Ricordo di Pasolini – Dario Bellezza

Ricordo di pasolini

Dario Bellezza

2009, 35 p., ill., brossura

a cura di Mosena R.

Via del Vento (collana I quaderni di Via del Vento)


Questa nuova, elegante e minimale plaquette Via del Vento ospita la trascrizione di un inedito intervento-conferenza di Dario Bellezza tutto dedicato al suo amico e mentore Pier Paolo Pasolini: nella nota al testo, Roberto Mosena riferisce che la provenienza è un’audiocassetta registrata il 10 marzo 1983 in via Statilia, a Roma. Quel giorno, Bellezza, Pecora e la Spaziani commemoravano l’artista; l’edizione Via del Vento si concentra, con non poca saggezza, soltanto sulle parole del poeta Dario.
Bellezza parlava di Pasolini vedendolo”: faceva fatica perché era totalmente coinvolto, da un punto di vista emotivo. A un tratto spiega che doveva “vederlo”, mentre ne parlava, perché “la sua opera è legata strettamente alla sua persona, al suo parlare, al suo incedere, al suo modo di fare, sicchè non riesco a essere completamente libero e obiettivo” (p. 8 )

Bellezza principia leggendo i versi di “Coccodrillo”, apparsi nel libro-intervista del “Sogno del Centauro”. Sono i versi dell’autocommemorazione funebre di Pier Paolo Pasolini, completa di memorie politiche famigliari (madre comunista, padre fascista, ufficiale dell’esercito). Da quei versi Bellezza sprofonda nell’infanzia del poeta, nella sua scoperta dell’eros omosessuale, che considera “interno a tutto quel che è il processo genetico dell’opera di Pasolini” (p. 6); sostiene che il poeta de “La meglio gioventù” amasse il padre almeno quanto la madre, e che avesse sofferto sempre del dramma della morte del fratello Guido, partigiano ucciso “per ironia della sorte dai partigiani comunisti titini” (p. 7). PPP se ne sentiva colpevole, perché era stato il suo maestro. Morendo Guido, era morta una parte immensa della sua stessa innocenza.

Quindi, Bellezza provoca – dice che Pasolini è stato grande ma non ha scritto una “Divina Commedia”; sostiene che è rimasto eccessivamente uncinato al suo tempo, e che ha vissuto, per dirla con le parole di Fortini, “perfetto e cieco”. Bellezza preferisce Pasolini regista al Pasolini poeta: era un poeta adatto alle invettive, agli sfoghi privati, non all’eternità. “Tutta la sua attività letteraria – sbotta – è un’attività costantemente polemica contro il suo tempo: tutti sanno quella che era la posizione di Pasolini, che lui era profondamente ostile al mondo industriale, trovava che il mondo industriale iniziava un nuovo ciclo storico, opposto a quello precedente, che era stato invece il mondo contadino, quello poi nel quale lui si era formato. Dunque aveva un atteggiamento paradossalmente reazionario, era un uomo profondamente reazionario” (p. 14; di lì a poco ricorda le battaglie di PPP contro il divorzio e contro l’aborto).

Stilisticamente, Bellezza giudicava l’artista fosse stato estremamente influenzato dal Malaparte di “Maledetti toscani” (almeno per “Scritti corsari”); riteneva “Ragazzi di vita” e “Le ceneri di Gramsci” i suoi capolavori; ammirava la sua sensibilità nei confronti dei dialetti, e delle lingue popolari.

Il curatore dell’opera, Mosena, conclude per noi: “Bellezza nutriva per Pasolini, a quel tempo morto da otto anni, una forma di amore amicale e intellettuale. Un amore, va detto, spesso severo, che lo porta a pronunciare giudizi scomodi e difficili” (p. 24). Giudizi suggestivi, chiosa, ma non sempre condivisibili. Eppure, quanto coraggiosi e quanto fascinosi.

 

(di Gianfranco Franchi su Scritti Inediti)

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