Cristina Annino: La casa del folle – Una analisi

La casa del folle

(Cristina Annino)


Entro piano nella casa del folle;
non apro le persiane, non tolgo la polvere.
Arrivo alla sua camera che ancora dorme
nel mattino troppa aria per occhi
di dolente marrone pallido. Guardo
la nuca rigida e il corpo che non sente
neppure il pigiama.
Mi siedo accanto e gli porto l’asfalto
ripulendolo dal rumore, dall’odore del mese,
dal peso della gente.
Cerco di non affollarlo di niente;
il suo corpo vuoto è una stanza: sogni
vi soffiano dentro bolle di vecchio dolore.
La ragione cos’è? Arrivo qui e mi stendo
al piede del suo letto coma a una pianta
ed entra dentro di me, dal folle, quasi
fune elettrica, una bianca, stanca,
atroce vitalità.



Analisi testuale


Soggetti linguistici

Che cos’è la ragione? È questa la domanda cruciale, la domanda che ci inchioda davanti alla pagina della poesia e ci costringe volenti o nolenti a porci con la poetessa il medesimo quesito: cos’è la ragione?

In questo testo l’autrice, Cristina Annino, parla della follia eppure la domanda che ci pone è “la ragione cos’è?”. Innanzi tutto quale valore ha questa domanda nel testo? Chi la pone? A chi la si pone? È sostanziale rispondere subito a queste domande affinché si possa esaminare la poesia con più tranquillità.
Se la domanda la ponesse l’autrice, avremmo in sostanza due possibilità: l’autrice pone la domanda a se stessa e questo perché probabilmente non conosce la risposta, evoca con la domanda quindi un mistero che non sa svelare; seconda possibilità è che l’autrice si rivolga al pubblico, ai lettori, ad un lettore, ma non per avere da lui risposta precisa, ma solo perché desidera che anche il lettore si ponga la domanda e si dia risposta o che perlomeno ci provi. Ciò andrebbe bene se pensassimo che la domanda la rivolge l’autrice, ma qui noi siamo solo in presenza di un testo, non dell’autrice in carne ed ossa. Chi pone la domanda? Il testo.

A chi la pone? La risposta sarebbe complessa, ma semplificando si potrebbe dire che un testo esegue o adempie al suo compito non quando è capito, non quando è interpretato o analizzato, ma quando è letto. Se ne deduce che destinatario del testo è colui che lo legge e che quindi se nel testo appare una domanda questa sia posta dal testo al lettore. Si potrebbe obiettare che il testo non pensa e che quindi non può porre domande, perché non è vivo, non parla, non respira, non gli batte un cuore nel petto e che quindi, in definitiva, sia l’autrice quella a cui va attribuita la domanda, eppure qui l’autrice non c’è: o meglio lei ha scelto un modo strano per rivelarsi, per apparire; ha indossato un volto fatto di parole, si è nascosta dietro al testo. È vero ciò che si pensa che il testo è un oggetto inanimato? È vero che è inanimato, ma è altrettanto vero che non è neppure un oggetto. Tecnicamente esso è più vicino a qualcosa di concettuale: è un concetto e chi potrebbe dire che i concetti siano inanimati, quando questi tutti i giorni subiscono una trasformazione nella nostra testa? Il motivo per cui tanti studiosi discutono sui testi è che questi sono assimilabili a concetti, hanno l’anima di chi li crea per la prima volta e l’anima di tutti coloro che li rielaborano, li criticano, li recepiscono. Non l’autrice ma il testo.

E qual è l’importanza di questa domanda nel testo? È la domanda chiave della poesia. A chiarirlo il fatto che essa è unica, e posizionata tra periodi assertivi ben delimitati da punti, identificati in tutto il brano perché tutti simili: ogni preposizione del testo comincia con una prima persona singolare del presente indicativo. Questa domanda si presenta fin dalla prima lettura come un’ anomalia, un centro, di tutta l’opera.


Temi principali

Tema dell’opera è la follia, il contrasto di questa con la ragione, la compassione per un individuo diverso che si trasforma in una celebrazione delle analogie tra la pazzia e la sofferenza della poetessa che vive uno stato di depauperazione dei sentimenti, uno stato di dolore che si propaga in tutta l’anima. Se si legge bene infatti si vedrà quanto il personaggio che entra in scena fin dall’inizio, il folle appunto (da notare quanto questo termine sia elevato sul registro linguistico in luogo di pazzo, o di matto), subisca, quasi, una continua compassione da parte dell’autrice: basti ricordare il riserbo che gli riserva nei momenti iniziali, quando entra “piano”, quando non apre le finestre per timore che il mondo, l’aria del mattino, possa offuscare, rechi fastidio ad occhi tanto sensibili al dolore: tra l’altro questo è il primo punto in cui entra in scena il dolore nella poesia “occhi di dolente marrone pallido”.

Sono rilevanti nella poesia alcuni punti che permettono una lettura diversa dell’intero componimento. Innanzi tutto le frequenti litoti con cui si designano le azioni della protagonista: “non apro, non tolgo, cerco di non affollarlo” o del folle che “non sente” che se da una parte mettono in luce le molteplici possibilità di definire l’azione, e in particolar modo designano una azione precisa in non apro le persiane, che indica un’azione esatta che esprime rispetto nella sua riservatezza; d’altra parte agisce qui una sorta di retorica della negatività che mira a rovesciare i rapporti positivi in negativi, appunto, vedendo in questo quasi un atteggiamento mistico. Si potrebbe anche dire che qui si sia in presenza di una non definizione della follia, poiché fino alla fine essa è vista in contrasto con un sistema razionale che domina fino alla domanda cruciale di “la ragione che cos’è?”. Qui la follia è malattia, dolore, solitudine, sofferenza; ha un aspetto umano, non divino, ed anzi si direbbe che proprio questa sua caratteristica accomuna la poetessa al folle.

È importante notare poi un altro elemento. Si parla di folle per tutta la poesia, ma fin dall’inizio dell’opera l’autrice sembra attenta a fare una specificazione essenziale nel titolo e nella ripresa di questo nel primo verso: “la casa del folle”. Con questa metafora si vuole semplicemente esplicitare la follia: la casa del folle vale per la follia del folle. Soggetto vero della poesia è qui dunque la pazzia, non già il folle. Si capisce ciò pure da un’altra metafora che invero si potrebbe definire tautologica e intenderla quasi come una definizione: “il suo corpo vuoto è una stanza” laddove per assimilazione dei componenti della metafora si può intendere “stanza vuota” nella cui materializzazione poetica ritorna l’iniziale collegamento con la casa. Ora se il corpo del pazzo è una stanza e la stanza è dentro la casa, se ne deduce che il folle sta alla follia come la stanza alla casa, dunque la casa è la pazzia.


L’esperienza poetica

Chiariti questi elementi si passi ora a esaminare l’intera poesia alla luce dell’esperienza che racconta. Quest’opera si pone come tipica del paesaggio lirico per costruzione e tematica visto che essa racconta l’esperienza dell’autrice che diviene personaggio lei stessa.

Qual è il valore dell’esperienza in questo caso? A me sembra di poter dire che in questo frangente essa abbia valore d’esempio, oppure, se si accetta la spiegazione della metafora della casa del folle come follia, la poesia è semplicemente costruita intorno a questa metafora, giocando con ogni elemento che va logicamente messo in relazione con la metafora iniziale. Questo sembra possibile, visto che tra l’altro la poesia non è costruita secondo canoni narratologici, tuttavia risulta poco convincente.

L’esperienza raccontata parla di qualcuno, che noi identifichiamo facilmente con la poetessa perché parla alla prima persona singolare, ma non ci sono elementi che mettano in luce se chi parla sia maschio o femmina, cosa che ci libera dall’obbligo di identificare strettamente la poetessa col protagonista della lirica, qualcuno che una mattina entra nella casa di un folle, e si reca nella sua stanza trovandolo ancora addormentato; si siede accanto e lo osserva, quindi si siede ai piedi del suo letto e si lascia contagiare da una sensazione. Questa è l’esperienza, raccontata con un minimalismo che è tutto apparenza.

Durante tutta la poesia si parla di follia pur se questa non è mai esplicitamente presente. Essa si dà solo intuitivamente e l’autrice utilizza una serie di processi retorici tra i più complicati per esprimerla, come le metafore del verso 1 “entro piano nella casa del folle” o del verso 12 “il suo corpo vuoto è una stanza” oppure tenta di definirla ma attraverso costruzioni ossimoriche o sinestetiche: si veda al verso 17 la “bianca, stanca, atroce vitalità”. Generalmente l’ossimoro è utilizzato in poesia quando si vuole concentrare in uno stesso sintagma una molteplicità opposta di presenze semantiche, cioè quando si vuole accogliere una molteplicità di significati che si escludono a vicenda e ciò per esprimere l’inesprimibile.

L’ineffabilità della follia come esperienza personale: questo in definitiva il tema della poesia, perché Annino non sta definendo la follia in generale, ma la sua esperienza, una sensazione, qualcosa che ha toccato la sua esistenza prima che la sua ragione, qualcosa che sente prima che pensare; le dà quindi espressione attraverso procedimenti retorici consolidati e tutta la poesia è dominata da questo non dire ma voler far sentire, esprimere non attraverso concetti precisi, ma far intuire mediante rassomiglianze con altre esperienze: così quella insensibilità del folle è espressa mediante l’iperbole “non sente neppure il pigiama” che indica l’intangibilità del pazzo nei confronti del mondo esterno, così estraneo che egli non sente neppure quello che lo tocca da vicino; o, sempre per esprimere il medesimo concetto, “la nuca rigida” che richiama già qualcosa del cadavere, la sua freddezza, e la tensione spasmodica del pazzo concentrato tutto su se stesso in contrasto con l’insensibilità agli oggetti esterni; il folle non sente neppure il protagonista, l’io, che viene per raccontargli ciò che succede fuori della sua casa, che viene per portargli l’asfalto, appunto, insieme metonimia per la città, e metafora che esprime il mondo esterno attraverso le sue vie, attraverso una vita che si muove, si agita, pulsa; ma quest’asfalto è ripulito, sceverato degli elementi che potrebbero agitare ulteriormente il suo muto interlocutore.
Ancora un procedimento negativo, quello del togliere, che si contrappone a quello del lasciare del secondo verso, quasi a indicare l’universo a sé che è diventata la casa del pazzo, un universo chiuso “non apro le persiane” (si noti qui anche la catacresi di aprire, in luogo di tirare su le persiane, o arrotolare le persiane, forse per dare risalto al termine opposto: non apro = chiudo) e in cui permane la polvere, l’antico, i ricordi, un universo in cui ciò che è stato continua a vivere e non si dà spazio al nuovo se non è opportunamente filtrato di ogni elemento di disturbo; si veda la costruzione a climax di tali elementi: rumore che richiama nella rima il termine odore che è specificato di un altro termine, mese, che richiama in una paronomasia il termine peso dell’ultimo elemento: dunque il climax particolare è dato da richiami fonetici e dal progredire dei termini di specificazioni. E di nuovo la litote del “non affollarlo di niente” del verso 11 trova analogia col vuoto del verso successivo: come si diceva una retorica della negatività.

Ma questo vuoto è apparente, visto che ” i sogni vi soffiano dentro bolle di vecchio dolore” in cui ritroviamo coagulati insieme gli elementi della prima parte della poesia: il vecchio che richiama la polvere e il dolore che richiama “di dolente marrone pallido”. Si arriva alla parte centrale della poesia. La ragione cos’è? La ragione cos’è, sembra dire il testo, se non questo: sogni che soffiano dentro bolle di vecchio dolore. A questo punto l’esperienza.

Tutta la poesia è costruita, sintatticamente, come un fascio di coordinate paratattiche attraverso le quali non sembra doversi ricercare un processo logico, quanto piuttosto un accumulo di azioni secche, semplici, lontane dal trasporto emotivo fino a un crescendo negli ultimi tre versi in cui la blanda colloquialità del resto della poesia sembra lasciar spazio a uno sfogo sottolineato pure dai suoni che vi si avvertono (abbondanza di vibranti “entra dentro”, “atroce”, e di richiami a quell’elettrica che contiene insieme” r” e “ca” che fa quindi da trait d’union tra i primi elementi e le rime successive).

Il contatto con il folle genera una trasmissione di sensazioni e questo processo viene esplicitato prima attraverso un’analogia, letto-pianta, che si potrebbe vedere anche come metonimia visto che entrambi gli oggetti indicati sono fatti di legno, ma in particolare l’assimilare il letto col folle che vi ci dorme a una pianta sembra voler identificare il legno morto del primo con quello vivo del secondo, così che si attua un processo di vivificazione che è il folle stesso ad attuare; ma poi si instaura un collegamento vivo tra io protagonista e il folle che, si presti attenzione, è indicato come fune elettrica e ciò significa che è il tramite non già ciò che passa: fune sta a indicare in particolar modo un legame, mentre elettrica richiama la vitalità atroce che trasmette, ed è quindi riferita all’elemento di cui il folle si fa portatore. Ed ecco definita pure la follia, ma attraverso un accumulo di aggettivi che denotano un’esperienza personale: bianca innanzitutto che non trova spiegazione a meno che non ci si voglia arrampicare su complicate tesi interpretative (mi viene in mente il livore di un malato, ma anche l’abbagliante splendore di una potente luce, che mi è in parte suggerita dall’elettrica fune che verrebbe così a essere identificata come un cavo elettrico; oppure il bianco dei lenzuoli dei fantasmi, o degli scheletri: qui la poetessa sembra lasciare alla libera suggestione del lettore) e così pure stanca che vale già come ossimoro riferito a vitalità che è in definitiva qualcosa di atroce, che tortura anche nel sonno, portatrice di un male esistenziale che obbliga a peregrinare dolorosamente quando si preferirebbe morire.


(di Matteo Favaretto su Letteratour)

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