uso di enunciati diretti per significare un significato traslato ed ultroneo.

Umberto Fiori fa un passo indietro, ritorna al genere della «poesia confessione», ovviamente ristrutturata, ritorna alla posizione di una poesia monologante rigorosamente incentrata sulla discontinuità paratattica del discorso: le intermittenze, le disconnessioni dei collegamenti linguistici e figurali, per poi fare un passo ulteriore, paradossalmente, sempre all’indietro: verso un tipo di poesia che adotta un metro ricalcato sulla flessione narrativa, sul parlato narratologico e sul quasi-parlato, sul piano pre-linguistico del quasi-pensato, ovvero, quei sintagmi di pensiero che ciascuno produce, o crede di produrre, su quei pensieri che ciascuno pensa di aver detto senza che mai li abbia veramente profferiti, in quella entità limbale della coscienza che la coscienza abita nello sdoppiamento del quotidiano. È qui che Umberto Fiori «rifonda» il quotidiano, lo rimette in piedi da dove era stato fatto ruzzolare dalle scaffalature impolverate dei «quotidianisti», di coloro che hanno in questi ultimi due decenni perimetrato il demanio ed il lessico del quotidiano in poesia, e finanche la sua sintassi e la sua grammatica, arrivando a ipotizzare un demanio del quotidiano, una vera e propria «scatola» del quotidiano. Sta di fatto che Umberto Fiori, il quale nei precedenti volumi era rimasto impaniato dentro la scatola narrativa del quotidiano, per dirla in altri termini, dentro un concetto minimalista della costruzione poetica, con questo libro sembra aver imboccato una direzione di ricerca critica in cui il «quotidiano» è stato tradotto e travalicato e quindi riconfigurato. È presto detto: lo stile della poesia di Fiori è tutto ciò che produce una «intermittenza», una discontinuità, una distanza in rapporto a ciò che ha prodotto la devastazione, la distruzione del paesaggio urbano-umano; uno stile che abita la zona limbale, intermedia tra l’alienazione del piano quotidiano e la feticizzazione linguistica, tra l’inattualismo del quotidiano-esistenziale e la discronia della feticizzazione del quotidiano. Le discronie, le interruzioni, le riprese, i salti logici e onirici, è grazie a questi elementi che il libro resta compatto nell’alternanza di accelerazioni e brusche frenate, nelle retromarce, negli improvvisi raccourci, compattamente aderente alla centralità di un «io» dove il piano lirico è stato violentemente deiettato sul versante narrativo con ripercussioni stilistiche senz’altro positive per la carica anti-letteraria che conserva: «Una parte di me / è pregiudizio. Il resto / pura idiozia. // Io sono un vizio, / un muro cieco, un mostro. Sono il marziano / con la corazza a scaglie d’acciaio, il muso / da alligatore. // Questo mi salva ancora dalla vostra / santa mano / che mi preme sul cuore».

* P. ValéryQuaderni, vol. II, trad. di R. Guarini, Milano 1986, p. 217

(di Giorgio Linguaglossa su Lietocolle)

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