Cristina Annino – Scheda Autore

Cristina Annino, nata ad Arezzo nel 1941, attualmente vive e lavora a Roma.
Nel 1968 pubblica il suo primo libro Non me lo dire, non posso crederci, edito da Tèchne a Firenze, città nella quale si laurea in Lettere Moderne, con una tesi sul poeta peruviano César Vallejo. La raccolta fu pubblicata da Eugenio Miccini, fondatore nel ‘60, insieme a Lamberto Pignotti, del Gruppo 70 a cui la Annino non volle mai aderire, ma la cui frequentazione fu importante, soprattutto per la profonda amicizia che da allora la lega al Miccini.

Nel 1977 esce Ritratto di un amico paziente, Roma, Gabrieli. Nel 1979 Boiter, con Forum, Forlì (romanzo). Nel 1980 Il Cane dei miracoli, Foggia, Bastogi. Nel 1984 L’udito cronico, in Nuovi Poeti Italiani n°3, a cura di Walter Siti, Torino, Einaudi.
Nel 1987 Madrid, Corpo 10, Milano, libro vincitore del premio Russo Pozzale nel 1989 assegnatogli da Giovanni Giudici. Afferma la Annino nella biografia sul suo sito ufficiale:

“Questo libro ha il suo motore emotivo in quel sentimento iberico che già da prima costituiva una sorta di coscienza, memoria, attrazione geografico-spaziale. Negli anni anteriori all’87 ho avuto infatti rapporti culturali con varie città spagnole, soprattutto con Salamanca (Cattedra Poetica) e con Siviglia e Madrid. A quell’epoca Leopoldo Maria Panero mi tradusse una raccolta di poesie intitolata La Casa del loco su richiesta dell’editore madrileno Antonio Huerga, Edicione Libertarias.”

Alla fine degli anni ottanta la poetessa abbandona l’ambiente letterario e la scrittura per ritornare, nel 2000, con una nuova pubblicazione, Gemello Carnivoro, Faenza, 2002, con i quaderni del circolo degli artisti . Successivamente pubblica, , in collaborazione con il pittore Ronaldo Fiesoli, la raccolta Macrolotto, Canopo, Prato. All’inizio del 2008 esce con Casa d’ Aquila, edito da Levante Editore, Bari, ed inizia a dipingere. Il suo ultimo libro si intitola Magnificat (poesie 1969-2009) edito da Puntoacapo editore, a cura di Luca Benassi, con introduzione di Stefano Guglielmin: una raccolta antologica di tutti i suoi libri di poesia pubblicati dal 1968 al 2009 con una silloge inedita che dà il titolo al volume.

Collabora a riviste letterarie sia italiane che straniere. Molti suoi scritti compaiono in diverse antologie della poesia italiana; numerosi suoi testi sono stati tradotti in alcune lingue straniere, soprattutto spagnolo, tedesco e inglese. Ancora inedita è la raccolta di racconti intitolata Una Magnifica Giovinezza, la quale, nonstante gli sforzi di Guido Almansi, non ha ancora trovato ospitalità nelle collane di nessuna importante casa editrice. Parte di questi racconti compaiono in antologie e riviste, anche online.

Della poetica della Annino, sempre sul suo sito ufficiale, si legge:

“Dovessi rivolgermi delle domande in una ipotetica intervista, me ne farei solo due: perché da sempre l’io maschile come soggetto poetico, e perchè la Spagna. Risponderei: perchè la poesia, come ogni arte, rappresenta le nostre infinite possibilità di essere. Uso l’io maschile per sfuggire ad un autobiografismo troppo diretto o insostenibile o retorico in alcuni casi; per una maggiore oggettivazione e discorsività, e chissà per quanti altri motivi. Pur essendo venuto fuori incosciamente durante l’infanzia. Ciò non toglie che i problemi connessi alla condizione femminile mi siano estranei. Verosimilmente maschile, il mio “io” poetico, non ha mai fatto sottrazioni di verità. Ciò che invece ho sempre cercato di sottrarre è l’idea- tempo, evitandola con la sostituzione di luogo-tempo. Anche per questo non ho mai messo date alle mie poesie e in alcuni libri utilizzo composizioni distanti tra loro di dieci o vent’anni. Ritengo che se questo disinteresse temporale regge, ciò sia il segno di una qualità poetica indubbiamente vincente.
Lo “spirito iberico” è spiegabile allo stesso modo dell’io maschile. Rappresenta un altrove d’elezione, la fuga realizzata, la consolazione, così come la musica può esserlo per un pittore o la matematica per un musicista. Con la sola differenza, rispetto alla prima domanda, che qui si ha aggiunta di reale alla verosimiglianza dell’ operazione poetica, la quale non coniuga mai vero con verità.

In ogni trascrizione poetica del reale, credo sia importante osservare tutto con l’intenzione di osservare della poesia, e che si arrivi a due conclusioni: a capire che ogni parola è degna di un’operazione creativa, e che la poesia si compie solo se l’autore dispone “naturalmente” di una forma nuova di scrittura. La responsabilità che ci compete non è altro né di più. Inoltre così come la prosa ha il compito di semplificare il complesso, la poesia ha la speciale libertà di complicarlo. Beninteso al di fuori di un simbolismo o cripticismo, e dando per scontato che la metafora non deve essere un paragone.
Quindi, ogni volta che avvicineremo due situazioni normalmente distanti (metafora), si opererà una sintesi, ma senza intasare intellettualmente il percorso, o abbassarne la soglia o diluirlo ecc.

[…]Solo dopo tanti anni ho capito che i versi erano già un preciso modo di pensare, che questo era antisociale, e che mi opponevo a ciò che vedevo tentando di sostituirlo con ciò che sentivo. La mia educazione poetica è quindi stata un’ infanzia solitaria, dentro una casa rigorosamente priva di libri, e con la frequentazione, all’ esterno, di persone vecchie per la mia età. Avevo, in quelle occasioni, l’idea di imparare la vita al “rovescio”.

[…]Penso che la parola “poesia”, se nominata, diventa retorica, se definita dall’ autore, diventa tautologica. Sarebbe preferibile chiedere a una persona la sua idea del mondo e cosa pensa di farci vivendo. Tutto questo per dire che se un essere umano, nella sua prima percezione cosciente della realtà, ha di questa una visione ostile; se egli la esprime a suo modo, e se tale modo convince qualcuno, poi molti. Se continua negli anni sostituendo quel suo mondo iniziale ad altri mondi “scontenti” e produce libri restando sempre fedele a se stesso, questi è un artista.”

Nonostante l’ingiustificato (e ingiusto) silenzio del panorama letterario italiano sulla poesia di Cristina Annino, avendo cominciato a comporre poesie sin dalla prima infanzia, la poetessa può vantare la stima di importanti protagonisti della poesia italiana come Corrado Govoni, Giuseppe Ungaretti, la stima di tutto il più significativo ambiente letterario fiorentino da Mario Luzi a Carlo Betocchi, Luigi Baldacci, Oreste Macrì, di Franco Fortini, di Giovanni Giudici fino ad arrivare a Giovanni Roboni, Elio Pagliarani, Walter Siti, Remo Pagnanelli, Mario Lunetta, Donato Di Stasi, Marco Ercolani.

Molto apprezzato dalla Annino è l’interesse della critica di “nicchia” – da Stefano Guglielmin su Blanc de ta nuque, a Francesco Marotta sulla Dimora del Tempo sospes, a Nazione Indiana e La poesia e lo spirito o il sito di Biagio Cepollaro – che ha contribuito alla diffusione delle sue opere, soprattutto nel web.

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